mercoledì 14 novembre 2018

Stirpe di Pesce 3

Quest’anno Laura Spianelli non era presente a Lucca, ma io ho i contatti giusti e sono riuscito a mettere le mani sul terzo volumetto di Stirpe di Pesce.
Se per i primi due ho evidenziato che la storia avanzava con una certa lentezza, in questa terza uscita accadono un sacco di cose. Purple ottiene finalmente le gambe da “Asciutta” e nelle profondità avvengono importanti sommovimenti sociali e politici causati dalla sirena innamorata. Il tutto mentre molti personaggi di contorno vengono approfonditi e anche in superficie si preannunciano sviluppi su eventi importanti. Stirpe di Pesce è ancora in divenire ma credo che siamo arrivati a una svolta nella trama.
Lo stile di scrittura della Spianelli (Simone Delladio figura come co-sceneggiatore e revisore dei testi) è come di consueto piuttosto teatrale, contribuendo a creare l’atmosfera giusta per rappresentare una civiltà decadente. I suoi disegni, stavolta colorati da Daniela Barisone, sono più sintetici del solito guadagnandoci in leggibilità e immediatezza.
Il volume si compone dei canonici tre capitoli di Stirpe di Pesce più una storia breve in bianco e nero di Delladio (tassello molto importante che chiarisce un aspetto della storia generale) e un racconto di Leonardo Moretti, in cui l’impeto mistico viene stemperato dal sarcasmo. Tra i contenuti extra ci sono anche varie pin up nate per il progetto MerMay Challenge e un glossario conclusivo che testimonia la cultura della Spianelli e la sua cura nel confezionare Stirpe di Pesce.
Consigliatissimo, insomma, anche se quando la saga sarà conclusa non sarebbe male un integralone che la raccolga tutta di seguito senza dover aspettare tutti questi mesi tra un volume e l’altro per leggerla.

lunedì 12 novembre 2018

Intervista a Victoria Jamieson

Luca Lorenzon (LL): Puoi presentare il tuo lavoro al pubblico italiano?

Victoria Jamieson (VJ): Mi chiamo Victoria Jamieson e faccio libri a fumetti indirizzati a un pubblico di ragazzi tra i 9 e i 12 anni, tendenzialmente il periodo del Middle Grade [scuole medie, ndr] negli Stati Uniti.
Il mio approccio si basa su quanta più onestà possibile nel rappresentare i protagonisti, solitamente ragazze: non voglio creare l’immagine di una “infanzia dorata”, credo che ognuno di noi ricordi anche delle cose negative di quel periodo. I miei personaggi fanno delle cose buone… ma anche meno buone.

LL: Entrambi i volumi con cui sei presente qui a Lucca sono piuttosto corposi, quanto ti ci vuole per realizzarne uno?

VJ: Per una graphic novel impiego circa due anni.

LL: Quindi fai tutto tu.

VJ: In Roller Girl ho fatto tutto io, per Angelica alla scuola media! un colorista ha fatto le campiture di base su cui poi ho lavorato. Il font del lettering l’ho elaborato io a partire dalla mia grafia.

LL: C’è qualche messaggio in particolare che vuoi trasmettere con i tuoi fumetti, anche considerando il pubblico giovane a cui ti rivolgi principalmente?

VJ: Nessun messaggio in particolare, parlo delle cose attraverso cui siamo passati tutti: il rapporto con la famiglia, gli amici, crescere insomma.

LL: C’è qualcosa di autobiografico nei tuoi libri?

VJ: Tutti i miei fumetti sono un po’ autobiografici. Ho anche lavorato in un festival medievale come Angelica! In Roller Girl c’era la situazione della perdita della mia amica del cuore a 12 anni, e anche io pratico il roller derby. È uno sport che può essere una metafora della vita: si cade e poi ci si rialza.

LL: A proposito di roller derby, mi ricordo di aver visto un film con Juliette Lewis ambientato in quel mondo, ma adesso non mi viene il titolo. Non so se lo conosci: era una rappresentazione realistica dello sport? Mi ricordo che le ragazze erano un po’ cattivelle…

VJ: Certo, lo conosco: si intitola Whip it!; il film è ovviamente esagerato in certe sue parti ma riflette abbastanza realisticamente la scena del roller derby.

LL: C’è qualche autore o fumetto che ti è servito da ispirazione?

VJ: Non i comic book tradizionali, quelli di supereroi. Mi piacciono le strisce di Calvin & Hobbes e For Better or Worse. Ma un po’ d’ispirazione probabilmente viene anche dai libri come quelli di Ramona Quimby, la sua autrice Beverly Cleary parla di come sono veramente i bambini.
Ma l’ispirazione maggiore è stata sicuramente Raina Telgemeier [ospite a Lucca 2017, ndr], che con il suo Smile ha riscosso un enorme successo in America e ha ispirato un sacco di altri autori.

