martedì 22 maggio 2018

Un croosover italiano prima dei crossover

Se non erro il primo vero crossover, o almeno un abbozzo di questa pratica tipica del fumetto statunitense, viene fatto risalire alla "Zatanna's Quest" che si sviluppò sullo sfondo più albi della DC Comics a metà anni '60.
Ma già nel 1960, sul numero 32, Il Monello ospitò una specie di crossover tra personaggi di due testate diverse:
Ok, più che un crossover mi sembra un team up. Anzi, più propriamente una marchetta pubblicitaria, ma comunque era una curiosità che meritava la segnalazione (e chissà quante altre simili ci sono state nel fumetto italiano meno conosciuto).

sabato 19 maggio 2018

Uhm...

La copertina dell'ultimo supplemento di Linus proclama la presenza anche di "Un Manifesto a colori di Ferdinando" ma nella mia copia non ce n'è traccia. Era già successa una caso simile con il foglio volante dove era stato presentato Calligaro (ma di quello ho l'originale dell'epoca).
L'assenza riguarda solo la mia copia/edicola o è una cosa generalizzata?

giovedì 17 maggio 2018

American Gods 1: Le Ombre

Questo fumetto potrebbe essere preso a paradigma di come non si dovrebbe trasporre la letteratura in letteratura disegnata, se non fosse che sicuramente lo stesso Gaiman, autore del romanzo da cui è tratto, avrà contribuito o perlomeno avallato questa versione.
In Le Ombre c’è una nettissima predominanza di didascalie che probabilmente sono prese di peso dalla fonte originale, e i dialoghi compaiono quasi solo quando erano previsti nel testo di partenza. Questa, almeno, è l’impressione che ho avuto io, che non ho letto il romanzo.
Il risultato porta così a un tempo di lettura molto lungo (cosa che è comunque gratificante, tanto più nell’asfittico mercato statunitense) ma anche a un freddo distacco tra il lettore e i personaggi, che sembrano recitare una parte piuttosto che “viverla”. C’è comunque un certo margine di libertà per l’utilizzo di alcuni espedienti propri del linguaggio del fumetto (la resa del passaggio del tempo con vignette molto simili, l’architettura creativa delle tavole) che non bastano però a modificare l’impressione generale.
La storia si sviluppa inoltre molto lentamente, con Shadow uscito di galera che viene ingaggiato come guardaspalle dal misterioso Wednesday in previsione di una prossima “tempesta” che sconvolgerà il piano della realtà in cui risiede. Volendo adattare fedelmente un romanzo che in quanto tale ha i suoi tempi specifici e può permettersi tutte le divagazioni che vuole, il fumetto comincia a ingranare appena dal sesto dei nove episodi che lo compongono, quando si ha la conferma di cosa sono (o erano) veramente Wednesday e i suoi bizzarri amici.
Le varie storie brevi che costellano la trama portante avranno sicuramente un loro peso nel quadro complessivo che avremo alla fine di tutta l’operazione, e in effetti già in questo primo volume si colgono alcuni collegamenti, ma per il momento danno più l’impressione di una zavorra non indispensabile, e si arriva al “finale” con più domande che risposte mentre nell’ultima pagina occhieggia l’annuncio del prossimo volume che immagino a sua volta non esaurirà ancora tutta la vicenda.
American Gods è stato trasposto a fumetti, con la benedizione dello stesso Gaiman, da Paul Craig Russell che ha curato sceneggiatura e layout delle tavole poi materialmente realizzate da Scott Hampton. L’inserimento di immagini fotografiche appena dissimulate a volte tende a essere un po’ invasivo. La presenza di storie-satellite ha portato alla partecipazione di altri disegnatori: Walter Simonson, Colleen Doran, Glenn Fabry (aiutato da Adam Brown) e lo stesso Craig Russell che disegna in prima persona una storia breve. Altri artisti hanno fornito il loro supporto a vario titolo: David Mack figura come responsabile del “layout degli interni” (più che altro, mi sembra che abbia disegnato e dipinto molte variant cover) e le copertine originali di Fabry diventano le intestazioni dei singoli capitoli. Curioso che il colorista (ammesso che sia solo uno) non venga indicato, forse è Lovern Kindzierski o forse lo stesso Hampton. Graficamente American Gods si situa tra il molto buono e l’eccellente (particolarmente apprezzabili i contributi della Doran e di Fabry), e ho gradito persino lo spigoloso Simonson.
In appendice a questa edizione Oscar Ink, immagino come nel volume originale, c’è una pletora di variant cover, tavole in bianco e nero e schizzi preparatori. Forse per arginare il dramma dei lettori fotosensibili che a loro dire rimangono accecati dai riflessi di luce artificiale sulla carta patinata, la Mondadori ha stampato American Gods su una uso mano opaca.

