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giovedì 11 giugno 2026

Absolute Power: Contro il Potere Assoluto

Ed eccomi che entro in sala che il film è già cominciato. Il fatto che la storia portante sia preceduta da quattro brevi prologhi non aiuta più di tanto. È successo qualcosa nell’universo DC, immagino come conseguenza dell’ennesimo cross-over che in questo caso ha coinvolto Brainiac, e Amanda Waller ha sempre più potere tanto più che la Justice League è stata sciolta, così sta orchestrando un progetto misterioso che riguarda la costruzione e l’acquisizione di carceri e il risucchio dei poteri dai supercriminali trasferiti. Ad aiutarla c’è tal Failsafe, un robot introdotto in qualche storia di Batman di cui in effetti ricorda l’aspetto.

La Waller odia a morte i supereroi e li ritiene seriamente una minaccia per l’umanità. Grazie a una Brainiac femmina opportunamente condizionata, trasmette per 72 ore fake news e filmati falsi in cui si vedono Superman e soci fare danni e vittime in giro per il mondo, scatenando una campagna d’odio contro i supereroi. La gente abbocca e si scatena contro di loro mandandone anche all’ospedale più di uno. Bastano tre giorni di disinformazione per cancellare decenni di onorato servizio? Bah!

Anche i supereroi stessi abboccano all’amo: pensano che facendosi vedere tutti assieme mostrando che non sono dove dicono i notiziari riscatteranno il loro nome, in realtà era proprio così che li voleva la Waller, raggruppati affinché i suoi robot Amazo ne suggessero i poteri lasciandoli privi di abilità superumane. Anche qua tocca chiudere più di un occhio sulla logica di Waid (o di chi per lui ha impostato la trama): poteri di origini diverse vengono indiscriminatamente requisiti, che si tratti di mutazioni, abilità di nascita o gadget, e persino i maghi vengono depotenziati facendo loro dimenticare come invocare gli incantesimi o gli spiriti o quello in cui trafficano. Bah!

Comunque solo l’80% della comunità di supereroi viene catturata e ovviamente il restante 20% è costituito dai grossi calibri (Superman, Batman, ecc.) o da quelli che immagino siano i più cool del momento: i Teen Titans sono evidentemente tra questi perché sono loro, principalmente il loro capo Nightwing, che prendono in mano le redini della situazione e non sono stati privati dei poteri. Forse all’epoca dell’uscita della miniserie (2024) erano i protagonisti di un film?

Tra le altre sottotrame che convergono: Freccia Verde è un traditore e sin dall’inizio è alleato con la Waller; Superman ha un figlio potentissimo (o è un androide?) che viene controllato dalla Regina Brainiac; si mette in luce Dreamer, una nuova villain precognitiva.

Tantissima carne sul fuoco, e per quanto gli albi originali fossero più lunghi del solito la storia si dipana in maniera troppo frenetica e ovviamente tutto si risolve a mazzate. Pochissimo possono fare per dare dignità al tutto le comunque poche battute argute che Mark Waid infila ogni tanto. D’altra parte, come dice con rara onestà lo stesso sceneggiatore nell’introduzione, è difficile scrivere di supereroi visto che bisogna inventarsi sempre qualcosa di nuovo per sfidare dei personaggi che alla fine dovranno sempre vincere. E infatti non mi pare che ci sia riuscito molto bene, ma chissà con quante ingerenze redazionali avrà dovuto misurarsi.

Ovviamente anche questo eventone ha portato delle conseguenze epocali: adesso il multiverso è sigillato e alcuni personaggi sono stati depotenziati – mentre Dreamer ne esce più potente. E ci sarebbe anche stato qualche scambio di poteri tra supereroi diversi. Niente che il prossimo cross-over non possa correggere o ignorare, insomma. Veramente uno spreco usare Waid per una storia del genere.

Il disegnatore Dan Mora non è malaccio, unisce un certo rigore anatomico a derive un po’ più grossolane come si fa oggi, il problema è che le sue tavole trasmettono un retrogusto sintetico. Meglio comunque dei disegnatori dei prologhi, cioè Skylar Patridge (dignitosa ma abbozzata), V Ken Marion (deformed) e Gleb Melnikov (anche qui deformità da Image anni ’90). Non male invece Mikel Janín. In questi stessi prologhi Waid è stato affiancato o sostituito da Nicole Maines, Chip Zdarsky e Joshua Williamson.

giovedì 21 maggio 2026

Superman/Spider-man 1

Le micidiali sproporzioni anatomiche della copertina di Jorge Jimenez saranno controbilanciate dai testi del bravo Mark Waid? Beh, basta leggere questo team-up.

Evidentemente mi sono perso qualcosa, perché Clark Kent e Peter Parker qui si conoscono non solo professionalmente ma sanno delle rispettive identità segrete. Forse la spiegazione del loro rapporto si trova nel loro primo storico incontro, che lessi decenni fa ma di cui ricordo solo la gag dell’Uomo Ragno che voleva cambiare costume in una cabina del telefono solo che la città (New York o Metropolis?) le aveva dismesse. [Seguirà figuraccia in cui nei commenti mi verrà notificato che quella scena era in un altro fumetto o me la sono sognata]

La storia, dunque: i due reporter indagano su un furto di neutroni veloci, particelle che un giorno permetteranno comunicazioni più efficienti, solo che queste in particolare sono state potenziate dalla kryptonite. I ladri sono Brainiac e il Dottor Octopus, cosa che contribuisce a dare l’impressione di aver iniziato la lettura in medias res visto che i due supereroi non devono manco indagare per capire che sono loro i colpevoli ma lo sanno sin dall’inizio. Lo scopo dei due villain è liberare la mente di Brainiac da un virus e per farlo lo scaricano nei cervelli dei terrestri, rendendoli dei pazzi catatonici e doloranti che moriranno nel processo di assimilazione dei dati.

Sì, il soggetto è abbastanza originale; sì, i dialoghi non sono male. Tutto però alla fin fine si riduce a mazzate e qualche battutina di Spider-man. Jimenez fa addirittura peggio che nella copertina, ma se il pubblico vuole questo fa bene a darglielo. Ma cos’altro avrei dovuto aspettarmi? Lettura tollerabile, rigorosamente vietata ai maggiori di anni 12. Dopotutto Waid non poteva nemmeno fare miracoli visto che la storia in sé dura appena una ventina di pagine. Il resto dell’albo è infatti farcito di brevi raccontini in cui si incontrano altri personaggi dei due universi narrativi.

Si comincia con uno scontro visto dagli occhi di Lois Lane e Mary Jane Watson, disegnato nientemeno che da Jim Lee con inchiostri di Scott Williams. Jim Lee conferma la sua ossessione nel disegnare personaggi in posa, posa che però non è mai dinamica o espressiva (e anche sull’anatomia ci sarebbe da ridire). La storia di Tom King è invece divertentissima, con le due protagoniste che si raccontano come vecchie amiche le rispettive esperienze assurde da compagne di supereroi, e che alla fine risolvono la situazione con l’aiuto di una guest star mutante. [non inserisco Williams nelle Etichette per sopraggiunto limite dei caratteri, sono sicuro che saprà perdonarmi]

Ci si rifanno gli occhi con il Daniel Sampere che disegna una storia di Christopher Priest in merito a due personaggi che dovrebbero essere versioni alternative dei protagonisti, solo che questo Superman vive in una realtà in cui legge i fumetti di Spider-man e ha l’abilità di muoversi attraverso le pagine dei fumetti. Troppa metanarrazione per una storiella che è già debole e inconcludente di suo. Ma almeno i disegni di Sampere sono belli.

Sean Murphy scrive e disegna l’incontro tra l’Uomo Ragno del 2099 e Superboy, immagino anche lui proveniente dal futuro. All’assalto alla Lexcorp che sta per fondersi con la Alchemax partecipa anche un Batman futuribile (credo) ma questo è solo l’incipit di una storia che non verrà mai realizzata. E lo stile approssimativo e geometrico di Murphy non è proprio il mio genere.

Finite le versioni alternative dei personaggi, i riflettori sono puntati su Jimmy Olsen che viene assunto dal Daily Bugle per scattare foto a Spider-man, solo che lui viene da Metropolis e non sa che aspetto abbia. Peter Parker gliene dà una descrizione sommaria e così Jimmy lo scambia per Carnage, una versione di Venom! La brutta esperienza ha anche un risvolto positivo perché con le foto che procura diventa il beniamino di J. Jonah Jameson. La trama scritta da Matt Fraction è molto simpatica e riprende quelli che immagino siano dei canoni desueti di scrittura dei vecchi fumetti della DC. Credo che anche il disegnatore sia stato scelto per dare una patina demodé, visto che si tratta di Steve Lieber (il fratello di Stan Lee, giusto?). Spiace dirlo, ma i suoi disegni sono tra i migliori di tutto l’albetto.

