domenica 18 novembre 2018

Historica 73 - La Grande Guerra - 14-18 4: Armistizio

Sicuramente era già disponibile a Lucca (forse col disegnatore presente per le dédicaces), io l’ho preso solo al mio ritorno. Questo ultimo volume del tour de force in dieci episodi che dal 2014 al 2018 hanno ricostruito anno per anno con un secolo di differita le vicende della Grande Guerra è appassionante e si legge tutto d’un fiato, ma in questo caso non è necessariamente un pregio.
Siamo alle ultime fasi del conflitto (e anche un po’ dopo) e i singoli capitoli hanno una marcata impronta monografica: nel primo, La caverna del drago (giugno 1917), vengono illustrate le condizioni di vita nelle fattorie in cui venivano costretti a lavorare i prigionieri di guerra e viene impietosamente mostrata l’inadeguatezza dei graduati al fronte, in Sulla terra come in cielo (luglio 1918) sono di scena i piloti statunitensi e i guasti della dipendenza da cocaina mentre l’ultimo episodio, La luna in eredità (novembre 1918), verte sui danni che la guerra ha causato sulle menti e i corpi dei soldati anche dopo che è ufficialmente finita. Il tutto è ovviamente intrecciato con le storie di quei pochi poilus sopravvissuti degli otto che hanno cominciato questa traversata infernale.
Il fumetto, come dicevo, si legge rapidamente e con trasporto. Ciò è dovuto sicuramente alle situazioni avvincenti e ben ricostruite, ma purtroppo anche a una certa stringatezza da parte di Corbeyran, che non adotta molto spesso la struttura a quattro strisce tipica della BéDé e che addirittura, quasi avesse avuto voglia di finire il prima possibile, si affida a parecchie splash pages. La retorica antimilitarista è ovviamente sempre in primo piano, ma per quanto supportata da basi storiche precise risulta a volte un po’ forzata quando alcuni personaggi parlano con una cognizione di causa o una consapevolezza che sembrano estranee al loro ambiente di provenienza o alla loro cultura. In quest’ottica si inseriscono anche i destini tragici di quasi tutti gli otto protagonisti e delle loro donne, una scelta ben precisa dello sceneggiatore che però sfocia in un nichilismo disperato che, almeno nel mio caso, tende a spersonalizzare i protagonisti per ridurli a metafore esemplari, un campionario di casi clinici.
I disegni di Étienne Le Roux, pur tendenti al caricaturale, non sono male; non capisco però cosa ci abbia ravvisato Sergio Brancato di affine a Hergé e Floc’h: anche se i volti sono spesso stilizzati (vedi gli ovali giganteschi delle donne con gli occhietti che ci navigano dentro) il suo tratto è molto più dettagliato, “sporco” e realistico di quello della linea chiara. L’ordalia a cui apparentemente si è sottoposto (10 volumi alla francese in cinque anni!) è in realtà meno eroica di quello che può sembrare, visto che è stato supportato negli sfondi da Jérôme Brizard e Loïc Chevallier. Brizard ha curato anche i colori, poco coprenti ed efficaci nelle scene diurne e bene illuminate ma forse un pochino troppo lividi in quelle notturne. Belli gli acquerelli di Le Roux che affiorano qua e là in questi tre episodi, nella finzione opera di Momo.
14-18 avrebbe potuto essere il fumetto che mi avrebbe riappacificato col genere bellico, sin troppo presente per i miei gusti su Historica. Io stesso non mi capacitavo rileggendo le vecchie recensioni di quanto mi avesse coinvolto, e invece alla fine resta l’amaro in bocca. Non è stata affatto un’occasione sprecata e la saga rimane senz’altro un buon prodotto, ma viste le premesse e la cura profusa nel progetto avrei preferito un finale più corposo e un po’ meno scontato.

