Sulla copertina non viene "strillato" a dovere, ma a quanto pare comincia la prepubblicazione del nuovo Blueberry! Impossibile non notare come si sia optato per David Bowie in copertina per attirare lettori quando anni fa su un Mucchio Selvaggio ci misero Dylan Dog per evidenziare un'intervista a Sclavi, dicendo chiaramente nell'editoriale che con quello che vendeva la testata dell'Indagatore dell'Incubo speravano di acchiappare qualche lettore. Altri tempi.
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venerdì 3 gennaio 2020
giovedì 6 giugno 2019
Linus 6/2019
Ahia. Il Crepax in copertina non
lasciava presagire niente di buono, e così è stato. Questo numero di Linus è dedicato al 1969 e agli
avvenimenti che lo caratterizzarono (lo sbarco sulla luna, Woodstock, il
concerto dei Rolling Stones ad Altamont, l’assassinio di Sharon Tate, ecc.) e
come conseguenza la parte scritta beneficia di un incremento a scapito dei
fumetti. Essendo questi ultimi sempre frammentari non è che la cosa sia
traumatica, però non ricordo un altro numero che contasse così tante pagine non
a fumetti: ben 49 tra rubriche, saggi, racconti e illustrazioni che li
accompagnano. Forse ce ne sono stati, di numeri altrettanto “scritti”, ma stavolta
questo aspetto mi è saltato subito all’occhio. Beninteso, la maggior parte del
materiale è buono (Tiziana Lo Porto mi ha quasi fatto rivalutare i fratelli
Hernandez), ma non è quello il motivo per cui compro Linus.
Tra l’altro stavolta salta Little Nemo, e non mi pare che il numero
scorso fossimo arrivati a un punto fermo: a sostituirlo (una tantum?) il Buster Brown di Outcault. Niente
Bacilieri, purtroppo, come saltano anche la Marzocchi, Toffanetti e Tom Gauld.
Come intuibile, a Crepax viene dedicato lo spazio per il fumetto “lungo”: non
solo è un Crepax d’annata (1966) già visto e stravisto anche recentemente con
la ristampa anastatica di Linus,
ma si tratta dell’unico fumetto a continuazione mai pubblicato dalla nuova
gestione di Linus: quel «continua…»
in calce all’ultima tavola lascia intendere che, se la memoria non mi inganna,
non ce ne libereremo presto. Oltretutto, l’intervista di presentazione alla
figlia di Crepax alla fine è una scusa per pubblicizzare i paraventi con le
immagini di Valentina, ma in effetti così
viene ripresa una pratica in sintonia con la storia della rivista.
Le strisce sono sempre buone con
frequenti punte d’eccellenza (a volte mi sfugge il senso di alcune vignette di Glen
Baxter, ma quando fanno ridere sono veramente divertenti) e l’omaggio di
Massimo Giacon a Serge Gainsbourg è molto piacevole anche se didascalico; ma Carpinteri,
Deco e la Antonioni non mi sono sembrati al loro top in questo numero, per
quanto gradevoli. Qualche guizzo di simpatia in più ne I Quaderni di Esther di
Sattouf, per cui comunque non stravedo. Neri
e Macola sono sicuramente bravi a disegnare ma i loro testi… boh… uno segue il
filo delle proprie sensazioni, l’altro sembra aver scorporato dei frammenti da
un’opera più estesa. Fumettibrutti, poi, è presente con un “fumetto” che avevo
letto su internet proprio la sera prima…
Finora, il numero del nuovo Linus che mi è piaciuto di meno.
domenica 5 maggio 2019
Linus 5/2019
Quasi nulla di rilevante da
segnalare per questo numero primaverile di Linus
che lo distingua dai precedenti. Le riproposte dei classici continuano con
immutata qualità, gli autori che mi piacciono continuano a piacermi (begli
exploit per la Antonioni e Toffolo, comunque) e quei pochi di cui mi sfugge il
significato sono appunto poco comprensibili ma non spiacevoli. Nuovo ciclo di
storie per Il mondo di Niger della
Marzocchi.
Quel “quasi” è rappresentato
dall’argomento del mese, la celebrazione degli ottant’anni di Batman, che offre l’occasione a
Ponchione di realizzare una seconda copertina ben più bella di quella originale
di Gil Kane, mentre esordisce su queste pagine Antonio Lapone con due illustrazioni-omaggio
a tutta tavola. Anche la parte redazionale si occupa di questo tema e offre,
oltre alla testimonianza di come Graziano Origa scriva veramente come
Crepascolo, un gustosissimo contributo di Aldo Nove. Balzello obbligato, c’è
anche la ristampa del primo episodio di Batman, ma sono solo sei pagine e
passano veloci. Abbastanza veloci.
Uniche new entry, Lucas Nine (che così a occhio mi pare il figlio,
perlomeno artistico se non biologico, di Carlos Nine) e qualche esempio
dell’arte di Jared Muralt, tardo epigono di Moëbius. La storia “lunga” in
appendice viene affidata ad Andrea Ferraris e come nel caso di Tartarotti del
mese scorso funziona
benissimo anche senza il sottotesto politico.
Null’altro da segnalare se non
qualche raro ma disarmante refuso (come il Joker che diventa “Jocker”) e che il
mio lapsus del mese, che al lettore accorto sarà subito balzato all’occhio,
stavolta è voluto. Ma chissà che non ne abbia avuti altri.
domenica 31 marzo 2019
Linus 4/2019
Toh, ieri è già uscito il Linus di aprile. Quindi, come un disco
rotto, eccomi anche questo mese a ripetere (più o meno) le stesse cose.
