lunedì 13 aprile 2026

Fumettisti d'invenzione! - 202

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.

In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

CARTOONIST COME PROTAGONISTA – SERIE (pag. 19)

ALEX

(Stati Uniti 1994, nel comic book omonimo, © Kalesniko, drammatico)

Mark Kalesniko

Alex Kalienka, disegnato col volto di un cane, sembrava aver raggiunto lo scopo della sua vita: lavorare per i Mickey Walt Studios. E invece adesso è un fumettista rabbioso in crisi d’ispirazione che si isola dal resto del mondo respingendo le altre persone e sprofondando nell’alcolismo. Il ricordo di un suo professore d’arte parrebbe ridargli un po’ di vitalità, ma nei fatti gli trasmetterà solo i suoi gatti/paranoie.

Ma forse alla fine ci sarà un po’ di speranza anche per lui.

CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – FUMETTI SERIALI (pag. 28)

EX MACHINA (IDEM)

(Stati Uniti 2004, nel comic book omonimo, © Vaughan/Harris, supereroi)

Brian K. Vaughan (T), Tony Harris (D)

Dopo un passato di supereroe col nome di Grande Macchina (unico superuomo in questo universo narrativo) Mitchell Hundred deve affrontare la sua sfida più impegnativa: fare il sindaco di New York dopo l’attacco alle Torri Gemelle.

Ruthless in Ex Machina 40 (2009). Brian K. Vaughan e Garth Ennis (T), Tony Harris, Jim Lee e Richard Friend (D)

Gli stessi Vaughan e Harris hanno un colloquio con Hundred per realizzare un fumetto su di lui. In realtà non sono le prime scelte del sindaco e comunque non saranno loro a realizzare l’opera.

Pseudofumetto: il Ruthless del titolo, di cui vediamo un breve estratto, che non viene realizzato da Vaughan e Harris ma dal duo Ennis-Lee (con gli inchiostri di Friend).

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)

THE AVENGERS IN THE VERACITY TRAP! (GLI AVENGERS NELLA TRAPPOLA DELLA VERACITÀ!)

(Stati Uniti 2025, © Marvel Comics, supereroi)

Chip Kidd e Michael Cho (T), Michael Cho (D)

Gli Avengers finiscono nel mondo reale quando Loki fa scattare la trappola del titolo. E qui incontrano i loro stessi autori.

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

PARODIE (pag. 67)

ECHOLANDS (IDEM)

(Stati Uniti 2022, nel comic book omonimo, © J H Williams III & W  Haden Blackman, fantascienza)

J. [James] H. Williams III, William Haden Blackman (T), J. [James] H. Williams III (D)

Hope ruba un preziosissimo gioiello al dittatore che controlla la Città e tutto il mondo,dandosi quindi alla fuga in un mondo che è un patchwork di universi narrativi diversi.

Pseudofumetto: le parti a fumetti di Echolands sono integrate da lacerti della rivista Echo che contemplano una lunga intervista, annunci pubblicitari e anche una striscia a fumetti: Here We Ego di Anton Veracruz, che vede protagonisti due robot, uno antropomorfo e l’altro sferico. Difficile dire se questa strisca, assai criptica, abbia una qualche relazione con il fumetto principale.

venerdì 10 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Todos los Trenes de Alemania (1991)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Todos los Trenes de Alemania

Il suo editore e i suoi collaboratori non si capacitano del perché il loro scrittore dalle uova d’oro (ne conosceremo solo il nome: Dennis) voglia sempre spostarsi in treno e passare tassativamente per la Germania. Anche adesso che dovrà presenziare a Cannes in occasione della presentazione di un film tratto da un suo racconto.

Parte il flashback: un giovane ma già di successo Dennis giunge in treno a Monaco ospite di Luisa che lo ama follemente. La loro relazione non verrà approfondita più di tanto, si sa che alla Columba erano dei bacchettoni. A casa di Luisa c’è anche Signe, rampolla di una ricchissima famiglia tedesca che ha abbandonato casa e porta costantemente gli occhiali da sole. Il rapporto tra i tre diventa teso e Luisa non riesce a sopportare la precarietà della vita di Dennis, incapace di star fermo in un posto e che infatti già progetta di partire per il Nepal. A questo si aggiunge il tarlo del sospetto di una tresca con Signe.

