domenica 18 ottobre 2020

Faithless Volume 1

L’aspirante maga Faith (ma neanche lei ci crede più di tanto) finisce a letto con l’artista Poppy. Per quanto neghi di avere alcun potere di influenzare la realtà e le persone, Faith riesce a indurre gli altri a fare cose inaspettate per cavarsi d’impiccio dalle rare situazioni spiacevoli in cui si trova coinvolta. Poppy le apre le porte del circolo artistico più esclusivo di New York. Suo padre è a sua volta un artista, l’acclamato Louis Thorn, e Faith finisce a letto anche con lui. Purtroppo per lei frequentare i due artisti ha come conseguenza la morte di due suoi grandi amici. Per forza: Louis e sua figlia Poppy non sono persone normali ma demoni della tradizione cattolica, o almeno così viene lasciato intendere da una miriade di dettagli.

Ahinoi, questo è solo il primo volume della serie (non mi sembra che su Anteprima fosse stato pubblicizzato così) e la storia termina con la frettolosa ascesa di Faith nel mondo dell’arte dopo aver apparentemente venduto l’anima ai suoi due mecenati, snobbando gli amici sopravvissuti della sua vita precedente.

Pur con il suo alone di mistero, la storia imbastita da Azzarello è più lineare e facilmente decrittabile di altre sue opere come il recente Batman Dannato ma se la sua idea era quella di fare una parabola sulla “maledizione” necessaria per raggiungere il successo credo che si sia dilungato troppo. Inoltre come sempre accade con opere statunitensi pubblicizzate come estreme ed eccessive, per il pubblico europeo c’è ben poco di esplicito se non nell’ultimo dei sei capitoli di cui è composta questa prima parte. E comunque anche quel poco è vanificato dal lavoro di Maria Llovet.

All’inizio il suo stile di disegno promette quasi bene nonostante l’evidente rapidità e imprecisione nell’esecuzione. Ha quasi una sua eleganza. Ma alla lunga, anzi abbastanza rapidamente, si rivela appunto solo affrettato e impreciso: ho visto e fatto visualizzazioni pubblicitarie molto più curate della maggior parte di queste vignette. Con la scusa del lavoro artsy la Llovet può tranquillamente dimenticarsi di disegnare la stanghetta di un paio di occhiali e tratteggiare appena gli sfondi o l’interno di una limousine. E poi le sue donne sono tutte uguali, distinguibili solo per il colore dei capelli, il numero e la posizione dei piercing o l’abbigliamento. E, per quanto sia paradossale per una storia intrisa di erotismo, i personaggi sono inespressivi e le tavole maledettamente fredde. Ed è un peccato, perché in mano a un disegnatore più abile certe rare scenette umoristiche sarebbero state veramente divertenti.

Se non ci fosse stato il nome di Azzarello non lo avrei nemmeno considerato, e avrei fatto benissimo.

Copertine originali di Paul Pope, come se fosse chissà quale valore aggiunto.

lunedì 12 ottobre 2020

Zanne

Toh, Sarah Andersen sa disegnare. Non che queste tavole siano nulla di eccezionale (né probabilmente vogliono esserlo) ma ha trovato una elegante sintesi tra manga, stile liberty e fumetto indie. Nulla a che vedere con le vignette per cui è famosa.

Zanne è la storia d’amore tra due mostri: lei vampiro, lui licantropo. Come soggetto non è certo originale, ma la Andersen riesce a renderlo coinvolgente anche grazie all’evoluzione del rapporto tra i due e alle loro personalità ben definite: Elsie è distaccata e altezzosa (ma con qualche deriva tenera), Jimmy è grunge e un po’ rozzo. Le gag, una per pagina, vertono attorno alla loro natura mostruosa ma soprattutto al quotidiano menage di coppia: i primi approcci, gli amici, il sesso, i gusti differenti, gli ex, ecc., ovviamente filtrati attraverso lo sguardo di chi non può tollerare i raggi solari o di chi perde il controllo quando vede uno scoiattolo. La Andersen non sbaglia un colpo e strappa sempre almeno un sorriso. Di solito sono le situazioni a essere umoristiche di per sé, ma Zanne si basa principalmente su giochi di parole che sono perfettamente godibili anche nella versione italiana (unico dubbio a pagina 33: quando lui dà della «cagna» a una sua vecchia fiamma licantropa forse Elsie dovrebbe riferirsi sarcasticamente a lui e non dare della «raffinata» a lei, ma non ho l’originale sotto mano).

