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domenica 24 dicembre 2023

X-Cellent volume 2: Unsocial Media


A conclusione dello scorso ciclo, Zeitgeist è tornato in vita e ha rubato un libro di incantesimi al Dottor Strange. Il suo piano si svela in questo volume: vuole diventare una divinità e per farlo compie azioni spettacolari che gli valgono badilate di follower sui social media. X-Statix risponde cavalcando a sua volta la strada della spettacolarizzazione, tra finti amorazzi tra i suoi componenti e la morte simulata di uno dei loro. Zeitgeist risponde impossessandosi di un marchingegno dall’aspetto alquanto demodé che gli dà accesso a tutte le comunicazioni: così può ricattare X-Statix scoprendo gli scheletri nell’armadio del gruppo.

L’intento di Peter Milligan è quello di stigmatizzare la società dell’immagine e le derive woke, magari tirando qualche stoccatina alle convenzioni dei fumetti (vedi l’uso delle didascalie). Ma oltre al fatto che questi suoi bersagli li aveva già colpiti meglio altrove, Unsocial Media manca di mordente, forse perché dichiaratamente non si prende troppo sul serio o forse perché ci sono troppi personaggi in campo (le pagine a fumetti sono solo 100) e inevitabilmente le potenzialità di alcuni non vengono sviluppate. E così tra spunti interessanti subito abortiti e un’interpretazione dei poteri in campo che si piega alle necessità della trama (da quando Zeitgeist può ipnotizzare la gente?) ci vuole un deus ex machina (anzi ex mortis) per arrivare al finale, comunque affrettato. Non che si tratti di un brutto fumetto, soprattutto se paragonato a quello che esce adesso, ma si legge e si dimentica in fretta.

Validi come al solito i disegni di Mike Allred opportunamente colorati dalla moglie Laura.

giovedì 22 dicembre 2022

X-Cellent: Ereditario-X

Probabilmente Peter Milligan si sarà divertito a prendere in giro l’industria del fumetto statunitense resuscitando personaggi che avrebbero dovuto essere morti, anche se aveva già fatto la parodia di queste infinite morti e resurrezioni in Animal Man e Shade e chissà in quanti altri suoi fumetti che non conosco o che adesso non mi sovvengono. Ma dopo quella che pareva essere la pietra tombale sulla saga dei suoi protagonisti il tutto sembra una forzatura e sa anche di già visto.

L’Orfano e Vivisector non erano poi così morti come descritto nella miniserie che avevo messo nel Peggio del 2013, e insieme a Doop e ai fantasmi di U-Go Girl e Dead Girl cercano di reclutare la figlia della prima, ignara che fosse sua madre e non la sorella come le era stato detto. Ma la giovane Katie Jones (alias Sawyer), che sta appena sviluppando i suoi poteri e il colorito della madre/sorella, è anche nel mirino di un altro gruppo di supereroi ancora più strampalato della nuova X-Statix: X-Cellent, capitanato dal redivivo Zeitgeist che Milligan aveva presentato come protagonista nel primo numero della sua X-Force per poi ammazzarlo immediatamente (espediente che Yann aveva già usato vent’anni prima in Les Innomables). Lo shock value dell’epoca va a farsi benedire, insomma, e Milligan ci da dentro anche col concetto di legacy introducendo i figli, chi più chi meno biologico, di Anarchist e Phats.

Il motivo per cui la gang di Zeitgeist vuole la giovane Katie è perché le manca un membro che la teletrasporti in giro per i luoghi delle loro malefatte. X-Cellent non è propriamente un gruppo di supercattivi, men che meno di supereroi, ma si avvicina a una banda di situazionisti che coi loro “happening” vogliono ottenere sempre maggiore visibilità, che oggigiorno è legata alle iscrizioni al proprio canale Youtube. Quando però il gruppo alza la posta e si mette a devastare la magione del Dottor Strange le cose si fanno più serie, tanto più che il loro complice Pood (versione malvagia, o meglio ancora più malvagia, di Doop) è riuscito a trascrivere un pericolosissimo libro d’incantesimi.