Anche Rafa Sandoval nella storia successiva se la cava comunque bene. Peccato che la storiellina di Jeff Lemire si possa a malapena definire tale e sia solo un’analisi pretestuosa di quanto le vite di Superman e Spider-man siano simili. E non sono nemmeno sicuro che i protagonisti siano gli originali o versioni alternative o altri personaggi che non conosco.

Si continua più o meno sulla stessa linea con un dibattito televisivo che vede contrapposti Lois Lane e J. Jonah Jameson sulla presunta pericolosità dei supereroi che nascondono il volto. Niente azione ma solo delle riflessioni in questo pamphlet di Greg Rucka. I disegni di Nicola Scott non sono male, conosce sicuramente l’anatomia. Solo che hanno qualcosa di freddo, di ingessato, che non me li ha fatti apprezzare. Probabilmente anche il colorista Marcelo Maiolo avrà notato la cosa, e ha usato dei toni chiassosi e delle soluzioni elaborate che finiscono per peggiorare la situazione piuttosto che ravvivarla. [non inserisco Maiolo nelle Etichette per sopraggiunto limite dei caratteri, sono sicuro che saprà perdonarmi]

Si finisce in relativa bellezza con un team-up tra il Punitore e Supergirl. Che si tratti di lei il lettore poco addentro nelle identità segrete della DC come me lo scoprirà solo verso la fine, dopo che ci viene presentata come una semplice ragazza che ha un appuntamento al buio proprio in un ritrovo di supercriminali di Gotham che il Punitore deve bonificare. La storia di Gail Simone è molto carina e ben congegnata e fa soprassedere su alcune licenze che si è concessa Belén Ortega ai disegni – ma certe esagerazioni anatomiche ci stanno bene in questo contesto umoristico.

giovedì 30 aprile 2026

Batman e Robin Anno Uno vol. 1: La Nascita del Mito

Beh, lo ha scritto Mark Waid, diamogli una chance. Poi vedo che Chris Samnee ha collaborato alla trama, ma non sarà un problema, no?

Come intuibile dal titolo, questa serie (o miniserie o quello che è) si ambienta nei primi tempi di attività del Dinamico Duo. I Grayson Volanti sono stati assassinati da poco e Bruce Wayne ha preso sotto la sua ala protettrice Dick Grayson per farne la sua spalla, anche per timore che altrimenti si faccia giustizia da solo ancora inesperto. Tra i pazzerelli che scorrazzano a Gotham ne arriva uno nuovo: tal Generale Grimaldi che metterà le Cinque Famiglie di Gotham (cioè la mafia locale) una contro l’altra.

Le indagini di Batman sono ostacolate sia dall’irruenza e dall’indisciplina del suo giovane sidekick sia da un nuovo killer al soldo di Grimaldi che ha il potere di mutare forma assumendo l’aspetto di altre persone. E alla lotta contro i criminali si aggiunge quella contro i servizi sociali di Gotham che vogliono verificare l’idoneità del playboy farfallone Wayne ad adottare l’imberbe orfanello.

Batman e Robin Anno Uno si legge tutto d’un fiato. Ci sono sequenze epiche ed accattivanti ma anche un bel po’ di ironia. Elementi che in mano a un altro sceneggiatore avrebbero corso il rischio di sembrare ridicoli (gli stessi villain) risultano invece inquietanti come dovrebbero essere. Molto ben giocata poi la sottotrama dei documenti che Due Facce ha sottratto alla polizia di Gotham, che si riveleranno fondamentali nel finale. “Finale” che però è un micidiale cliffhanger che lascia a bocca asciutta il lettore.

Chris Samnee si è ancora più darwyncookeizzato rispetto a come lo ricordavo. Figure molto meno eleganti, pennellate molto più spesse. Sì, certo, lo scambio di sguardi tra Bruce e Dick durante una visita dell’assistente sociale sono esilaranti, ma le sue derive cartoonesche non fanno proprio per me. Per i colori Matheus Lopes ha scelto un’efficace mix di realismo ed espressionismo. Alle figure umane sono riservati sfumature e colpi di luce appropriati, mentre gli sfondi e gli elementi secondari hanno tinte più omogenee che al momento opportuno possono anche diventare colori irrealistici, o troppo accesi o troppo lividi, per rendere al meglio l’atmosfera. In un’occasione Lopes è stato sostituito da Giovanna Niro che ne ha rispettato l’approccio. Mi rendo conto che quello che ho descritto è quello che in fondo ogni bravo colorista dovrebbe fare, ma non sempre succede.

Un bel volume, insomma, peccato per la delusione di vedere che la storia è appena entrata nel vivo.

sabato 25 aprile 2026

La Nuova Storia dell'Universo DC

Miniserie analoga a quella uscita qualche anno fa per la Marvel, solo che la DC Comics può vantare una primazia nel concept come ci ricorda Marv Wolfman nell’introduzione avendo pubblicato un’appendice a Crisis on Infinite Earths che appunto riassumeva la cosmologia, gli eventi e i personaggi della DC dell’epoca. Avrei potuto fare un semplice copia/incolla di quella recensione ma ho desistito, troppe modifiche da apportare e quindi faccio prima a scrivere qualcosa di nuovo. Anche perché non c’è quasi nulla da scrivere.

L’aggancio per la navigazione tra milioni (miliardi?) di anni di Storia intrecciata ai fatti dell’editore viene dato da Barry Allen che trascrive tutti gli eventi più importanti e li collega per cercare di raccapezzarcisi. Non viene quindi narrata una storia in senso narrativo ma ne esce un compendio con toni autocelebrativi verso la fine. Nel primo episodio/capitolo si va dall’alba dei tempi fino all’arrivo sulla Terra di Superman, il secondo va dalla Silver Age a Crisis on Infinite Earths, il terzo è una carrellata di crossover ed eventi dagli anni ’80 fino ai New 52 (se ho capito bene), il quarto parte dai New 52 e Flashpoint (se ho capito bene) per glorificare alla fine la vastità e la mutevolezza dell’Universo DC.

Chiaramente nel suo ruolo di semplice compilatore e non di narratore vero e proprio il pur bravo Mark Waid non può fare più di tanto. Forse si vede la sua zampata ironica nel sottolineare come il caso paradossale di Hawk/Monarch non è l’unico nella storia dei supereroi targati DC, o in alcune imbeccate sulle molteplici morti dello stesso Allen, ma anche ammesso che questi elementi abbiano un sottofondo sarcastico sono comunque ammiccamenti per intenditori. Non che manchino particolari divertenti perché ridicoli già di per sé; è esilarante vedere le capriole con cui si sono giustificate certe cose ex post: tra tutta la pletora di crisi ed eventi cosmici alla fine pare che il Dottor Manhattan sia stato la causa principale delle incongruenze e dei rilanci dell’universo. E alcuni personaggi patetici creati negli anni ’40 e ’50 diventano ancora più risibili a ogni tentativo di dare loro logica o dignità.

C’è poi un aspetto di cinico divertimento nel constatare come le prime apparizioni di alcuni personaggi seguano il momento dell’acquisizione da parte della DC ignorandone la storia precedente: ad esempio Billy Batson/Shazam esordisce nel post-Crisis (mentre pure io so che era un personaggio degli anni ’40) e i tamarri della Wildstorm compaiono nell’ultimo capitolo quando invece nacquero per la Image nei primi anni ’90.

Non mancano alcune (pochissime) curiosità interessanti: il primo supereroe della DC sarebbe stato il dottor Richard Occult e non Superman, perché in un’occasione (non mostrata, però) indossò un costume con tanto di mantello.

Ovviamente essendo così strutturato un lavoro del genere punta molto sulla parte grafica. A raffigurare le varie sequenze rievocate da Waid si alternano Todd Nauck (per fortuna meno caricaturale di come lo ricordavo), Jerry Ordway (sempre piacevole), Brad Walker, Michael Allred (che non mi pare tanto efficace come illustratore puro), Dan Jurgens inchiostrato da Norm Rapmund, Doug Mahnke (sempre più bravo), Howard Porter e Hayden Sherman (stilizzato oltre il lecito). Non ho sotto mano il volume doppio celebrativo con cui la mai abbastanza rimpianta Planeta DeAgostini pubblicò Crisis e derivati, ma oltre ad avere maggiore compattezza stilistica l’omologo dell’epoca disegnato da George Perez me lo ricordo più spettacolare, le immagini a piena pagina erano più curate e dettagliate oltre ovviamente a non avere il filtro del digitale che qui non viene utilizzato in maniera diversa da quello che si sarebbe fatto su un normale comic book. Anche la copertina di Chris Samnee sarà pure à la page ma è alquanto dimessa per un volume di questa portata.