Leggere la prima parte di questa miniserie è stato terribile. Non perché sia brutta (tutt’altro) ma perché conoscendo un po’ della storia personale di Robin Wood, vedi i riferimenti all’avventura che visse con L(o)uisa in Turchia, ero terribilmente a disagio a leggere quella che evidentemente è una serie di ricordi romanzati, intessuti in quella che finisce per diventare un’autoanalisi anche molto critica verso se stesso. E paradossalmente il fatto che i personaggi stessi giudichino melodrammatiche certe uscite e certe frasi le rende ancora più realistiche (e dolorose). Perché c’è poco da fare: Dennis è Robin Wood, appena nascosto dietro il nome di uno dei suoi personaggi-simbolo che nelle sue avventure inedite in Italia (di Dennis Martin abbiamo visto solo la versione di Collins) incontrò personaggi simili a quelli in scena qui. Tanto che getta anche un gustoso easter egg a chi sa coglierlo: Signe, la gelida tedesca con gli occhiali da sole la cui stanza è un bugigattolo con quasi niente dentro, viene scambiata inizialmente per una Kirsten. Certo, Kirsten e non Katrin, così come Luisa e non Louisa ma chi ha orecchie per intendere avrà già abbondantemente inteso.

Fortunatamente a metà del secondo episodio (di tre) la storia prende una piega drammatica, forse ispirata alle gesta della Banda Baader-Meinhof: le cattive frequentazioni di Signe non si limitano più alle minacce e qui non vado oltre per non rovinare la sorpresa di un finale molto bello. Chissà se nella realtà andò a finire proprio così o se Wood ha voluto dopo anni mettere idealmente una bella pietra tombale su una sua vecchia storia d’amore. E chissà che non siano solo elucubrazioni mie prive di alcun fondamento.

I disegni sono affidati a Emiliano, che di cognome fa Parmiggiani ed era uso anche ad altri pseudonimi tra cui Etzien e un altro rivelatore del suo rapporto con Garcia Seijas. In Italia lo abbiamo visto tra le altre cose anche su un’altra serie di Wood, Raycon (disegnò inoltre il “pilota” de Il Pellegrino). L’ispirazione al lavoro del più grande fumettista del mondo è innegabile, e non è certo un difetto, anzi: un mondo in cui i disegnatori si ispirano a Garcia Seijas è la mia definizione stessa di paradiso. Solo che in Todos los Trenes de Alemania Emiliano non si è basato solo sul suo mentore/maestro/suocero (l’altro pseudonimo cui accennavo sopra era Yerno, “genero” in spagnolo) ma ha palesemente ricalcato alcune vignette di Alfonso Font. Non sono andato a controllare ma è evidente che certe figure sono state prese da Taxi e/o Clarke & Kubrick e/o Il Prigioniero delle Stelle. Giudicate un po’ voi:

Oltre a screditare il fumetto nel suo insieme, questo getta una fastidiosa luce di artificialità su una miniserie che invece era caratterizzata da quella che a me sembrava una sincerità estrema da parte di Wood nel condividere parte del suo vissuto.

mercoledì 8 aprile 2026

Kenya Integrale

Bell’integralone con cui ho potuto leggermi tutta la saga d’un fiato.

1947: nel Continente Nero alle falde del Kilimangiaro un safari organizzato da uno scrittore simil-Hemingway incappa in un mostro che sembra provenire dalla preistoria.

Qualche mese dopo giunge in loco una avvenente maestra che darà man forte al corpo insegnanti di Mombasa. La bella Kathy Austin è oggetto delle attenzioni di due suoi colleghi, un francese e un tedesco, che coi loro tentativi di corteggiamento danno vita a scene divertenti. Kenya è quindi una commedia romantica? Ovvio che no: Kathy è una spia inglese incaricata di far luce sulla sparizione dello scrittore e del suo entourage, visto che sembra intrecciarsi ad altri fenomeni inspiegabili circoscritti alla zona, dove compaiono mostruosità antidiluviane e dischi volanti dalle intenzioni poco chiare: vogliono preservare queste strane creature o vogliono distruggerle? Sempre ammesso che si tratti veramente di ufo.

Ricostituito a poco a poco ciò che resta della spedizione scomparsa, iniziano seriamente le indagini ma trovandosi in piena Guerra Fredda bisogna diffidare di tutti e prestare molta attenzione ai messaggi che la bibliotecaria della scuola, anch’essa un’agente inglese, fornisce tra le pagine dei libri in prestito.

A integrare il già nutrito e ben caratterizzato cast ci sono un pilota d’aereo privato e un nobile italiano che si è fatto costruire una vera reggia in pieno deserto. E le immancabili spie russe, la fazione più avanzata nelle ricerche e che soprattutto sa cosa cercare. La soluzione del mistero ruota infatti attorno a dei blocchi di metallo alieno da cui escono gli animali fantastici.

Rodolphe, che non ha solo scritto i dialoghi ma ha anche impostato gli storyboard, sa bene con che disegnatore lavora, e quindi inserisce varie scene di nudo. A tal proposito, Leo riesce a personalizzare abbastanza efficacemente ogni personaggio femminile.

