venerdì 29 novembre 2019

Intervista a Laura Spianelli

A differenza di quello che avevi scritto sul tuo blog questo quarto volume di Stirpe di Pesce non sarà l’ultimo.

No, non è l’ultimo: è una delle libertà che mi sono presa e uno dei motivi per cui sono contenta che sia un’autoproduzione. E anche per questo non sono con una casa editrice e questo perché posso permettermi ad esempio di sviluppare un personaggio se ha bisogno di più spazio. In questo quarto volume ritorna Purple, gli altri personaggi la ritrovano, la vedono, però cosa le è successo nel frattempo mentre la serie procedeva con altre avventure? Non potevo risolvere la questione in sole tre o quattro pagine, era importante darle spazio, per cui ho deciso (o meglio si è deciso parlandone con Simone Delladio, con cui ci confrontiamo sempre per Stirpe di Pesce) che questo quarto volume non sarebbe stato l’ultimo. Bisognava darle più spazio, sottolineare la sua importanza. Per cui in questa avventura… ma forse è meglio se non faccio spoiler!

Già, meglio di no! Io il volume l’ho appena preso e devo ancora leggerlo. Se magari puoi dire qualcosa senza anticipare troppo…

Ci provo: diciamo che l’avventura portante ovviamente continua, ma c’è un punto in cui ci sarà una svolta importante che ovviamente non anticipo ma a cui era importante dare più spazio.

Posso chiederti il perché di questa copertina così particolare, diversa dalle altre?

Il quarto volume l’ho fatto uscire in due versioni per Lucca Comics. C’è la versione normale disegnata da me che è quella a cui fai riferimento: è appunto molto anni ’70, con i colori acidi; e poi c’è una variant cover di Tony Sandoval, di cui ne ho fatte solo 250 copie numerate.
Da qui è nata anche l’esigenza di non fare a gara a quale potesse essere più bella con un soggetto che fosse simile: figuriamoci se voglio mettermi in competizione con Sandoval. Per cui sono andata completamente all’opposto creando una copertina acida che fosse acida anche perché è così che me la sentivo, perché quelle sono proprio le mie tonalità: a me piace, è totalmente pazza. E allo stesso tempo si discosta da quella di Sandoval ma è anche diversa da tutte quelle precedenti, un altro motivo per cui è diversa è che raffigura il primo personaggio su una copertina a non essere né un tritone né una sirena, lui è un umano: un “asciutto”, come vengono chiamati nella storia.

250 copie per una tiratura limitata di un progetto indipendentemente non mi sembrano poi così poche.

Posso dire una parolaccia? Noi pisciamo molto in lungo [ride, ndr]. Insomma, diciamo che io guardo molto in lungo, che è uno dei vantaggi che ti danno le autoproduzioni, perché tu con le autoproduzioni inizi proprio dal piccolo per poi cercare di crescere e di far conoscere il prodotto a più lettori possibili. Invece se lavori con una casa editrice è chiaro che loro hanno altre esigenze di stampa, magari ti mandano in stampa anche 4000 volumi (butto lì una cifra) ma a quel punto è esaurito il tuo prodotto.

Non ti seguono più.

No, perché hai avuto il tuo lancio in libreria e poi il prodotto si esaurisce. Io invece quello che voglio, e che spero, è che il prodotto cresca. E per questo continuo a farlo conoscere: e intendo che continuo a promuoverlo sin dal primo volume.

A proposito di questo discorso, tu frequenti molto le fiere dove presenti Stirpe di Pesce. È quindi un buon sistema per promuovere il tuo prodotto?

Sì, è un ottimo sistema per farsi conoscere, ma è anche un sistema per  conoscere il pubblico. L’autoproduzione ti permette anche questo: di avere un contatto diretto con il pubblico con cui puoi parlare alle fiere. Per cui alla fine non sei soltanto un lettore o una lettrice, diventi parte del fumetto. Perché mi vedi e, grazie ai social, mi vedi quando lo creo. Anche quando magari sbaglio e poi cerco di rimediare a un errore. Per cui tutto questo processo creativo, in qualche modo condiviso, fa sì che sia un qualcosa per cui tu non sei più soltanto lettore, ne fai proprio parte.

martedì 26 novembre 2019

Intervista a Gabriel Bà e Fabio Moon

Che tipo di formazione avete avuto?

Siamo andati alla scuola d’arte, ma in Brasile non sono granché. Non ti insegnano a disegnare ma più che altro ti fanno ragionare su quello che vuoi fare. Pensando alle scuole d’arte pensiamo sempre all’Italia.

Il fumetto è arrivato tardi o come nel caso di molti fumettisti avete cominciato a disegnarli sin da giovani?

I fumetti li facevamo fin da bambini, sempre insieme.

Ma in concreto come avete iniziato?

Abbiamo iniziato facendoci la nostra autoproduzione in Brasile. All’epoca il Brasile stava attraversando una crisi economica, la prima fanzine l’abbiamo fatta alle scuole superiori, poi pubblicammo su un giornale che però poi chiuse. Ma è stata una bella esperienza vedere le nostre cose pubblicate. Poi ci siamo divisi e abbiamo fatto due scuole d’arte differenti, e a quell’epoca abbiamo fatto la nostra seconda autoproduzione.
Abbiamo anche fatto prove su prove per i supereroi ma non ci siamo riusciti, abbiamo fallito a farci pubblicare negli Stati Uniti perché noi amiamo raccontare una storia mentre un supereroe è solo una pin up senza una storia dietro.
Così abbiamo cominciato a fare storie quotidiane, di quelle che si vedono nei romanzi o nei film ma non nei fumetti. Era il 1997. All’epoca in Brasile si stava verificando una rivoluzione nel mercato fumettistico: nelle edicole c’erano tantissimi prodotti su licenza perché non c’era abbastanza materiale prodotto in Brasile e quindi il mercato interno si spostò in libreria dove i volumi hanno una vita più lunga, una maggiore esposizione.
Al contempo andammo in America, al San Diego Comicon dove volevamo vendere un nostro prodotto ma non ce la facemmo: almeno avevamo visto che c’era tutto un fumetto esterno ai supereroi. Due anni dopo, nel 1999, portammo il nostro volume tradotto e da lì cominciò veramente la nostra carriera.

Le vostre storie sono accolte bene in U.S.A.?

Le nostre storie sono ambientate in Brasile perché è quello che conosciamo, e questa onestà è quello che ci ha fatto apprezzare in tutto il mondo.

Domanda obbligata: cosa pensate della serie tv tratta da Umbrella Academy?

Con tutte le serie televisive che vengono prodotte oggigiorno ce ne sono un sacco di brutte. Umbrella Academy invece è fatta molto bene, abbiamo delle ottime persone che lavorano con noi, tutti gli aspetti sono molto curati. Anche gli effetti speciali, che sono tanto migliori quanto non ti accorgi che ci sono.