sabato 17 novembre 2018

Miraggi di memoria

Raccolta di sei racconti che ruotano attorno a Corto Maltese, Miraggi di memoria riesce veramente a evocare lo spirito del personaggio e lo stile del suo creatore. Sarebbe un po’ sterile soffermarsi in dettaglio su ognuno dei sei “miraggi”, tanto più che ognuno presenta un groviglio di citazioni e riferimenti (anche esterni all’opera di Pratt) in cui avrei difficoltà a districarmi. Mi concedo solo il vezzo di segnalare che il racconto del Ruffiano Malinconico di Arlt citato in Volver è stato adattato a fumetti dallo stesso José Muñoz, cosa di cui sicuramente Steiner era consapevole creando un simpatico cortocircuito metanarrativo.
Nel loro insieme, i sei racconti danno una piacevole sensazione di progressiva rarefazione. Il primo, Un mare di note perdute, è narrato in terza persona e Corto Maltese è il protagonista e ha un ruolo chiave nell’aiutare un personaggio che si è rivolto a lui. Lo stile di Steiner è diretto e molto evocativo (ma quante virgole tra soggetto e verbo… la Nuages non poteva permettersi un correttore di bozze?) e già dalle prime righe io ho visto le prime strisce del Corto Maltese “ripescato” da Pif dopo la Ballata del Mare Salato. Lo scrupolo delle ricostruzioni storiche, la conseguente curiosità verso i dettagli e gli episodi meno conosciuti, il gemmare spontaneo di vicende parallele, la complessità e l’originalità dei personaggi e l’ironia di Corto Maltese sono quanto di più prattiano si possa immaginare. E questa impostazione verrà rispettata anche in seguito, pur se Steiner cambierà le carte in tavola sin da subito.
Il secondo racconto, infatti, è narrato in prima persona da Corto Maltese stesso, che è solo un testimone a cui viene raccontata (tra le altre) la vicenda di Morgan Jones. Isole nere e Robart Kee daranno la parola ad altri due narratori, che ricostruiranno parte della giovinezza di Corto Maltese senza farlo emergere come protagonista. Ancora più drastico sarà il distacco da Corto Maltese negli ultimi due racconti, ambientati in epoca contemporanea o comunque più vicina temporalmente a noi (è un bello choc quando Tristam Bantam cita i Velvet Underground in Mare Verde): qui di Corto Maltese non resta che il ricordo, o persino solo la mitologia familiare ne La Ruota delle Cose, a guidare i due protagonisti.
José Muñoz ha illustrato da par suo i racconti e un’appendice di 16 pagine raccoglie vari schizzi e disegni (c’è anche una sequenza di Tango ridisegnata) in cui sono presenti anche reinterpretazioni del Sergente Kirk e del meno famoso Ray Kitt.

venerdì 16 novembre 2018

Intervista a Marco Steiner

Luca Lorenzon (LL): Direi di cominciare presentando il volume Miraggi di Memoria, scritto da lei e illustrato da José Muñoz.

Marco Steiner (MS): Miraggi di Memoria rappresenta il resoconto di una serie di veri viaggi che lungo il percorso tendevano alla ricerca di sensazioni e spunti che provenivano dalla strada ma nello stesso tempo anche da ricordi di libri, disegni, musica, film; nell’insieme, quello che ho cercato è una specie di itinerario onirico fuori dai limiti precisi del tempo.
Questo libro è un omaggio allo spirito non tanto avventuriero quanto di viaggiatore curioso e di sognatore che Corto Maltese rappresenta.
Ho avuto la fortuna di collaborare con Hugo Pratt negli ultimi sette anni della sua vita e di percorrere in seguito, scrivendo le prefazioni alle storie di Corto Maltese, i luoghi delle avventure che Corto visse all’incirca cento anni fa. Il mondo è cambiato totalmente, ovunque, ma se si viaggia cercando lo sguardo di Corto Maltese (cioè quel misto di curiosità e rispetto delle altre culture), si riesce a percorrere un viaggio che in qualche modo riecheggia quel mondo.
Si trovano dettagli reali, personaggi, suoni e profumi che portano lontano e il luogo attraversato si apre alla fantasia. Queste sei storie sono un omaggio al modo di raccontare (non solo di disegnare) di Hugo Pratt.
Credo che il mio incontro con Muñoz rappresenti qualcosa di particolare, un tributo alla narrazione, alla tecnica e all’amicizia di un vero Maestro. Muñoz mi ha dedicato una copia disegnando un bel ritratto di Corto e ha scritto che i nostri cammini si sono incrociati guidati dalla presenza di Hugo.
Mi sento assolutamente onorato da questa collaborazione.
In questo libro ci sono tante cose, almeno lo spero: tutto quello che rappresenta il Racconto e il Viaggio à la Corto Maltese e in più c’è la musica dei disegni di Muñoz, con tutto il suo stile e la reminiscenza della scuola prattiana. Ho ascoltato molta musica scrivendo questi racconti, spero si senta nell’aria.