Kenya è molto avvincente e anche grazie a delle sequenze più leggere e alla sovrabbondanza di piste che si intrecciano mantiene vivo l’interesse del lettore fino alla fine. Oltretutto, essendo una storia corale non serve che tutti i protagonisti sopravvivano e ciò garantisce più di un colpo di scena. Come sempre in questo tipo di storie, svelato il mistero il fascino della vicenda si sgonfia inevitabilmente ma è stato bello fare il viaggio per arrivare alla conclusione. In questo caso specifico, però, bisogna anche essere accondiscendenti coi due autori, che hanno optato per una soluzione da B-movie anni ’50 in cui la tecnologia aliena onnipotente risolve praticamente tutto sollevandoli dalla responsabilità di inventarsi qualsivoglia giustificazione che abbia una parvenza scientifica – gli alieni hanno pure un discreto senso dell’umorismo.

I disegni sono del Leo post-Aldebaran che integra le sue tavole di grasse pennellate, scelta che poi abbandonerà e che comunque non usò in Betelgeuse, contemporaneo a Kenya. Scelta non sempre efficace (i capelli mori sono un po’ “scarabocchiati”) ma comunque utile a dare volume ad alcuni elementi e a riempire un po’ le tavole anche perché purtroppo i colori di Scarlett Smulkowski non sono funzionali in tal senso. Se i cieli africani possono anche avere un loro fascino fauve risolti con due o tre colori buttati lì, gli elementi che Leo ha lasciato poco descritti come l’erba avrebbero meritato maggiore attenzione. In pratica la colorista butta giù badilate di colore digitale senza curarsi di sfumarlo se non con effettini che non arricchiscono ma rovinano ancora di più il tutto. E meno male che il volume è stampato su carta patinata, perché le tinte selezionate sono piatte e spesso tanto livide da risultare molto fredde. Ma è la stessa Smulkowski che colorava Blueberry? Mah. Da segnalare che c’è anche qualche fuori registro, ma niente di drammatico.

L’edizione italiana si segnala anche per un lettering (di Fabio D’Uva) un po’ confuso e una maniera assai originale di andare a capo. E ovviamente «Jaques» si chiama Jacques come evidente dalla sua lapide. E vabbè, tanto sono solo fumetti.

lunedì 6 aprile 2026

Cosmopirati 2: La Tartaruga d'Oro

Questo secondo e conclusivo volume della serie mi ha spiazzato. Considerata la frenesia del primo credevo che qui ci sarebbe stata altrettanta azione. E all’inizio pareva che la direzione della storia fosse proprio quella: ora che si è alleato con la tartaruga-farfalla Lireley, Xar-Cero azzarda di sconfiggere la flotta di un milione di corazzate protobancarie – attenzione a non confondere Protobanchieri con Magnobanchieri. Grazie ai poteri della Tartaruga d’Oro la prima corazzata è facilmente catturata. La rappresaglia sarà spietata, con 100.000 “Roborossi” comandanti dal governatore Bishop, che ne ha ben donde di volersi vendicare di Xar-Cero/dottor Zang. Nel frattempo lui e Leonarda si inseguono per il cosmo nella speranza di soddisfare il loro sogno d’amore contrastato dalle circostanze.

Ora, non è che manchino azione, ritorni a sorpresa, voltafaccia, ecc. ma tutto è finalizzato ad arrivare al gran bel colpo di scena a due terzi del volume, che rimescola le carte in tavola e getta nuova luce sull’intera saga (saga per modo di dire, son due volumi). Senza anticipare troppo, adesso Xar-Cero si vede affidata una nuova missione, che però sarà una missione di pacificazione universale. E la cosa mi va pure bene, se non fosse che l’ultima ventina di pagine non è più la narrazione di una storia ma semplicemente la descrizione di quello che succede mentre “vissero felici e contenti”, un po’ come le ultime pagine del quarto volume di Plume aux Vents. Ve l’immaginate se Magnus invece di riassumere la sorte delle mogli di Hsi-Men nell’ultima tavola de Le 110 Pillole ne avesse disegnato scrupolosamente la fine una per una? O se alla fine di Notte di Carnevale Pazienza non avesse fatto riassumere a Colasanti le conseguenze di quello che avevano fatto ma lo avesse illustrato per altre dieci o venti tavole? Ecco, l’impressione è la stessa. A me va benissimo un finale totalmente positivo e fiabesco (e Jodorowsky ne aveva già elaborato uno in Petrolino) ma qui è evidente un netto squilibrio tra parti narrative e parti descrittive.

I disegni di Pete Woods non sono certo disprezzabili ma le sue anatomie geometriche finiscono per risultare freddine e le sue tavole sono un po’ vuote. E non è che riempirle copia/incollando digitalmente gli stessi elementi migliori l’impressione, anzi la peggiora.

Solo pochi anni fa avrei sbraitato contro questo fumetto. Visto il panorama attuale mi tocca dirmi soddisfatto e gustarmi quel poco che resta della BéDé come la si faceva una volta. Anche se questo non è proprio l’esempio più esaltante.