Adattandosi ai tempi, Milligan prende di mira le nevrosi e le manie di oggi: le fake news, la dipendenza dai social, la diatriba sul gender e la crudeltà dello star system che c’era già nelle sue precedenti storie con questi personaggi. Purtroppo è impossibile dire se il ricorso ai soliti cliché del genere volesse essere una loro parodia o se semplicemente Milligan non sapesse come far procedere altrimenti la trama. C’è il classico espediente dell’episodio narrato sempre da un personaggio diverso, la decisione della recluta riluttante di abbracciare finalmente la “carriera” di supereroe, il passaggio di un personaggio da una squadra all’altra, la “scienza” che ricostruisce un cadavere ma poi per esigenze narrative non riesce a sostituire un braccio con altro che non sia una ridicola protesi vintage, ecc. Da notare che pur non avendo ancora un teletrasportatore gli X-Cellent (da soli o in gruppo) compaiono dal nulla proprio quando devono, e combattono tranquillamente a mezz’aria… Le deroghe ai binari del genere sembrano più che altro dovute all’urgenza di Milligan di raccontare i sentimenti di Mirror Girl e a un suo generale disinteresse: alcuni membri di entrambe le squadre servono solo a far da tappezzeria sullo sfondo e non fanno o dicono sostanzialmente nulla di rilevante. Qualche battuta è anche azzeccata, ma la dirompente freschezza della vecchia X-Force è irrimediabilmente perduta. A fare un po’ incazzare è il fatto che questa miniserie (uno speciale uscito ancora nel 2019 e poi la miniserie vera e propria di cinque numeri) altro non è che la “prima stagione” di una serie di cui bisogna attendere il seguito.

I disegni di Michael Allred sono sicuramente validi, anche se ho smesso di mitizzarlo da un pezzo. È una perla rara, espressiva ed elegante, nel panorama USA, ma qualche errorino anatomico o di coerenza somatica lo fa anche lui, e le sue tette hanno un che di innaturale. Provvidenziali i colori di Laura Allred, che integra e corregge quello che il marito (o fratello?) si è scordato di disegnare.

In definitiva questo ritorno dei vecchi personaggi (e l’introduzione di altri della stessa risma) ha un po’ il sapore di una minestra riscaldata e non conclude nemmeno un arco narrativo, ma rispetto ad altri prodotti più standard potrebbe meritare la lettura.

domenica 3 luglio 2022

Girl

La quindicenne Simone Cundy conduce una vita da reietta, pur nel contesto sottoproletario già di suo reietto in cui vive, con genitori e parenti vari che la ignorano ammaliati dalle lusinghe della lotteria. Una serie di accadimenti (principalmente, la conoscenza di una sua sosia bionda che potrebbe essere una fantomatica sorella gemella) la spinge a cambiare vita, innescando così una spirale di strani avvenimenti che sfociano nel delittuoso.

Mentre queste stranezze si accumulano, aumentano anche gli indizi che possa essere la stessa Simone ad aver causato i guai a quelli intorno a lei… a quanto pare la sua crisi adolescenziale ha causato dei disastri anche nella sua testa, finché arriviamo a un inaspettato colpo di scena finale. Anzi, due. L’ultimo dei quali forse un po’ frettoloso e irrealistico ma tant’è.

Milligan scrive con un ritmo frenetico e sincopato e non si limita a evocare cose turpi nei dialoghi ma le mostra addirittura con un certo compiacimento: un cane preso a calci finché la sua spina dorsale gli sfonda la schiena, un neonato gettato per terra e via così. Duncan Fegredo fa un lavoro dignitoso, ma forse avrebbe potuto impegnarsi un po’ di più. Bellissime le sue copertine a tempera, comunque.

Nel complesso Girl, datato 1996, è un fumetto originale e gradevole (se si riesce a superare il birignao con cui si esprimono alcuni personaggi) e ha anche una sua involontaria valenza “stracult” da archeologia pop perché vengono citate icone degli anni ’90 come i Take That, Lady Diana o Thelma & Louise che probabilmente a suo tempo Milligan non pensava nemmeno sarebbero diventate delle icone.

L’edizione Panini costa 18 euro a fronte di 72 pagine di fumetto, e non si tratta di un’opera franco-belga dalla scrittura densa o con cui riempirsi gli occhi.

mercoledì 25 maggio 2022

The Programme volume 1

Alla fine è veramente entrato in vigore il regime del tutto a 3 euro. Invece che scoprire come va a finire Il Protocollo Pellicano mi sono fatto irretire dal nome di Peter Milligan, pur se la storia era di supereroi. Ma è una storia di supereroi come la può scrivere Milligan, appunto.

Lo scenario parte dal presupposto che nel corso della Seconda Guerra Mondiale la Germania avesse sviluppato un programma per creare un’arma biologica, cioè in sostanza un supereroe. Ma con l’approssimarsi della disfatta del Terzo Reich lo scienziato responsabile del progetto contrabbanda il feto negli Stati Uniti. La Russia non è stata a guardare e ha sviluppato una sua classe di supersoldati, la Matrioska, che sono rimasti inattivi fino a poco fa, quando uno si è risvegliato per andare in soccorso del Talibstan, un nome un programma.