Qualora il lettore volesse approfondire ulteriormente la storia dell’Universo DC o leggerla in maniera scrupolosamente cronologia, Dave Wielgosz ha compilato un’appendice di 58 pagine con il supporto di John Wells e dello stesso Waid.

Immancabile poi la consueta carrellata di variant cover. Tra le tante mi è piaciuta quella di Ryan Sook, ma le più spettacolari sono quelle doppie del meno dotato Scott Koblish, che ha disegnato mediamente 300 personaggi (in un’occasione quasi 400!) in ognuna, tanto che ne vengono fornite delle opportune legende.

lunedì 24 novembre 2025

The Brave and the Bold 2: Il Libro di Destino


Come il volume precedente anche questo non pone troppo l’accento sull’incontro tra due personaggi come la serie classica The Brave and the Bold ma segue una trama predeterminata. Si comincia con Wonder Woman e Power Girl che devono impedire al Dottor Alchemy (forse reincarnazione di tal Megistus) di ammazzare Superman dopo che si è impossessato del corpo della seconda. Proprio il termine «Megistus» è l’indizio su cui indagano i Challengers of the Unknown, a cui era stato affidato il Libro di Destino perché sono gli unici di cui non vengono narrate le gesta in quelle pagine. È l’inizio di una cavalcata tra le storie di molteplici supereroi classici e moderni della DC, lette sul Libro stesso dai Challengers. In alcuni casi ci sono più team-up per capitolo, forse reinterpretando vecchi episodi dei tempi che furono – Cavaliere Silente, chi era costui?

Questi sei episodi sono una piacevole rincorsa tra una storia e l’altra, con elementi che vengono introdotti in un capitolo per poi manifestarsi compiutamente in uno successivo. Niente di eccezionale ma piacevole da leggere se ci si approccia con lo spirito giusto, anche se forse alla fine tutto si risolve troppo in fretta – e anche qui ho avvertito la sensazione di essere un po’ tagliato fuori da certi dialoghi o situazioni non avendo una conoscenza approfondita dell’universo DC. Originali le motivazioni del cattivo di turno, anche se alla fine sembrano essere solo il preambolo dell’ennesima Crisi.

Pur rispettando un canone di scrittura abbastanza classico Mark Waid azzecca più di un dialogo brillante e qualche bel colpo di scena, ma siamo ancora distanti dalla piacevolezza postmoderna per cui lo avrei apprezzato nelle sue opere più recenti. Forse l’aspetto più godibile di questo volume sono gli splendidi disegni di George Pérez (e Jerry Ordway nei due capitoli finali), con Bob Wiacek e Scott Koblish che si alternano alle chine. Probabilmente i colori di Tom Smith non rendono pienamente giustizia ai disegni ma si era nel 2007: l’ubriacatura per le “magnifiche possibilità” offerte dalla colorazione digitale non era ancora passata del tutto.

giovedì 31 luglio 2025

Superman: Gli ultimi giorni di Lex Luthor

Si è fatto attendere (il primo dei tre comic book qui raccolti è uscito nel 2023!) ma ne è valsa la pena. Abbastanza. Più o meno. Boh, forse non tanto.

Superman cede a una macchinazione di Lex Luthor: dopo l’ennesimo esperimento con la kryptonite il suo nemico storico ha sviluppato una malattia degenerativa che lo ucciderà a breve. Attirata l’attenzione di Superman con uno spettacolare assalto al Bangladesh lo costringe ad aiutarlo a trovare una cura perché lui è Superman e aiuta sempre tutti, solo che il loro accordo viene trasmesso in tutto il mondo (fottuti social network) causando un prevedibile imbarazzo nelle persone vicine all’Uomo d’Acciaio per cui la dipartita di Luthor non sarebbe questa grande perdita per l’umanità, tutt’altro.

La storia viene inframmezzata da un flashback sull’adolescenza comune che hanno avuto Lex e Clark Kent, che spiega l’origine del loro rapporto complesso (non che Lex non odiasse l’umanità già prima). Credo che questa storia sia un Elseworld ed è costituita più che altro da una cavalcata tra i topoi e la mitologia dell’Uomo d’Acciaio, anche se lo spunto di partenza non è male. Peccato che i molteplici comprimari si dilunghino in spiegazioni sulla filosofia e l’etica di Superman. Alla fine è un volume molto celebrativo e un po’ noiosetto in cui sfilano la Zona Fantasma, Kandor la città miniaturizzata, la Legione dei Supereroi, Themyscira, Atlantide e altri luoghi dell’universo DC che vengono solo rapidamente riassunti in un’unica doppia pagina.

Fortunatamente alla fine si scopre che il tutto era sì una trappola, ma ordita da qualcun altro rispetto a Lex Luthor e da qui in poi l’azione deflagra, in maniera addirittura troppo concitata e frettolosa: un ulteriore quarto episodio avrebbe potuto creare la giusta tensione e alcune trovate non sarebbero state “bruciate” in uno spazio relativamente limitato (ogni capitolo conta una cinquantina di tavole ma abbondano le splash page). Certo, coi ritmi di Hitch un quarto episodio lo avremmo visto nel 2027 o giù di lì.

In conclusione Gli ultimi giorni di Lex Luthor è più che altro una celebrazione di Superman e piacerà agli appassionati del personaggio, ma Mark Waid ha saputo comunque imbastire dei dialoghi godibili.

Il team di disegnatori è quello già collaudato ne La Tomba di Batman. Kevin Nowlan inchiostra in maniera netta e decisa Bryan Hitch e forse nel processo qualche dettaglio si è perso (i contorni delle figure sono molto spessi). Va anche detto che lesinando sui tratteggi alcune occasionali sproporzioni sono più marcate, ma avercene di disegni così.

giovedì 20 marzo 2025

The Brave and the Bold: I Signori della Sorte

Coerentemente col nome della storica collana di cui ripropone il titolo (che a ogni numero presentava un team-up di Batman con un personaggio diverso dell’Universo DC) anche questa serie o miniserie è una sfilata di incontri tra diversi supereroi che immagino voglia divertire l’appassionato facendo interagire personalità diverse come Supergirl e Lobo oppure il maturo Batman con l’imberbe Blue Beetle.

Aprono le danze Lanterna Verde e Batman che rinvengono lo stesso identico cadavere nello spazio e nella batcaverna. Dopo una rapida ricerca risulta che di corpi identici ce ne sono altri 62 sparsi per i luoghi frequentati dai supereroi DC: Atlantide, il museo di Flash, il Daily Planet. Non è un guanto di sfida lanciato agli eroi ma il quadro che si disvela lentamente è molto complicato e coinvolge vari personaggi e gruppi oltre che diversi villain; i perni attorno cui si muove questo complotto sono un’arma che influenza le probabilità e soprattutto il libro di Destino (mi pare sia proprio quello degli Eterni del Sandman di Gaiman) che potendo rivelare tutte le azioni passate e future dona un potere enorme a chi lo possiede. Ad aver architettato tutto questo sono stati i Signori della Sorte del titolo. Il loro piano è così articolato e radicato nell’universo DC che ho preferito non soffermarmi a raccapezzarmici.

Nei fatti la struttura di questa miniserie o arco narrativo non è caratterizzata da un susseguirsi di accoppiate tra supereroi ma passa in rassegna buona parte dell’universo DC mettendo solo nominalmente sotto i riflettori due personaggi per volta piuttosto che altri. La storia è infatti affollatissima e decisamente arzigogolata e a mio avviso non sempre la presenza di personaggi urbani funziona bene in un contesto fantascientifico che contempla anche viaggi nel tempo. E con tutti questi incroci di ambientazioni che hanno regole precise con personaggi che ne seguono di altre è inevitabile creare qualche paradosso a cui Waid prova a mettere una pezza con dei dialoghi che non chiariscono tutta la situazione. Ecco, Mark Waid: qui non ho ravvisato molto dello sceneggiatore che ho apprezzato in Daredevil. Le citazioni autoreferenziali all’universo DC si sprecano e rendono ostica la lettura a un profano, ma questo probabilmente era il nocciolo della collana. Più che altro, le situazioni che vengono imbastite sono stereotipate e fanciullesche.