Sempre graditissimi i Classici (Peanuts, Little Ego in Slumberland, Calvin
& Hobbes), oltretutto per il secondo numero di fila mi viene risparmiato
Barnaby. Deliziosi come sempre
Bacilieri, Perle ai Porci, Mutts (che strani colori stavolta,
però), i Literary/Science Cartoons di Tom Gauld e la terza
di copertina di Zattera. Eleonora Antonioni realizza un gustosissimo fumetto
breve in cui stigmatizza il moralismo, secondo me la sua prova migliore vista
su Linus. Toffolo e Viscogliosi
perseguono le loro personali poetiche creando ciascuno due tavole assai
ermetiche ma molto suggestive.
Torna finalmente l’ottimo Merendino di Lorenzo Mò, con un episodio
un po’ malinconico in cui si consolida la continuity
della serie. Anche Carpinteri si collega ai suoi interventi precedenti, e
coi suoi supereroi così particolari lancia anche il progetto “SEMPRE Comics”
con cui i lettori potranno avere un ruolo nella creazione delle prossime
avventure (anche il Voglia di Cane di
Cadelo si sviluppò inizialmente da un’idea del genere, oggi con l’immediatezza
di internet la cosa potrebbe funzionare in maniera molto più spedita).
Torna anche Klaus e continuano I quaderni
di Esther: carini entrambi, ma senza i picchi che ogni tanto avevano avuto
nei numeri scorsi. Anche la Inkspinster
di Deco è abbastanza piacevole ma non ha il mordente di alcune delle prove
passate. Glen Baxter è piuttosto insipido e nessuna delle 16 vignette con cui è
presente spicca sulle altre.
Molto buone le new entry: Stefano
Tartarotti ha realizzato un divertentissimo Prima
le cimici, che secondo me avrebbe funzionato perfettamente (forse anche
meglio) senza il sottotesto politico che lo caratterizza. Bambi Kramer presenta
una sorta di poesia a fumetti, una di quelle cose che detesto ma che nel suo
caso è piuttosto suggestiva; inoltre è disegnata molto bene e mi piacerebbe
vedere l’autrice all’opera su un fumetto propriamente detto. Il greco Ektor confeziona
con un tratto minimalista e pupazzettistico (ma non privo di una sua eleganza)
una storiellina molto simpatica.
A chiudere il numero c’è
un’anticipazione del prossimo lavoro di Igort, Kokoro. È innegabile che gli acquerelli siano belli, pur se il
tratto di Igort è sempre austeramente ingessato (ma il suo stile è così,
prendere o lasciare), però questi esperimenti di memorialistica a fumetti, che
poi fumetti non sono, mi lasciano sempre un po’ perplesso. In questo numero infatti
ce n’è un altro, American West di
Emiliano Ponzi, che però nel sommario è stato giustamente inserito sotto la
voce «Diari» e non «Fumetti».
Da segnalare anche una parte
redazionale molto interessante, anche se avrei due appunti da muovere: non mi
pare che la collana Millelire fosse
spillata come ricorda Paolo Interdonato nello Gnommero (dando per scontato che
intendesse Cento Pagine Mille Lire,
ma forse quella che ricordo io era un’altra collana e non di Stampa Alternativa)
ma soprattutto a pagina 91 viene ripetuto il testo delle pagine precedenti, eliminando
parte del bell’articolo di Adriano Ercolani su Alan Moore! Credo che visto
l’argomento, il potere dell’immaginazione, il blocco saltato citasse Providence, in cui Moore ha mostrato
come alla fine il Necronomicon è finito per esistere veramente.
Pur con la frammentarietà che
costituisce il marchio di fabbrica della rivista, ho trovato questo numero
primaverile molto piacevole.
venerdì 8 marzo 2019
Linus 3/2019
E rieccomi a lamentarmi della
formula del nuovo Linus e a comprarlo
regolarmente mese dopo mese. Mah, finché dura. L’argomento di questo mese è il
“nemico”, nel senso della paura verso il diverso generata ad arte da politici e
finanzieri per distogliere l’attenzione della popolazione occidentale dai
problemi reali. Argomento meritevole e condivisibile, che avrebbe meritato
maggior approfondimento nella parte scritta, tanto più che la stretta vicinanza
con il concetto di reportage offre il destro per la pubblicazione di quelle
cose che evidentemente a Igort piacciono molto, cioè quelli che in realtà sono
dei racconti illustrati; ma visto che sono “fumetti” non viene richiesto che il
testo sia troppo profondo, men che meno che i disegni siano belli.
Il lavoro di Joe Dog, al secolo
Anton Kannemeyer, è interessante anche se le due brevi storie pubblicate non
bastano a farsi un’idea complessiva della sua qualità. Una è una parodia di Tintin, l’altra è un tranche de vie (con Hergé sempre
presente) con allegato dizionario Afrikaans che rivela il razzismo alla base
della mentalità sudafricana.
Maya Mihindou segue il flusso dei
suoi pensieri in Respira,
apprezzabile perché pur con elementi di base molto definiti ognuno può interpretarlo
a suo piacimento; Ahmed Ben Nessid accompagna i testi del suo resoconto di vita
con due vignettone (anche apprezzabili) per pagina; Migo con Rifugiati per sempre non mantiene fino
in fondo le promesse né a livello grafico né testuale, ma è comunque una
testimonianza di fumetto nordafricano, scena che viene descritta come piuttosto
vivace; Campanella ricostruisce con Leone
una storia vera del ventennio fascista, affidata però ai disegni poco adatti
(validi ma più indicati per un pubblico infantile) di Mazza; Pierre Van Hove fa
parlare fino alla nausea i protagonisti di Flash-ball,
tutti dediti al loro impegno ma ignari di quello che succede loro attorno,
tanto che non si riesce a capire se parteggi effettivamente per loro.