martedì 15 maggio 2018

Fumettisti d'Invenzione! - 130

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.
In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

CARTOONIST COME PROTAGONISTA – SERIE (pag. 19)

G SENJOU HEAVEN’S DOOR
(Giappone 2000, in Ikki, © Shogakukan, commedia)
Yoko Nihonbashi

I destini di due generazioni di mangaka si rincorrono in questo manga che alterna elementi leggeri ad altri decisamente drammatici.
Machizo Sakaida è figlio del mangaka di successo Daizou Sakai, con cui non ha un buon rapporto ritenendo che i suoi manga siano scadenti. Si è appena trasferito in una nuova scuola e dopo alcuni contatti problematici farà amicizia con Tetsuo Hasegawa, bravissimo mangaka dilettante che aveva cessato di disegnare ritenendo che un manga realizzato per il padre divorziato (l’aspirante mangaka Tetsuhito Akuta, ora editor presso la casa editrice per cui lavora Sakai) fosse stato la causa della malattia della madre.
Le vite dei vari personaggi sono strettamente intrecciate nel corso delle loro esistenze: fu dall’incontro con un giovanissimo Tetsuo che Daizou trovò lo stimolo per continuare a fare manga, così come il padre di Tetsuo diverrà redattore in capo della casa editrice minacciando di far concludere la serie di Daizou.
Oltre agli altri esordienti come Tetsuo e Machizo, viene citato come mangaka una certa Shukoh Ishinami, ultima “nuova proposta” pubblicata da Shonen Fight che scomparve misteriosamente sei anni prima (in realtà già nel cast della serie sotto falsa identità) e la mangaka Miyako Machida, che divide lo studio con l’assistente professionista che insegna a Machizo come disegnare manga. Viene anche citato tal Fujitani. Kishichi Ioka è un altro mangaka che lavora per Shonen Fight.
Seguendo il destino che le linee di sangue hanno tracciato per loro, Tetsuo diventerà un editor e Machizo un autore di manga, sia testi che disegni.
Pseudofumetti: Ore-Tachi no Banka di Daizou Sakaida. Ao ni Sai è il primo fumetto realizzato da Daizou Sakaida ancora col suo vero nome, che poi cambierà in “Sakai” per renderlo più facile da pronunciare ai giovani lettori. Sakura no Michi, il manga di Tetsuo, avrà a sua volta un grandissimo successo. Quando Tetsuo tenterà il suicidio rimanendo ferito nella mano che usa per disegnare, sarà Machizo a fornirgli le “mani” per fare i disegni con cui continuare la serie.

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie
METAFUMETTI E AUTOREFERENZIALITA’ (pag. 64)

I SOPRAVVISSUTI
(Italia 2017, in Linus, © Hurricane Ivan, grottesco)
Hurricane [Ivan Manuppelli]

Un cast variegato di personaggi dalle forme e dalle indoli diverse vive delle vicende surreali che talvolta sono il riflesso della realtà sociale italiana.
In previsione dell’imminente cambio di gestione della rivista Linus i Sopravvissuti cercano come possono di ritagliarsi un posticino al sole: chi scrivendo lettere d’amore a Elisabetta Sgarbi, chi tentando di riciclarsi come comparsa nei Ronfi di Carnevali, chi ostentando disinteresse per poi supplicare di nascosto la redazione. Ma gli spazi delle pagine sono già in procinto di essere venduti da professionisti competenti che però scappano non appena si parla di costi…

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie
CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)

LE CONCOMBRE MASQUÉ (IL CETRIOLO MASCHERATO)
(Francia 1965, in Vaillant, © ?, umorismo surreale)
Kalkus [Nikita Mandryka]

Il Cetriolo Mascherato è un buffo personaggio che vive in un mondo surreale con una logica tutta sua, in cui anche il linguaggio si piega all’estro del suo autore. Autore che compare occasionalmente per aggiungere ancora un ulteriore livello di follia a questa serie (che contempla anche omaggi ad altri autori e fumetti).