Come accennavo sopra, Zanne non si basa solo su una raffica di battute ma presenta una vicenda abbastanza fluida con alcuni (pochi, ma ci sono) margini di sviluppo. Nonostante qualche falsa pista gettata qua e là, la storia non presenta sviluppi drammatici ma si conclude con un finale sin troppo lieto. Col senno di poi era ovvio che Jimmy sospettasse del postino visto che universalmente i cani odiano i postini, ma questa l’ho capita dopo…

Molto simpatica la confezione, un raffinato cartonato ruvido che credo rispecchi l’edizione originale. La fascetta verticale con cui si spiega che questa è «una storia d’amore tra una vampira e un lupo mannaro» credo sia invece un’idea della Becco Giallo per intercettare anche i lettori meno intuitivi.

sabato 10 ottobre 2020

Samuel Stern Extra 2020: Come nasce un eroe

Riassunto delle puntate precedenti: non trovo Historica in edicola e allora mi lascio sedurre da una simpatica copertina (a opera di Elena Casagrande) e torno a casa con questo speciale di Samuel Stern, personaggio di cui non ho mai letto altro.

Questo speciale, curiosamente «supplemento a Samuel Stern 1» uscito un anno fa, non è proprio un omologo dei corrispettivi bonelliani, almeno di come li ricordo io: non c’è semplicemente un’unica storia più lunga delle canoniche 94 pagine ma una raccolta di storie brevi inedite o già pubblicate altrove e di redazionali con vari “dietro le quinte” della serie, tra cui il numero 0. Un po’ una via di mezzo tra i primi speciali di Dylan Dog e l’albetto celebrativo di Gordon Link. Più che “bonus” per chi segue già la collana, l’Extra è quindi un biglietto da visita per la serie.

Le storie brevi sono l’umoristica L’ospite inatteso disegnata da Valerio Piccioni e Maurizio Di Vincenzo con un bel tratto realistico, Peluche che inverte il paradigma della precedente (i disegni di Adriana Farina sono deformed ma il soggetto è serio) e La maledizione del North Bridge precedentemente passata su internet e che nell’adattamento su carta ha reso un po’ altalenante, ingrandendone molte vignette, il bel tratto di Antonio Mlinaric. I testi sono quasi tutti opera di «filafumasave», ovvero Massimiliano Filadoro, Gianmarco Fumasoli e Marco Savegnago che ha scritto da solo l’ultima storia.

È difficile farsi un’idea della serie da questi sprazzi, l’impressione è che si tratti di un solido fumetto popolare come non se ne vedevano più da anni, solo che nel caso di Samuel Stern (che pure, mi par di capire, vuole pescare nel bacino di Dylan Dog) la realizzazione è più professionale e matura dei vari bonellidi che assaltarono le edicole negli anni ’90 fino agli inizi del XXI secolo. D’altra parte tra i molti disegnatori coinvolti nel progetto vedo che sono presenti addirittura nomi che hanno collaborato o collaborano tuttora con Sergio Bonelli Editore. Non pensavo che la Bugs Comics avesse la forza per pubblicare un mensile da edicola, forse condizionato dall’immagine casalinga che ne dà Helena Masellis in Bugs Café.