Sul tema del mese hanno detto la
loro (più o meno) anche alcuni degli autori fissi della testata: Davide Toffolo
offre un suggestivo, ma ben poco decifrabile, Bellosguardo in Senegal. Paolo Bacilieri fa danzare il suo Capitan
Biscotto con dei mascheroni africani in testa: un’occasione per rievocare un
aneddoto prattiano e ricordare l’amico Franco Mescola de Il Tesoro degli Imbala.
I Grandi Classici (Peanuts, Calvin & Hobbes, Little
Nemo) confermano ovviamente la loro qualità e stavolta ho apprezzato McKay
più del solito.
La roulette delle serie fisse a
rotazione stavolta ci riserva Il mondo di
Niger (gradevole nonostante i disegni, anche se la Giandelli ha un po’
trascinato queste sei pagine di strisce perdendo la freschezza originaria), il sempre piacevole Tom Gauld, i
deliziosi Mutts, Perle ai Porci (il mio preferito, è la prima cosa che leggo della
rivista) e I quaderni di Esther.
Esulano dal contesto, cioè non
sono né legati al tema del mese né sono ospiti più o meno fissi di Linus, una bellissima storia breve di
Sergio Ponchione, Have a Segar, e due
pagine di vignette di Glen Baxter: le prime non sono granché ma poi l’autore
decolla.
Nella parte redazionale risaltano
i contributi di Graziano Origa (un po’ spoilerosi, però…) e il simpatico e
piuttosto difficile “fumoku” (sudoku a fumetti) di Ennio Peres.
Tirando le somme, questo numero
marzolino è senz’altro un buon acquisto, ma persiste una sensazione di
frammentarietà (di Perle ai Porci vengono
oltretutto regolarmente saltate delle strisce) e più in generale dell’assenza
di un unico filo conduttore identitario nei singoli numeri. Che poi è proprio
la linea adottata da Igort, ma anche consapevole di questo io apprezzerei molto
una maggiore coesione. Certo, finché continuerà a fornirmi materiale per i
Fumettisti d’Invenzione lascio correre volentieri.
giovedì 7 febbraio 2019
Linus 2/2019
Avevo già pronto in canna un post
dal titolo «capolinea» in cui spiegavo perché non avrei più preso, almeno non
continuativamente, il Linus di Igort.
Ma non ho saputo resistere alla splendida copertina di Bacilieri, sebbene latrice
di funesti presagi, ed eccomi qua.
| La copertina fa la sua figura anche fotografata dalla mia macchina digitale ormai agonizzante |
Tra le proposte buone con punte
di eccellenza di questo numero ci sono i classicissimi Peanuts e Calvin & Hobbes
(mentre la lettura di Little Nemo in
blocchi da 5/6 tavole a numero si sta rivelando faticosa), i classici moderni Mutts e Perle ai Porci, il delizioso Capitan
Biscotto di Bacilieri, la Inkspinster
di Deco (lentamente mi sta convincendo), l’incomprensibile ma suggestivo Miscellaneous di Viscogliosi, gli
straordinari Literary (e anche Science) Cartoons di Gauld, l’originale La
zuppa di pesce di Xiao Pao di Marino Neri e i “consigli per gli acquisti”
in terza di copertina di Stefano Zattera, che meriterebbe la menzione nel
sommario.
Le altre proposte necessitano di
un commento un po’ più articolato. Carpinteri realizza una simpatica short story con News Generator, che però mi sembra essere come il suo intervento di due numeri fa un
contributo in differita all’argomento dei mesi passati, visto che si parla di
fake news. Immagino che sia stata una sciocchezza con l’ausilio del computer
inserire all’ultimo momento nella prima tavola il cartellone pubblicitario con
Miyazaki. Igort in persona recupera uno stralcio dei suoi Quaderni giapponesi in cui narra l’incontro con il Sommo, mentre
Moccia e Guarnaccia descrivono invece L’incontro
tra Lui e Isao Takahata; ma lo fanno senza scadere nell’agiografia,
confezionando invece una simpatica storiellina in cui vengono messi bonariamente
alla berlina certi difetti dei protagonisti e del sistema produttivo nipponico:
è questo il male che non ha nuociuto, come dicevo in apertura. Peccato che le
tavole siano state scansionate malissimo.
Eleonora Antonioni continua la
sua autobiografia da «inadeguata» parlando dell’influsso che Miyazaki ha avuto
sulla sua vita, o almeno in alcuni dei suoi aspetti. Continua a usare quelle maledette penne biro
ma fortunatamente deve essersi resa conto di quanto risultino freddi i suoi
disegni, e alcune immagini possono beneficiare (vivaddio) di un tratto più
grosso e modulato. Purtroppo sono riuscito a malapena a capire le intenzioni di
Toffolo nel realizzare Hobby in vita,
con due tavole che non sembrano nemmeno collegate tra di loro – e la prima è
pure stampata peggio della seconda, come se provenisse da una fonte distinta. I
disegni, almeno, sono belli.
Passando a quello che mi ha
convinto di meno (Barnaby saltato a
piè pari), Giochi Sovranisti di
Tartarotti è un giochino divertente che però dopo un po’ stufa, e che oltre a
colpire un bersaglio sin troppo facile non è nemmeno originalissimo: l’idea del
politico-pupazzetto buono per ogni occasione c’era già in una trasmissione
della Dandini, quella volta “dedicata” a Berlusconi. I bei disegni di Simona
Pace illustrano ne Gli allevatori una
storia apparentemente suggestiva che però avrebbe meritato di essere sviluppata
in 46 tavole, non in 3. A
meno che, visto l’andazzo di questo Linus,
non sia effettivamente un estratto di un volume più corposo da acquistare a
parte, come nel caso del conclusivo Cortázar
di Torices e Marchamalo, che occupa un po’ abusivamente lo spazio della storia
lunga autoconclusiva in appendice – e francamente è pure poca cosa, se non una
perfetta incarnazione dello spirito della rivista: dare solo assaggi dei
fumetti che la Oblomov (o chi per essa) pubblicherà in volume.