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie
CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)

I HATE FAIRYLAND (ODIO FAVOLANDIA)
(Stati Uniti 2015, © Skottie Young, umorismo nero)
Skottie Young

Gertrude è finita su Favolandia ancora bambina e per decenni ha cercato una via d’uscita senza mai invecchiare, finendo per diventare una psicopatica che va in giro ad ammazzare fatine e animali parlanti.

I Hate Fairyland Special Edition (2017). Skottie Young
Gertrude cerca di fuggire da Favolandia seguendo una pista che la conduce nientemeno che agli uffici della dirigenza della Image Comics. Nel tragitto massacrerà da par suo i protagonisti degli altri fumetti editi dalla Image, tra cui The Walking Dead, Southern Bastards, Saga e moltissimi altri.
Dopo aver mostrato il massacro dei suoi colleghi autori/editori, Skottie Young viene contattato da quelli che non ha disegnato (come Robert Kirkman e James Robinson) che pretendono di comparire anche loro in uno speciale.
Nato per il Free Comic Book Day del 2017, questo fumetto è stato usato come opuscolo pubblicitario dalle case editrici che in Italia pubblicano fumetti Image (Bao e SaldaPress) per promuovere uno sconto del 15% sul loro catalogo di numeri 1 delle varie serie.

sabato 12 maggio 2018

Historica Biografie 13: Giovanna d'Arco

Molto valido pur senza toccare vette di eccellenza, questo ultimo numero di Historica Biografie. La brevissima vita della Pulzella d’Orleans viene evocata tramite l’espediente della cornice narrativa in cui Carlo VII ripensa alla vicenda di Giovanna e decide di istituire un nuovo processo che la scagioni dalle accuse di eresia.
L’intensa vicenda della protagonista viene narrata da Jérôme Le Gris in modo misurato senza enfasi retorica e anche senza particolare trasporto, con un flusso narrativo equilibrato e senza intoppi, probabilmente agevolato dal brevissimo arco temporale (poco più di due anni) coperto dalla storia portante. Nelle occasioni in cui è necessario, l’infodumping non pesa nei dialoghi che risultano sempre scorrevoli e realistici (un commento apposito viene loro dedicato nel “making of” in appendice).
Ispirata dalla Voce di Dio sin da giovanissima, Giovanna d’Arco riesce dopo varie insistenze a ottenere un incontro con la corte dello spossessato Carlo VII tramite l’intercessione di Baudricourt, il signore locale. La sua intenzione è guidare, lei ragazza diciassettenne, le truppe francesi (armagnacche, per la precisione) contro i borgognoni che insieme agli Inglesi si stanno espandendo in tutto il Regno. Per quanto fosse ridicola un’idea del genere agli occhi dei militari dell’epoca, grazie alla dimostrazione dei suoi poteri profetici (riconosce Carlo VII senza averlo mai visto prima e gli dimostra di conoscere un suo segreto, entrambi “miracoli” ridimensionati nell’appendice storica) ottiene l’attenzione che cercava e riesce incredibilmente a mutare le sorti del conflitto, sgominando gli invasori. La sua parabola termina a metà 1430, dopo numerose e quasi inverosimili vittorie, con la cattura da parte degli Inglesi e il rogo.
Le Gris non pone molto l’accento sull’aspetto più singolare che il mito ci ha tramandato su Giovanna d’Arco (anzi, quasi non ne parla), ovvero le voci che diceva di sentire, ma riporta vari altri episodi e dettagli curiosi. Non sapevo ad esempio della macchia che Giovanna aveva dietro la nuca, né dell’aneddoto che la vide colpire delle prostitute tanto da spezzare la sua spada.
I disegni di Ignacio Noé sono comunque l’aspetto che più colpisce di questo volume. Probabilmente un lettore francese potrebbe rimanere perplesso davanti a delle immagini che non sono certo realistiche e che, squadrate come sono, spesso indulgono nel caricaturale più grottesco; io che conosco Noé sin dai tempi de Il Protettore e de L’Uomo Sotterraneo di Barreiro (oltre che delle sue copertine di cattivissimo gusto su L’Eternauta) sono rimasto piacevolmente colpito dalla sua evoluzione. In Helldorado era andato in stampa con delle matite non sempre precise, qui il tratto è invece molto robusto e corposo. Anche la tecnica di colorazione è stata affinata.
L’appendice storica di Murielle Gaude-Ferragu occupa meno spazio che nei volumi precedenti, in favore di un “making of” che si sviluppa su ben tre pagine.

