giovedì 23 marzo 2017

Sigh!

Ahimé, nell'edicola dove trovo di solito la redistribuzione de Il Morto sono passati direttamente dal 7 al 9, che ho già. Ammettendo che facciano passare circa due mesi tra un'uscita e l'altra (il precedente era uscito a novembre) mi sa che qualcuno l'ha preso prima di me, e che comunque non verrà distribuito nuovamente. Spero di mettere le mani almeno sul 12, che all'epoca non riuscii a trovare!

martedì 21 marzo 2017

Cutting Edge 1

Nuovo socio del club del 25% di sconto. Cutting Edge ha un soggetto abbastanza inverosimile e sopra le righe: delle eccellenze nei campi più disparati (possono essere anche artisti o personalità del web) vengono selezionate dalla Leviathan Corporation per essere sottoposte a dei test a squadre vagamente ispirati alle fatiche di Ercole, che determineranno un vincitore di cui non viene anticipato il destino.
I cinque protagonisti di questo primo volume hanno ricevuto in sorte come prova (assai poco epica) il ritrovamento di un jazzista ottantenne. Lo rintracciano a Sorrento, dove si dedica da quindici anni ad affinare la sua arte nella speranza di riuscire finalmente a conquistare la sirena di cui si è innamorato. “Sirena” in senso letterale: il mostro mitologico che, prima che le venisse attribuita la coda di pesce della tradizione popolare, era una donna alata e artigliata.
La storia di Francesco Dimitri richiede insomma un bel po’ di sospensione dell’incredulità, ma al di là di questo non mi ha coinvolto anche perché i cinque personaggi da lui ideati non sono stati approfonditi (e può starci, essendo ancora i primi episodi e dovendo mantenere il mistero su alcuni di loro) e nessuno dei cinque risulta simpatico o interessante, tranne quello a cui toccherà morire per primo. Il gioco di Cutting Edge, che si rivela alla fine del primo dei due episodi qui raccolti, è infatti quello di far congetturare il lettore su quale dei cinque protagonisti abbandonerà la scena di volume in volume decretando, immagino, il vincitore finale.
Anche se forti di questo espediente, però, i singoli episodi avrebbero meritato qualche pagina in più, rispetto alle canoniche 46/44 di cui sono composti, per svilupparsi in maniera più compiuta e soddisfacente. Non basta a rintuzzare l’interesse la piega complottista che Cutting Edge prende dal secondo capitolo e l’idea di inserire un’appendice di social media che commenta la storia (e probabilmente prelude a ulteriori sviluppi).
L’impressionismo geometrico di Mario Alberti non è di grande consolazione (per quanto io lo abbia trovato molto più adatto per questa storia che non per Tex e anche per Morgana), perché com’è nelle corde del disegnatore abbondano le tavole doppie e le vignette “al vivo” di dimensioni enormi che coprono parti intere delle pagine: non è tanto il formato ridotto, quindi, quanto la brossura a impedire di gustare le tavole come erano state ideate originariamente, cioè con la possibilità di spalancare le pagine che dà un volume cartonato. Oltretutto, in alcune tavole (della copia che ho preso io, almeno) Alberti è stato penalizzato da uno strano effetto per cui sui margini si intravedono degli strani segni a forma di onda – non è un effetto voluto, credo, perché in parte coinvolgono anche i balloon.

sabato 18 marzo 2017

Eminence

È una marca di intimo maschile francese, che nei primi anni '80 aveva avuto l'intuizione di affidare una campagna pubblicitaria a Milo Manara (ne ricordo una parodia di Scozzari con Suor Dentona).
Da Fumo di China 27 del 1986 si apprende che la campagna sarebbe stata replicata non affidandola più al solo Manara ma coinvolgendo un bel po' di altri disegnatori. Io però ho trovato solo il lavoro fatto da Copi - oltre ovviamente a un bel po' dei disegni fatti da Manara.
La campagna a fumetti di Eminence si aggiunge quindi alla lunga lista di cose di cui internet non dà minimamente traccia.


mercoledì 15 marzo 2017

...è solo una mia impressione?