Il Morto 40: La Mente... sconnessa

Credo sia la prima volta che trovo un numero de Il Morto il mese ufficiale d’uscita. Questo quarantesimo episodio si ricollega addirittura al primo numero. Peg giunge nella clinica dove è rinchiuso Piergiorgio Stella, cioè il soldato che gli ha fornito l’identità e che adesso è vittima di allucinazioni – e di certo la “terapia” a cui è sottoposto non lo aiuta a rinsavire. La struttura è infatti praticamente una prigione, e Stella viene sorvegliato meglio degli altri ricoverati a causa degli interessi dei poteri forti che tramano nell’ombra.
Grazie ai contatti che si è fatto nel numero scorso Peg riesce comunque a salvare il vecchio soldato e ad allontanarlo dai suoi carcerieri. Quindi il mistero sulla sua vera identità non viene ancora chiarito. Decisamente ben congegnato il piano con cui Peg riesce a fregare i suoi avversari.
La storia è piacevole e si legge con piacere, anche grazie al senso di continuità con il resto della saga. Purtroppo Giovacca infila anche un riferimento a una delle avventure “promo” de Il Morto, che dalla pubblicità nelle ultime pagine intuisco essere one-shot di 24 pagine a tiratura limitata che contano ben 14 uscite e che evidentemente sono in continuity… e che non so come procurarmi. Peccato che la Menhir non vada a Lucca.
Ottimi i disegni di Piero Conforti inchiostrato da Christian Urgese.
In appendice c’è la storia breve Al di là dell’umano. Il soggetto di Daniele Biglia è interessante ma avrebbe meritato di essere sviluppato in più pagine (così com’è non è particolarmente incisivo e non si capisce nemmeno molto bene cosa succede), molto buoni i disegni di Michele De Sanctis.

lunedì 25 novembre 2019

Saga Deluxe Volume Due

Arrivati al secondo volume deluxe di Saga l’entusiasmo iniziale è scemato. È sempre un bellissimo fumetto, ma adesso mi rendo conto meglio di quanto la sua struttura e il suo ritmo siano dei limiti.
Nel primo ciclo di sei comic book Alana e Marko cercano di vivere una vita per quanto possibile normale, nascondendo le loro vere identità (Alana è oltretutto una star del Circuito Aperto, una specie di soap opera galattica) mentre sullo sfondo un poveraccio uccide la principessa dell’impero robot, quelli che hanno una televisione al posto della testa, e rapisce l’erede al trono. Il gioco di questi primi sei episodi è la trasposizione della vita di coppia con le sue magagne (le gelosie, i piccoli segreti, le recriminazioni, la differenza di salario tra marito e moglie, ecc.) in chiave fantascientifica, facendola interpretare a degli alieni. Simpatico, ma una volta assimilato il meccanismo dopo un po’ stufa.
Il secondo arco di sei qui raccolto vede agire moltissimi personaggi del cast, introducendone addirittura di nuovi, con un ritorno eccellente alla fine e con alcuni inserti psichedelici che inevitabilmente rallentano un po’ lo sviluppo della trama. Non tento nemmeno di riassumere i punti più salienti.
Gli ultimi episodi fanno un discreto salto in avanti nella cronologia interna della serie e vertono principalmente sulla prigionia di Hazel insieme alla nonna, in attesa di essere liberata dai suoi genitori. Anche qui ci sono molte sottotrame che si incrociano o procedono parallele, ma il tutto è più coerente e arriviamo a un finale che, seppur foriero di ulteriori sviluppi, offre comunque un punto fermo.
Brian K. Vaughan scrive molto bene, ha una grande inventiva e sa creare il giusto ritmo per incollare il lettore alle tavole. Anche i dialoghi sono ottimi. Se poi alcune situazioni dovessero sembrare senza alcuna via d’uscita logica, trattandosi di fantascienza weird basta introdurre un’invenzione stramba e tutto si risolve. A volte sembra che certe trovate siano state buttate lì più per épater la bourgeoisie che per una vera necessità, e non tutte le sue boutade sono allo stesso livello (il re dei robot televisori ha come testa un maxischermo, sai che ridere…) ma in linea di massima il suo lavoro è sempre di altissimo livello.
Fiona Staples mi è sembrata ancora più brava a disegnare e colorare, e soprattutto è bravissima a far recitare i personaggi.
E allora perché la lettura di Saga non entusiasma come all’inizio? Perché arrivati a questo punto pesa di più la sua natura ormai conclamata di soap opera: i personaggi in scena sono tantissimi, il ritmo è concitato, Vaughan ha una passione smodata per i cliffhanger, i flashback abbondano, non si riesce ancora a prevedere alcun finale e fondamentalmente tutto può ancora succedere. Tutti elementi che non sarebbero difetti se fossero applicati a un fumetto che esce ogni settimana, mentre Saga da quel che so non riesce nemmeno a mantenere una cadenza mensile, con blocchi strategici tra un ciclo e l’altro! Col suo ritmo incalzante è difficile stare dietro a tutte le sottotrame e ricordarsi cosa hanno fatto tre volumi prima alcuni personaggi che tornano d’improvviso in scena.
L’edizione deluxe della Bao è ottima. Oltre al fumetto vero e proprio (vengono riprodotte anche le copertine dei singoli comic book, spesso suggestive) presenta una sezione di omaggi da parte di altri disegnatori, di cui ammetto di conoscerne pochi. Ovviamente la Bao non ha dovuto far altro che riproporre la versione originale statunitense, ma è lodevole che di refusi non ce ne sia quasi nessuno. Di questi tempi non è una cosa da poco.