giovedì 10 maggio 2018

Il Linus di Igort

Nonostante i vari tentativi di rilancio degli ultimi anni Linus non ha evidentemente trovato la rotta giusta che lo portasse fuori dalla bonaccia che da anni sta paralizzando il fumetto italiano e la storica rivista in particolare. E così al timone è arrivato Igort, che con questo numero 636 ha portato una grossa ventata di novità (e mi ha indirettamente fornito un po’ di materiale per i Fumettisti d’Invenzione visti gli interventi dei “trombati” dello scorso numero).
A livello estetico, non ricordo un’altra versione altrettanto ricca ed elegante di Linus, forse solo quella 14x21 degli anni ’80, che però era troppo piccola per godersela come una “vera” rivista di fumetti: la brossura ha sostituito i punti metallici, e la carta è una bella usa mano ad alta grammatura (forse non così alta, ma rispetto a quella di prima fa un figurone). La grafica, curata da Sara Fabbri e dallo stesso Igort, è sia gradevole (ironicamente austera) che funzionale: i segmenti in cima alle prime pagine di fumetti e articoli presentano un riquadro a sinistra con la data di realizzazione e uno a destra col nome dell’autore. Occasionalmente quello di sinistra si premura di specificare in quale categoria rientrino le pagine che seguono, dimostrando forse una scarsa fiducia nella perspicacia del lettore e specificando che le vignette da pagina 71 a 76, Samuel del finlandese Tommi Musturi, costituiscono un fumetto.
Per quel che riguarda i contenuti, c’è stato un netto ridimensionamento dei testi scritti che ha portato all’eliminazione della satira e della politica (purtroppo anche Ennio Peres non ha più la sua rubrica, ma d’altra parte non sarebbe stato molto in tono col resto) in favore dei fumetti. Tra questi però non ci sono praticamente più le strisce, punto forte degli ultimi decenni di Linus e limitate adesso solamente a due recuperi d’annata: Peanuts e Calvin & Hobbes.
Coerentemente con le precedenti esperienze redazionali di Igort, la rivista assume quasi l’aspetto di un volume autonomo, di un’antologia, piuttosto che di un periodico. È senz’altro gratificante avere in mano questo bell’oggetto per soli 6 euro, ma forse verrà a mancare quella continuità di contenuti che un personaggio o una serie ricorrente davano, fossero pure nell’effimero e frenetico formato delle strisce. E inoltre, dopo un esordio ad altissimi livelli, la qualità delle proposte a fumetti è scesa in maniera preoccupante a mano a mano che procedevo nella lettura.
Si comincia con le prime strisce dei Peanuts e di Calvin & Hobbes: poco da dire, dei capolavori. Stupisce vedere come già nel 1950 la serie di Schulz fosse divertente e l’autore sapesse giocare così bene con la grammatica del fumetto. Si procede con Rubber Stamp Diary di Seth, un fumetto realizzato con il metodo paventato da Hugo Pratt per El Sargento Kirk (della cui veridicità gli storici del fumetto hanno spesso dubitato): Seth si è fatto costruire dei timbri a partire da alcuni suoi disegni, che si vedono anche in foto a illustrare l’introduzione, e con quelli realizza questi “diari” estemporanei. L’intimismo evocato dall’operazione non deve spaventare: questo assaggio di tre pagine ha un finale ironico, o così ho voluto interpretarlo.
Si procede poi con SOS-Gatto, un fumetto breve a colori di Gabrielle Bell: la storia è divertentissima e i disegni non sono affatto male. Purtroppo temo che si tratti di un episodio isolato e che la storia non abbia seguito, di sicuro questa Bell è da tenere d’occhio. A cuore aperto è un episodio di Skinny Cat, un fumetto muto e stilizzato a opera di Fabio Viscogliosi: suggestivo, ma non mi sbilancio a incensarlo prima di aver letto altro dell’autore.
Gabrielle Bell (credo)
Arrivano poi altre riproposte di classici: Cheech Wizard di Vaughn Bodé (stampato malino, ma con un lettering che pare quasi fatto a mano) e tre misere pagine dei Kin-der-Kids di Feininger. Le direzioni in cui si muove il nuovo Linus sembrano insomma molteplici, e il resto dei fumetti lo conferma: Sammy Harkham presenta due one-pager ispirate al mondo del cinema hollywoodiano. Senza uno straccio di presentazione, la loro comprensione è alquanto ostica per quanto intuibile. A controbilanciare questa mezza delusione c’è il ritorno subito dopo di Minus di Marcello Jori (“J.”), che confeziona una storia semplice ma molto suggestiva, oltretutto in netta controtendenza rispetto alle derive splatter che aveva questo suo fumetto negli anni ’80. Purtroppo anche lui come Giardino si scansiona le tavole da solo e così si vede la trama della carta per acquerello su cui ha dipinto con gli acrilici liquidi.