O la Panini non pubblica più quelle raccolte popolari da edicola tipo Marvel Mix con cui offrivano 4-6 comic book inediti in un’unica soluzione? Ci facevo quei post in cui riciclavo sempre lo stesso testo ma per errori diversi, adesso non posso più farlo…

lunedì 13 marzo 2017

Rhodd o Gymru gan Corfforol ffrind

Mae pibell warden eglwys yn bibell tybaco gyda coesyn hir. Mae hanes y arddull bibell yn cael ei olrhain i ddiwedd y ddeunawfed ganrif neu ddechrau'r bedwaredd ganrif ar bymtheg. Gall rhai pibellau warden eglwys fod mor hir â 16 modfedd (40 cm). Yn Almaeneg arddull yn cael ei gyfeirio ato fel "Lesepfeife" neu "ddarllen pibell," yn ôl pob tebyg oherwydd bod y coesyn hwy a ganiatawyd golwg dirwystr o un llyfr, ac nid yw mwg yn ffurfio ymyl llygaid y darllenydd, gan ganiatáu un i edrych i lawr.
pibellau o'r fath yn boblogaidd iawn fel dylanwad Oriental o'r ail ganrif ar bymtheg ymlaen yn Ewrop. Maent yn parhau i fod yn fwyaf poblogaidd yn Nwyrain Ewrop, fel arwyddlun o'r Hwsariaid, milwyr marchoglu gyda gwreiddiau yn Hwngari a Gwlad Pwyl, a aeth o Rwsia i Ffrainc a Lloegr yn ystod rhyfeloedd Napoleon a daeth â'r pibellau gyda nhw. Roedd yn hysbys hyd yn oed fel y "Hussar bibell" ar y pryd. portreadau ei engrafu yn bodoli o ddynion yn ysmygu offeryn o'r fath. Mae gan y math hwn bibell coesyn hir ei gwreiddiau yn yr Ymerodraeth Otomanaidd, yn ddaearyddol ac yn hanesyddol.
pibellau warden eglwys yn gyffredinol yn cynhyrchu mwg oerach oherwydd y mwg pellter mae'n rhaid teithio o'r bowlen i'r ceg. Mae ganddynt y fantais ychwanegol o gadw wyneb y defnyddiwr ymhellach i ffwrdd oddi ar y gwres a mwg a gynhyrchwyd gan losgi yn y bowlen. Maent hefyd yn fwy tueddol o dorri gan fod mwy o bwysau yn cael ei roi ar y thyno pan fydd y bibell yn cael ei gefnogi o gwmpas y ceg. Amser maith yn ôl, pibellau warden eglwys wedi eu gwneud o glai ac yn gyffredin mewn tafarnau, ac weithiau byddai set o bibellau wedi bod ym mherchnogaeth y sefydliad a ddefnyddir gan wahanol gleientiaid fel eitemau eraill wasanaeth (platiau, tancardiau, ac ati.).
Defnyddiwyd pibellau warden eglwys Clay hefyd yn ystod y cyfnod arloeswr yng Ngogledd America. Mae llawer o ddarnau clai o bibellau hyn wedi eu darganfod gan archaeolegwyr, sy'n arwain at y myth bod coesau hir y clai byddai pibellau warden yr eglwys, at ddibenion glanweithdra, yn cael eu torri i ffwrdd gan y cleient nesaf y dafarn neu'r salŵn a oedd yn dymuno ysmygu. Fodd bynnag, nid oes unrhyw dystiolaeth i gefnogi'r honiad hwn. Yn wir, pibellau yn cael eu glanhau gan eu rhoi mewn cewyll haearn a pobi mewn popty. Mae enghreifftiau o pibellau clai o'r fath yn cael eu gweld yn yr amgueddfa Fort Osage hanesyddol yn Fort Osage, Missouri.
pibellau warden eglwys eu henwi yn ôl y sôn ar ôl eglwys, neu nos gwylwyr o eglwysi yn yr amser byth fod eglwysi gloi eu drysau. na ellid disgwyl rhain yn "eglwys" i fynd drwy'r nos heb fwg, felly roedd ganddynt pibellau a wnaed gyda bonion eithriadol o hir felly y mwg ac ni fyddai'r bibell fod yn eu llinell o'r golwg fel y maent yn cadw gwylio.

sabato 11 marzo 2017

Volt - Che vita di Mecha...