domenica 24 novembre 2019

Daredevil 10: L'Autobiografia di Matt Murdock

Dopo le ultime performance non proprio all’altezza degli esordi il ciclo del Daredevil di Mark Waid si risolleva sul finale. Il volume conclusivo costa ben 22 euro, “giustificati” dalla presenza di 9 comic book invece dei soliti 6 o 7. In proporzione mi pare un po’ esagerato come aumento, forse la collana non vendeva benissimo, ma magari Nona Arte seguisse l’esempio della Panini e si decidesse a pubblicare quel benedetto decimo volume conclusivo dell’integrale di Barbarossa anche a costo di farlo pagare un po’ di più.
Tornando a Devil, la costante di questo volume sono delle idee piuttosto strampalate o poco credibili narrate però con grande classe da Mark Waid, che crea delle belle scenette infarcendole di dialoghi stupendi.
Il primo arco di due capitoli vede il vecchio Stunt-Master (prima villain e poi buono, se ho capito bene) rivolgersi a Matt Murdock per una questione di copyright, visto che un giovane motociclista acrobatico si sta esibendo con il suo nome lucrandoci sopra. Inizialmente sono rimasto sorpreso che la Marvel abbia fatto passare un soggetto del genere, con un caso che ricorda molto la rapacità con cui la casa editrice ha sfruttato idee altrui e oltretutto con una multinazionale, la Leveron, che richiama sin troppo la Revlon proprietaria della Marvel per un periodo (forse ancora oggi?). Ma la realtà è diversa da come appare, e il vero piano tanto arzigogolato da risultare assurdo. Anche Samnee non deve averlo capito bene, visto che certi elementi che avrebbero dovuto essere resi in un certo modo non lo sono stati. Dopodiché si passa a un gustoso intermezzo in cui l’ultima fiamma di Matt Murdock ha un ruolo di rilievo, mentre vengono poste le basi per il ciclo conclusivo.
In questi ultimi cinque episodi Matt Murdock esce definitivamente allo scoperto agendo anche come avvocato con il nome di Devil (!) e adottando appositamente un nuovo costume un po’ pacchiano. Per il gran finale tornano molti dei personaggi già visti in precedenza: Sudario, Ikari, il nuovo Gufo e persino un redivivo Kingpin. Il motore di questi capitoli è l’imbarazzo generato dalla diffusione sugli strumenti telematici di informazioni confidenziali sulla vita di Matt Murdock e soprattutto delle sue conoscenze che adesso diventano bersagli.
Come intermezzo viene inserito l’episodio speciale 15.1, in cui la scrittura dell’autobiografia di Matt Murdock (a opera del ghost writer Foggy Nelson) ha un ruolo tale, ma è l’unica occasione, da giustificare il titolo del volume. Come sceneggiatori vengono indicati anche Marc Guggenheim e lo stesso Samnee oltre a Waid, per fortuna la maggior parte dei disegni sono affidati a Peter Krause: la storia più lunga mostra delle curiose somiglianze con il meccanismo da cui parte il romanzo di Gianrico Carofiglio appena uscito (ma chissà quanti altri casi simili ci saranno stati), l’altra è più canonica.
Nel complesso Waid ha chiuso il suo ciclo con classe e abilità, sfruttando bene gli elementi che egli stesso aveva introdotto. Soprattutto, ha reso tollerabili delle idee balzane grazie alle sue capacità di affabulatore. Peccato per il finale piuttosto sdolcinato.
Chris Samnee ha fatto ben sperare nei primi due episodi, disegnati decisamente bene. Purtroppo è stato un fuoco di paglia ed è tornato presto a disegnare i suoi pupazzetti stilizzati. I colori sono di Matthew Wilson, che lavorando su Krause ha scelto degli assurdi effetti “sporchi” forse per sottolineare che la storia si svolgeva in un passato remoto.

I Miei Eroi Sono Sempre Stati Tossici

Irretito dalla grafica piuttosto elegante e dalla buona opinione su Brubaker ho ceduto a questo “graphic novel” nonostante fosse detto a chiare lettere che si tratta di uno spin-off di Criminal, serie che non ho mai letto.
La storia si svolge in un istituto di lusso per la riabilitazione di tossicodipendenti dove la protagonista Ellie intreccia una relazione con un altro ragazzo mentre ricorda frammenti della sua vita e le cause della sua fascinazione verso le figure di artisti drogati (tra cui un Jean-Paul Sartre che la scarsa documentazione degli autori fa rivivere nell’800 e non nel XX secolo – mi pare discutibile anche la loro visione di Vincent Van Gogh).
Praticamente tutto il fumetto è incentrato sulla tensione montante e sull’attesa di un colpo di scena finale che faccia chiarezza su quanto si è letto e su una rivelazione che in fondo era intuibile. E alla fine questo colpo di scena arriva sul serio, accompagnato però da quei personaggi che (credo) sono i protagonisti della saga principale, quindi anche se il volume in sé è effettivamente concluso rimane un certo senso di incompletezza.
Per quanto poco elaborati, i disegni di Sean Phillips sono validi, sintetici ma molto espressivi: evidentemente è partito da fotografie per trovare le inquadrature e le smorfie giuste, anche perché quando non lo fa (verso la fine) si notano alcuni errorini anatomici o nella resa dei vestiti. Non altrettanto validi i colori di Jacob Phillips.
Ah, ovviamente è un “graphic novel” maturo e violento, ma i personaggi scopano rigorosamente con la biancheria addosso o con le lenzuola a coprire i punti strategici. Niente sesso, siamo comic book! Ma siccome sono un signore, voglio giustificare Brubaker & Phillips con la scusa che forse Ellie è minorenne.
In totale sono 64 pagine di fumetto nel canonico formato 17x26, senza virtuosismi che elevino il prodotto al di sopra degli standard del suo mercato di riferimento. La confezione è sicuramente curata, ma probabilmente quei 13 euro avrei potuto spenderli meglio.

sabato 23 novembre 2019

Comics&Science: The Leonardo Issue

Quest’anno mi sono dimenticato di prendere il nuovo numero di Comics&Science… ma posso comunque recuperare ordinandolo dall’Anteprima, spero. Invece per fortuna ho potuto mettere le mani su questo bello specialino che veniva dato in omaggio (insieme a un paio di segnalibri e a una cartolina in tema con l’uscita di quest’anno) alla conferenza di presentazione.
Commissionato dalla Centrale dell’Acqua di Milano, il fumetto Le cose portate dall’acqua di Giovanni Eccher e Giuseppe Palumbo vede Leonardo da Vinci nel ruolo di consulente per le indagini su un omicidio in cui il cadavere è stato ritrovato appunto grazie allo scorrere dell’acqua.
La storia si muove rapida e coinvolgente come un giallo procedurale storico, con del fisiologico infodump che però non pesa sulla credibilità e la fluidità dei dialoghi, spesso infarciti di citazioni dirette di Leonardo opportunamente adattate. Palumbo disegna e colora da par suo realizzando delle tavole bellissime e molto evocative.
Oltre alla consueta intervista di prassi agli autori del fumetto, i redazionali contemplano un sunto di “Leonardo 500” (la serie di iniziative milanesi per celebrare Leonardo da Vinci, redatto dall’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo Del Corno), una storia del rapporto di Milano con l’acqua a cura di Stefano Polesello e un’intervista di Francesco Memo a Claudio Salsi in merito alla permanenza milanese di Leonardo.
Il fascicolo è spillato e meno corposo degli altri volumetti della serie (e vorrei ben vedere, se viene distribuito gratuitamente) e nel complesso è un ottimo prodotto sia dal punto di vista divulgativo che fumettistico.

venerdì 22 novembre 2019

Chatwin

Dopo essere stato annunciato ancora tempo fa (così almeno ricordo) è finalmente uscito il nuovo lavoro di Tuono Pettinato. La storia è quella di un gatto d’appartamento di una famiglia borghese, che rimane folgorato dalla lettura di classici della letteratura e decide di seguire a modo suo le orme del “padre” umano che è un cartografo: si lancia all’avventura seguendo quella che immagina essere la sua vera natura, per sommo dispiacere del “fratello” umano che gli strappa almeno l’impegno di portarsi dietro una giacchetta per ripararsi dal freddo.
Tra le citazioni più svariate, letterarie come cinematografiche come musicali, l’odissea felina si rivela assai impegnativa e costellata di incontri spesso spiacevoli con una realtà inimmaginabile per il gattino domestico. Tuono Pettinato mette in scena un campionario vastissimo di gatti diversi, il cui nome spesso rivela personalità e carattere, eppure sempre riconoscibili come gatti nonostante fattezze anche molto diverse. Verso la fine della storia la sua famiglia adottiva decide di ricorrere a un “pet detective” per ritrovarlo e finalmente fa capolino un bel po’ di umorismo all’interno di una saga non esattamente luminosa, essendo anche una disquisizione filosofica sul conflitto tra natura e cultura e occasionalmente una testimonianza della crudeltà dell’uomo verso gli animali e degli animali stessi verso i loro simili. Nonostante l’aspetto “innocente” Chatwin non è insomma un’opera adatta ai lettori più piccoli. Sono comunque molto gustosi i vari annunci di scomparsa disseminati per il volume.
Lo stile di Tuono Pettinato è meno “carino” del solito, con qualche spigolosità accentuata, meno modulazione del tratto e sul finale colori assai accesi, quasi violenti. La sua classe comunque c’è tutta, soprattutto nella far recitare i suoi personaggi usando pochissimi tratti. E anche la composizione delle tavole è molto ben meditata e funzionale.
Di solito ci si lamenta delle storie che rimangono in sospeso non concludendosi pienamente, stavolta mi è dispiaciuto per un finale che è definitivo mentre io avrei voluto sapere come si sarebbe potuta evolvere la storia.