Davide Toffolo presenta Il Cammino della Cumbia, una storia autobiografica (?) e surreale (?) in cui l’autore si imbarca nel compito di andare a cercare le origini della musica del titolo. Credo sia una delle cose disegnate meglio di Toffolo in assoluto, ma sono appena quattro pagine introduttive che chissà se avranno seguito nei prossimi numeri. Samuel di Musturi è una storia muta, disegnata e colorata con uno stile minimale ed elegante che è un po’ una costante anche di altri fumetti. A stento la si potrebbe definire “storia”, però, e al di là della suggestione grafica mi ha lasciato un po’ perplesso.
Visto che i fumetti durano al massimo sei tavole, e in molti casi sembrano orgogliosamente girare a vuoto, ho avvertito una certa sensazione di incompiutezza, a cui avrebbe dovuto sopperire il fumetto lungo di questo numero (è programma di Igort la pubblicazione su ogni numero di un fumetto che si sviluppi su più pagine). Si tratta di Nejishiki, un manga del 1968 a opera di Tsuge Yoshiharu che Oblomov pubblicherà poi (o ha già pubblicato) in volume, coerentemente con una comprensibile strategia di sinergia con la casa editrice dello stesso Igort. In Planetary Warren Ellis faceva dire ai suoi personaggi che qualsiasi cosa dopo dieci anni diventa ridicola, figuriamoci dopo 50. Nejishiki più che una storia è il resoconto di un sogno incoerente, immagino dovuto all’uso smodato di sakè da parte dell’autore, come lascerebbe intendere la sua biografia. A pagina 98 manca il testo di un balloon, ma la “trama” non ne risente minimamente. Oltretutto nelle ultime pagine Yoshiharu si stufa di disegnare e butta su segni e tratteggi alla meno peggio. 22 pagine per me sprecate, ma confido che con il promesso Pazienza del prossimo numero si farà meglio. Chiude il “lato A” fumettistico della rivista Theremapia Cimatica di Ron Regé Jr., cosetta in tre pagine che si vorrebbe spacciare per fumetto ma è un racconto illustrato – coerentemente con questo assunto, non serve che i disegni siano belli.
Ho parlato di lato A perché girando Linus c’è un “inserto” che riprende Resist!, rivista free press fondata e diretta dalla figlia e la moglie di Art Spiegelman. Si tratta di una raccolta di contenuti gratuitamente offerti da vari artisti, illustratori e fumettisti in reazione alla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali, distribuiti gratuitamente negli States – quindi non possiamo fare gli schizzinosi sulla qualità degli interventi. Certo, la breve striscia di Spiegelman è di una volgarità inusitata ed è disarmante notare che viene citato come autore di «Mouse» invece che di Maus! Tra i contributi che ho apprezzato cito Miss Lasko-Gross e Anita Kunz.
Per quel che riguarda gli articoli, oltre alle presentazioni dei fumetti, e quella di Emilio Tadini per i Kin-der-Kids risale addirittura al 1974, ci sono un “abbecedario” di Houellebecq, nome di un certo richiamo (io di suo ho letto solo un saggio su Lovecraft, ma l’abbecedario mi è piaciuto e l’ho trovato divertente), un breve saggio sulla fantascienza di Sergio Brancato e recensioni di film, dischi, serie tv e libri.
Nonostante l’impressione generale favorevole, temo che il nuovo Linus possa soffrire dello stesso difetto “centrifugo” di altre riviste senza un fumetto seriale o almeno un gruppo di autori ricorrenti a dare, se non un’identità definita, almeno un minimo di continuità. Ovviamente pensare di serializzare un albo francese su più numeri oggi sarebbe un’eresia (e a me piacerebbe tanto), ma le strisce non inedite di Peanuts e Calvin & Hobbes così come il fumetto a dosi omeopatiche di Toffolo (ammesso che continui sui prossimi numeri) sono un legame un po’ evanescente tra un numero e l’altro. Oltre al fatto che a ogni uscita ci sarà la roulette russa del fumetto lungo, che potrebbe essere un gioiello come uno spreco di pagine.
Io comunque rimarrò a bordo almeno per un po’, se il nuovo Linus non dovesse proprio piacermi tornerò a sfogliarlo a scrocco in biblioteca.