LL: Che tipo di assistenza forniva a Hugo Pratt?

MS: Io ero più che altro un amico di Hugo Pratt, non conoscevo assolutamente il fumetto, ma conoscevo la letteratura, la musica, il cinema e la modalità di viaggiare di Hugo Pratt, libero, senza schemi e preconcetti. L’ho conosciuto nel 1989 e ho collaborato con lui fino al 1995. I giornalisti hanno coniato per me l’espressione “era la Wikipedia di Hugo Pratt” ma è un’assoluta esagerazione perché Pratt non aveva bisogno né di Wikipedia né di me per le sue storie. Io ero una specie di amico-autista-ragazzo di bottega-collaboratore che ricercava nella sua biblioteca, ma anche il giro per il mondo, stimoli e spunti di cui parlare con lui perché fondamentalmente (e da qui nasce il mio modo di scrivere) Hugo Pratt ha sempre lasciato nelle sue storie, così come nei suoi discorsi, delle porte socchiuse che solo chi è curioso ha voglia di aprire. Pratt non apriva mai quelle porte, lasciava che fosse il collaboratore o il lettore a spingersi in quel mondo ed è per questo motivo che ho cercato sempre, dopo la scomparsa di Hugo Pratt, di trovare una strada che fosse in qualche modo vicina, parallela, ma che non s’incrociasse profondamente con quella di Corto. Cercavo la distanza, il riverbero, non il contatto. Non volevo continuare le storie di Corto Maltese, per quello ci sono bravissimi disegnatori, io volevo raccontare l’universo che Pratt ha aperto a tanti giovani come me. Per questo motivo ho iniziato immaginando un Corto Maltese giovanissimo per i miei romanzi.

LL: Certo, Pratt aveva una grandissima cultura ma l’importante è che quello che non sapeva inventava.

MS: In qualche modo mi ha fatto fare la stessa cosa. Ho provato a inventare partendo dai suoi spunti quando abbiamo iniziato a collaborare per un libro molto importante (non è più un segreto, l’ho già detto a qualcuno: ho lavorato con lui in Avevo un appuntamento Ed. Socrates). Questo libro è nato perché al ritorno da un suo grande viaggio nel Pacifico, Pratt mi prese sotto braccio e mi disse: «Voglio fare un bel libro, un libro diverso, ho intenzione di disegnare degli story-board acquerellati. Ci saranno delle fotografie e poi ci saranno le storie che raccontano i luoghi, i personaggi, i film e i libri dei miei sogni, i sogni che ho cercato per tutta la vita e che sono sintetizzati in queste poche parole: i Mari del Sud. Ci sono andato, li ho visti, ti racconterò qualcosa e poi “ti te inventi”, “ti te trovi”, “te cerchi” e “ti va avanti da solo”».
La cosa più grande che Pratt mi ha dato è questa sua fiducia.
Da lì non è nata soltanto la nostra prima vera collaborazione, è nato Marco Steiner. Questo mio pseudonimo l’ha inventato lui. Dai due nomi dei protagonisti di storie che amavo tanto: Marlowe e Corto, sono diventato Mar-Co. E Steiner perché mi ha chiesto quale fosse il mio autore preferito e io gli ho risposto: “Steinbeck” e lui «Allora ti sarà Steiner, che xé uno Steinbeck mitteleuropeo come ti!», perché sono friulano di origine.