giovedì 21 novembre 2019

Anser 2: Gli Immobilisti e Un Becchino da Bambino a Torino

Seconda ricognizione sugli acquisti Q Press di Lucca. Il secondo episodio di Anser vede la famigliola composta da padre, nonno e figlio gallinacci arrivare nei pressi di un presidio di tacchini. Il Gymus modificato ha reso questi volatili antropomorfi dei burocrati estremi, cosa che ha portato la loro società a una stagnazione sonnolenta. Uno solo resiste a questo destino e spiega ad Hans i retroscena della storia. Il secondo episodio di Anser inizia come una satira di costume, sfocia nella commedia ma diventa presto un dramma kafkiano per poi concludersi in un finale esplosivo con un’amara chiusura sarcastica. Le speranze di poter vedere un giorno il seguito (Anser 2 è uscito nel 2014) non sono poi così disperate: tra l’uscita del primo e del secondo sono trascorsi sei anni. Sei anni in cui Armin Barducci è maturato tantissimo e ha sviluppato uno stile più morbido e modulato (quindi più espressivo) che ben si adatta a questa storia. E poi un terzo episodio, Leucò e i Cigni, è già in programma.
Un Becchino da Bambino a Torino è un prodotto meno canonico, quasi un libro d’arte o comunque un esperimento editoriale non nuovo alle corde di Giuseppe Peruzzo (vedi Partigiano di me stesso e il recente Sfumature, che non c’entrano niente con il Becchino ma testimoniano l’eclettismo dell’autore/editore). Un po’ filastrocca e un po’ apologo, Bruno Munari ne sarebbe stato orgoglioso: stampato su carta martellata, per godere del libro bisogna toccarlo, ruotarlo, avvicinarci lo sguardo, lasciarsi trasportare dagli accostamenti di colore… Delizioso, anche se temo che non conoscendo il poeta Nino Costa di cui viene citata una poesia non abbia potuto godermelo al 100%.

mercoledì 20 novembre 2019

Corrierino delle Famiglie

Primo volume (forse) di una versione a fumetti di un’opera meno famosa di Giovannino Guareschi rispetto al celeberrimo Don Camillo, il Corrierino delle Famiglie di cui si era già avuta traccia in alcuni volumi della serie madre – e infatti temevo di ritrovarmi con del materiale non inedito, ma così non è stato.
Per questa nuova pubblicazione la ReNoir ha scelto di partire con un formato più lussuoso: un cartonato con una parte redazionale molto ricca e nomi eccellenti a firmare le introduzioni (Enrico Beruschi, Giacomo Poretti e la moglie Daniela Cristofori), forse anche per provare a pescare tra quanti non comprerebbero il prodotto se sapessero che è una riduzione a fumetti. Il prezzo oltretutto non è nemmeno elevato considerate queste caratteristiche: 14,90 euro per 96 pagine.
Come per la serie madre, non si comincia in ordine cronologico ma da un episodio metanarrativo in cui Guareschi e famiglia incontrano i suoi personaggi. Dopodiché le storie vertono quasi esclusivamente sulla vita di Guareschi che d’estate deve barcamenarsi tra il lavoro di caporedattore a Milano e incontri sporadici con la famiglia in villeggiatura a Garessio.
L’impianto narrativo è diverso da quello di Don Camillo, qui Guareschi non voleva raccontare delle storie ma fare dei resoconti delle sue esperienze personali opportunamente esagerate dove necessario. Il risultato è che i fumetti “scorrono” meno bene rispetto alla saga principale: spesso si assiste semplicemente a una sfilata di personaggi o situazioni senza che ci sia alcun nodo da sciogliere ma solo un esile filo conduttore, eventualmente giustificato dalla gag finale. Certi dialoghi, sicuramente arguti in un racconto scritto, risultano artificiali in un fumetto. Ho poi provato una sensazione di disagio nel leggere i molti episodi in cui Guareschi descrive la moglie Ennia/Margherita come una minus habens.
Per i disegni, tutti a opera di Adriano Fruch (talvolta “colorato” in grigio da Francesco Bisaro o Francesca Carotenuto), si è optato per uno stile umoristico pur senza eccedere nel caricaturale. Lo stacco con la copertina realistica di Werner Maresta è netto. Anche questo è stato fatto evidentemente per distinguere il Corrierino delle Famiglie da Don Camillo a Fumetti, ma alcuni sfondi interamente bianchi fanno pensare più alla necessità di licenziare per tempo il volume piuttosto che a una scelta stilistica meditata.
I redazionali, come dicevo, sono molto corposi: oltre a una dichiarazione d’intenti che introduce il volume, a ogni storia a fumetti viene fatto seguire un ricordo di Alberto Guareschi corredato da fotografie, per un totale di due pagine, il che corrobora l’idea di una pubblicazione indirizzata più che altro agli appassionati di Giovannino Guareschi.
In definitiva, per me l’appeal di questo spin-off non è certo lo stesso di Don Camillo a Fumetti; se la periodicità dovesse essere più rilassata rispetto a quella della serie madre (che già di suo è un semestrale, almeno nominalmente) non escludo comunque di seguirlo, anche perché la confezione è molto buona.

martedì 19 novembre 2019

Historica Biografie 31: Marco Polo (seconda parte)