LL: Che rapporto hai con i social network, li usi per promuovere il tuo lavoro?

VJ: odio Facebook e Twitter [ride], ma mi sono commossa quando ho visto su Twitter una ragazza che per Halloween si era fatta un costume ispirato ad Astrid, la protagonista di Roller Girl. Tramite la scuola le ho fatto pervenire una lettera e lei l’ha letta davanti a tutta la classe. È stato emozionante!

domenica 11 novembre 2018

Il pesce di lana e altre storie abbastanza belle (alcune anche molto belle, non tante, solo alcune) di Maryjane J. Jayne

Titolo chilometrico e demenziale (lo stesso Faraci nell’intervista che mi ha concesso ha detto che è impossibile ricordarselo) che ben introduce il tono del libro. Faraci e Sio hanno confezionato l’antologia di un’autrice fittizia che in vita sua si è dedicata con alterni successi alle più svariate attività creative umane: ha scritto romanzi, ha composto poesie, ha realizzato opere teatrali, ha inventato barzellette sugli sceriffi, ha scritto lettere ai Presidenti degli Stati Uniti, ha depositato brevetti incredibili, ha disegnato mappe, ha intrapreso l’attività di neurochirurga dilettante e soprattutto ha creato un sacco di fumetti (oltretutto i fumetti li ha inventati lei).
Il libro si muove sul filo del nonsense più scatenato ma a volerla cercare si può trovare anche una certa continuity tra le varie attività della protagonista. Tra i pezzi più esilaranti ci sono le traduzioni delle sue liriche in inglese: «You scratch my please do» diventa ad esempio «Mi graffi la mia faccia». Da non perdersi la bibliografia parziale in appendice, che contiene ulteriori chicche.
Sio, celebre per i suoi disegni brutti, qui occasionalmente sfodera uno stile più professionale per meglio adattarsi alle opere più mature della Jayne.

sabato 10 novembre 2018

Anser 1: Il Caporalissimo e I supereroi ingiustamente misconosciuti

Quest'anno allo stand Q Press ho esordito dicendo a Giuseppe Peruzzo che con ogni probabilità avrei stroncato Anser, perché sicuramente era impossibile che il Peruzzo sceneggiatore fosse anche lontanamente valido come il Peruzzo saggista e critico. A conti fatti, però, non ci sono le basi per una critica negativa, ma d'altra parte nemmeno per una positiva: Il Caporalissimo costituisce infatti solo il preambolo di una storia più complessa e articolata, di cui ha solo introdotto l'ambientazione e definito i confini e i toni in cui si muoverà la narrazione. Per cui è un po' presto per giudicarlo.
In un futuro post-apocalittico gli uccelli hanno soppiantato gli umani. Anser e la sua famiglia (suo padre e suo figlio) si muovono in questo scenario desertico cercando di sopravvivere, magari raggranellando un po' di Gymus, sostanza prelibata e rarissima. Nel loro girovagare se la devono vedere contro i cingomacellatori, mezzi cingolati mortiferi che catturano le prede aviarie e le spiumano seduta stante risputandole poco dopo come pasti preconfezionati pronti all'uso nella comoda vaschetta.
Ma soprattutto Anser & co. faranno la conoscenza in questo primo episodio di un manipolo di polli soldati, patologicamente attratti dalla gerarchia piuttosto che dalla disciplina. E nelle ultime pagine il narratore della vicenda, il padre di Anser, farà intravedere qualche indizio sulle ragioni che hanno spinto il mondo a questa deriva e sulla vera natura del Gymus. Anser non è quindi una storia fantascientifica interpretata da funny animals antropomorfi ma una favola satirica non priva di elementi avventurosi. Armin Barducci asseconda questa impostazione e produce delle tavole dal tratto morbido ed espressivo, arricchite da una mezzatinta che dona profondità e volumi.
Con buona pace dei miei propositi, la valutazione alla fine è positiva, in attesa di leggere il seguito sul prossimo volume che sarà giocoforza comprare.
I supereroi ingiustamente misconosciuti di Manu Larcenet è l'altro acquisto che ho fatto allo stand Q Press. Come intuibile dal titolo si tratta di una parodia dei supereroi che però non si concentra tanto sul genere (pur se ci sono comparsate di Batman e Iron Man) quanto su alcune realtà sociali molto più generali. Larcenet confeziona un fumetto che fa più sorridere che scompisciare dalle risate, anche perché riaffiora praticamente in ogni storia il suo malinconico cinismo. Probabilmente se i singoli episodi di cui è composto, dalla durata media di sei pagine, fossero stati più brevi ne avrebbero guadagnato in immediatezza e godibilità, pur se le storie con Combustion Man e Super Demenzial funzionano piuttosto bene anche così.