La storia ha comunque un lieto fine anche per i lettori: essendo il volume costituito da un sedicesimo in meno costa gli annunciati 19,90 euro contro i 22 di quello precedente.

sabato 4 aprile 2026

Echolands 1

Mi era sfuggito del tutto al momento della sua uscita italiana tre anni or sono, forse il prezzo (35 euro) avrà contribuito a rendermelo invisibile. Lo recupero quindi dal purgatorio del -50%.

Hope ruba una gemma triangolare al mago Teros Demond, il dittatore della Città, che dovrebbe essere una versione alternativa di San Francisco se ho capito bene. A quanto pare quell’ammennicolo è preziosissimo e quindi il tiranno le sguinzaglia contro la sua letale “figlia” costituita da magia pura. Così Hope e la sua banda devono fuggire. Hope è una maga, o una cosa simile, e dovrebbe essere una versione di Cappuccetto Rosso. Il suo potere si manifesta in maniera devastante all’inizio, ben oltre le sue stesse previsioni. Tra i componenti di questo variegato gruppo si segnalano tra gli altri una vampira, un androide transgender e una specie di gangster della Chicago anni ’30. Ci sarebbe pure qualcuno di nome Caniff ma muore subito. Ognuno è disegnato con uno stile diverso (o almeno un po’ diverso).

Attraverso la loro fuga il lettore viene edotto sulla natura ibrida e combinatoria di questo universo, un patchwork di mondi letterari e folkloristici e fumettistici e cinematografici che convivono uno accanto all’altro. E infatti un membro del gruppo finisce nelle Echolands propriamente dette, un mondo robotico. Nel mentre Hope e compagnia incappano nella tana della veggente che cura i “prossimamente” dei singoli comic book e tra le altre cose offre alla combriccola un razzo per scappare altrove; viene svelato che la gemma è una chiave per aprire qualcosa mentre Hope pianifica di metter su un esercito con cui sconfiggere Teros Demond. Arrivano quindi nella terra dei mostri Horror Hill dove il fratello usurpatore della corona di Rosa (la vampira) gliela consegna senza storie proclamandola regina. Fine della prima parte.

Ovviamente la trama è quello che interessa di meno a J. H. Williams III (supportato da W. Haden Blackman ai testi e da Dave Stewart ai colori): l’importante per lui era dare sfogo alla sua voglia di disegnare con stili diversi e lanciarsi in virtuosismi più o meno arditi. Per l’occasione il formato è molto particolare: sono tutte delle tavole doppie orizzontali, quindi delle enormi strisce 17x52. Questa scelta pregiudica un po’ la maneggevolezza del volume e nelle costruzioni più ardite rende difficile capire quale sia il senso di lettura. Inoltre (sarà solo un’impressione dovuta alla frenesia dell’azione?) la storia si legge molto rapidamente. Ad integrare il fumetto ci sono le succitate “previsioni” della veggente, cioè le anticipazioni dei prossimi numeri, e brani tratti dalla rivista immaginaria Echo: un’intervista nientemeno che a Teros Demond (che avrà esiti inaspettati), alcuni annunci pubblicitari e una striscia a fumetti. Anche con questi bonus la lettura sarà sembrata un po’ breve a Williams III o a chi ha confezionato il volume, che lo ha perciò riempito con variant cover (di Alison Sampson, Michael Avon Oeming & Taki Soma, Gabriel Rodriguez, Langdon Foss e Francesco Francavilla), con le playlist dell’autore mentre disegnava e con una selezione di tavole private dei balloon e quasi sempre dei colori per goderne al meglio.

Il pastiche di universi letterari e proprietà intellettuali diverse è già stato fatto con esiti più o meno riusciti. Anche l’idea di caratterizzare ogni personaggio con uno stile grafico diverso non è proprio questa trovata così originale. Ma, appunto, penso che Williams III non volesse creare nulla di rivoluzionario od originale quanto divertirsi a disegnare con stili differenti. E così Gli Eterni di Kirby convivono con i robottoni giapponesi, L’Isola del Tesoro di Stevenson, i film horror della Hammer (o forse i fumetti della EC) e tanti altri elementi della cultura popolare – in alcuni scorci ho voluto vedere dei riferimenti a Blueberry.

Nell’introduzione Kurt Busiek parla di «tour de force» in riferimento a Echolands, ma se lo è stato per il demiurgo/disegnatore non lo è certo per il lettore che ne fruisce molto rapidamente. È più un’opera da guardare che da leggere, anche perché i sei episodi qui raccolti sono dichiaratamente solo l’incipit di una trama che dopo quattro anni dalla pubblicazione originale non ha ancora avuto seguito.

mercoledì 1 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Billy Grant (1968)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Billy Grant

Western umoristico che probabilmente a differenza di Dave y Rio non era stato pensato per diventare una serie, o almeno questo desumo dalla distanza di oltre sei mesi intercorsa tra la pubblicazione del primo e del secondo episodio.