Ero già pronto a scusarmi per il colpevole ritardo con cui ne avrei parlato (venerdì mi sono scordato di andarlo a prendere…) e invece l’edicolante mi ha detto che gli è arrivato solo oggi.
Adam e Convard si sono fatti prendere ancora di più dalla fantasia rispetto al primo volume di questa biografia, che già aveva le sue derive vagamente fantasy. Stavolta, complice l’assenza di documentazione sulla permanenza di Marco Polo in Cina, ci si mettono di mezzo persino dei ninja e il protagonista, agente segreto per il Khan, si produce in prodezze quali ammazzare una tigre bianca quasi a mani nude e travestirsi perfettamente da donna per indagare senza destare sospetti. Inoltre anche questo volume comincia con un flashback, come va di moda oggigiorno, senza che ce ne sia un effettivo bisogno. E forse ci sarebbe voluta qualche tavola in più rispetto alle canoniche 46 che compongono la parte a fumetti per sviluppare compiutamente certi episodi, soprattutto nel finale. Nonostante queste considerazioni, la seconda parte di Marco Polo è una lettura piacevole, oltretutto molto ben coordinata con l’appendice storiografica curata da Christian Clot che integra quanto letto nel fumetto e giustifica la necessità di inventarsi qualcosa di avventuroso ma credibile stante la reticenza di Marco Polo nel parlare della Cina e di se stesso (e il suo sguardo da mercante più che da etnografo). Interessanti le considerazioni sull’importanza strategica di Rustichello da Pisa per la diffusione e la popolarità de Il Milione.
Fabio Bono, colorato da Dimitri Fogolin, rende di più in queste ambientazioni che non in quelle di Darwin: qui ci sono paesaggi e architetture molto variegati, una discreta parata di animali esotici (ma quelli c’erano anche in Darwin, in effetti) e spettacolari scene di battaglia.

lunedì 18 novembre 2019

Image 1, 2 e 4

Ah, che bello avere amici che devono liberare la casa delle vecchie riviste e le passano a me. Da quello che ricordo e dalla lettura delle riviste stesse, questa Image edita da Glittering Images/Stefano Piselli dovrebbe essere la versione professionale della fanzine omonima. A dispetto del titolo, l’attenzione non era posta esclusivamente alle immagini (fotografiche, dipinte, aerografate, ecc.) preferibilmente un po’ erotiche ma molto spazio era dedicato anche al cinema e al fumetto, con interessanti articoli di approfondimento.
Per l’epoca, la fine del 1983, il prezzo era spropositato, per quanto venisse dichiarato che la tiratura era limitata: 8.000 lire, quando la rivista Corto Maltese uscita praticamente in contemporanea ne costava 3.500, gli Albi di Frigidaire si vendevano a 4.000 lire e un albo bonelliano a 900. E il 4 di Image toccava quota 10.000 lire, forse già raggiunta con il numero precedente!
Il formato è extralarge, le pagine (patinate) sono 48 in bianco e nero più un inserto centrale in cartoncino inserito nella numerazione che presenta anche immagini a colori. Questo «magazzino di immagini e visioni» (i redattori erano ironici o pensavano veramente che “magazine” si traducesse così?) aveva la pessima abitudine di offrire scorci sommari di vari universi grafici senza preoccuparsi della loro completezza, così ad esempio venivano pubblicate, ridotte di formato e a 4 per pagina, solo alcune delle 24 tavole che componevano un fumetto di Tardi, oppure una selezione molto limitata di illustrazioni di Antonio Lopez. Sicuramente sarà stato anche un sistema per ovviare a problemi di diritti, ma tanta frammentarietà, non la stessa ma simile a quella che ho riscontrato nel più recente Linus, mi lascia sempre insoddisfatto. D’altra parte questi “assaggi” erano anche la caratteristica di un più noto prodotto Glittering Images, la rivista di lusso Diva.
Image vantava però anche dei fumetti completi, solitamente tratti dalle riviste della E. C. Comics degli anni ’50, e una parte redazionale molto curata, con (tra le altre cose) un’attenta panoramica sul fenomeno emergente della Linea Chiara e puntuali cronologie di film polizieschi e fantahorror di serie B. Peccato che nell’introduzione dei fumetti i redattori finissero quasi sempre per anticipare il finale! E francamente l’entusiasmo che dimostravano per Bernie Krigstein mi pare esagerato, soprattutto se pensiamo che nelle stesse pagine venivano ospitati lavori di Frank Frazetta e di Alex Toth.
Un bel tuffo negli opulenti anni ’80, quando non serviva il computer per inanellare refusi (e qui ce ne sono…), con punte di tenerezza e rabbia quando Andrea Pazienza nell’intervista sul numero 1 dice che Frigidaire avrebbe potuto avere più successo anche se con le sole 30.000 copie che vendeva riusciva comunque a vivacchiare…

domenica 17 novembre 2019

Apocalisse

A giudicare dalle prime pagine, il titolo Apocalisse potrebbe essere stato scelto come testimonianza della rassegnazione verso quello che il ricorso al computer ha fatto al fumetto. A pagina 15 un errore di formattazione (o quello che diavolo è) ha fatto debordare dalla sua didascalia un testo dal carattere troppo grande, a pagina 17 il… boh, word processor?... ha scambiato una virgola per un punto rendendo poco chiaro il testo, che di suo è oscuro ma immagino non sgrammaticato. Per fortuna questi intoppi si concentrano solo nelle primissime pagine del fumetto e comunque l’arte di Corrado Roi non ne viene minimamente intaccata. Cioè, una volta che si fa l’occhio al lettering e agli effettini aerografati di alcuni balloon.
Il fumetto, più racconto illustrato che fumetto, è la trasposizione dell’opera omonima di Giovanni, che potrebbe essere l’evangelista come un altro autore. Alfredo Castelli lascia trasparire sia nell’introduzione che nell’appendice (entrambe molto ricche e interessanti) quanto sia stato difficile adattare a fumetti un testo così delirante, simbolico e ripetitivo, tanto da necessitare (come detto nell’incipit che rimanda al testo originale) di tagliare e modificare qualcosa. Non che importi molto, tutto sommato: questa Apocalisse l’avrei presa principalmente per i disegni di Corrado Roi, che si annunciavano splendidi. E splendidi lo sono davvero, anche oltre le aspettative. Il lavoro di Roi è evocativo ed elaboratissimo, ma anche espressivo e persino più narrativo del testo che illustra. Ma descriverlo è superfluo, va gustato in prima persona. Segnalo solo la particolare scelta di Roi di ricorrere a certi simboli essenziali. Quando si parla di abiti, ad esempio, compaiono delle t-shirt stilizzate, così come le stelle, che ricorrono molto spesso nell’Apocalisse, sono rappresentate con la comune forma schematica a cinque punte, anche quando sono calate in contesti realistici.
Dal punto di vista del testo, la fedeltà è stata in realtà forse eccessiva, con tanto di ripetizioni nell’ultima parte – sempre che il computer non c’abbia messo lo zampino pure lì. Come trip è un po’ pesantino, anche perché inevitabilmente non può esserci corrispondenza tra i disegni e un testo che parla di mostri con sette teste e dieci corna, impossibili da disegnare sulla base di questa descrizione che sfida la logica. Nell’appendice Castelli paragona appunto il lavoro di Giovanni a quello di Lovecraft. C’è quindi un’inevitabile scollatura tra parte testuale e parte grafica, non potendo quest’ultima assecondare degli elementi che per loro natura non possono avere una forma definita. Roi ha provveduto non tanto a rendere in immagini certi passaggi quanto a evocarne l’atmosfera, anche con il ricorso alle figure stilizzate che ricordavo sopra. Sicuramente va riconosciuto a Castelli il merito di aver tentato di movimentare un po’ la “narrazione” con degli inserti in cui Isaac Newton, Aleister Crowley e Jorge Luis Borges (ognuno con l’assist di un altro personaggio più o meno eccellente) parlano della loro esperienza con l’Apocalisse. Anche questo espediente, però, finisce per sottolineare la scarsa forza narrativa di un testo che nasceva con lo spirito del pamphlet e non del racconto. Rassegnato davanti a questa constatazione, arrivo all’ultima tavola, proprio dove Apocalisse è diventato un vero fumetto, pensando che tutto sommato ho goduto degli splendidi disegni di Roi, ancora più belli di quanto preventivato. E in definitiva era proprio quello che volevo. Ed è lì, a metà dell’ultima tavola, che Castelli stupisce con un colpo di scena geniale, assolutamente inaspettato e perfettamente congruente con l’epoca e l’ambientazione della cornice. Un tocco di classe che ha riscattato tutte le pesanti pagine precedenti e ha proiettato l’opera in un contesto inaspettato. L’appendice l’ho letta con un sorriso sulle labbra.