Ho voluto aspettare di leggere il secondo numero di questa simpatica nuova proposta prima di esprimermi in merito e credo di aver fatto bene visto che tra primo e secondo numero ci sono delle differenze sostanziali (non eccessive ma sostanziali).
Spesso dichiarare le proprie influenze e i propri modelli è un passo falso, visto che inevitabilmente porta il fruitore di un’opera a fare confronti tra le opere di riferimento e quelle dell’ultimo arrivato che si affaccia al mercato. Da questo punto di vista Andrea Ciccarelli l’ha combinata veramente grossa sul primo numero di Volt, in cui dichiara per nulla velatamente che questa nuova proposta saldaPress vuole inserirsi nel solco di Rat-Man, nientemeno che il “miracolo italiano” che negli ultimi vent’anni ha spopolato tra i lettori italiani. Una dichiarazione tanto più coraggiosa e avventata quanto più consideriamo che anche gli eredi ufficiali di Rat-Man, Nirvana e “A” come Ignoranza editi dalla stessa Panini di Rat-Man, non sembrano essere riusciti a raggiungere gli stessi livelli di popolarità della creatura di Leo Ortolani.
Ma tutto sommato tanta genuinità potrebbe anche ben disporre il lettore, che sorridendo pensa “Tanto non potrà mai essere come Rat-Man” mentre si appresta a leggere benevolmente questo nuovo fumetto. E forse, come tipo di umorismo e pubblico d’elezione, Volt potrebbe veramente essere l’erede di Rat-Man.
Il brossuratino presenta un menu piuttosto ricco, che contempla anche dei redazionali (proprio sulla scia di quanto fatto dalla Panini su Rat-Man) e non solo ben quattro serie a fumetti – ma col secondo numero la proporzione degli ingredienti varierà sensibilmente. La serie titolare viene narrata con l’espediente della favola raccontata ai nipotini e racconta di come Volt, aspirante fumettista, abbia dovuto accantonare momentaneamente i suoi sogni di gloria per cedere allo sfinimento della luciferina madre, esasperata dalla sua vita senza sbocchi, e accettare un lavoro presso una fumetteria. La serie portante conferma anche nel secondo numero di pescare nell’immaginario nerd più classico, con un umorismo basato sui “mammoni” dai meccanismi un po’ scontati e alla fine autoassolutorio.
Stefano Conte/TheSparker disegna in maniera semplice, pulita e rigorosa. Non credo di poter essere accusato di lesa maestà se dico che a confronto con il primo Ortolani (non necessariamente quello di Spot ma anche del primissimo Rat-Man Panini), Conte risulta essere più maturo e professionale. La sua personale linea chiara viene integrata da retini che la abbelliscono e da espedienti grafici che dinamizzano il tutto. La particolare scelta stilistica dell’autore di usare gli oggetti più vari al posto delle teste dei personaggi avrebbe potuto comportare il rischio di rendere le sue tavole poco espressive. In effetti è difficilissimo far recitare sia il protagonista che sua madre (uno è un robot, l’altra indossa la maschera di Darth Vader), eppure Conte ha saputo comunque ricavare un bel po’ di espressività nei limiti angusti di questa scelta stilistica. Inoltre il fatto di avere un protagonista programmaticamente inespressivo assume quasi i contorni di una coraggiosa dichiarazione d’intenti: visto che non posso farvi ridere con le faccette buffe, allora vi prometto dei bei testi.
Va comunque aggiunto che molte figure di contorno, pur non avendo una “vera” faccia, dispongono
di un volto animalesco che Conte sa far recitare con grande abilità.
Con la seconda uscita Volt si conferma una piacevole lettura, anche più divertente del numero d’esordio, e il suo universo comincia a espandersi in maniera coerente dando la piacevole sensazione di trovarsi davanti a un progetto coerente che verrà dispiegato ancora di più nei prossimi numeri (la continuity, insomma).