Billy Grant giunge in un paesello intenzionato a trovare un lavoro con cui riempirsi lo stomaco. Essendo polistrumentista si mette a fare il pianista, lavoro dalla mortalità elevata in un momento storico in cui gli odi tra Nord e Sud non sono ancora sopiti. Disinteressato a tutto ciò che gli accade attorno e interessato solo al cibo e al riposo, diventa nondimeno un eroe locale quando sgomina un po’ per caso e un po’ con astuzia una gang di banditi. Ma visto che non c’era nessuna taglia da incassare meglio andarsene alla chetichella prima che il direttore della banca scopra un ammanco nel maltolto.

Billy Grant è insomma un antieroe, anzi proprio un imbroglione, e in questo universo ce ne sono diversi che tirano a campare come possono. E infatti le storie finiscono quasi sempre con lui (e i suoi occasionali compari) in fuga.

Carlos Vogt, per quanto stilizzato com’è nella sua indole, è in grande spolvero; se la sua espressività non è certo una novità qui si fa apprezzare anche per le inquadrature originali e per la cura dei particolari, almeno nei tre episodi realizzati negli anni ’60.

Infatti come un fiume carsico che sparisce di colpo per poi riapparire inaspettatamente (arguta metafora che può applicarsi ad altre serie della Columba, non solo di Wood), Billy Grant riapparve sulla rivista Fantasia 13 anni dopo l’ultima avventura scritta da Wood per D’Artagnan. Stavolta i testi sono di Ricardo Ferrari, che si firma Rodolfo Fo o Dick Ferraro, mentre Vogt si fa assistere per metà di questo nuovo ciclo dal terzo dei fratelli Villagran, Carlos. Da notare la genialità del collaboratore che firma solo in un’occasione col suo vero nome preferendogli lo pseudonimo di Bill A. Grant: non tanto e non solo un omaggio al protagonista quanto un azzeccato calembour visto che in castigliano “Bill A. Grant” si pronuncia praticamente come Villagran.

Il tipo di umorismo di Billy Grant si basa su raffiche di gag (magari unite a qualche gioco di parole) esu scene slapstick.  Ricardo Ferrari si fece onore nei 14 episodi che scrisse tra il 1982 e il 1987 e ne mantenne abbastanza inalterato lo spirito, ma non troppo. Nella sua versione Billy è meno furfantesco e anzi è più spesso lui a essere vittima di imbroglioni. In compenso sfrutta a dovere quando serve a fini comici l’altra sua caratteristica, cioè la fame atavica. Verso la fine Ferrari cerca di imbastire delle trame più compatte, ad esempio un episodio è una riuscita commedia degli equivoci, e purtroppo cede anche alla metanarrazione. Ma è proprio con un uso originale delle note a piè di vignetta che chiude in bellezza la serie ereditata dalla Leyenda, che nel complesso definirei pazzerella e divertente.

domenica 29 marzo 2026

Ricevo e diffondo

 

sabato 28 marzo 2026

Capitaine Kaimann

E vabbeh, vediamo com’è un altro volume dell’Incal apocrifo. Anche se mi sfugge perché dedicarlo a un personaggio meno che minore visto solo (correggetemi se sbaglio) in Dopo l’Incal – e non era poi così presente nemmeno lì.

La storia inizia come un racconto nel racconto: nel Monastero dell’Entropia alla Fine di Tutto dei giovani accoliti si fanno leggere un libro dalla sacerdotessa Aurora, con la premessa che questa storia potrà essere incompleta e confusa perché il deterioramento del cosmo (sempre sia lodato!) ha divorato parte del tomo. Un giorno il pirata Kaimann abborda una nave spaziale di Aristos con la sua ciurma di pirati morti rianimati come ologrammi. Lo scopo è recuperare un raro fiore, ma si scopre che la nave trasporta anche qualcosa di ben più prezioso: un ben più raro violino che amaramente il comandante Kaimann non potrà suonare. Pur essendo nato da una famiglia aristocratica, egli è infatti un mutante e come rivela il suo nome la sua fisionomia è mescolata a quella di un caimano. Cosa che torna utile in combattimento (ha una coda prensile e molto coriacea), solo che la sua mutazione è degenerativa e pian pianino andrà a modificargli tutto l’organismo, partendo proprio dalla mano sinistra che sta diventando una zampa che rende quindi impossibile impugnare lo strumento musicale. Il fiore rubato dalla nave serve proprio a ricavarne un distillato che, per quanto alla lunga mortale, dovrebbe far regredire il processo (e infatti inizialmente lo fa).