D’altra parte I Signori della Sorte risale al 2007 e i quasi vent’anni di distanza temporale si fanno sentire. Il taglio è quello dei fumetti di supereroi classici: niente ironia postmoderna, dialoghi artefatti per riepilogare la trama o presentare i personaggi, sense of wonder a buon mercato, mazzate coreografiche. E nonostante la decompressione fosse già tecnica usata e abusata, in queste pagine succede un po’ di tutto (Batman diventa mezzo cyborg!) per poi tornare velocemente alla normalità e i personaggi non stanno zitti un momento in modo che anche il lettore più torpido possa capire cosa stanno facendo e quali siano i loro piani.

I disegni di George Perez sono ovviamente di buona qualità, però ho notato che l’inchiostratore Bob Wiacek tende a diminuirne la carica rendendo il suo tratto monocorde e i volti e le corporature molto simili tra loro. Quando alle chine subentra Scott Koblish (purtroppo solo nell’ultimo episodio) i disegni acquistano corpo e vigore. I colori molto chiassosi di Tom Smith non contribuiscono a risollevare l’insieme che è comunque molto meglio di tantissima altra roba che si vede in giro.

Nonostante i nomi eccellenti coinvolti nella realizzazione, un volume per soli appassionati.

giovedì 30 maggio 2024

Teen Titans: Blitzkrieg

A Mark Waid una chance la si dà volentieri. La sua gestione dei Teen Titans è in chiave adolescenziale/iperconnessa/brillante. I Giovani Titani accorrono alle chiamate che ricevono sul loro profilo (o quello che è) in riferimento a casi che riguardano giovani e giovanissimi. Le derive “social” coinvolgono sin troppo alcuni membri del gruppo che rincorrono la popolarità, soprattutto Speedy, il Freccia Verde adolescente, e ciò suscita il malumore del leader Robin.

La (mini?)serie si sviluppa inizialmente affrontando un pericolo sempre diverso mentre nell’ombra qualcuno trama per costituire i “suoi” Teen Titans da opporre a quelli veri; non mancano frecciatine caustiche all’ambiente dei fan e dei nerd. Ma purtroppo dal quarto capitolo (su sei) la prospettiva cambia e pur sempre con brio e dialoghi divertenti Waid si concentra sui piccoli e meno piccoli problemi dei protagonisti fino al proverbiale scontro finale.

I testi sono piacevoli, sì, ma la vera sorpresa di questo volume sono stati gli splendidi disegni di Emanuela Lupacchino. Rispetto a come la ricordavo (ma se la cavava egregiamente anche all’epoca) qui ha un tratto molto più realistico, marcato ma pulitissimo, avendo forse guardato alla lezione di disegnatori come Yannick Paquette o Adam Hughes. Non stona affatto con il tono leggero della serie, anzi è incredibilmente espressiva e dinamica: i suoi personaggi “parlano” meravigliosamente con le loro posture e i loro sguardi. Ci fa sicuramente una figura migliore rispetto al copertinista Chris Samnee, dannatamente cartoonesco. E anche la differenza con il Mike Norton che ha disegnato alcune tavole dell’ultimo episodio è nettissima.

sabato 30 marzo 2024

Legione dei Super-Eroi di Mark Waid 1

Beh, il Daredevil di Mark Waid mi era piaciuto molto e da quel poco che ho visto di Barry Kitson mi sembrava disegnasse in maniera piacevole ed elegante: perché non dare una chance a questo loro lavoro comune?

La premessa è che nel XXXI secolo l’universo è pacificato e i minorenni sono controllati da un sistema virtuale di monitoraggio. La Legione dei Supereroi, se ho ben capito, è una formazione mutevole men che secondaria dell’universo DC e si oppone a questo stato di cose intuendo la necessità di intraprendere un approccio proattivo nei confronti delle minacce latenti costituite da quei sistemi che non fanno parte della coalizione dei Pianeti Uniti, o che minacciano di abbandonare questa ONU cosmica. Ed è qui che intervengono le miriadi di giovani idealisti che costituiscono la Legione, tra il sospetto (se non il disprezzo) della maggior parte degli altri abitanti del cosmo più vecchi che non capiscono i modi di questi giovinastri. Teddy Bob di Pier Carpi ma con tute sbriluccicanti.

A differenza della maggior parte degli altri fumetti di supereroi contemporanei pensati per la futura raccolta in trading paperback, queste storie (che esordirono a cavallo tra 2004 e 2005) sono sì tese verso un traguardo preciso ma offrono una trama abbastanza soddisfacente e conclusa in ogni singolo episodio, in equilibrio tra scontri contro minacce più o meno occasionali e sequenze da soap-opera. C’è la minaccia incombente di una guerra galattica ma si manifesterà solo alla fine del dodicesimo numero (su 13), e circa a metà strada farà la sua comparsa il villain dietro alle macchinazioni complessive. Un personaggio originale, tra l’altro, ad averlo conosciuto prima avrei ridimensionato una storia degli X-Men che evidentemente non era poi cosìoriginale.

Scrivere questo tipo di fumetto non deve essere facile. Ci sono una pletora di personaggi da mettere a turno sotto i riflettori e molti cadono fisiologicamente nell’anonimato oppure sono caratterizzati ricorrendo a stereotipi: Brainiac è il Dottor Spock della situazione, Cosmic Boy il leader carismatico, Ultra Boy la testa calda, Projectra la rampolla viziata… Anche come superpoteri i margini sono ristretti e alla fine ciò che caratterizza di più i Legionari sono i loro anelli che permettono il volo, il contatto telepatico e l’esclusione dal sistema di monitoraggio dei minorenni. Per allentare un po’ le catene di questi vincoli ogni tanto qualche back-up feature approfondisce la storia dei singoli personaggi oppure fa vedere alcune sequenze da un’altra prospettiva – da notare che oltre a un giovane Dale Eaglesham e un tal Scott Iwahashi che evidentemente ammira Eduardo Risso anche Dave Gibbons ha prestato le sue matite a queste appendici, in un paio di occasioni disegnate da Ken Lashley (chine di Greg Parkin e Paul Neary). Anche Waid in quei casi è stato sostituito da Stuart Moore.

La foliazione della serie era comunque più generosa della ventina canonica di pagine di un comic book e Mark Waid ha saputo infilarci un po’ di tutto creando suspense ma anche facendo sorridere. Poi neanche lui ha potuto fare miracoli col materiale di partenza e quindi alla fine tutto si risolve con una caterva di mazzate.

Barry Kitson è veramente molto piacevole da leggere e ammirare. Il suo stile grazioso e pulito può sembrare un po’ lezioso ma in realtà è perfettamente funzionale a raccontare queste storie in cui c’è sempre un po’ di dinamismo. E la bellezza del suo tratto rende meno traumatiche le immagini di un corpo squartato per un teletrasporto che non funziona o una spalla fatta esplodere da un personaggio che si ingrandito nel corpo di un altro. Ho notato un suo particolare pregio: inizialmente i volti dei suoi personaggi sembrano tutti uguali, e li si distingue per le tute o le capigliature. Ma una volta fatto l’occhio al suo stile ci si accorge dei molti raffinati espedienti che Kitson ha discretamente messo in atto per personalizzare i vari protagonisti.

Come dicevo il comic book della Legione era abbastanza corposo e forse Kitson non è il più rapido dei disegnatori, quindi già sul numero 4 viene sostituito (ottimamente) da Leonard Kirk e poi gli daranno man forte (o lo sostituiranno temporaneamente) Kevin Sharpe (con chine di Prentis Rollins) e Georges Jeanty.

Ovviamente un segno così pulito come il suo, quasi una Linea Chiara, finisce per rendere manifeste quelle pochissime sviste anatomiche in cui gli è capitato di incappare: un volto un po’ troppo allungato verso destra, un profilo non bellissimo come il volto dell’eroina presentata fino a quel momento, degli occhi non a bolla ma, dannazione, avercene di disegnatori come lui. E poi come mi insegnano i cultori dei comic book gli inchiostratori servono anche a questo: a prendersi le colpe del lavoro finito. Ma oltre a Mick Gray, James Pascoe, Drew Geraci e soprattutto Art Thibert, Kitson si è anche inchiostrato da solo!

giovedì 10 agosto 2023

Spider-man: Affari di Famiglia

Beh, i testi erano del Mark Waid che aveva firmato quel bel ciclo di Devil e mi è venuta la curiosità di leggerlo nonostante si profilassero anche i disegni cachettici di Werther Dell’Edera.