martedì 8 maggio 2018

Historica 67 - Napoleone Beresina 1: Mosca brucia

Il ritardo nell’uscita di questo volume mi ha offerto l’occasione per andare a rileggermi cosa ne pensavo del precedente lavoro di Rambaud-Richaud-Gil, riscoprendo un moderato entusiasmo che mi ha convinto a comprare anche questo nonostante l’argomento non sia in cima alle mie preferenze.
In realtà, a causa delle sue origine letterarie (nasce come romanzo di Patrick Rambaud), Beresina non è una biografia di Napoleone ma un racconto corale che ha per protagonisti il capitano D’Herbigny, lo scrivano Roque e una scalcagnata compagnia teatrale francese che ha la disgrazia di trovarsi a Mosca durante l’avanzata francese. Napoleone compare, e nelle occasioni in cui è presente ha chiaramente un ruolo incisivo, ma è più che altro un meccanismo al servizio della trama e una presenza incombente utile anche con la sua sola citazione a creare l’atmosfera.
A D'Herbigny manca una mano,
ma l'altra ha un dito in più...
Mosca brucia racconta l’inaspettata e drammatica presa della città da parte dell’armata napoleonica, dopo l’altrettanto drammatica avanzata in terra russa, ricordata dettagliatamente da Sergio Brancato nell’introduzione. Ad attendere i dragoni e gli ussari non c’era un esercito, ma una città apparentemente deserta in cui i pazzi e i criminali erano stati liberati per intralciare l’invasore, e in cui i sabotatori rimasti nei sotterranei bruciavano interi quartieri e distruggevano il cibo rimasto per affamare i francesi.
I disegni del dettagliato Gil si sono arresi a una logica più classica, arrivando a eccessi caricaturali utili però a esprimere i sentimenti dei personaggi. Le vedute mozzafiato de La Battaglia si sono rarefatte, ma va riconosciuta a Gil una grande maestria nel gestire gli spazi vuoti e pieni delle vignette in modo da indirizzare il lettore proprio dove deve guardare. Le sue tavole si leggono quindi in maniera molto scorrevole, facendogli perdonare volentieri certe anatomie un po’ discutibili e la fretta che gli ha fatto dimenticare di cancellare lo stipite su cui poggia una colonna o il bordo di un lenzuolo che dovrebbe coprire il piede di una suora suicida.
...e non distingue la destra dalla sinistra
I colori di Albertine Ralenti ed Elvire De Cock non sono affatto male, ma li trovo poco adatti, squillanti e accesi come sono, per una storia così drammatica. Da notare che la qualità di stampa del tratto di Gil è impeccabile, mentre i bordi delle vignette sono seghettati e a volte evanescenti. Misteri della riproduzione digitale.
Beresina è una storia coinvolgente che non si limita a una fredda esposizione dei fatti storici ma offre parecchi spunti originali. C’è anche una certa ironia che serpeggia ogni tanto nei dialoghi e nelle situazioni, e in definitiva si legge con trasporto per sapere quali saranno le sorti dei giocatori in campo. E qui arriviamo alla nota dolente del volume.
Approfittando della particolare struttura degli albi originali, divisi in due capitoli ciascuno pur contando le canoniche 46 tavole “alla francese”, la Mondadori ha stampato in questo numero 67 un volume e mezzo invece di due! In definitiva non arriviamo nemmeno a 100 pagine complessive (due pagine in appendice sono dedicate a un brevissimo approfondimento storico), di cui solo una settantina di fumetto. La serie originale è composta da tre volumi e di logica nel prossimo ci sarà la seconda metà di tutta la storia; posso capire che una saga in quattro volumi venga divisa in due per massimizzare gli introiti, ma qui si esagera… Anche perché nell’introduzione Sergio Brancato cita il cliffhanger con cui si conclude il primo volume, mentre in questa maniera la Mondadori ne ha creato un altro ben più fastidioso!