Con una mossa inaspettata da parte di Dan Watters (chapeau!) cornice e storia raccontata si uniscono quando Aurora si ritrova sulla nave di Kaimann, proprio al punto che stava leggendo ai novizi: potere del mitico violino crono/transdimensionale. L’idillio tra i due dura poco: il monastero di Aurora è sotto attacco e fedeli ai loro voti le sacerdotesse non faranno nulla per evitare la strage. La storia diventa quindi una rincorsa tra due linee temporali con cui Kaimann cerca di salvare Aurora. Niente male come spunto, no? E il resto dal fumetto è costellato da altre trovate molto interessanti e originali, e anche piuttosto divertenti. Il finale, poi, non sarà esattamente quello che uno si aspetterebbe: altra tacca nel carniere dello sceneggiatore. Lo stile di scrittura di Watters è piacevole, con Kaimann che parla con affettata raffinatezza pur essendo un criminale. Le tavole di Jon Davis-Hunt sono molto belle anche se in alcuni punti un po’ “vuote” per gli standard francesi – ma immagino che anche questo volume abbia visto la luce negli States in forma di miniserie. Insomma, un fumetto niente male, su cui non pesa poi troppo il fardello di essere parte dell’universo dell’Incal perché vista la marginalità del protagonista nell’economia della saga è facile dimenticarsene.

giovedì 26 marzo 2026

Ricevo e diffondo

 

martedì 24 marzo 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Or-Grund (1977)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Or-Grund

Or-Grund è il più forte e più abile cacciatore della sua tribù di uomini primitivi stanziati tra i ghiacci del nord. Ah, quindi quella serie «sull’evoluzione dall’uomo animale, all’uomo intelligente» che Wood aveva detto di voler fare nello Speciale Eura di Lucca Fumetto 1994 in realtà l’aveva già fatta? Macché: come sarà presto evidente ci troviamo in un contesto prettamente fantasy, come sottolineano anche alcuni nomi ripresi (forse involontariamente) da Tolkien.

La wanderlust comune a molti personaggi di Wood viene innescata stavolta dai vaticini di una vecchia su favoleggiati paesi in cui il suolo è verde, dove gli uomini vivono in “capanne d’argento” più grandi della montagna di Volkan (il saggio locale), dove ci sono uomini dalla pelle scura e laghi ghiacciati con città che vi galleggiano sopra. A ciò si aggiunge poi la visione di una donna dai capelli neri che starebbe aspettando Or-Grund da qualche parte fuori dal suo mondo ghiacciato. Comincia quindi il lungo peregrinare di Or-Grund che incontra diverse altre tribù nonché gruppi umani più civilizzati – e tutti parlano la stessa lingua, tra l’altro. Ma il piatto forte di questo fumetto sono le molteplici creature fantastiche che incontra sul suo cammino, tra cui yeti (vabbeh, un “baram”, ma il concetto è quello), animali giganti, dinosauri, licantropi con poteri telepatici, pietre senzienti e omicide, scienziati alieni umanoidi, creature cthulhoidi, stregoni, donne alate, draghi, armature animate, esseri che trasmigrano da un corpo all’altro, gargoyle con quattro braccia, ombre viventi, uomini con arti metallici, alieni incorporei carnivori, antiche civiltà rettiliformi, leviatani, fate, morti viventi, scimmioni dall’animo buono, ciclopi, triclopi telepatici, satiri, cristalli sognanti, le norne della tradizione norrena, vampire, ecc.

Il protagonista si relaziona con questi pericoli sempre alla stessa maniera, ovvero con la violenza eventualmente supportata dall’agilità o dall’istinto animale, e Wood sottolinea quanto Or-Grund sia stupido e perennemente affamato – e quando finalmente mangia rutta generosamente. Ed è tutt’altro che cortese col gentil sesso.

Gli episodi possono essere letti in qualsiasi ordine, non c’è nemmeno una logica geografica: in un episodio l’azione può svolgersi in una foresta lussureggiante, in quello dopo in un deserto e in quello dopo ancora in un bosco innevato o in una palude. La frammentarietà della saga è un po’ una pecca perché ogni incontro è un fenomeno usa e getta che avrebbe potuto invece arricchire una trama orizzontale che invece è del tutto assente. In uno degli episodi in cui viene catturato, cioè praticamente metà della serie, Or-Grund incontra anche un gobbo con cui si sarebbe potuta formare una versione della coppia Nippur-Hattusil. Ogni tanto Wood butta lì qualche riferimento al fatto che Or-Grund sia un eletto e possieda caratteristiche uniche, ma ovviamente è impossibile dire se si trattasse della prova che c’era veramente un disegno preciso nella saga o se fossero solo riferimenti generici dati in pasto al lettore per mantenerne vivo l’interesse e fargli credere che ci fosse una pianificazione dietro tutto.

Oltre metà della serie, quasi ai due terzi dei 46 episodi scritti tutti da Wood, e dopo qualche rarissimo e vago rimando ai dettagli del primo episodio, si intravede finalmente una direzione. Vengono introdotti i Primordiali, e non saranno delle presenze effimere come quegli altri esseri presi un po’ da tutti i contesti e dai nomi a volte impronunciabili se non ridicoli (Xhipeuz…).