Dopo un micidiale autogol in cui un flashback svela chi è il colpevole di quel che leggeremo e qual è il meccanismo con cui agirà, comincia la storia. Peter Parker viene salvato dal rapimento da parte di un gruppo armato nientemeno da quella che si presenta come sua sorella. Teresa Parker è degna figlia dei suoi genitori e lavora per la CIA. E qui sono stato proiettato indietro di quasi quarant’anni: da bambino credo di aver letto tra i vari albi Corno che avevo ereditato da un parente proprio la storia in cui veniva svelato che i genitori di Peter Parker erano degli agenti segreti. Concetto probabilmente modificato, smentito, retconnato chissà quante volte – o magari si tratta solo di un mio falso ricordo.

La situazione che si profila è la seguente: i coniugi Parker avevano nascosto in Egitto una caterva d’oro nazista insieme a un Dormiente come guardiano, e solo chi può esibire il codice genetico di papà Parker (cioè Peter) può sbloccare il meccanismo tecnologico che permette di accedervi.

E qui mi è scattata un’altra madeleine proustiana: i “Dormienti” sono i robot nazisti che avevo visto da bambino in quel terrificante cartone animato (neanche tanto animato) di Capitan America – o anche questo è un falso ricordo?

Per poco più della metà la storia è gradevole e appassionante, un mix di James Bond e Indiana Jones. Nulla di trascendentale, ma “funziona” alla perfezione anche perché i protagonisti avrebbero potuto essere chiunque. Poi però i cliché del genere impongono la loro ingombrante presenza e quindi via con le mazzate, tra battutine sceme e sequenze che invece vorrebbero avere chissà quale profondità. L’identità segreta di Peter Parker viene svelata ma tanto c’è di mezzo un telepate e quindi alla fine tutti amici (o nemici) come prima. E poi c’è ancora spazio per un sotto-finale di quelli stupidi che possono voler dire tutto o niente, in questo caso credo proprio niente: solo un’esca gettata a cui nessun altro autore avrà abboccato. Vabbè, diamo la colpa a James Robinson che ha cofirmato la sceneggiatura.

Comunque il difetto più grande di Affari di Famiglia (oltre ai consueti riferimenti alla continuity che mi sono sfuggiti) è che Waid non ha giocato con le aspettative del lettore come speravo e alla fine si scopre che il retroscena era proprio quello che il lettore aveva subodorato sin dall’inizio, e il flashback iniziale non era una falsa pista. Se fosse veramente esistita una Teresa Parker sarebbe stata una bella sorpresa, altroché.

Il comparto grafico, almeno, è di altissimo livello. Credo che Dell’Edera abbia fatto i layout su cui poi Dell’Otto ha dipinto. Anche se meno dettagliate di altri suoi lavori, le tavole sono splendide e non perdono efficacia (forse addirittura ne acquistano di più?). Al di là del dinamismo, dell’espressività e dell’obiettiva bellezza, si fanno apprezzare per l’ottimo lavoro svolto sul cast dei comprimari, con una scelta azzeccatissima dei volti giusti. E il suo Kingpin è fantastico.

Purtroppo queste tavole mi sono sembrate sprecate per una storia del genere, così come il soggetto che avrebbe potuto portare a sviluppi originali – ma poi chi li sentiva i fan della Marvel?

giovedì 15 aprile 2021

Fantastici Quattro: Antitesi

Storiella esilissima che gioca la carta della nostalgia situandosi in un’epoca in cui l’ultimogenita Valeria era nata da poco e riesumando il vecchio leone Neal Adams ai disegni.

Si aprono vari squarci dalla Zona Negativa: è l’antipasto di una avventura in cui i Fantastici Quattro dovranno aiutare Galactus contro la sua controparte (appunto Antitesi) che invece di succhiare la vita dai mondi che visita li riempie di energia negativa (o una roba del genere) con risultati non meno catastrofici. Reed Richards è preoccupato perché la sua mente sta un po’ scantinando e questo porta a un colpo di scena finale che scuote un pochino la trama. A tal proposito, scopro con questa miniserie che Galactus ha una controparte umana a cui è possibile farlo regredire, tal Galan che è evidentemente un omaggio a un ex Presidente della Regione Veneto.

Mark Waid fa quello che può con personaggi granitici e immutabili, costretto oltretutto a lavorare nella dimensione della ventina di tavole per numero che devono concludersi con un cliffhanger e che devono ospitare abbondanti splash page per sfruttare il nome del disegnatore.

Dal canto suo, Neal Adams non delude pur se disegna la Cosa con tratti scimmieschi. Non lo conosco poi così bene ma penso che non sia proprio al top della sua forma, e neanche l’inchiostratore Mark Farmer può mettere più di tanto una pezza se qualche occhio si trova posizionato in maniera un po’ eclettica su un viso. Ma nel complesso il suo lavoro è decisamente buono.

giovedì 30 luglio 2020

Ignited

Serie portante di un nuovo universo supereroistico sviluppato nientemeno che da una filiale statunitense degli Humanoïdes Associés, Ignited si segnala per il cattivo gusto (spacciato per impegno sociale) dell’assunto di partenza: dei teen-ager ottengono dei superpoteri dopo una delle periodiche sparatorie che avvengono nelle scuole degli Stati Uniti. Mi pare di capire che ci sia un quadro più grande di cui tener conto per lo sviluppo dei superpoteri in questo universo, ma sostanzialmente la serie si appoggia su questo concetto di base di forte impatto per ottenere una sua visibilità e imbastire le trame.

La californiana Phoenix Academy High School è stata teatro di una sparatoria e adesso si vuole far passare una legge (o emendamento, o quello che è) per armare i professori in caso di ulteriori assalti armati. E così i primi due supereroi, Viral e Wave, si manifestano sui social network trasmettendo video con cui esprimono la loro contrarietà. La situazione degenera presto, tanto più che a breve proprio alla Phoenix Academy si terrà una manifestazione di una pseudo-NRA che già sta scaldando gli animi.

I personaggi sono estremamente stereotipati, non tanto nelle loro versioni “super”, che anzi presentano qualche punta di originalità, quanto nelle identità civili: sono i classici stereotipi scolastici triti e ritriti che si vedono nei film e nei telefilm. Si salva un po’ solo Luther Ray, metallaro figlio di una poliziotta, che ha una caratterizzazione meno scontata di quelle degli altri.

L’azione, quando c’è, tende a essere un po’ confusa ma per la maggior parte del tempo i sei ragazzi protagonisti parlano parlano parlano. Visto lo spettro che aleggia sulle origini dei personaggi è anche giustificato che sia così, però è difficile dire se la scelta della sparatoria sia una cosa sincera e partecipata o solo una paraculata per attirare attenzione. Il contributo di veri sopravvissuti con le loro testimonianze all’inizio degli episodi originali farebbe propendere per la prima ipotesi, ma anche al di là di questo Ignited è solo un fumetto di supereroi come mille altri, solo più noioso. Qualche dialogo un pochino (ma poco poco) brillante non basta a elevare un ritmo assai lento. Così a occhio credo che Mark Waid abbia fatto poco più che la supervisione. E Kwanza Osajyefo si è tenuto molto largo nello sviluppare la trama: per il momento gli otto numeri usciti finora sono solo una lunga introduzione alla serie e in sostanza non succede nulla (i primi quattro sono introduttivi, negli altri i protagonisti devono solo vedersela con un conduttore radiofonico che minaccia di rivelare le loro identità, ricollegandosi alla scena che apre il primo episodio). Ed è patetico vedere come sono state censurate le parolacce.

Per quel che riguarda l’aspetto grafico, Phil Briones è troppo caricaturale per i miei gusti. È vero che negli Stati Uniti (e non solo) imperversano disegnatori molto più deformed di lui, ma per me così è già troppo. Il massimo della sua espressività è allungare le facce dei personaggi mentre spalancano la bocca, e soprattutto le ragazze si assottigliano e si accorciano a seconda delle inquadrature.