Si continua a navigare a vista,
tutt’al più a volare a vista come recita il sopratitolo di questo numero.
giovedì 10 gennaio 2019
Linus 1/2019
La frammentarietà continua a
essere la caratteristica principale del Linus
di Igort. Non che prima fosse tanto diverso, in ogni caso. C’è poco di tanto, e
qualche volta si avverte un’impressione di incompiutezza e di sospensione
dovuta alla pubblicazione forse incompleta di alcuni fumetti nell’ottica di
invogliare all’acquisto del volume che ne verrò tratto. Mi è successo con Il Cammino della Cumbia, con quello di
Paco Roca (ma presentandone solo una selezione mi hanno fatto un favore), il
numero scorso con La lingua del diavolo
e questo con Ermanno di Mazza e Campanella:
queste quattro pagine sono l’introduzione di un graphic novel? Se così non fosse il senso della storia non mi è
molto chiaro…
Nonostante lo spazio ridotto
riservato alla parte scritta e le dosi omeopatiche delle strisce (quattro,
massimo cinque pagine ognuna) non si riesce a dare continuità a tutte le
proposte, stavolta ad esempio saltano la Giandelli, Deco e Tonetto – ma forse
perché non hanno ancora prodotto abbastanza materiale. E anche questo
contribuisce un po’ a rendere meno omogeneo da un numero all’altro questo Linus; che, chissà, magari è proprio
quello che Igort vuole fare.
Il tema di questo primo numero
del 2019 è la maschera, intesa in senso tanto ampio da abbracciare anche il mistero
e l’esoterismo. Facendo la solita classifica dei buoni e dei cattivi, segnalo
tra i primi i soliti Peanuts, Calvin & Hobbes, Literary Cartoons (che in questo numero
diventano anche Science Cartoons), Mutts, Perle ai porci, Underworld, Copi e Matticchio. Qualche parola in
più la meritano Carpinteri con l’intrigante inizio di una serie, Bacilieri che
confeziona con JPL uno struggente
gioiello usando magistralmente il non-detto (è solo una mia impressione o
Capitan Biscotto somiglia a De Chirico?), Ponchione che in Ombre oscure disegna splendidamente il suo contatto con la soap
opera horror Dark Shadows (ma queste
due pagine fanno parte di un corpus più esteso? Sono estrapolate da un altro
contesto? Frammentarietà, frammentarietà), Toffolo che col suo virtuosismo L’uomo mascherato racconta una vita
senza apparentemente raccontare nulla. Molto bello anche il fumetto “lungo” (13
tavole) autobiografico di Noah Van Sciver.
Little Ego in Slumberland a volte si rivela una lettura ostica, ma
credo che molto dipenda dalla disposizione del lettore; di Ermanno ho già detto sopra; Barnaby
l’ho leggiucchiato e non era poi male; I
Quaderni di Esther procede senza guizzi; il datato Cheech Wizard di Vaughn Bodé sembra essere arrivato al capolinea (o
prossimo ad arrivarci); Un’ora di vita di
Paolo Castaldi è il tipico fumetto (per modo di dire: a parte un balloon ci
sono solo didascalie) in cui l’autore esprime la sua ansia di raccontare una
storia, e poi fa un “fumetto” su di sé che vuole fare un fumetto – i disegni
almeno sono molto buoni; meno buoni ma sempre di alto livello sono anche i
disegni di Valerio Gaglione, che in Balthus
ci offre uno spaccato in due pagine di un momento della vita del pittore
omonimo (ma queste due pagine fanno parte di un corpus più esteso? Sono
estrapolate da un altro contesto? Frammentarietà, frammentarietà).
L’unico fumetto che non mi è
piaciuto di questo numero è Verità da
Bagno di Silvia Rocchi, ostentatamente raggomitolato su se stesso e
disegnato in fretta e furia.
Nell’elenco dei fumetti in
sommario ci sarebbero pure i lacerti del lavoro iperdettagliato di Bogadn
Lupescu, ma quattro tavole (di cui due hanno tutto l’aspetto di essere
ingrandimenti di un unico disegno) sono troppo poche per dare un giudizio.
Molto divertente invece la terza di copertina realizzata da Stefano Zattera.
In sostanza, per 6 euro ci
sarebbero le basi per esultare, tanto più che anche la parte redazionale è
molto interessante e scritta con brio. Però non riesco a togliermi dalla testa
l’impressione che quello che ci viene accordato mensilmente sia solo la punta
di un iceberg che dovremo cercare altrove per gustarlo appieno, o che
meriterebbe una pubblicazione più massiccia e razionale, o che forse è stato
realizzato in maniera estemporanea e non avrà nessun seguito.
martedì 11 dicembre 2018
Linus 12/2018
Linus chiude in bellezza il 2018 con un numero natalizio molto
interessante e piuttosto ricco, anche se la maggior parte dei fumetti sono
assaggini da due pagine.
Tra i classici sempre ottimi Peanuts e Calvin & Hobbes, forse un po’ meno incisivo del solito il
primo, mentre stavolta
ho avvertito le dimensioni un po’ costrette di Little Nemo e Barnaby
chissà quando/se lo (ri)leggerò.