I personaggi sono molto caratterizzati e facilmente riconducibili ad alcuni stereotipi consolidati come programmaticamente voluto dagli autori, lo staff di disegnatori all’opera è notevole e il coordinamento editoriale mi sembra molto serio, tutte cose che evidentemente hanno premiato Samuel Stern visto che ha già un anno di vita (una volta i dodici mesi erano solo il periodo di rodaggio per vedere se una serie aveva potenzialità) e ha prodotto appunto anche questo Extra. Peccato per tutte quelle virgole tra soggetto e verbo, dannazione…

A fare da raccordo tra le varie parti c’è una storia metanarrativa, Benvenuti nel mondo di Samuel Stern; i disegni un po’ caricaturali di Alessio Maruccia non mi hanno convinto molto ma visto che finirà nei Fumettisti d’invenzione ben venga lo stesso.

venerdì 9 ottobre 2020

A bocca asciutta?

Niente, neanche oggi ho trovato il nuovo volume di Historica, di cui tra l'altro non v'è traccia nemmeno in giro su internet. Avranno cambiato periodicità. Ma non me ne sono andato via dall'edicola proprio a bocca asciutta visto che ho preso qualcos'altro. Il seguito appna l'avrò letto.

martedì 6 ottobre 2020

Mattéo - Il quinto periodo (settembre 1936-gennaio1939)

Ormai ripresomi dallo choc dello scorso volume, quando ho scoperto che Mattéo non era (più) una quadrilogia, ho potuto valutare più serenamente questo quinto episodio e apprezzarlo per quello che è: un capolavoro. Certo, se sarà veramente un capolavoro lo scopriremo solo quando arriverà la fatidica conclusione, ma per il momento mi pare che sia seriamente avviato su quella strada.

Mattéo, nell’improbabile ruolo di comandate di una brigata di anarchici, è asserragliato nel villaggio dove lo avevamo lasciato lo scorso numero. Qui approfondisce la conoscenza con il riccastro di cui si è impossessato della villa, scoprendo una verità incredibile sul proprio passato e sull’identità di suo padre. Questo volume non è insomma un semplice episodio di raccordo ma vengono rivelate molte cose e si gettano anche le basi per un originale (io almeno non me l’aspettavo) sviluppo futuro.

Ma le vicende personali del protagonista sono solo un elemento microscopico nel gioco della Storia che marcia a tappe forzate verso il 1939. Molto spazio è infatti dedicato alla vita dei combattenti e alle notizie sempre più inquietanti che arrivano dai paesi e dalle città circostanti. Comprimere quasi 30 mesi in 57 pagine può sembrare un’idea peregrina, però Gibrat è riuscito con naturalezza a far percepire lo scorrere del tempo e a evocare le atmosfere giuste a seconda delle stagioni che si susseguivano. Merito sicuramente del suo attento lavoro di documentazione.

Amélie torna in scena, così come inaspettatamente torna pure Robert. A un personaggio bisognerà però dire addio; non solo a uno, in effetti. Come al solito (ma è una cosa che ho percepito di più negli ultimi volumi) la narrazione è condotta con una vigorosa vena ironica che coinvolge ancora di più il lettore. E il sistema con cui Mattéo la farà franca alla fine è geniale nella sua semplicità, forse tratto da uno degli aneddoti a cui Gibrat ammette di aver attinto nei ringraziamenti, anche se fa riferimento a un dettaglio del primo volume ambientato nel 1914.

Graficamente c’è poco da dire: le tavole di Gibrat sono stupende. Certo, gli acquerelli sono meravigliosi e la cura per i dettagli è maniacale, ma una menzione particolare meritano le mani dei suoi personaggi, che “recitano” quanto e più dei volti. Da notare che proprio la mano sinistra di Robert nell’ultima vignetta di pagina 29 è fuggita allo sguardo di Gibrat, che l’ha colorata come se fosse parte del muretto a cui si appoggia.