Non il migliore degli esordi, insomma.

domenica 3 maggio 2020

Storia dell'Universo Marvel

Volumone celebrativo come periodicamente ne vengono prodotti (credo) per fare il punto sulla situazione del Marvel Universe sostituendo in questo caso le vecchie guide che erano solo scritte e illustrate con materiale di repertorio.
La “storia” è scritta da Mark Waid, motivo per cui ho azzardato a dare una chance alla lettura della miniserie, ma in realtà avrebbe potuto scriverla chiunque, a patto di rileggersi tutti gli albi Marvel o di farseli riassumere. La miniserie non è altro che un compendio di storia della Marvel, senza alcuna rilevanza stilistica e con un unico guizzo creativo relativo alla sola situazione di partenza: all’approssimarsi della fine dei tempi (quando il vecchio universo verrà sostituito da uno nuovo) Franklyn Richards parla con Galactus del passato e del futuro, “futuro” che per loro è già avvenuto, del mondo che sta per essere annichilato per ripartire poi da zero. Mentre il primo, che ricostruirà l’universo dopo la fine, è sempre lucido, il secondo perde progressivamente contatto con la realtà. Questo meccanismo serve a giustificare il fatto che, proprio quando si arriva agli eventi del 2019, Galactus si perde e riassume rapidamente gli scenari futuri canonici del Marvel Universe, come il 2099, il mondo di Deathlok, di Killraven, ecc. senza sbilanciarsi troppo sulle loro collocazioni temporali.
Si tratta insomma di un tentativo di costruire una cronologia coerente che unisca tutti gli albi pubblicati della Marvel, sino al prossimo evento epocale che cambierà di nuovo le carte in tavola e richiederà probabilmente qualche altra aggiustatina nella cronologia. Ma dalle date di pubblicazione degli albi citati nelle note evinco che l’ansia di dover giustificare tutto in una maniera coerente non è un vizio recente.
Dignitosi i disegni di Javier Rodríguez (anche colorista) e Álvaro López, però visto il tipo di “storia”, per nulla narrativa ma interamente compilativa, sarebbe stato meglio uno stile più ricco e dettagliato, da illustratore. In questo caso non c’è nemmeno la scusa dello storytelling per giustificare la pochezza dei disegni. Alle copertine un irriconoscibile Steve McNiven che insieme a Mark Farmer e Morry Hollowell fa il verso allo stile degli anni ’80 (o ’70? o ’60?).
Non manca qualche curiosità: io ad esempio non sapevo dell’invenzione del fittizio conflitto del Sin-Cong creato appositamente per ambientarci alcune storie accadute nel Vietnam, che anche nel Marvel Universe esiste ed è stato teatro della guerra omonima durata anche lì un lasso di tempo ben determinato, e che quindi potrebbe essere in conflitto con l’età di alcuni personaggi che in origine vi presero parte. Ma oltre a questo La Storia dell’Universo Marvel non ha nulla da offrire a livello narrativo e stilistico, anche se sono sicuro che alcuni aficionados Marvel si commuoveranno rivedendo sequenze lette durante la loro infanzia o adolescenza e assistendo alla “morte” (ma chi ci crede…) dell’universo Marvel.
Come dicevo all’inizio, questa miniserie aggiorna e sostituisce i comic book enciclopedici sulla storia della Marvel (mi pare si chiamassero Handbook, anche io ne ho uno) e infatti include alla fine un elenco di personaggi che non sono stati menzionati nel “fumetto”.

domenica 24 novembre 2019

Daredevil 10: L'Autobiografia di Matt Murdock

Dopo le ultime performance non proprio all’altezza degli esordi il ciclo del Daredevil di Mark Waid si risolleva sul finale. Il volume conclusivo costa ben 22 euro, “giustificati” dalla presenza di 9 comic book invece dei soliti 6 o 7. In proporzione mi pare un po’ esagerato come aumento, forse la collana non vendeva benissimo, ma magari Nona Arte seguisse l’esempio della Panini e si decidesse a pubblicare quel benedetto decimo volume conclusivo dell’integrale di Barbarossa anche a costo di farlo pagare un po’ di più.
Tornando a Devil, la costante di questo volume sono delle idee piuttosto strampalate o poco credibili narrate però con grande classe da Mark Waid, che crea delle belle scenette infarcendole di dialoghi stupendi.
Il primo arco di due capitoli vede il vecchio Stunt-Master (prima villain e poi buono, se ho capito bene) rivolgersi a Matt Murdock per una questione di copyright, visto che un giovane motociclista acrobatico si sta esibendo con il suo nome lucrandoci sopra. Inizialmente sono rimasto sorpreso che la Marvel abbia fatto passare un soggetto del genere, con un caso che ricorda molto la rapacità con cui la casa editrice ha sfruttato idee altrui e oltretutto con una multinazionale, la Leveron, che richiama sin troppo la Revlon proprietaria della Marvel per un periodo (forse ancora oggi?). Ma la realtà è diversa da come appare, e il vero piano tanto arzigogolato da risultare assurdo. Anche Samnee non deve averlo capito bene, visto che certi elementi che avrebbero dovuto essere resi in un certo modo non lo sono stati. Dopodiché si passa a un gustoso intermezzo in cui l’ultima fiamma di Matt Murdock ha un ruolo di rilievo, mentre vengono poste le basi per il ciclo conclusivo.
In questi ultimi cinque episodi Matt Murdock esce definitivamente allo scoperto agendo anche come avvocato con il nome di Devil (!) e adottando appositamente un nuovo costume un po’ pacchiano. Per il gran finale tornano molti dei personaggi già visti in precedenza: Sudario, Ikari, il nuovo Gufo e persino un redivivo Kingpin. Il motore di questi capitoli è l’imbarazzo generato dalla diffusione sugli strumenti telematici di informazioni confidenziali sulla vita di Matt Murdock e soprattutto delle sue conoscenze che adesso diventano bersagli.
Come intermezzo viene inserito l’episodio speciale 15.1, in cui la scrittura dell’autobiografia di Matt Murdock (a opera del ghost writer Foggy Nelson) ha un ruolo tale, ma è l’unica occasione, da giustificare il titolo del volume. Come sceneggiatori vengono indicati anche Marc Guggenheim e lo stesso Samnee oltre a Waid, per fortuna la maggior parte dei disegni sono affidati a Peter Krause: la storia più lunga mostra delle curiose somiglianze con il meccanismo da cui parte il romanzo di Gianrico Carofiglio appena uscito (ma chissà quanti altri casi simili ci saranno stati), l’altra è più canonica.
Nel complesso Waid ha chiuso il suo ciclo con classe e abilità, sfruttando bene gli elementi che egli stesso aveva introdotto. Soprattutto, ha reso tollerabili delle idee balzane grazie alle sue capacità di affabulatore. Peccato per il finale piuttosto sdolcinato.
Chris Samnee ha fatto ben sperare nei primi due episodi, disegnati decisamente bene. Purtroppo è stato un fuoco di paglia ed è tornato presto a disegnare i suoi pupazzetti stilizzati. I colori sono di Matthew Wilson, che lavorando su Krause ha scelto degli assurdi effetti “sporchi” forse per sottolineare che la storia si svolgeva in un passato remoto.