Come si scoprirà, pur con qualche incongruenza nella loro storia, i Primordiali hanno ben donde di chiamarsi così: erano presenti sulla Terra prima dell’uomo ma una catastrofe li fece sprofondare nelle viscere del pianeta da cui adesso vogliono uscire per governare nuovamente sul pianeta e da lì su tutto il cosmo. La loro meta principale sarà la Città del Crepuscolo, quella intravista da Or-Grund oltre una trentina di episodi prima, ovvero nientemeno che Atlantide.

Finalmente, a dieci episodi dalla fine, abbiamo la conferma che il lungo viaggio di Or-Grund era una prova, un’ordalia che anche altri furono chiamati a tentare ma che solo lui stava effettivamente portando a termine sconfiggendo quei mostri che erano gli emissari dei Primordiali appositamente creati (a parte gli alieni, immagino). E quindi viene anche giustificata la presenza di tutte le mostruosità viste finora pur se il pianeta in cui si svolge la serie è dichiaratamente la Terra.

E con l’introduzione di Atlantide la serie decolla. Dopo circa 40 episodi ma finalmente decolla. Wood spiazza Or-Grund (e i lettori) svelando che la donna della visione, Anhala, non aveva chiamato solo lui, e questo si sapeva, ma non aveva nemmeno un interesse romantico verso i potenziali eletti, bensì voleva trasformarli in uomini-pesce per attaccare i Primordiali nelle profondità marine! E finalmente la natura barbara di Or-Grund, mai evoluta nel corso della serie nonostante qualche vaga promessa, acquisisce un senso e diventa un motore per far progredire la storia non senza un tocco di ironia. A Or-Grund non gliene frega nulla di Atlantide, però vuole Anhala per sé e vuole portarsela nel suo paese innevato. Però capisce che non potrà mai “averla” davvero se con la mente tornerà sempre alla patria perduta, per cui tanto vale salvare Atlantide!

Non anticipo altro (quello che ho riassunto avviene in due soli frenetici episodi), se non che la natura barbara di Or-Grund, da accessorio ripetitivo e quasi fastidioso che era fino a quel momento, diventa un ottimo contraltare all’arrendevolezza “civilizzata” degli atlantidei che come unica soluzione davanti alla prossima disfatta pensano di scappare nello spazio affondando Atlantide. E gli episodi, da frammentari che erano, diventano strettamente collegati. Or-Grund non diventa un uomo-pesce e la storia si sviluppa in tutt’altra maniera. Alla fine i buoni vincono, a voler interpretare come una vittoria quello che succede alla fine, ma a carissimo prezzo. I titoli dei due episodi conclusivi, Holocausto e Genesis, dovrebbero già far intuire la conclusione. E così Or-Grund raggiunge l’olimpo delle serie di Wood, quel club molto esclusivo delle opere che hanno avuto un vero finale.

I disegni di Ricardo Villagran e del suo studio sono decisamente buoni a livello tecnico ma meno a livello, diciamo così, concettuale. All’inizio il viso del protagonista può ricordare a tratti quello di uno scimmione, per poi stabilizzarsi alle volte in quello di un bambino paffuto. Ben poco eroico, insomma, soprattutto se accompagnato dalle didascalie in cui Wood ricorda quanto Or-Grund sia stupido. C’è poi da rilevare che Or-Grund viene descritto come un omone gigantesco, ma per quanto Villagran lo faccia corpulento non è questa l’impressione che trasmette la sua sagoma a confronto con quella di altri personaggi con cui divide la scena. I collaboratori con diritto di firma che hanno contribuito ai disegni sono Victor Toppi e Carlos Villagran.

Ma quindi, in definitiva, com’è questo Or-Grund? Secondo me è invecchiato male, principalmente la prima lunga parte. È vero però che all’interno della cosmologia di Robin Wood riveste un ruolo fondamentale e per un fan della Leyenda è pressoché obbligatorio leggerlo: i Primordiali, arcinemici anche di Gilgamesh, nascono qui. La lettura merita poi anche per togliersi la curiosità di leggere qualcosa di diverso rispetto al Wood canonico, laddove però per diverso dal solito si intende un personaggio monolitico e senza ironia. Il mio consiglio è di tenere duro fino alla conclusione, magari leggerlo a piccole dosi, perché tutto sommato alla fine ne varrà la pena.