LL: Anch’io. Di dove?

MS: Sono originario della provincia di Pordenone, dalle parti di Sequals, il paese di Carnera, Travesio è dove sono nati mio padre e mia madre e io sono molto legato a quei luoghi, ci ho passato la mia gioventù girando in bicicletta. Per questo motivo, spesso Pratt mi parlava in veneto.
Questo è quello che ha fatto Pratt, non solo con me: ha aperto strade a persone che avevano qualcosa da dire, voglia di cercare e la passione per insistere. Potevano essere disegnatori, scrittori, fotografi, scultori, viaggiatori, in qualche modo lui ha fatto qualcosa di preziosissimo: ha seminato germogli di passione e curiosità, secondo me questa è la cosa più importante che un autore può fare nei confronti dei lettori e degli appassionati.
È quello che servirebbe oggi, ancora di più, sempre di più, servono bravi autori, bei libri scritti o disegnati per invogliare a leggere, a crearsi un proprio immaginario, un universo da cercare, da scoprire, ma anche da riscoprire dentro noi stessi, qualcosa di profondo in cui credere.
Il viaggio di Corto, secondo me, è un viaggio interiore, non solo esteriore e Corto cambia molto dalla Ballata a Mü perché compie un vero percorso.
Viaggiare dovrebbe servire a questo, ad aprire gli occhi e a ragionare con la propria testa.

LL: Marco Steiner oltre a Miraggi di Memoria: lei ha scritto anche romanzi, tra cui la giovinezza di Corto Maltese. Come si articola la sua produzione?

MS: La mia produzione è cominciata con un primo libro che viene da un’idea che mi aveva suggerito Hugo Pratt, lui mi disse «Comincia a scrivere, ma non partire da Corto, inventati qualcosa che sia ambientato molto tempo dopo, un oriundo, un qualcosa di diverso e leggiti bene Tango e la storia degli irlandesi del Sinn Fein, poi inventati una storia attuale di qualcuno che cerca lontani ricordi di famiglia...» Da queste parole è nato L’ultima pista, (Cadmo). Anche il titolo era un suggerimento di Pratt, il vero titolo doveva essere: Ancora un’ultima pista, che sarebbe stato molto più poetico, ma purtroppo è stato semplificato.
Dopo questo piccolo libro ho provato a raccontare qualcosa di Corto, ma per il discorso che ho già fatto riguardo al mio rispetto nei confronti di Pratt ho provato a “immaginare” una cosa diversa, la giovinezza di Corto. Mi pare presuntuoso dire di avere “creato” qualcosa, in realtà ho immaginato la gioventù di Corto Maltese attraverso una biografia possibile, dei dati di fatto che Hugo Pratt aveva lasciato, come il nome e la provenienza della madre, qualcosa del padre, una data precisa di nascita. Ho provato a entrare in quella porta socchiusa che è la gioventù di un Corto ragazzino che s’imbarca su un veliero e parte dalla Scozia per arrivare in Sicilia. Sono nati così due romanzi: Il Corvo di pietra e Oltremare, pubblicati da un grande editore come Sellerio. Oltremare fra l’altro mi ha dato un’altra immensa soddisfazione: vincere il Premio di Letteratura Avventurosa Emilio Salgari. Ma questo premio oltre che uno stimolo per me è stato anche un grande omaggio a Pratt e alla strada che mi ha aiutato a percorrere. A questo punto andrò avanti, con Corto o senza Corto ma sempre nello spirito di Corto e di un’Avventura mai fine a se stessa.

giovedì 15 novembre 2018

Regno delle Ombre [SS]