Ci sono poi le strisce di Che vita di Mecha… (come si chiamava la serie di strip pubblicate su internet, da cui tutto il progetto nasce), fulminanti tranches de vie in cui vengono riproposte le situazioni più bizzarre con cui può avere a che fare un commesso di fumetteria: è la parte più esilarante di tutto il fumetto, con certe uscite che fanno veramente scompisciare. Alcune vengono addirittura presentate dai lettori stessi, siano essi titolari di edicole/fumetterie o meno. Le soluzioni di Conte per raffigurare i clienti sono spesso geniali nella loro semplicità: un bifolco ha una lampadina come testa, che si accende quando ha un’“illuminazione”, così come una cliente autoproclamatasi romantica ha il visetto incastonato in una caramella.
Seguono Le Cinetiche Mangavventure di MangaMan, il “fumetto nel fumetto” che presenta alcuni lacerti dell’opera di Volt. Si prendono ovviamente in giro le convenzioni e i luoghi comuni dei manga, ma a questo umorismo può avere accesso anche il non appassionato che conosca almeno per sommi capi alcuni degli stereotipi che vengono presentati di volta in volta. Il lavoro grafico di Conte è lodevole, nella dimensione della tavola unica su quattro o (addirittura più spesso) cinque strisce ha saputo inventarsi delle soluzioni grafiche ottimali per far stare tutte le scenette in una pagina di formato bonelliano.
La parte scritta è affidata a Stefano Perullo, ed è quasi un corpo estraneo nel complesso del progetto editoriale: l’argomento (la storia delle fumetterie) è più che pertinente ma lo scrupolo documentaristico e le puntuali considerazioni a margine, forse elaborazioni dal libro di interviste di Will Eisner, rende la sua parte un po’ seriosa anche se il tono che usa Perullo non lo è affatto.
Conclude il sommario del primo numero No Robo! (o forse Noi Robot, la grafica del logo non mi è molto chiara), una serie di gag indirizzate a quanti subiscono ancora il fascino dei robottoni delle saghe animate giapponesi, a cui io sono del tutto immune. In questa appendice Conte dedica ancora più attenzione all’aspetto grafico, profondendo maggiore cura nei disegni.
Ho fatto bene ad aspettare la seconda uscita per esprimere un giudizio, perché l’idea che mi sono fatto dell’organizzazione della collana dal sommario del primo numero in realtà è fallace: nel secondo numero c’è una storia portante molto più lunga e, oltre alle consuete e sempre graditissime strisce di Che Vita di Mecha…, c’è quasi solo un altro fumetto, che poi non è nemmeno un fumetto: riprendendo l’idea del “fumetto nel fumetto” del numero precedente, vengono presentate le schede del Nerdonomicon a cui si fa riferimento all’interno della storia lunga.
In appendice c’è ancora spazio per due tavole di Le 108 arti oscure dell’amore materno (corollario alla serie portante che ovviamente non può condividerne lo stesso mordente esaurendosi nella dimensione di one pager) e per un redazionale «a cura della redazione» che in sostanza è una pagina di pubblicità dei prodotti saldaPress, né finge di non esserlo.
Confortato dalla lettura del secondo numero, posso dire che nel complesso Volt è una lettura piacevole con punte di vera ilarità, e ho trovato interessante lo spiazzante cambiamento del sommario del secondo numero: così si viene anche a creare la curiosità di sapere cosa ci sarà come “fumetto nel fumetto” nel prossimo numero. Ma al di là della qualità del fumetto, posso capire benissimo perché saldaPress abbia puntato sul progetto: il protagonista è un nerd aspirante fumettista in cui molti lettori potranno riconoscersi (e quindi chissà che il suo neutro volto di robot non riesca alla fine a facilitare l’immedesimazione) e, almeno nel primo numero, molto spazio viene dedicato ai nostalgici dei manga puntando quindi su un bacino di utenza potenzialmente molto ampio.
Chiaramente è ancora presto per dire se in effetti è stato trovato un erede di Rat-Man, ma nel frattempo io continuerò ad acquistarlo. Anche se credo che per leggere il terzo numero dovrò aspettare due mesi nonostante in terza di copertina venga già annunciato per il 10 aprile!