Sine Requie Anno XIII: Decussis Sanguinis

Nuovo manuale dedicato al filone delle società segrete del mondo di Sine Requie. Ma dopo aver già affrontato le tre ambientazione di base, Cortini e Moretti non si sono spinti nelle Terre Perdute, men che meno nel Regno di Osiride o negli Stati Uniti, ma sono tornati a parlare del Sanctum Imperium. Stavolta sotto i riflettori ci sono i Decussis Sanguinis, un gruppo a metà strada tra esoterismo e malavita che offre i servigi dei suoi sicari sovrannaturali, noto infatti anche come “Cosca del Re Nero”.
La caratteristica principale di questa società segreta, oltre al suo pittoresco capo non-morto, è l’utilizzo della terminologia scacchistica per determinare il rango e il ruolo dei suoi appartenenti: i pezzi bianchi e neri non sono in conflitto fra di loro ma semplicemente i primi sono reclutati per le loro doti comunicative e sono inseriti nella società fornendo una facciata credibile alla setta, mentre i secondi lavorano nell’ombra.
Dopo una ricognizione sulla struttura e la diffusione dei Decussis Sanguinis (con tanto di regole per interpretare un personaggio della setta) si parla di un nuovo tipo di Scannatrici, le Tenebrifere, e viene offerta una rapida panoramica sui nemici della setta, cioè quei pochi che sono venuti più o meno a conoscenza della sua esistenza. In appendice viene ospitata una lunga avventura che all’occorrenza può anche essere utilizzata come atlante per la nuova città di Novara.
Questo manuale è però come al solito anche un ulteriore tassello in quell’enorme romanzo in continua evoluzione che è il mondo di Sine Requie. Nello specifico, viene sviluppato il rapporto tra il Re Nero Duccia Malaspina e la Regina Bianca Caterina, con un esito piuttosto inaspettato – io almeno non avrei pensato che sarebbe finita così, anche se le illustrazioni a inizio e fine del volume sono molto rivelatrici.
Chi volesse avere qualche indizio aggiuntivo sui motivi del Risveglio rimarrà deluso: vengono semplicemente riproposte certe immagini e suggestioni che già si sono viste negli ultimi manuali, a cominciare da quel Braccamorte che diede origine alla serie sulle sette segrete. La parte su Susanna Bentivoglio cita ancora una volta «l’erba [che] non è erba» e le altre bizzarrie, e poco altro viene aggiunto altrove: anche nelle parti sulla Tenebrifera 100 e su “Charlotte” vengono riproposti elementi già intravisti altrove, ma stavolta con una certa attenzione alla croce rossa che si troverebbe sopra una torre nel mondo “oltre la Soglia”, simbolo dei Decussis Sanguinis.
Non mancano i refusi, talvolta tanto più insidiosi quanto non rilevabili dal correttore automatico in quanto parole di senso compiuto: proprio per questo motivo può sorgere un po’ di confusione nel lettore che legge «secco» invece di «secchio» a pagina 57 e che a pagina 62 si vede citare delle «regine» che in realtà sono la «regione» Sicilia. Stessa cosa per i requisiti della professione del Cavallo Bianco copiaincollati da quelli per il Pedone Bianco: è un errore o effettivamente sono gli stessi?
C’è poi un errore, ammesso che lo sia, piuttosto madornale: dalla descrizione di Italia Dalla Valle si evince(rebbe) che siamo nel 1965, avendo lei 19 anni ed essendo nata nel 1946 (la sua descrizione dice esplicitamente dopo il Risveglio, che è avvenuto nel 1944). Però nella parte dedicata a Don Raffaè viene detto che lui ha 79 anni ed è nato nel 1878, quindi torniamo alla timeline canonica e siamo ancora, almeno nella sua parte, nell’anno XIII, ovvero il 1957. Non ho dubbi sul fatto che gli autori sappiano far di conto: vuoi vedere che a nostra insaputa stanno portando avanti più linee temporali negli stessi manuali?
Al di là di questi errorini e degli scarsissimi indizi sulle origini del Risveglio, Decussis Sanguinis si segnala anche per dei testi narrativi d’accompagnamento secondo me a volte superflui. Tutto sommato che bisogno c’è di sentirsi descrivere da un testimone oculare le abilità di una Scannatrice che abbiamo già letto nella sua descrizione? Ma tra i tanti testi ce n’è anche uno in cui ci viene vagamente svelata la condizione attuale di Carlitos, oltretutto con qualche riferimento (se ho ben interpretato quella parte) ai tre arcangeli che si aggirerebbero per le Terre Perdute.
Cortini e Moretti sono più che giustificati nel presentarsi con un volume così “rilassato” essendo oberati di lavoro con Serpentarium che proprio a Lucca ha presentato un nuovo gioco di ruolo, L’Ultima Bomba, come se non bastassero i già tanti che devono curare. Decussis Sanguinis non è affatto male, ma io l’avrei visto come manuale da PlayModena, con tutto il rispetto per quella magnifica fiera, mentre a Lucca mi sarebbe piaciuto prendere qualcosa di più corposo come un nuovo atlante geografico.
Come nel caso di Gladiatori, anche questo volume viene venduto con una scheda promo allegata, a sostituzione della dédicace di un illustratore, ma dal paraculo che sono mi sono fatto fare comunque un disegnetto da Leonardo Moretti.
Rimane purtroppo il dubbio, anzi la certezza, che tra quarantanove anni starò ancora qui a lamentarmi del fatto che gli autori non abbiano ancora spiegato cosa diede origine al Risveglio e cosa si trova “oltre la Soglia”.

sabato 16 novembre 2019

Intervista a Mirka Andolfo

Contronatura è stato un bel successo anche in U.S.A. se non sbaglio.

Sì, non so quante ristampe e quante variant cover hanno fatto finora!

C’è un po’ di mistero sul tuo nuovo progetto…

Non posso anticipare troppo, non vorrei fare spoiler… Posso dirti che il titolo, Mercy, non è il nome della protagonista, che è Lady Hellaine ed è un personaggio che ho in mente da tempo, è già tantissimo tempo che la disegnavo anche se ha subìto molte modifiche nel corso degli anni: per un certo periodo ad esempio la disegnavo con le orecchie a punta.
A questo si unisce anche la mia passione per l’horror.