Tra le strisce moderne torna Mutts (molto simpatico) e Perle ai porci è sempre al top, anche se
ho notato parecchi salti tra le strisce. Dovrebbero farne un volume integrale,
accidenti.
Il clima natalizio fa molto bene
alla InkSpinster di Deco che è
presente con due pagine ispirate e divertenti. Meno ispirato rispetto al numero
precedente è invece Literary Cartoons
di Tom Gauld, spero che Igort non ci abbia presentato il meglio subito. “Sballato”
(e come potrebbe essere altrimenti) ma piacevole il Cheech Wizard di Vaughn Bodé, con delle simpatiche gag. Leila
Marzocchi prosegue la sua deliziosa escursione ne Il mondo di Niger e I
quaderni di Esther si fanno leggere.
Chiude questo numero 12 un
episodio dei Freak Brothers che non
ricordo di aver letto. Molto simpatico, ma i quarant’anni che ha sul groppone
si sentono tutti.
E nel mezzo tanti fumettini da
due tavole. Torna il Capitan Biscotto
di Bacilieri (allora non era un episodio isolato!) con una storiellina
simpatica e divertente, che mette in prospettiva le due pagine del numero
scorso, che a questo punto immagino fossero giusto una presentazione. Toffolo
disegna in maniera stupenda delle impressioni su Milano che francamente non ho
capito mentre Tuono Pettinato ci offre una delle sue geniali illuminazioni. Le
due tavole de La lingua del diavolo
di Andrea Ferraris mi sa che sono solo un’esca per agevolare l’acquisto del volume
omonimo pubblicizzato nella pagina precedente (promette bene, ma potevano
sbottonarsi un po’ di più, o magari – apriti cielo – serializzarlo sulla
rivista) mentre della Antonioni viene presentata una seduta di autocoscienza
disegnata purtroppo con lo stesso stile, tranne qualche riempimento di colore
in più, di Non bisogna dare attenzione alle bambine che urlano.
Il bravissimo Tiziano Angri, evidentemente un seguace di Bacilieri, conclude
con una gag una vicenda che avrebbe potuto fornire materiale per un intero
volume; la Colaone si profonde in un interessante esperimento grafico che
sfrutta la doppia pagina (ma credo che i disegni li abbia fatti Satta); non
molto chiaro l’intento di Simone Pace con il suo Il nano e il cacciatore, se non altro disegnato con una certa
eleganza. Simpatico Sempre di Giorgio
Carpinteri, surreale e divertito ma che tutto sommato parla di un fastidio non
da poco per gli automobilisti. Visto che il protagonista è un supereroe
immagino che Carpinteri non sia riuscito a sottoporre in tempo la storia per il
numero precedente, che aveva come tema proprio i supereroi.
Il tema di questo numero sono
invece le fake news e mi sembra che
stavolta Igort sia riuscito a raccogliere contributi che quantitativamente sono
riusciti a dare maggiore omogeneità al numero. Tra gli altri, quattro
spettacolari pagine di Manu Larcenet. Il “problema”, però, è che anche i testi
scritti riguardano questo argomento e vista la levatura dei contributi di Bellu,
Colamedici e Gancitano alla fine i fumetti ne risultano un pochino sminuiti. Ma
parliamo sempre di un numero molto buono, sicuramente il migliore per quel che
mi riguarda.
giovedì 29 novembre 2018
Linus 11/2018
Tra una cosa
e l’altra riesco a
parlare dell’ultimo Linus di Igort
solo adesso, quando il prossimo uscirà tra pochi giorni…
Era già presente allo stand
Oblomov di Lucca, ovviamente, ma io l’ho preso qualche giorno dopo, in tempo
per elaborare l’impressione funesta che campeggiava sulla copertina. Alla fine
ho deciso che Jack Kirby non bastava ad allontanarmi dalla testata, tanto più
che veniva promesso anche dell’Andrea Pazienza inedito.
Il numero novembrino di Linus alla fine è stato una lettura più
che piacevole, considerata la rotazione un po’ casuale delle serie sulla
testata credo di essere stato fortunato. Grandiosi come sempre i classici Peanuts, Calvin & Hobbes, Little
Nemo (stavolta non si avverte poi molto la necessità di un formato più
grande) e Copi; ho letto persino Barnaby,
anche se probabilmente devo avere già queste strisce da qualche parte: carino,
anche se sempre decisamente anodino.
Per giustificare il sopratitolo
del mese, Igort ha commissionato due storie brevi (ma proprio brevi: due tavole
a testa) a Fior e Bacilieri: la prima è una tranche
de vie probabilmente autobiografica, che mi tornerà utile per i Fumettisti
d’Invenzione, la seconda è un tristissimo spaccato metropolitano magnificamente
retinato al computer.
Due le nuove proposte: Elisa
Macellari scrive e disegna Il primo uomo
sulla terra, quattro tavole che avrebbero reso di più come racconto
illustrato che non come fumetto; Tom Gauld coi suoi Literary Cartoons inanella una perla di raffinato umorismo dietro
l’altra, e chi se ne frega se i disegni non sono proprio accattivanti.
Per il resto, i “soliti noti” si
mantengono pressoché stabili. Richard Short col suo Klaus ogni tanto colpisce in pieno il bersaglio mentre altre volte
lo manca, Tonetto racconta con Rufolo
una barzelletta un po’ troppo diluita, la InkSpinster
di Deco accenna a decollare solo occasionalmente.
Quello che per me è il meglio
della rivista si conferma tale: la Marzocchi infittisce la trama de Il mondo di Niger, Merendino di Mò è simpaticissimo (qui poi è presente con un’unica
storia lunga) e Perle ai porci è
sempre corrosivo e divertentissimo. Stavolta ho apprezzato persino I quaderni di Esther, in cui Sattouf ci
mostra la protagonista che si sta ormai affacciando all’adolescenza.