mercoledì 8 marzo 2017

La chiusura del cerchio

Circa 4 anni fa scrivevo questo post desolato che poi, risolte le problematiche legali di cui all’epoca non ero a conoscenza, venne fortunatamente sconfessato dall’uscita di tutti gli altri volumi. Proprio ieri è arrivato l’ultimo:
Lo Scarabeo ci ha messo sette anni a finire la Collection (per problemi che esulavano dalla sua volontà e regalandoci anche una chicca), ma alla fine ne è venuta fuori veramente una raccolta stupenda. E tutto sommato a un buon prezzo.

domenica 5 marzo 2017

Daredevil 3: Omega Effect

Terzo volume della raccolta del Daredevil di Mark Waid, in cui una sottotrama importantissima iniziata nel primo volume viene risolta. Omega Effect inizia con un cross-over del titolare con l’Uomo Ragno e il Punitore, in cui viene promesso di dare una conclusione alla trama portante dell’Omega Drive, e procede con altri quattro numeri di Devil.
Il cross-over parte in modo molto promettente con un episodio di Avenging Spider-Man scritto in maniera frizzante da Waid e Greg Rucka, in cui vengono gettate le basi del piano che in una sola notte dovrebbe liberare i tre protagonisti dell’Omega Drive e quindi anche dell’interessamento indesiderato del cartello criminale che lo brama. L’episodio di The Punisher è meno efficace, evidentemente Rucka non è molto in sintonia con l’Uomo Ragno che interpreta come una figura molesta e irritante. Con Daredevil si torna su un livello in cui la narrazione è ironica senza essere pesante, ma purtroppo le buone trovate ideate da Waid vengono vanificate dall’ennesimo pistolotto su quanto sia sbagliato vendicarsi, su quanto siano eroici poliziotti/pompieri/marines, ecc. (come se non fosse già stato ridicolo vedere il Punitore – anzi, i Punitori – sparare a destra e a manca nei capitoli precedenti con la consegna di non uccidere nessuno…). E alla fine la sottotrama di questo benedetto Omega Drive non viene ancora risolta!
Ai disegni il dettagliato ma spigoloso Marco Checchetto fa un lavoro più che dignitoso ma la collana ci ha abituato a un altro stile di disegno e il suo tratto risulta un corpo estraneo. D’altro canto il Chris Samnee titolare della collana e il suo occasionale sostituto Khoi Pham non sono comunque ai livelli di Paolo Rivera (neanche lontanamente) e i colori eccessivamente saturi di Javier Rodriguez non li fanno certo apprezzare di più.
La prima storia successiva al cross-over è l’occasione per Matt Murdock di ricordare un episodio del college insieme alla sua nuova compagna Kirsten McDuffie ossessionata dall’idea di smascherarlo, e per quanto sia ben raccontato risulta un episodio piuttosto prolisso e farraginoso, che però ha il pregio di introdurre una nuova svolta nella trama che si concretizzerà compiutamente nell’episodio successivo (Waid è bravissimo a costruire le trame e a inserire dettagli apparentemente casuali che poi si rivelano fondamentali). E qui la parte dell’Omega Drive troverà la sua conclusione.
Da lì in poi il volume decolla e negli ultimi due episodi Devil dovrà scappare da Latveria dopo essere stato esposto a un avvelenamento sperimentale.
Il fatto che si risollevi nettamente sul finale rende Omega Effect un buon volume, anche se la collana mi aveva abituato a un livello complessivo ben più alto. Spero di leggere presto il seguito, anche perché questo volume si chiude con un cliffhanger mica da poco (e poi chissà cosa avrà visto Foggy nel cassetto di Matt).