È conclamato che agli autori di Sine Requie piaccia di più scrivere che sviluppare il mondo che hanno creato, non a caso Leonardo Moretti scrive regolarmente i racconti in appendice a Stirpe di Pesce. Approfondimenti e nuovi elementi ce ne sono sempre, com’è fisiologico che sia, ma le parti narrative con stralci di diari, testimonianze in punto di morte, deposizioni, diari scolastici (!) e quant’altro hanno ormai abbondantemente superato il materiale descrittivo e “giocabile”. Non è necessariamente un male, perché in tutti questi anni Cortini e Moretti sono senz’altro maturati come scrittori, ma così un concetto che potrebbe essere espresso chiaramente in poche righe di testo viene dilatato anche a quattro pagine, oltretutto col dubbio che quello che abbiamo letto non sia nemmeno pertinente ai segreti di Sine Requie venendo da un testimone forse non attendibile, che occasionalmente offre le sue congetture su quello a cui ha assistito ma nessuna garanzia che quello che dice rifletta veramente i retroscena di questa affascinante ambientazione.
L’ultimo tomo, Regno delle Ombre, si presenta in maniera piuttosto bizzarra: viene venduto incellofanato e con una fascetta rossa a coprirne il “vero” titolo sia sulla copertina che sulla costa. Non credo di fare nessuno spoiler (ormai Lucca è passata da due settimane) se rivelo che si tratta di SS, dal nome dell’organizzazione del IV Reich presa in esame. Data l’estrema popolarità di questo gioco di ruolo dubito che si tratti di un mezzuccio per farsi della facile pubblicità, quanto una misura necessaria per evitare fraintendimenti e polemiche e poter essere pubblicizzato in più canali di vendita possibili. Tra l’altro questa fascia rossa può tornare utile come segnalibro.
Il volume è organizzato con teutonica razionalità, partendo dai rituali del gruppo, fondamentali per capire alcune parti successive, ed esaminando via via ognuno dei 13 componenti della società segreta Reich der Schatten – le SS in quanto tali sono ovviamente sin troppo conosciute nel IV Reich. Incidentalmente, vengono trattati altri argomenti correlati, come la tanatologia e la Scuola Himmler per la Razza Eletta. In appendice c’è una ricchissima sezione (50 pagine su 160, ma alcune sono fisiologicamente occupate dalle schede dei personaggi) che ospita tre avventure.
dédicace di Yugin Maffioli
I 13 componenti del Regno delle Ombre sono un bel campionario di personalità interessanti e poteri originali. Questo circolo esclusivo è composto solo da Morti di tipo Diabolicus o Inscius e accanto allo stereotipo del gerarca nazista ci sono mistici buddisti, scienziati pazzi, scienziati ancora più pazzi, tizi fusi con carri armati giganteschi e teste di legno (in senso letterale) che si portano dietro la loro testa originale in una scatola. Tutto materiale che si è già visto nei volumi precedenti, in particolare ovviamente in IV Reich, ma sicuramente vederli trattati con maggiore dettaglio e scrupolo da entomologi fa un altro effetto. Ogni singolo membro viene comunque liquidato in un paio di pagine o poco più, pagine che contengono oltretutto delle sezioni in merito a “come sono visti da”, cioè stralci del pensiero degli altri membri della società segreta: una cosa utile per creare l’atmosfera e capire i rapporti tra i singoli personaggi, ma ancora una volta elemento narrativo e non ludico. Le parti narrative poste in calce di ognuna delle descrizione arrivano facilmente al doppio delle pagine dedicate ai singoli personaggi. L’introduzione stessa del soggetto viene affidata alle sue stesse parole, talvolta un po’ ridondanti – ma nel caso di Otto Goddel è divertente vedere la discrepanza tra quello che predica e quello che era in origine.
Credo che la curiosità maggiore degli appassionati di Sine Requie si concentri su Fremmen, ma ahinoi non ci viene svelato nulla in più del poco o niente che già sappiamo (paradossalmente, Anno 0 riportava delle informazioni più interessanti e fresche su di lui). In compenso la lunghissima (quattro pagine) testimonianza di un prete cattolico posta alla fine della sua descrizione ci spiega quanto sia veramente il male incarnato. Cosa questa che viene detta e ripetuta in tutti i volumi, per cui forse non era poi così importante ribadirlo. Sempre che non mi sia perso io qualche informazione fondamentale.
Tra le parti migliori segnalerei quelle relative a Uelzen, in cui nei resoconti che ne parlano (dieci fottute pagine: è un record!) si fa luce sul fatto che all’interno del castello si trova una “Finestra che ride”, e viene offerta una teoria interessante sul Risveglio e sulla probabile invasione da un mondo “oltre la Soglia”. Altre parti molto belle sono quelle relative ai Bunkertor di Spitz: chissà quanto di quello che viene scritto sarà effettivamente utile ai fini della comprensione del mondo, ma comunque è una parte ben organizzata con trovate molto originali. Non mancano citazioni più o meno dirette dal mondo lovecraftiano.
Le avventure conclusive sono rispettivamente un remake di una pubblicata sul vecchio IV Reich (francamente non mi ero affatto accorto all’epoca che i nomi dei png fossero parodistici, come ammettono gli autori nell’introduzione!), una rappresentazione in prima persona della Sacra Caccia, che mi ha ricordato la famosa avventura Wendigo visto che potrebbe essere giocata anche ignorando le regole di Sine Requie, e un’incursione nella fase finale dell’addestramento delle SS, quest’ultima esempio tipico dello stile one shot di Sine Requie: anche se sopravvivono, i personaggi cosa potrebbero fare dopo? Tra l’altro questa avventura me ne ha ricordata un’altra contenuta in Olocausto di Terrore, che credo sia la stessa citata nell’avventura stessa che però rimanda alla seconda edizione di IV Reich (l’avranno ristampata in quella sede, immagino).
Non che serva il mio benestare (quando sono andato allo stand Serpentarium poco dopo le 9 del 31 ottobre c’era già la fila!), ma il volume è decisamente consigliato: è una lettura piacevole e organizzata in maniera tale da scorrere rapida, è facilmente consultabile, le sezioni sono pensate in maniera razionale e ci sono un sacco di belle illustrazioni (quanto computer, però…). Rimane purtroppo il dubbio, anzi la certezza, che tra cinquant’anni starò ancora qui a lamentarmi del fatto che gli autori non abbiano ancora spiegato cosa diede origine al Risveglio e cosa si trova “oltre la Soglia”.