Unica delusione tra le serie, per
quanto relativa, è stata Jopo de Pojo:
Joost Swaarte non riesce a gestire bene la dimensione della storia “lunga” di
16 pagine, e si inventa una situazione assurda dietro l’altra pur di far
procedere la storia, che non ha neanche una vera trama e che non è sempre
divertente come probabilmente vorrebbe essere. Ma forse a leggerlo nel 1974
questo episodio sarebbe sembrato geniale.
Questo per quel che riguarda la
parte a fumetti, quella scritta si mantiene costante a un livello quanto meno
interessante (piuttosto toccanti i due racconti di questo numero, Titipu di Andrew Sean Greer e Sara di Viola di Grado).
E la promessa e la minaccia che
campeggiavano in copertina? Di Pazienza vengono presentate due gigantesche
tavole a fumetti orizzontali dell’epoca del Liceo Artistico: strepitose. La
brossura di Linus ne penalizza la
lettura a meno che non si voglia proprio spalancare la rivista (oltretutto sono
state inserite tra le primissime pagine) ma viste le dimensioni non si sarebbe
potuto fare diversamente – poi magari tra qualche anno la Cosmo le ristamperà
in formato bonellide. Il Kirby inedito sono in realtà i bozzetti per il film
mai realizzato Lord of Light, alla
base della storia di Argo
di cui Barry Ira Geller racconta genesi e retroscena. Tra testo e immagini sono
ben 11 pagine, ma passano in fretta.
venerdì 5 ottobre 2018
Linus 10/2018
Col nuovo Linus Igort spiazza il lettore contravvenendo apparentemente a una
prassi che lui stesso aveva introdotto: non c’è nessuna storia lunga, di certo
non in appendice, ma in realtà un fumetto di Paco Roca viene ospitato in varie
parti della rivista sfiorando complessivamente le 20 tavole. Ahinoi, nonostante
il nome eccellente dell’autore Il Bivio
lascia parecchio insoddisfatti, essendo una di quelle cose che vengono
spacciate per fumetto ma sono costituite da due illustrazioni/vignettone mute
con del testo ad accompagnarle. Credo che il progetto nasca come collaborazione
con un gruppo musicale («Seguridad Social» figura come coautore) di cui Roca ha
illustrato i testi di alcune canzoni – il che spiegherebbe perché la stessa
tavola è stata riproposta alle pagine 20 e 21: si vede che il ritornello si
ripeteva uguale. Beninteso, il lavoro di Roca è eccezionale e oltre che col suo
tratto e la sua espressività ci delizia con degli effetti speciali a simulare
la provenienza di queste vignette da qualche vecchio comic book retinato, ma non basta a rendere l’esperimento
convincente (e nemmeno del tutto comprensibile in alcune sue parti).
Il Bivio è comunque l’unica nota stonata, o quasi, in un numero
mediamente molto piacevole. I classici Peanuts
e Calvin & Hobbes sono sempre
eccellenti, e stavolta al gruppo dei recuperi si unisce anche Copi. Peccato che
le sue tavole sembrino riprodotte da un fax spedito negli anni ’80. Eccellente
anche Little Nemo in Slumberland, un
po’ penalizzato dal formato.
Giorgio Carpinteri offre una
prova di eccellenza grafica con le sue due interessanti tavole Autori di Parole, incautamente indicate
nel sommario alla voce Fumetti – ma sempre di testi illustrati si tratta. Tommi
Musturi si dedica a sua volta ad alcuni virtuosismi grafici e cromatici nelle
due tavole di Samuel (forse un po’
dispersive) ma soprattutto questo numero di Linus
è dedicato all’arte di Crumb e alle sue donnone, con otto tavole intitolate La Bellezza secondo Crumb – Art & Beauty Magazine in originale.
L’abilità col pennino di Crumb è notevolissima e dalle immagini a tutta pagina
(ancora una volta elencate sotto i Fumetti nel sommario…) traspare quanto
coinvolgimento ci metta nelle sue figure femminili, trasformando anche delle
atlete famose nelle sue “coscione”.
Passando alle serie e alle
strisce più o meno regolari, fa il suo ritorno Il Mondo di Niger della Marzocchi: i disegni sono sempre
(volutamente?) infantili, ma i testi sono bellissimi, divertenti e anche molto
articolati. Curiosamente, stavolta ho apprezzato pure I Quaderni di Esther di Sattouf, probabilmente a causa della trama
generale che collega le ultime quattro tavole delle cinque pubblicate. Cheech Wizard è sempre disegnato molto
bene ma a quanto pare gli hippie erano di bocca molto buona per quel che
riguarda i testi dei fumetti underground.
È anche vero che sono passati più di quarant’anni dal concepimento di questo
fumetto, e tutto sommato se si vuole stare al gioco di Bodé ci si diverte.
Anche Doonesbury stavolta aveva qualche spunto interessante e sono
riuscito a capirci qualcosa. Qualche noticina sul sistema elettorale
statunitense e sui personaggi che Trudeau ha caricaturato sarebbe stata utile,
però. Perle ai Porci di Pastis è
sempre uno spasso (ho notato che mancano alcune strisce, ma immagino in
redazione avranno le loro ragioni per saltarle) e Il Cammino della Cumbia di Toffolo si impreziosisce di una gustosa reinterpretazione
de Gli Eterni di Kirby.
Nell’editoriale Igort dice che con questo episodio il fumetto conclude la sua
prima parte, ma francamente non mi sembra che si sia arrivati a un punto fermo,
anzi. Torna Deco con la sua InkSpinster:
la sua perizia grafica è lodevole e sicuramente certi spunti sono simpatici e
hanno fatto sorridere anche me, però mi sembra che sia fuori target col resto
della rivista, più adatta a una pubblicazione femminile per teenager.