A vedere le anteprime sembra che questo fumetto sarà ambientato nel passato.

Mi piace molto questa ambientazione! Adoro Penny Dreadful, l’epoca Vittoriana è un periodo che amo. Proprio a livello visivo: gli abiti, le architetture…

Tu lavori per vari editori internazionali ma questo sarà il tuo primo (o uno dei pochi) fumetto personale in cui non ci sono animali protagonisti.

Sì, è stata una bella sfida! Però all’interno della storia c’è un animaletto che ha un ruolo importante. Ma ancora una volta non voglio spoilerare nulla.

Mi pare di capire che Mercy sarà un volume singolo.

No, sarà una trilogia proprio come Contronatura. Non so perché ma quella dei tre volumi è la dimensione in cui mi trovo meglio!
Il secondo volume arriverà prestissimo, la Panini lo annuncerà a breve forse già nel corso di Lucca ma adesso [l’intervista è stata raccolta il 29 ottobre, ndr] è ancora presto per parlarne.

venerdì 15 novembre 2019

Intervista a Jeff Grubb

Lei è veramente un autore di lungo corso, se non ricordo male pubblicava su Dragon (all’epoca forse ancora The Dragon) sin dai primi anni ’80, e fece parte del pool di autori chiamati a realizzare Dragonlance nel 1982 – poi uscito nel 1984. Come è cambiato il mondo dei giochi di ruolo in tutti questi anni?

Spesso si dice, a ragione, che i giochi di ruolo siano facilissimi da giocare mentre è difficile spiegare di cosa si tratta a chi non lo sa già. Adesso è più facile imparare a giocare, ad esempio con i tutorial su Youtube.

Dragonlance fu un lavoro collettivo organizzato a tavolino dalla TSR a partire da alcune idee di Tracy Hickman, che aveva notato come in Dungeons & Dragons c’erano un sacco di dungeon ma ben pochi draghi. Mentre per Forgotten Realms lavorò fianco a fianco con Ed Greenwood che aveva ideato l’ambientazione ancora negli anni ’70, come è stato lavorare a quei progetti?

Di Dragonlance io fui il terzo designer coinvolto, quindi feci parte dello staff sin dall’inizio. Gli dèi di Krynn (Takhisis, Paladine, ecc.) sono farina del mio sacco, perché provenivano dalla campagna che giocavo all’epoca. Io sono un ingegnere civile e questo si riflette in un altro aspetto di Dragonlance che ho introdotto io, cioè i Tinker Gnomes, quegli gnomi che fanno delle invenzioni apparentemente geniali che però non funzionano quasi mai.
Per Forgotten Realms aiutavo il suo ideatore Ed Greenwood, un bibliotecario canadese che aveva ideato quell’ambientazione. All’epoca non c’erano internet e le mail, e non usavamo molto nemmeno i fax, ricordo che Ed mi spediva un sacco di materiale incellofanato e imbustato in strati e strati di pesantissima carta canadese, c’erano pagine e pagine di dattiloscritti e mappe disegnate a mano…

Fra cui immagino ci fossero quelle delle città in cui i “brothels” venivano convertiti dalla TSR in “festhalls”.

Esatto [ride, ndr]. Io dei Forgotten Realms sono stato un po’ una sorta di vigile che dirige il traffico: quella linea di prodotti aveva un sacco di diramazioni e collaboratori e io coordinavo i vari team che lavoravano alle varie zone geografiche.

Tra le tante opere che ha realizzato di quali è più orgoglioso, quali sono i progetti a cui ha collaborato con maggior interesse o che le hanno dato maggior soddisfazione?

Sicuramente i miei libri, i romanzi ambientati nei Forgotten Realms che scrivo insieme a mia moglie Karen Novak. Ma anche Il Manual of the Planes con l’introduzione della Grubbian Physics [concetto solitamente legato a Spelljammer, ndr], e sono molto orgoglioso del mio lavoro su Marvel Superheroes: parliamo della prima licenza che la Marvel abbia mai dato per produrre qualcosa al di fuori della casa madre. Ho un grande ricordo anche di Al-Qadim, per cui facemmo delle lunghe e interessantissime ricerche sulle Mille e Una Notte e la cultura araba. Poi Spelljammer e tutte le sue stranezze, e tra le cose recenti The Expanse, a riprova che i giovani che giocavano sono cresciuti e adesso sono diventati autori, e mi inorgoglisce vedere che usano meccaniche che avevo ideato io.

Mi sembra che lei sia sempre rimasto fedele alla TSR e alle sue varie incarnazioni, mentre molti altri designer hanno tentato la strada dell’autoproduzione o di diventare editori in prima persona.

Sì, per tutta la vita sono stato un “corporate creator” [designer interno a una casa editrice e non freelance, ndr]. Certo, non beneficio dei diritti d’autore (se non sui miei romanzi) ma ho la copertura sanitaria con una grossa compagnia, il che in America è molto importante.

Secondo me il suo marchio di fabbrica è una certa ironia sottotesto, o comunque una grande colloquialità nello scrivere sia avventure che manuali. Ricordo ad esempio che in Spelljammer i “terrestri” e i navigatori dello spazio difficilmente si capiscono perché «they lack a common ground», mentre nell’avventura per Ravenloft Neither Man nor Beast c’erano delle strizzatine d’occhio (molto utili peraltro) al master. Questo stile un po’ umoristico le ha mai dato problemi a farsi accettare del materiale in TSR?

Quando facevo i moduli li facevo come se mi trovassi al bar e spiegassi agli altri come si gioca: per questo c’è una grande colloquialità. Per questo l’interpellazione diretta e le strizzatine d’occhio ci sono anche in Neither Man Nor Beast. Steve Winter, editor di molti prodotti della TSR e master della campagna in cui giocavo, capiva perfettamente questo spirito e me lo lasciava fare.

Passando a cose più recenti, cosa può dirci in merito alle sue nuove mansioni di manager per Amazon Studios?

È ancora tutto in divenire, ci sono parecchie persone coinvolte, non posso dire nulla… preparatevi a grandi cose, comunque.

Domanda stupida: qual è la sua classe di personaggio preferita?