mercoledì 14 novembre 2018

Stirpe di Pesce 3

Quest’anno Laura Spianelli non era presente a Lucca, ma io ho i contatti giusti e sono riuscito a mettere le mani sul terzo volumetto di Stirpe di Pesce.
Se per i primi due ho evidenziato che la storia avanzava con una certa lentezza, in questa terza uscita accadono un sacco di cose. Purple ottiene finalmente le gambe da “Asciutta” e nelle profondità avvengono importanti sommovimenti sociali e politici causati dalla sirena innamorata. Il tutto mentre molti personaggi di contorno vengono approfonditi e anche in superficie si preannunciano sviluppi su eventi importanti. Stirpe di Pesce è ancora in divenire ma credo che siamo arrivati a una svolta nella trama.
Lo stile di scrittura della Spianelli (Simone Delladio figura come co-sceneggiatore e revisore dei testi) è come di consueto piuttosto teatrale, contribuendo a creare l’atmosfera giusta per rappresentare una civiltà decadente. I suoi disegni, stavolta colorati da Daniela Barisone, sono più sintetici del solito guadagnandoci in leggibilità e immediatezza.
Il volume si compone dei canonici tre capitoli di Stirpe di Pesce più una storia breve in bianco e nero di Delladio (tassello molto importante che chiarisce un aspetto della storia generale) e un racconto di Leonardo Moretti, in cui l’impeto mistico viene stemperato dal sarcasmo. Tra i contenuti extra ci sono anche varie pin up nate per il progetto MerMay Challenge e un glossario conclusivo che testimonia la cultura della Spianelli e la sua cura nel confezionare Stirpe di Pesce.
Consigliatissimo, insomma, anche se quando la saga sarà conclusa non sarebbe male un integralone che la raccolga tutta di seguito senza dover aspettare tutti questi mesi tra un volume e l’altro per leggerla.