L’unico elemento a fumetti che
non mi ha convinto per nulla, oltre allo spreco di talento di Paco Roca, è
l’insipido Barnaby che ho saltato
direttamente (il lettering non invoglia d’altra parte alla lettura) e che
comunque dovrei già avere sui vecchi Linus.
La parte scritta, che non ho
ancora letto tutta, è sempre di buon livello anche se a volte si avverte la
necessità (soprattutto nei contributi di Interdonato, Brancato e Bindi) di
maggiore spazio per sviluppare i temi e i concetti. Fantastico l’apparato
iconografico a corredo dell’intervista a Franco Farinelli, così come sono
meravigliose le illustrazioni di Manfredi Ciminale per il racconto Il Gioco dell’Ota di Giorgio Vasta.
venerdì 7 settembre 2018
Linus 9/2018
L’ultimo numero di Linus ha come filo conduttore i migranti
e, per estensione, i problemi delle minoranze. Più che altro, dato lo scarso
rilievo che effettivamente riveste l’argomento, si ha più che altro
l’impressione che si tratti di una scusa per giustificare la ristampa di un
vecchio Muñoz-Sampayo
come storia lunga in appendice, e per presentare due pagine di Peanuts (con le strisce in cui compare
il nero Franklin) avulse dalla riproposta cronologica, che comunque continua
nelle tre pagine successive.
Questo numero non si presentava
insomma nel migliore dei modi, eppure l’ho comprato e gradito. Peanuts e Calvin & Hobbes sono sempre un piacere, decisamente meno Barnaby che ho saltato direttamente.
Alcuni autori hanno rifatto capolino sulle pagine della testata: Jopo de Pojo di Swaarte è presente con
una storia “lunga” (addirittura 8 tavole contro le 4 paginette solitamente
riservate cadauno ai fumetti) che a ben guardare è un’accozzaglia di luoghi
comuni e situazioni stereotipate, ma che mi ha fatto scompisciare dalle risate.
Toffolo riprende Il cammino della Cumbia
e anche se occasionalmente mi è sembrato che il suo disegno fosse un po’ più
scarno del solito è stato piacevole leggerlo nuovamente e riannodare i fili
della trama intravisti finora. Continua Phil
Perfect di Clerc con una biografia originale e divertentissima e torna il Merendino di Lorenzo Mò. Delimitata da
una cornice di due “one-pager”, la storia principale del cagnolino astronauta è
basata su un meccanismo molto semplice e quasi infantile, ma anche qui ci si
rotola dal ridere.
Continua anche Little Nemo in Slumberland, che
probabilmente trarrebbe beneficio da un formato più grande; tornano I Quaderni di Esther di Sattouf, che
stavolta mi sono sembrati più interessanti del solito, e continua anche l’Underworld di Kaz, anche stavolta di
interpretazione non scontata e sospeso tra la stoccata efficace e la minchiata
estemporanea, come emerge anche dall’intervista che introduce le sue 4 pagine.
Con Kaz sono ben tre Fumettisti d’Invenzione in due numeri di Linus (quattro a volerci inserire anche
la prima pagina di Merendino): niente
male.
Buoni anche i fumetti non
seriali. Di Mattotti viene presentata una selezione di schizzi e disegni
accompagnati da un commento testuale che li rende simili a vignette umoristiche
con un contenuto a volte esistenziale. La Preghiera
di Caino “fumettata” da Laura Perez Vernetti è un’interpretazione della
poesia omonima di José Luis Piquero. Appena letta questa cosa nell’editoriale
di Igort mi è venuta la pelle d’oca, invece devo dire che l’operazione è
riuscita visto che il testo è molto evocativo e la scansione delle vignette è
molto ragionata ed efficace. Peccato che la stampa non sia ottimale. Habanera è un racconto noir molto ben confezionato in cui
vengono riassunti in sei tavole i momenti salienti della vita di un uomo
transfuga da Cuba da bambino e che a Cuba ritornerà. I testi sono firmati
Norbescu, i disegni a opera del bravo Andreas Bananos Mimosa che ricorda
Carpinteri. Peccato che l’evidente ricorso a tecniche digitali spezzi un po’ la
magia del disegno.
Ma peccato soprattutto per Pepe l’architetto, quelle 26-pagine-26
alla fine della rivista che, per quanto ottime, ho già in chissà quante altre
versioni – e stampate meglio.
La parte scritta è come al solito
di livello buono od ottimo. Per alcune rubriche (Zeitgeist, Cronache dal mondo
sommerso) un’unica pagina mi sembra uno spazio troppo costretto e resto
sempre con la voglia di leggerne ancora, ma d’altro canto il numero delle
pagine disponibili è quello che è. Tra gli interventi letterari si segnala
particolarmente Allora, chi vuole
soffiare? scritto da Piergiorgio Paterlini e accompagnato dalle tavole di
Marco Galli: praticamente unico elemento coerente con il tema dichiarato di
questo numero, affronta l’argomento in modo originale e battagliero.
In definitiva, anche se è molto
meglio una ristampa di Muñoz-Sampayo
piuttosto che un manga, spero vivamente che nel prossimo numero non ci sia
un’altra sorpresa del genere.
martedì 5 giugno 2018
«navigazioni a vista»
Rubo il sottotitolo di un
articolo di Valerio Bindi come metafora dell’impressione che mi ha dato questo
secondo numero di Linus firmato
Igort, uscito con una copertina mimetica che me lo ha fatto individuare per
caso solo oggi.