giovedì 26 settembre 2019

JLA di Waid, Hitch e Porter

Ah, i bei tempi andati della Planeta DeAgostini, quando pubblicavano un sacco di roba (a volte anche notevole) stampata bene e a prezzi vantaggiosi. Ho una mia teoria sulle ragioni della pessima stampa, Fumo di China in primis, di cui soffriva a suo tempo la Planeta: quindici anni fa i forum e i social network embrionali si stavano imponendo grazie alle connessioni internet che erano sempre più diffuse, anche tra autori ed editori di fumetti, mentre le fiere di fumetto andavano moltiplicandosi proseguendo il trend iniziato pochi anni prima. Avere un contatto diretto con un autore o un editore era insomma molto più facile, in un senso e nell’altro. Poteva sembrare brutto criticare un soggetto con cui si era in confidenza, seppur minima, e forse sorgeva il timore di rappresaglie sotto forma di interviste non concesse o dell’embargo ai fumetti gratis da recensire. Con la Planeta invece era tutto più facile: fermo restando che la cura dei loro albi e volumi non era assolutamente perfetta, a volte anzi proprio scadente, ci si poteva sfogare quanto si voleva, erano i capri espiatori ideali: tanto erano spagnoli e mai avrebbero letto le recensioni italiane.
Ogni tanto mancava il testo di un balloon o una parola veniva scritta in modo quantomeno creativo, però intanto abbiamo avuto ristampe di classici come il Tarzan di Hal Foster e I Puffi a prezzi promozionali, classici della Vertigo in edizioni economiche da edicola, volumi di grande formato di Hermann a meno di 10 euro, o volumi doppi di Cosey a 12 euro o poco più. Anche questo volumone ripescato dal vecchio magazzino Planeta (era ancora incellofanato) presenta i suoi bei difetti: solo nelle cinque righe in quarta di copertina si legge che la JLA «debe» affrontare nemici come la Regina delle… «Facole», ma sono quasi 650 pagine a colori su carta patinata stampate quasi sempre in maniera impeccabile in un volume cartonato cucito e rilegato sul dorso per 45 euro. Nessuno poteva offrire altrettanto a quel prezzo, tantomeno oggi.
Questo tomo è il volume gemello di quello analogo dedicato alla JLA di Grant Morrison che presi una dozzina di anni fa. Ecco quindi svelato il motivo dei buchi nell’elenco degli episodi di quel volume. Se ho ben capito, qui si comincia dalla fine: la miniserie deluxe Heaven’s Ladder dovrebbe essere stata realizzata successivamente rispetto agli altri episodi raccolti, ma qui è stata messa all’inizio. Ricordo di aver letto un’intervista a Bryan Hitch, uno dei due motivi principali per cui ho ordinato questo volume, in cui il disegnatore si lamentava di aver lavorato sotto forte pressione e retribuito alla tariffa usuale per un lavoro della DC Comics che invece sarebbe andato su una pubblicazione extralarge. Mi sa tanto che parlava di questo: oltre al fatto che le sue vignette iperdettagliate non “respirano” come dovrebbero, la diagonale delle tavole lascia intendere che erano pensate per un formato più grande. Non che sia un dramma: il suo tratto è una gioia per gli occhi, a maggior ragione all’epoca, quando i suoi riferimenti fotografici erano ancora relativamente vergini e non li avevamo ancora visti ripetuti più e più volte come purtroppo succede adesso.
Era chiaro che l’esca per l’acquisto del volume, cioè i disegni di Hitch, era appunto solo un’esca e che il meticoloso e lentissimo disegnatore non avrebbe potuto produrre la maggior parte del materiale qui raccolto. E quindi arriviamo al secondo motivo che mi ha spinto all’acquisto: i testi di Mark Waid. Visto quanto l’avevo apprezzato su Daredevil speravo di trovare anche qui almeno un guizzo della sua verve. E invece niente. JLA, essendo una testata che ospita i maggiori calibri del pantheon DC, deve necessariamente trovare delle sfide sempre più impegnative per giustificare l’intervento di Superman, Wonder Woman, Martian Manhunter e soci. E così ecco uno snocciolarsi di situazioni sempre più esagerate, in una spirale di ridicolo involontario. Anche Heaven’s Ladder presenta una minaccia fuori scala, ma il sottotesto vagamente mistico e soprattutto gli splendidi disegni di Hitch fanno passare in secondo piano la pretenziosità un po’ confusionaria del soggetto. Nella serie regolare, invece, si comincia con un villain che controlla la fortuna e poi si passa a nemici che cancellano il linguaggio (e gli umani non sanno più nemmeno leggere i segnali stradali o le strumentazioni elettroniche!), a streghe delle fiabe, a macchine per far avverare i desideri, a invasori a sei dimensioni, fino all’apoteosi di Superman e Wonder Woman che per sconfiggere i nemici di turno spostano la luna! Il tutto inframmezzato da messaggini sulla fiducia e l’amicizia.
Soggetti buoni per gli anni ’60, che già nel decennio successivo sarebbero sembrati infantili. I tentativi di dare un abbozzo di spiegazione pseudoscientifica (l’onnipresente fisica quantistica oppure i naniti, che altro?) finiscono per sottolineare quanto siano ridicoli gli assunti di base, giustificati dalla necessità di affidarsi al puro e semplice sense of wonder. Non che il ciclo di Morrison fosse poi tanto diverso, ma nel suo caso avvertivo un certo entusiasmo nel raccontare quelle scempiaggini, c’era qualche trovata originale (qui invece la JLA in versione medievale mi ha ricordato una storia dei Vendicatori letta nei Classici del Fumetto di Repubblica…) e affiorava un po’ di ironia. Waid non ha saputo fare altrettanto, forse anche perché gestire almeno otto personaggi diversi in episodi da poco più di 20 pagine non è fisiologicamente facile, dovendo anche sottostare alle esigenze delle singole testate in cui avvengono delle modifiche nelle vite dei protagonisti che vanno sottolineate anche qui. Ed è impossibile non rendere irritante Plastic Man – o comunque Waid non c’è riuscito.
A onor del vero, un discreto scossone viene dato dalla rivelazione dei piani segreti di emergenza di Batman contro i suoi stessi compagni di squadra, colpo di scena opportunamente sottolineato nell’introduzione di Fran San Rafael, ma pur essendo il piatto forte del volume è una cosa che finisce abbastanza presto in cavalleria – anche se probabilmente leggere quel ciclo mensilmente avrà avuto un effetto diverso che leggerlo tutto d’un fiato come qui.
In definitiva questa JLA è una lettura per ragazzi (non che quella di Morrison fosse molto di più), forse anche di bocca buona. Se però si sta al gioco e ci si lascia trasportare dal flusso di trovate sempre più assurde la lettura è comunque godibile, tanto più che non serve aspettare mesi per sapere come finiscono le trame. E l’ultimo episodio natalizio è abbastanza simpatico e originale.
Come immaginavo, Bryan Hitch non ha realizzato che una minima parte dei disegni. Ironia della sorte, i suoi primi quattro (se ho contato bene) interventi sulla ongoing sono quelli stampati peggio. Non mi sono messo a contare le singole tavole, ma mi sembra che la maggior parte del lavoro l’abbia fatta Howard Porter che all’epoca era ancora titolare della serie. È sicuramente maturato rispetto alla gestione Morrison, ma comunque il suo stile ipertrofico e un po’ caricaturale non mi convince. Ma per stare dietro alle scadenze e mettere delle toppe alla lentezza di Hitch la DC ricorse a un sacco di altri disegnatori (persino J. H. Williams III e Mick Gray che giustamente disegnano alcune delle tavole “fiabesche”). Dato il lungo periodo di tempo intercorso tra l’uscita del primo e dell’ultimo episodio (Waid iniziò come tappabuchi occasionale col numero 18 per poi prendere più o meno stabilmente le redini dal 43 al 60) è possibile vedere l’evoluzione di alcuni disegnatori chiamati periodicamente a rimpolpare la serie. In particolare, ho gradito come Mike S. Miller abbia sviluppato uno stile realistico dopo una prima prova stilizzata e rozza, forse dovuta dalla necessità di andare in stampa in tempo o a un primo inchiostratore, Armando Durruthy, non adatto. Non male nemmeno Mark Pajarillo, per quanto legato ancora all’estetica di Jim Lee. Ma tra inchiostratori, disegnatori ospiti e coloristi a dare man forte a Hitch e Porter sono stati veramente tanti (lo stesso Waid ha firmato in un’occasione i testi insieme a Devin Grayson): Paul Neary e Laura DePuy (beh, ovvio: c’è Hitch), John Dell, Pat Garrany, Walden Wong, Arnie Jorgensen (pessimo), David/Dave Meikis, il redivivo Doug Hazlewood, John Kalisz, Drew Geraci (molto bravo a smussare certe esagerazioni di Porter), Steve Scott, Mark Propst, Tony McCraw, Javier Saltares, Chris Ivy, Phil Gimenez, Ty Templeton, Doug Mahnke, Kevin Nowlan (questi quattro in occasione dello speciale numero 50), David Baron, Cliff Rathburn. E forse me ne è sfuggito qualcuno.
Non proprio la JLA di Waid e Hitch, come vorrebbe il titolo in gerenza.