Sono passati meno di due anni dall’uscita del capitolo precedente, se Gibrat mantiene questo ritmo per me può continuare la saga fino a farla arrivare al 2000 e oltre.

domenica 4 ottobre 2020

Qui c'è tutto il mondo

La prassi comune impone che un fumettista dica che è diventato tale perché sentiva la necessità di raccontare storie. Ma le nuove generazioni interpretano la cosa non da un punto di vista narrativo (una “storia” propriamente detta richiede la costruzione di un punto di partenza, uno snodo originale che lo modifichi e un altro snodo originale che risolva il precedente) ma semplicemente descrittivo, talvolta documentaristico o memorialistico, creando dei reportage su delle vite (che non sono necessariamente, anzi quasi mai, storie) che secondo loro sono degne di essere narrate, o per meglio dire evocate. Anche Qui c’è tutto il mondo rientra in questa categoria, nonostante la presentazione mi avesse fatto sperare diversamente.

Nei primi anni ’80 Anita Marsala, poco più che bambina, si trasferisce con la famiglia in una Bergamo, per la precisione a Stezzano, già intossicata da fumi leghisti. Terrona, maschiaccia e invidiosa del trattamento di favore che secondo lei è riservato al fratello minore, non vive comunque una brutta esistenza perché ha saputo farsi due amiche importanti: Tina che è un maschiaccio peggio di lei e la più “ammodo” Elena. Ognuna di loro deve convivere come tutti con drammi più o meno grandi: Tina vive in un contesto povero per metà operaio e per metà contadino, Elena è orfana dei genitori e vive con la nonna. E anche Anita ha la sua croce da portare, ovvero una madre malata. Purtroppo la sua patologia viene svelata sin dalla quarta di copertina, e anche se scopriamo di cosa soffre già a un quarto del fumetto, sarebbe stato più efficace non saperlo prima.

L’affresco viene presentato in maniera volutamente frammentaria, con un lungo flashforward iniziale che introduce la vicenda e concentrandosi sugli episodi più importanti per approfondire i caratteri delle protagoniste e il contesto in cui si muovono (essendo il padre di Anita ingegnere nella fabbrica dove quello di Tina è solo operaio questo rischia di generare degli attriti tra le due; forse il desiderio di essere un maschio di Anita rivela qualcosa del suo futuro orientamento sessuale). Il filo conduttore delle loro vite è il desiderio di andarsene, per soddisfare il quale arrivano addirittura a costruire una zattera con cui navigare il Po. Proprio questo elemento farà sfiorare la tragedia. Ovviamente, raccontando parte di una vita e non una storia, non c’è bisogno di un finale che tiri veramente le fila di quanto si è letto.

Visto l’approccio che ha scelto la sceneggiatrice Cristiana Alicata la “narrazione” viene spesso demandata a un lirismo che rende i disegni solo appendici dei testi, usando la scansione in vignette (o le pagine prive di disegni) come metronomo con cui dare il ritmo alla lettura: forse alle pagine 134 e 135 c’è una citazione dello Swamp Thing di Alan Moore. Ma per fortuna questo viene bilanciato da sequenze mute che ci ricordano che anche questo è un fumetto: una su tutte, la scoperta da parte della nonna di Elena del progetto di fuga.

A livello di disegni Filippo Paris ha prodotto delle tavole molto migliori rispetto a quelle di altri colleghi più frettolosi e meno precisi che si sono cimentati con la stessa categoria merceologica. Anche lui ovviamente ha adottato uno stile un po’ abbozzato ma non ha trascurato i dettagli laddove erano necessari (e non ha “barato” nel disegnare biciclette e interni) e ha sempre rispettato l’anatomia e le proporzioni. Forse ha perso un po’ di smalto verso la fine, ma d’altra parte 200 tavole non sono uno scherzo – come parzialmente lasciato intendere dalla Alicata nei ringraziamenti finali. E forse la colorazione avrebbe potuto essere meno scura in alcuni punti visto che non permette di distinguere bene i disegni, ma magari si tratta di una scelta stilistica voluta per evidenziare certi dettagli come le lacrime.

Nel complesso Qui c’è tutto il mondo è un’opera piacevole e anche abbastanza coinvolgente pur se non racconta propriamente una storia.