venerdì 3 marzo 2017

Historica 53: Morte allo Zar

Historica torna a ospitare la coppia Nury-Robin, che già ci aveva deliziato con La Morte di Stalin. L’ambientazione è la stessa, ma il periodo storico in cui si svolgono i fatti precede di cinquant’anni quelli narrati nell’altro volume. In Morte allo Zar sono di scena le lotte anarchiche e gli attentati del 1904 e 1905 a Mosca, visti da due prospettive diverse.
Il primo episodio, Il Governatore, segue Sergej Aleksandrovič Romanov, Governatore di Mosca, nei suoi ultimi mesi di vita, dopo che un suo avventato gesto (che Nury attribuisce al caso e non a premeditazione) ha scatenato delle insurrezioni di proporzioni inaudite, per quanto la Russia dell’epoca fosse già abituata a sollevazioni popolari.
La trama ha un lato surreale particolarmente efficace: Sergej viene dato per morto prima ancora che lo sia e deve vedersela (lui che in Russia viene immediatamente dopo lo Zar) con notai che vogliono definire il prima possibile le sue ultime volontà e con mercanti che disdicono gli appuntamenti perché hanno intuito che tanto dovranno parlare di affari con il suo successore! La situazione è ancora più grottesca se pensiamo che quanto riportato da Nury è veramente accaduto, almeno stando alla documentazione che cita in apertura.
Il primo capitolo trabocca di elementi che, forse involontariamente, finiscono col diventare comici: quando all’inizio il Governatore fa visita in ospedale alle vittime della violenta repressione che lui stesso ha causato, si asciuga il sudore con lo stesso fazzoletto che ha scatenato l’evento e getta nel panico i presenti! Ma è più probabile che gli effetti umoristici siano ricercati e non involontari (condizionato dal tratto pesantemente caricaturale di Robin mi è difficile dirlo): la stessa autoironia del Governatore sulla recente e “abbondante” sodomia che si è concesso lascerebbe propendere per questa interpretazione.
Come detto in apertura, Morte allo Zar è la stessa storia vista da prospettive diverse, un po’ come in Berceuse Assassine e in migliaia di altre opere, e nella seconda storia il protagonista è un altro. Il secondo capitolo si intitola non a caso Il Terrorista: stavolta è di scena un anarchico di cui abbiamo fatto la conoscenza molto fugacemente nel primo capitolo. Curiosamente, questo Georgi ricorda molto sia fisicamente che soprattutto caratterialmente il Battaglia di Recchioni e Leomacs. Purtroppo il secondo capitolo, per quanto avvincente e narrato con un ritmo serrato e una prosa cinica e sarcastica che riflette l’indole del protagonista, finisce per diventare una sequenza di “dietro le quinte” delle scene salienti viste nel primo episodio. Non è un difetto molto grave e la storia si può gustare benissimo così (anche perché i personaggi in gioco sono molto ben delineati se non proprio suggestivi) ma ho l’impressione che Il Governatore si regga benissimo anche da solo mentre Il Terrorista abbia bisogno del primo per essere compreso e goduto appieno.
Morte allo Zar è un’opera coinvolgente e molto originale, tanto più per gli standard recenti di Historica. Paga pegno al fatto di essere arrivata dopo La Morte di Stalin, per cui la trascinante carica beffarda del primo dittico qui non è più una novità.
E poi ci sono i disegni di Robin… c’è poco da fare, non mi convincono affatto. Posso capire che per stemperare le scene troppo crude il ricorso a uno stile caricaturale sia indicato, ma qui si esagera e alcuni personaggi sono semplicemente dei mostri, come il vescovo che compare nel primo episodio o tutti gli “alieni” (venditore di nitroglicerina e ufficiale della polizia in primis) che costellano il secondo. Thierry Robin sarà senz’altro accettabile in un altro contesto (e ricordo con un certo piacere il suo Koblenz che lessi su BoDöi) ma è inadatto per il fumetto storico. Non posso che pensare a come le tavole avrebbero avuto tutt’altro peso se affidate a un disegnatore realistico. È anche vero che la costruzione della pagina è piuttosto buona (vedi il dinamismo delle tavole doppie e l’illuminazione che funge da indicazione per la lettura a pagina 48) ma avrebbe funzionato lo stesso, o forse meglio, con un’altra mano alle chine. E probabilmente un altro disegnatore non si sarebbe risparmiato tanto nelle scene di massa e negli sfondi, che Robin profonde di dettagli solo quando non può proprio farne a meno.
Morte allo Zar resta comunque un’opera godibilissima e piena di fascino.