Il guerriero. Mi piace fare un personaggio forte e che sia di aiuto al gruppo. Siccome sono anche un po’ brontolone, faccio spesso il nano. Nella campagna di Steve Winter che stiamo facendo adesso ho anche fatto un guerriero mezzorco e uno draconico.

giovedì 14 novembre 2019

Il mangione

Il mangione si inserisce nel filone nato parecchi anni fa in Francia del connubio tra uno scrittore di successo e un disegnatore di fumetti altrettanto importante nel suo ambito. Da quello che ho letto finora, mi pare che Tonino Benacquista sia quello che meglio di altri ha saputo adattarsi alla transizione da un linguaggio all’altro. Di solito (Pennac con Tardi, Charyn con Frezzato e all’inizio con Boucq, Klotz/Cauvin con Cabanes) lo scrittore si abbandona a situazioni eccessive e a personaggi sopra le righe (“ehi, è un fumetto!”) oppure (Charyn con Loustal) non capisce che si tratta di un fumetto e realizza un racconto illustrato. In tutti gli esempi riportati la mira sarebbe stata corretta nei lavori successivi (Pennac con la Cestac, le ultime ottime produzioni Charyn-Boucq) ma Benacquista azzecca lo spirito giusto al primo colpo, sin dall’inizio della storia. Le tavole 3 e 4 da Il mangione, ad esempio, sono interamente mute.
Il protagonista di questo fumetto è un ispettore di polizia obeso con un discreto caratteraccio, a cui il medico ha predetto un anno o al massimo due di vita se non si deciderà a moderarsi nel mangiare. Richard Selena è però estremamente competente e il ritrovamento di un indizio del tutto sfuggito ai suoi sottoposti gli permette di trovare una plausibile pista da percorrere in un intricato caso di omicidio. Ma Selena non usa la sua intuizione per risolvere il caso quanto per costringere la sospettata a cenare con lui ogni sera dalle 21 alle 23. Un rito apparentemente insensato che funge da percorso di guarigione, anzi di redenzione, per l’ispettore. Rivelare di più sarebbe criminale, e forse ho già detto troppo. Certo, la soluzione del filone principale d’indagine si risolve molto presto, ma il vero snodo della vicenda (umana) è un altro. Un noir coinvolgente con risvolti psicologici originali e molto ben strutturato, in cui tout se tient, anche se il lettore dovrà fare un po’ di attenzione ad alcune sequenze, che per quanto apparentemente satellitari non sono affatto messe lì a caso.
Le tavole sono state ridotte[1] per adattarle al formato standard Q Press e sono state stampate in bianco e nero. E nemmeno stampate benissimo, ma chi se ne frega: ai disegni c’è Jacques Ferrandez. Ottimo acquarellista, egli stesso si rende conto della povertà delle sue tavole a fumetti e in almeno un’intervista (così a memoria BoDoï 42) ha dichiarato di voler cercare un metodo per renderle più accattivanti. In effetti non mi capacito del successo che evidentemente ha avuto in Francia e Belgio con il suo tratto scarno e monocorde, le sue fisionomie che ogni tanto cambiano di vignetta in vignetta, le sue inquadrature fisse e poco fantasiose e una tecnica di colorazione dei volti che si limita a due standard senza variazioni di nota.
Ma qui almeno abbiamo un’ottima storia, avvincente e originale e narrata con un ritmo perfetto.


[1] Una scuola di pensiero sostiene che ogni tavola stampata sia una riduzione dell’originale, ma è chiaro che i fumettisti lavorano pensando al formato di stampa in cui comparirà il loro lavoro.

mercoledì 13 novembre 2019

Intervista ad Alex Alice

Domanda obbligata: partiamo da quelle che sono state le sue influenze. A me sembra di vedere parecchio fumetto americano in alcuni suoi lavori, almeno agli inizi.

Sì, i comics mi hanno influenzato, ma come primi fumetti su cui mi sono formato ci sono i Disney italiani, oltre ovviamente i classici franco-belgi come Tintin, Asterix, ecc.
Quando avevo 15 anni ci fu però una rivoluzione: uscirono Watchmen, il Batman di Frank Miller e Akira. Fu un grande choc estetico.

Qual è il suo rapporto con gli sceneggiatori?

Il Castello delle Stelle l’ho fatto da solo, l’ho scritto e disegnato interamente io. Sono stato fortunato a esordire con Xavier Dorison che era molto organizzato e mi ha un po’ insegnato il mestiere. Tieni presente che Il Terzo Testamento lo abbiamo cosceneggiato insieme, è stata un’esperienza importante per capire come appropriarsi dei tempi della narrazione e come creare il giusto ritmo. Oggi farei molta fatica a disegnare senza dominare il ritmo. È stato importante per me avere qualcun altro con cui discutere degli aspetti della storia e del disegno, quando lavoro da solo mi manca un partner con cui confrontarmi.
A proposito di sceneggiatori, Il Castello delle Stelle avrà uno spin-off che si occuperà di Venere. Ci saranno una nuova epoca, una nuova ambientazione e… anche un nuovo sceneggiatore: Alain Ayroles[1].

E per quel che riguarda le tecniche di disegno, quali usa? Utilizza anche il computer?

Uso tecniche standard, disegno sulla carta e coloro con gli acquerelli. Secondo me per fare un libro di carta bisogna disegnare su carta. Il computer può tornare utile per la documentazione e la progettazione di alcuni particolari come il pianeta Marte e i veicoli spaziali e gli edifici del Castello delle Stelle. Nell’800 ci fu l’equivoco dei canali di Marte che diede origine alla leggenda dei marziani. Grazie al computer io ho potuto prendere delle illustrazioni d’epoca di quella che si credeva essere la geografia di Marte coi suoi “canali” e l’ho sovrapposta a quella corretta che conosciamo oggi e ne ho fatto un modello 3D che ho utilizzato in fase di disegno.
Il fumetto ti permette di fare tanto, dare tante emozioni con pochi mezzi. I fumettisti “barano”, hanno la vita facile perché non essendoci il suono né il movimento l’immaginazione ce la mette il lettore.

Certo che c’è un bello stacco tra il realismo e il dramma de Il Terzo Testamento e del suo spin-off Julius e Il Castello delle Stelle.

Il motivo è che io ho voluto realizzare un fumetto per ragazzi: nel 2009 sono stato al New York Comicon e ho visto che non c’erano bambini ma cosplayer trentenni obesi (di cui faccio parte anch’io, beninteso!), nonostante i supereroi siano indirizzati a un pubblico giovane. Mi sono reso conto che anche in Francia c’era questo rischio, perché all’epoca uscivano quasi solo albi raffinatissimi e costosi, che non potevano attirare un pubblico giovane. In America si sono “salvati” grazie ai film tratti dai supereroi che hanno portato molti lettori giovani, io ho modificato il progetto originario del Castello delle Stelle, senza banalizzarlo, per avvicinare lettori. In Francia il settore dei fumetti per ragazzi languiva: gli editori mi dicevano “Non c’è pubblico!” ma io rispondevo “Sì che c’è!”.

Però a me pare che fumetti jeunesse non manchino in Francia, tutt’altro… i primi che mi vengono in mente sono Les Sisters, o Cedric, poi c’è anche Titeuf… forse lei intende i fumetti d’avventura per ragazzi?

Sì, la mia ispirazione è Jules Verne: intendevo proprio la grande avventura per ragazzi. E con lo steampunk è più facile da fare.

Una domanda tecnica: lei ha detto di usare gli acquerelli per colorare le tavole, ma lo fa en couleur directe, direttamente sulle tavole originali, oppure come si usava una volta colora delle fotocopie su carta speciale?

Couleur directe, come un vero uomo! Eh, già, perché così non si può sbagliare… Ma confesso che se mi capita di rovinare una vignetta o un particolare non rifaccio tutta la tavola: mi limito a rifare quella vignetta e poi la metto nella tavola.


[1] Sceneggiatore tra gli altri di Garulfo, De Cape et de Crocs e del volume Nelle Indie perigliose presentato da Rizzoli Lizard proprio in occasione di Lucca 2019.