martedì 10 settembre 2019

Daredevil 9: Il Regno Porpora

Quasi un anno fa avevo sottolineato la parabola discendente imboccata dal Daredevil di Waid. Questo nuovo volume rallenta il processo e pur non arrivando ai livelli dei primi lontani numeri si legge con un certo piacere.
Il menu propone l’albo celebrativo Daredevil 1.50 seguito da cinque numeri della serie regolare. L’albo fuori serie, di ben 35 pagine, è composto da tre parti: la prima, Il Re in Rosso, è un what if in cui si immagina un Matt Murdock cinquantenne e padre di famiglia che fa il sindaco. Il 76% della cittadinanza è diventata cieca all’improvviso, e tra questi anche suo figlio. La soluzione del caso è abbastanza lineare, la distanza temporale dalla lettura dello scorso volume non mi ha fatto apprezzare la guest appearence di un villain che forse aveva già fatto capolino in precedenza. Belli i disegni, ma dalle gerenze non si capisce di chi sono (né chi abbia inchiostrato Alvaro Lopez degli artisti regolari). Né Karl Kesel né Alex Maleev, gli unici disegnatori a cui viene attribuito il numero 1.50, disegnano con uno stile simile. Non mi è nemmeno chiaro quale storia abbia scritto Brian Michael Bendis, anche se con ogni probabilità è la successiva.
Questa seconda parte è una lettera illustrata di cinque pagine con cui la moglie del Matt sindaco cinquantenne spiega al figlio le circostanze in cui lo ha conosciuto e i pericoli a cui è esposta. Essendo praticamente un racconto illustrato aveva le carte in regola per essere la parte meno gradevole e invece è quella che mi è piaciuta di più.
Chiude lo speciale la storiellina Il testamento di Mike Murdock di Karl Kesel (con le chine di Tom Palmer), uno di quei non memorabili riassuntoni con cui si dà prova di conoscere la continuity. I disegni, poi, sono piuttosto caricaturali.
I numeri 6 e 7 della serie regolare sono impegolati dall’eventone Marvel del 2014, che ha fatto ricordare a Matt un frammento di un episodio seppellito nella sua memoria. In realtà la sudditanza alle regole aziendali non influisce molto sulle tematiche e sulla qualità dei due episodi, che sono a malapena toccati dall’evento. Torna in scena la madre suora di Matt e Daredevil dovrà andare fino in Wakanda per salvare lei e altre due sue consorelle da un complotto militare. La storia è abbastanza originale ma scorre forse un po’ troppo veloce, ed è parecchio melensa in alcune parti. Molto buoni i disegni di Javier Rodriguez che cura molto bene anche i colori.
Il trittico che dà il titolo al volume vede l’introduzione dei pargoli dell’Uomo Porpora, che ne risveglia i poteri latenti ma che non riesce a controllarli come vorrebbe. Nel mentre il padre della nuova compagna di Matt gli propone di scrivere la sua autobiografia, che immagino sarà oggetto del decimo e conclusivo volume annunciato su una delle ultime Anteprima allo spropositato prezzo di 22 euro (il titolo era appunto L’Autobiografia di Daredevil o qualcosa del genere). Per quanto semplice, la storia si legge con piacere ed è abbastanza originale. Purtroppo i disegni di Chris Samnee non sono all’altezza, almeno non sempre: accanto a delle figure espressive e abbastanza curate ce ne sono altre molto stilizzate e cartoonesche.
Mark Waid conferma in questo volume che il suo punto di forza sono l’ironia e i dialoghi, pur con un’eccessiva urgenza di spiegare perché i personaggi fanno certe cose, e inoltre riesce a gestire delle trovate bizzarre (stavolta meno del solito) che in mano ad altri sarebbero sembrate solo ridicole. A creare la giusta atmosfera contribuiscono anche il posizionamento accorto di alcuni balloon e altre finezze stilistiche come la resa delle parole colorate nei dialoghi dell’Uomo Porpora.
A rimpolpare il volume ci sono le molte (troppe?) variant cover soprattutto del numero 1.50 a opera di Marcos Martin.
Un volume non certo eccezionale ma comunque godibile.

sabato 1 dicembre 2018

Doctor Strange 1 (44): Ultima Frontiera!

Non è che il nuovo formato Panini (2 euro per un solo comic book) mi aggradi molto, e d’altra parte non compro praticamente più supereroi, però il nome di Mark Waid ha il suo fascino, e Jesus Saiz è un disegnatore che mi piace tantissimo. Quindi ho voluto dare una chance a questo “nuovo” Doctor Strange. Poteva andare peggio, ma poteva andare anche molto meglio.
In sintesi, la trama verte intorno a Stephen Strange («Stefanuccio» lo chiama Luca Scatasta nell’editoriale, tracciando così un profilo dell’acquirente di riferimento) che si ritrova progressivamente privo del contatto con la magia. Disperato, e ricondotto al suo ruolo di difensore della Terra dagli attacchi magici, Strange accetta il consiglio di Tony Stark che… udite udite… lo manda in giro nello spazio con una navicella per cercare altri Stregoni Supremi su altri pianeti per fargli ricaricare le batterie! Solito cliffhanger finale che, se tanto mi tanto, verrà vanificato nel prossimo episodio.
Da quasi neofita del personaggio mi sembra che il mix di esoterismo e fantascienza sia un po’ stridente. È chiaro che trattandosi di una storia introduttiva è impossibile giudicare questo arco narrativo, e come viene detto nell’ultima pagina già dal prossimo numero ci saranno sorprese e rivelazioni, ma francamente mi basta per bloccare l’acquisto qui. Questo primo episodio è d’altronde anche lodevole perché l’uso massiccio delle didascalie ne dilata il tempo di lettura, ma sono pur sempre 2 euro per 20 pagine di fumetto – non che gli altri albetti da 48 pagine a 3,5 euro siano poi più convenienti, in effetti. Peccato per i disegni e i colori di Saiz, che per quanto un po’ freddini rispetto a quanto visto altrove sono sempre bellissimi.
Una curiosità, sempre dalle note finali: da alcuni indizi parrebbe che questa storia possa essere letta  come una sorta di rivincita di Waid, a cui era stata bocciata una miniserie proprio del Dottor Strange.

mercoledì 21 novembre 2018

Daredevil 8: Un diavolo a San Francisco

L’alto livello qualitativo del Daredevil di Mark Waid non poteva durare in eterno e dopo alcune avvisaglie adesso siamo forse arrivati al capolinea. Non è che questo “nuovo” Daredevil, ennesima ripartenza dal numero 1, sia proprio brutto ma è indistinguibile da altri mille fumetti di supereroi uguali.
L’azione si sposta a San Francisco e i primi quattro capitoli dei sei qui raccolti sono un concentrato di azione e adrenalina. Si leggono tutti d’un fiato e la cosa in generale sarebbe pure un pregio, ma nei sette volumi precedenti Waid ci aveva abituato a ben altro. Non è che l’umorismo sbandierato da Simon Bisi nell’introduzione sia poi tanto presente e incisivo.
Daredevil, ormai universalmente conosciuto come Matt Murdock, aiuta il vicesindaco a liberare la figlia rapita, scoprendo che sotto c’è tutto un sottobosco di boss del crimine e vigilantes ingelositi dalla sua presenza nella loro città. Gli immancabili cliffhanger con cui si conclude ogni episodio vengono vanificati dall’incipit di quello successivo, in cui la minaccia viene ribaltata o ridimensionata: esattamente quello che fa Mark Millar, e non è un complimento. Oltretutto, Waid si sente in dovere come non mai di spiegare tramite la bocca di Daredevil perché faccia certe azioni e perché i suoi poteri non funzionino quando la storia necessita che non funzionino. E quasi ogni occasione è buona anche per ricordare come Daredevil ha ottenuto i suoi poteri, qualora ci fosse veramente un lettore che ha cominciato a comprare il fumetto proprio da quel numero senza sapere nulla del protagonista.
Anche i fotoreporter meritano un dito in più
Nel quinto capitolo viene fatta luce sulla vera sorte di Foggy Nelson, ufficialmente morto ma non di cancro come avrebbero lasciato immaginare gli episodi scorsi. L’episodio segue la traccia fracassona dei precedenti ma è un po’ confuso, io almeno non ho ben capito fin dove Daredevil fosse responsabile o meno del finto (finto?) attacco dell’Uomo Rana e del coinvolgimento di Ant-Man. I disegni di Chris Samnee non sono certo brutti, ma il suo stile sintetico e cartoon non aiuta certo a risollevare il tutto.
In appendice viene presentato un numero “0.1” extralarge di ben 42 pagine, uno sfoggio di cultura Marvel che viene risolto in maniera un po’ bislacca. Qui almeno c’è un po’ di umorismo e il lettore viene agganciato dal mistero iniziale, ma non si va oltre la solita storiellina di supereroi scritta con mestiere. Ai disegni Peter Krause, più che dignitoso anche se un po’ discontinuo: nelle sue tavole convivono dei bei primi piani molto intensi e anatomie ipertrofiche. I colori sono stati realizzati rispettivamente da Javier Rodriguez e John Kalisz.
Siamo insomma piuttosto distanti dalla qualità del primo volume e di molti dei successivi, ma ormai resto a bordo finché dura la collana, magari coi prossimi episodi decolla di nuovo.
Il volume costa 16 euro, prezzo giustificato dalla foliazione più corposa dovuta non solo alla durata dello 0.1 ma anche alle variant cover in appendice e disseminate tra i capitoli.