venerdì 9 novembre 2018

Eighty Nine 1

Dopo Sukkiarella Kasaobake mi fa la cortesia di pubblicare un altro volumetto utile per i Fumettisti d’Invenzione.
Eighty Nine nasce come mascotte del sito dell’autrice Lexy Mako nel 2012, ma si è poi sviluppato come fumetto vero e proprio. La protagonista è un disegno realizzato dal misterioso Disegnatore (un umano che però indossa fattezze stilizzate per interagire con lei e con gli altri), che lo ha dotato di vita propria e di libero arbitrio. Non lo ha fatto per nobili scopi, tutt’altro: Eighty Nine è una schiava che deve realizzare fumetti su fumetti per conto del Disegnatore trovando quello che gli porterà la gloria.
La bizzarra creatura (ha canini acuminati, orecchie pelose e anche una coda, ma il tutto assemblato sul corpo di una bella ragazza) viene confinata nel virtuale Mondo a Scarabocchi, in una casa-prigione in cui molti dei mobili sono a loro volta senzienti.
La situazione di partenza è simpaticamente folle, però Eighty Nine in questo primo volume non decolla. Probabilmente l’autrice ha riciclato molte cose che già si erano viste sul suo sito, con la conseguenza di affastellarle senza un forte criterio narrativo alla base. Anche per questo le situazioni, potenzialmente esplosive, tendono a dilungarsi o a risultare ripetitive. Inoltre non mi sembra che il fumetto benefici della sottotrama virata sul mistero che caratterizza il rapporto tra la protagonista e il Disegnatore, e tutte le spiegazioni sulla sua vera natura rallentano drasticamente il ritmo della storia. Il terzo capitolo, dal tono realistico e drammatico che sfocia quasi nell’horror, rappresenta poi una sterzata troppo brusca nell’atmosfera generale del fumetto, che io avrei preferito di gran lunga se fosse stato umoristico tout-court.
Ciò detto, Eighty Nine è un fumetto piacevole che sa strappare qualche sorriso, oltretutto disegnato molto bene e stampato in maniera impeccabile.

giovedì 8 novembre 2018

Ale & Cucca 5 e 6

Continua la saga adolescenziale di Ale & Cucca, confermando le doti narrative di Elisabetta Cifone. Nel quinto volumetto Cucca si fa il piercing all’ombelico e per motivi puramente “strategici” accetta la proposta di Emanuele Fanti, ma la vera svolta della trama è la scoperta da parte di Ale (già provata dal logorarsi del rapporto con Simo) di tutte le macchinazioni alle sue spalle, vere o presunte; scoperta che porterà al tragico epilogo anticipato sin dal secondo volume (certo, non così tragico se pensiamo che la storia portante è un flashback, ma comunque fa impressione). In appendice c’è una storia breve firmata Martina Masaya dedicata a due personaggi che compaiono nella storia principale: per forza di cose la trama è semplice e prevedibile, ma i disegni sono molto belli, e oltretutto ben poco manga.
Il sesto volume, ahinoi, è principalmente costituito da flashback che raccontano le “origini segrete” dei protagonisti e chiariscono perché si comportino in una certa maniera. Non è però solo un passo indietro (per fortuna!) perché la Cifone infila a tradimento delle scene terrificanti sul tragico gesto compiuto da Ale. Adesso mi tocca aspettare la prossima Lucca per leggere il seguito, dannazione.
Accennavo sopra alle doti narrative della Cifone: in effetti è veramente bravissima a far recitare i suoi personaggi e a gestire la scansione delle tavole, rallentando o accelerando ad arte il ritmo della storia a seconda dell’effetto che vuole raggiungere. Non è un pregio da poco in un fumetto che immagino si rifaccia al canone degli shojo (o come diavolo si dice), basati sull’introspezione a più buon mercato e su pagine e pagine di descrizioni emotive. Purtroppo dato il tono dei capitoli raccolti in questi due volumi non c’è molto spazio per l’umorismo, in cui la Cifone eccelle: la sequenza della sala d’attesa per il piercing è esilarante. Il fatto che i personaggi tendano qualche rara volta a parlare come libri stampati o a spiegare in dettaglio le loro emozioni nonostante la giovanissima età (ma ricordiamoci che sono tutti maggiorenni, come specificato nelle gerenze – sto ancora ridendo) si dimentica prestissimo grazie alle doti affabulatrici dell’autrice, anzi se non avessi preso l’appunto di segnalarlo me ne sarei appunto scordato.
A livello grafico c’è poco da aggiungere: anche qui la Cifone fa un ottimo lavoro, molto espressivo e dettagliato. Ma d’altra parte era già matura sin dal primo volume, dopo anni di lavoro “underground” su Facebook.