Questo fumetto potrebbe essere
preso a paradigma di come non si dovrebbe trasporre la letteratura in
letteratura disegnata, se non fosse che sicuramente lo stesso Gaiman, autore
del romanzo da cui è tratto, avrà contribuito o perlomeno avallato questa
versione.
In Le Ombre c’è una nettissima predominanza di didascalie che
probabilmente sono prese di peso dalla fonte originale, e i dialoghi compaiono quasi
solo quando erano previsti nel testo di partenza. Questa, almeno, è
l’impressione che ho avuto io, che non ho letto il romanzo.
Il risultato porta così a un
tempo di lettura molto lungo (cosa che è comunque gratificante, tanto più
nell’asfittico mercato statunitense) ma anche a un freddo distacco tra il
lettore e i personaggi, che sembrano recitare una parte piuttosto che
“viverla”. C’è comunque un certo margine di libertà per l’utilizzo di alcuni
espedienti propri del linguaggio del fumetto (la resa del passaggio del tempo
con vignette molto simili, l’architettura creativa delle tavole) che non
bastano però a modificare l’impressione generale.
La storia si sviluppa inoltre
molto lentamente, con Shadow uscito di galera che viene ingaggiato come guardaspalle
dal misterioso Wednesday in previsione di una prossima “tempesta” che
sconvolgerà il piano della realtà in cui risiede. Volendo adattare fedelmente
un romanzo che in quanto tale ha i suoi tempi specifici e può permettersi tutte
le divagazioni che vuole, il fumetto comincia a ingranare appena dal sesto dei
nove episodi che lo compongono, quando si ha la conferma di cosa sono (o erano)
veramente Wednesday e i suoi bizzarri amici.
Le varie storie brevi che
costellano la trama portante avranno sicuramente un loro peso nel quadro
complessivo che avremo alla fine di tutta l’operazione, e in effetti già in
questo primo volume si colgono alcuni collegamenti, ma per il momento danno più
l’impressione di una zavorra non indispensabile, e si arriva al “finale” con
più domande che risposte mentre nell’ultima pagina occhieggia l’annuncio del
prossimo volume che immagino a sua volta non esaurirà ancora tutta la vicenda.
American Gods è stato trasposto a fumetti, con la benedizione dello
stesso Gaiman, da Paul Craig Russell che ha curato sceneggiatura e layout delle
tavole poi materialmente realizzate da Scott Hampton. L’inserimento di immagini
fotografiche appena dissimulate a volte tende a essere un po’ invasivo. La
presenza di storie-satellite ha portato alla partecipazione di altri
disegnatori: Walter Simonson, Colleen Doran, Glenn Fabry (aiutato da Adam
Brown) e lo stesso Craig Russell che disegna in prima persona una storia breve.
Altri artisti hanno fornito il loro supporto a vario titolo: David Mack figura
come responsabile del “layout degli interni” (più che altro, mi sembra che
abbia disegnato e dipinto molte variant
cover) e le copertine originali di Fabry diventano le intestazioni dei
singoli capitoli. Curioso che il colorista (ammesso che sia solo uno) non venga
indicato, forse è Lovern Kindzierski o forse lo stesso Hampton. Graficamente American Gods si situa tra il molto
buono e l’eccellente (particolarmente apprezzabili i contributi della Doran e di
Fabry), e ho gradito persino lo spigoloso Simonson.
In appendice a questa edizione
Oscar Ink, immagino come nel volume originale, c’è una pletora di variant cover, tavole in bianco e nero e
schizzi preparatori. Forse per arginare il dramma dei lettori fotosensibili che
a loro dire rimangono accecati dai riflessi di luce artificiale sulla carta
patinata, la Mondadori ha stampato American
Gods su una uso mano opaca.