lunedì 12 novembre 2018

Intervista a Victoria Jamieson

Luca Lorenzon (LL): Puoi presentare il tuo lavoro al pubblico italiano?

Victoria Jamieson (VJ): Mi chiamo Victoria Jamieson e faccio libri a fumetti indirizzati a un pubblico di ragazzi tra i 9 e i 12 anni, tendenzialmente il periodo del Middle Grade [scuole medie, ndr] negli Stati Uniti.
Il mio approccio si basa su quanta più onestà possibile nel rappresentare i protagonisti, solitamente ragazze: non voglio creare l’immagine di una “infanzia dorata”, credo che ognuno di noi ricordi anche delle cose negative di quel periodo. I miei personaggi fanno delle cose buone… ma anche meno buone.

LL: Entrambi i volumi con cui sei presente qui a Lucca sono piuttosto corposi, quanto ti ci vuole per realizzarne uno?

VJ: Per una graphic novel impiego circa due anni.

LL: Quindi fai tutto tu.

VJ: In Roller Girl ho fatto tutto io, per Angelica alla scuola media! un colorista ha fatto le campiture di base su cui poi ho lavorato. Il font del lettering l’ho elaborato io a partire dalla mia grafia.

LL: C’è qualche messaggio in particolare che vuoi trasmettere con i tuoi fumetti, anche considerando il pubblico giovane a cui ti rivolgi principalmente?

VJ: Nessun messaggio in particolare, parlo delle cose attraverso cui siamo passati tutti: il rapporto con la famiglia, gli amici, crescere insomma.

LL: C’è qualcosa di autobiografico nei tuoi libri?

VJ: Tutti i miei fumetti sono un po’ autobiografici. Ho anche lavorato in un festival medievale come Angelica! In Roller Girl c’era la situazione della perdita della mia amica del cuore a 12 anni, e anche io pratico il roller derby. È uno sport che può essere una metafora della vita: si cade e poi ci si rialza.

LL: A proposito di roller derby, mi ricordo di aver visto un film con Juliette Lewis ambientato in quel mondo, ma adesso non mi viene il titolo. Non so se lo conosci: era una rappresentazione realistica dello sport? Mi ricordo che le ragazze erano un po’ cattivelle…

VJ: Certo, lo conosco: si intitola Whip it!; il film è ovviamente esagerato in certe sue parti ma riflette abbastanza realisticamente la scena del roller derby.

LL: C’è qualche autore o fumetto che ti è servito da ispirazione?

VJ: Non i comic book tradizionali, quelli di supereroi. Mi piacciono le strisce di Calvin & Hobbes e For Better or Worse. Ma un po’ d’ispirazione probabilmente viene anche dai libri come quelli di Ramona Quimby, la sua autrice Beverly Cleary parla di come sono veramente i bambini.
Ma l’ispirazione maggiore è stata sicuramente Raina Telgemeier [ospite a Lucca 2017, ndr], che con il suo Smile ha riscosso un enorme successo in America e ha ispirato un sacco di altri autori.

LL: Che rapporto hai con i social network, li usi per promuovere il tuo lavoro?

VJ: odio Facebook e Twitter [ride], ma mi sono commossa quando ho visto su Twitter una ragazza che per Halloween si era fatta un costume ispirato ad Astrid, la protagonista di Roller Girl. Tramite la scuola le ho fatto pervenire una lettera e lei l’ha letta davanti a tutta la classe. È stato emozionante!