Visto il finale assolutamente soddisfacente risulta particolarmente innecessario il seguito affidato nel 1985, cinque anni dopo la conclusione della saga, ad Armando Fernandez. Dai commenti dei lettori argentini risulta che sia meglio tenersene bene alla larga.

sabato 21 marzo 2026

Dimwood

Ultima opera di Richard Corben, completata dalla figlia Beth e dal colorista e rifinitore José Villarrubia. Non mi pare che sia stata ancora pubblicata in Italia. Pur riconoscendo l’importanza che Richard Corben ha avuto nel panorama del fumetto mondiale, poche delle sue opere mi hanno convinto del tutto a livello grafico. Il secondo volume di Den, Bloodstar, il primo Mondo Mutante, poco altro. Fatti vedere i muscoli con delle tavole splendide si è appiattito su uno stile che dietro l’apparente scelta di voler abbracciare il grottesco celava forse il disinteresse per lavorare di cesello. Tanto si era già costruito un seguito fedele. Basta confrontare le sue tavole a fumetti con le sue meravigliose copertine, in cui invece non si risparmiava e si ricordava ancora le proporzioni anatomiche. Questa sua ultima opera non poteva ovviamente ribaltare la deriva imboccata da decenni, tanto meno se elaborata al computer.

Xera Dim ritorna nella magione di famiglia in occasione del funerale della madre, ma poco prima di mettervi piede ha uno strano incidente che le impedisce di proseguire con l’automobile. Ad accoglierla dopo un’inquietante traversata nel bosco circostante è il fratello Noah, con cui ha condiviso un’infanzia traumatica segnata dalla violenza del padre adottivo. Ma dopo la notte passata nella decadente villa di famiglia Xera scopre che Noah lo ha visto solo lei e che il ragazzo (o uomo, impossibile dare un’età ai volti deformi di Corben) non dà notizie di sé da molti anni. Ben reale è invece la presenza della piccola Karen Murston, i cui vaneggiamenti anticipano il ritorno del Demone di Dimwood. Anni fa si erano infatti verificate nel paese attorno alla tenuta dei Dim delle efferate uccisioni e la cagione era un mostro che evidentemente si è ridestato.

Unendo Poe e Lovecraft Richard Corben ha imbastito una storia piuttosto ricca in cui convivono fantasmi ed esperimenti disgraziati. L’identità del mostro (e con essa la soluzione del mistero) si manifesta a metà del volume, un’ottima scelta per evitare di creare nel lettore l’aspettativa di una rivelazione che poi magari avrebbe potuto deluderlo. E poi così si dà via libera all’azione, di cui Dimwood è piuttosto generoso.

La narrazione è un po’ frammentaria e alcuni cambi di scena sono repentini e inaspettati o programmaticamente “sleali” (incubi dentro altri incubi): più che confondere, questo approccio appassiona e rinfocola l’interesse del lettore, che difficilmente si annoierà. Le didascalie abbondano, e nemmeno questo è un male: essendo una storia horror un narratore esterno contribuisce a creare la giusta atmosfera. E alla fine, con rara eleganza, Corben risolve in bellezza la storia ricollegandola a un dettaglio dell’inizio – o forse è merito di Beth Corben Reed che sul «plot» del padre ha fatto lo «script» delle ultime 15 pagine?

E veniamo alla parte grafica. È principalmente grazie all’ambientazione statunitense anni ’20 o ’30 del secolo scorso che si capisce che i personaggi sono esseri umani: per come li ha disegnati Corben, taluni scimmieschi talaltri insettoidi, alcuni avrebbero potuto benissimo essere alieni o mostri. Tanto più che le proporzioni cambiano di vignetta in vignetta e che sono ulteriormente deformate da inquadrature fish eye o da specchio deformante. Una scelta voluta, visto che l’autore ha pure confezionato delle statuine per meglio riprodurli, ma qualcuno riesce a commuoversi o a spaventarsi per la sorte di questi sgorbietti sproporzionati? Beato lui, io non ce l’ho fatta e spesso il ridicolo ha preso il sopravvento, e non so se era quello il proposito di Corben. Gli sfondi, quando ci sono, sarebbero anche dettagliati, ma purtroppo sono inchiostrati con pennellate pesanti e imprecise. E poi ci sono le tette, un po’ il marchio di fabbrica di Corben, buttate lì con finta nonchalance e reale difficoltà nel dare loro una coerenza anatomica. Quasi nulla da eccepire sulla colorazione, se non che l’uso del computer non sempre riesce a evitare un retrogusto artificiale. Purtroppo è inevitabile dare un grande peso all’aspetto grafico del fumetto vista la sovrabbondanza di tavole doppie che vi ha profuso Corben.

Il volume vanta un’introduzione di Joe R. Lansdale (chi l’avrebbe mai detto che voleva fare il fumettista?) e un breve saggio di José Villarrubia su come si colora Corben, che in realtà è un commosso ricordo della sua figura artistica e soprattutto umana.

Nel complesso, pur riscontrandovi tutte le debolezze grafiche che hanno caratterizzato la maggior parte della produzione di Corben (e che per molti lettori evidentemente sono invece dei pregi), mi sembra che con questa sua ultima opera l’autore abbia saputo uscire di scena con classe.