Proprio a seguito dell’intervento del superessere contro le forze militari americane in loco, il governo cerca di “riattivare” il suo supereroe, che è stato condizionato psicologicamente e adesso gestisce un bar ignaro di tutto. Per convincerlo interviene anche un altro superessere che a suo tempo era stato condizionato per credere di essere il senatore McCarthy! Nel mentre uno scienziato russo liberato da un gulag risveglia il resto della Matrioska, disgustato da quello che è diventata la Russia. Nel sesto e ultimo capitolo raccolto nel volume assistiamo a un classico coup de theatre di Milligan, che se non sbaglio ammazzava a spron battuto i personaggi che gli venivano affidati; purtroppo non è con la nuclearizzazione di metà Russia che si conclude la vicenda, ma più probabilmente con un classico scontro tra supereroi che si vedrà nel secondo e conclusivo volume dopo il micidiale cliffhanger che chiude questo.

Lo stile di Milligan è iconoclasta e abrasivo, tra metafore sin troppo trasparenti della situazione politica degli ultimi anni (il presidente degli Stati Uniti somiglia curiosamente a Hugo Pratt) e trovate sopra le righe come scienziati pedofili e stupratori da gulag. Il tutto mediato da dialoghi urticanti e una certa attenzione per la documentazione – chissà se è vera la storia del destino dei dissidenti russi in base all’orario in cui avrebbero ricevuto la “visita”.

A livello grafico C. P. Smith ha uno stile piuttosto affine a quello di Andrea Sorrentino, con delle figure che sembrano essere fotografie sovraesposte. Nel suo caso il dinamismo va a farsi benedire e a volte non si riesce a capire bene cosa abbia “disegnato”, cioè immagino copiaincollato. Uno stile del genere è difficile da colorare e infatti Jonny Rench appiattisce ancora di più le tavole. Per 3 euro ne è comunque valsa la pena, anche se mi si potrà ricordare che essendo un fumetto americano è facilmente reperibile online in originale senza certe traduzioni accidentate e gli occasionali refusi della RW Lion. Certo, ma mica posso sapere cosa era uscito in America dieci anni fa.

domenica 15 ottobre 2017

Britannia

Nonostante la mia stima verso gli autori non l’avevo ordinato perché dall’annuncio che ne era stato fatto sembrava che i disegnatori fossero molteplici e temevo che al mio amato Juan José Ryp fosse riservato solo un episodio o giù di lì. Verificato in fumetteria che a Raúl Allén e Patricia Martin è stato concesso solo lo spazio di 4-tavole-4, ho subito proceduto all’acquisto.
Antonio Axia era un soldato e sei anni prima degli eventi principali di questo volume era stato coinvolto in un’indagine soprannaturale in Etruria, a cui era sopravvissuto solo con l’aiuto delle sacerdotesse vestali che in qualche modo lo hanno “riprogrammato”. Adesso, cioè nel 65 d. C., è un deduttore: un detective ante litteram che sa leggere il linguaggio del corpo e analizzare ogni minimo indizio. Il laidissimo Nerone lo manda nella selvaggia Britannia a indagare su avvenimenti misteriosi che coinvolgono un castra lì stazionato, e Antonio avrà modo di regolare i conti con i demoni del suo passato – in senso letterale. Le virginali vestali (in particolari la loro somma sacerdotessa Rubria) non sono estranee al suo coinvolgimento in questa missione.
Britannia è un’opera decisamente postmoderna in cui si fonde l’avventura storica con quella investigativa, ma in cui sono presenti anche dosi massicce di horror e commedia. Dato il background di Peter Milligan si possono probabilmente vedere in controluce in alcuni dialoghi delle frecciatine all’attuale politica estera statunitense. Ma ci sono anche riferimenti autoironici all’arretratezza, culturale e culinaria, dell’Inghilterra.
Questo materiale originale e stimolante viene però incanalato in una struttura narrativa molto classica, con flashback prevedibili, espedienti canonici per risolvere gli snodi della trama e cliffhanger a conclusione di ognuno dei primi tre capitoli che vengono regolarmente risolti in poche pagine all’inizio dei capitoli successivi.
Molto validi (né c’era da aspettarsi diversamente) i disegni di Ryp, molto espressivo e dettagliato come sempre, ma stavolta senza quelle derive un po’ caricaturali che ogni tanto affiorano nei suoi lavori.
Nonostante sia già annunciato un seguito Britannia ha il pregio di presentare una storia conclusa che inizia e finisce in questo volume.
8,90 euro per un volume di 128 pagine sono senz’altro un buon prezzo, ma la qualità di stampa non è ottimale: sarebbe facile imputare la scarsa definizione di molte pagine al fatto che Ryp ha disegnato a matita senza inchiostrare, ma i fuori registro che si notano nei balloon colorati testimoniano invece delle difficoltà a livello tipografico.