Col numero precedente
ho colto una scarsa continuità, anche se una politica editoriale comune si può
comunque vagamente cogliere. D’altra parte lo stesso Direttore nell’editoriale
parla della flessibilità del menabò a seconda delle richieste dei lettori, e
anticipa novità o recuperi che compariranno nel prossimo futuro. Ciononostante,
l’impressione che si navighi a vista rimane, con l’unica costante (dannazione)
del manga finale.
L’omaggio a Pazienza è
decisamente il pezzo forte della rivista: oltre agli interventi scritti di
Massimo Zamboni e Ivan Carozzi (decisamente telegrafico il secondo) viene
riproposta Sogno e Giuseppe Palumbo
disegna da par suo, cioè splendidamente, una sceneggiatura che Pazienza pensò
come esercizio da far fare ai suoi studenti della Zio Feininger. Ulteriori
dettagli (e una parziale realizzazione) de Il
Mare d’Inverno si possono trovare qui.
Paolo Bacilieri e Davide Toffolo omaggiano Pazienza con due fumetti di sole due
tavole l’uno, che non si limitano a essere dei grandissimi virtuosismi ma
offrono in uno spazio limitato molte suggestioni e spunti di riflessione.
Entrambi, per motivi diversi, sono veramente emozionanti. L’omaggio di Tuono
Pettinato è lungo il doppio ed è divertentissimo.
Archiviati i Peanuts e Calvin & Hobbes
d’ordinanza (eccellenti), si continua a pubblicare Kin-der-Kids di Feininger che necessiterebbe di un formato più
grande e Il Cammino della Cumbia di
Toffolo. Non ho ancora letto tutti gli articoli, ma tra i vari interventi si
segnalano lo Gnommero di Paolo
Interdonato e Mirror Shades di Sergio
Brancato. La parte letteraria di questo numero viene occupata da un racconto di
Scerbanenco illustrato da Manuele Fior. Da quel che ho potuto leggere finora,
la politica di brevità e concisione per la parte scritta evocata
nell’editoriale sta dando ottimi frutti. Continuano le rubriche a cura di
Moccia, Sist, Fornasiero, ecc.
Per quel che riguarda i fumetti,
vengono recuperate a sorpresa delle strisce della precedente gestione: peccato
che accanto alla divertentissima Perle ai
Porci siano state “graziate” quelle che mi piacevano di meno, I Quaderni di Esther e Doonesbury – che tecnicamente non sono
nemmeno strisce. Art Spiegelman, forte del suo premio Pulitzer per Maus oltre che autore di Little Lit e altri raffinati esperimenti,
si diverte a declinare Jeff & Mutt
nelle combinazioni più suggestive, arrivando a trasformarli nel corrispettivo
italiano di “Letame & Sborra” che rappresenta il vertice della sua
produzione qui rappresentata.
Di Nicoz vengono pubblicate
alcune pagine, fortunatamente poche, dei suoi diari Moleskin, anzi MOMeskin: decisamente non il mio genere.
Leila Marzocchi offre un nuovo sviluppo del suo Niger
nel formato della striscia: il risultato è molto simpatico, ed è lodevole come
l’autrice non solo trovi sempre la battuta giusta senza mai ripetersi o girare
a vuoto (inventarsi una trovata per striscia è una sfida immane) ma riesca
anche a costruire una trama coerente di fondo. Trattandosi però di strisce, la
cui natura lapidaria porta inevitabilmente il lettore a dare molta attenzione
all’aspetto grafico, avrebbe potuto curare di più i disegni.
Per concludere, 25 (diconsi
venticinque) tavole di un manga, anzi gekiga,
a firma Yoshihiro Tatsumi: La Donna di
Yanagase. Se il povero Feininger risulta parecchio costretto nel formato di
Linus, Tatsumi al contrario viene
penalizzato dall’ingrandimento delle sue tavole, chiaramente pensate per una
pubblicazione molto più piccola. La storia, basata più che altro sulla
suggestione e sul non detto, non è affatto male ma come disegno Tsuge
mi sembrava migliore, il che è tutto dire.
Si naviga a vista, appunto. Con la
speranza di non dover incrociare altri manga sulla rotta.
giovedì 10 maggio 2018
Il Linus di Igort
Nonostante i vari tentativi di
rilancio degli ultimi anni
Linus non ha evidentemente trovato la
rotta giusta che lo portasse fuori dalla bonaccia che da anni sta paralizzando
il fumetto italiano e la storica rivista in particolare. E così al timone è
arrivato Igort, che con questo numero 636 ha portato una grossa ventata di novità (e
mi ha indirettamente fornito un po’ di materiale per i Fumettisti d’Invenzione visti gli interventi dei “trombati” dello scorso numero).
A livello estetico, non ricordo
un’altra versione altrettanto ricca ed elegante di Linus, forse solo quella 14x21 degli anni ’80, che però era troppo
piccola per godersela come una “vera” rivista di fumetti: la brossura ha
sostituito i punti metallici, e la carta è una bella usa mano ad alta
grammatura (forse non così alta, ma rispetto a quella di prima fa un figurone).
La grafica, curata da Sara Fabbri e dallo stesso Igort, è sia gradevole
(ironicamente austera) che funzionale: i segmenti in cima alle prime pagine di
fumetti e articoli presentano un riquadro a sinistra con la data di
realizzazione e uno a destra col nome dell’autore. Occasionalmente quello di
sinistra si premura di specificare in quale categoria rientrino le pagine che
seguono, dimostrando forse una scarsa fiducia nella perspicacia del lettore e
specificando che le vignette da pagina 71 a 76, Samuel
del finlandese Tommi Musturi, costituiscono un fumetto.
Per quel che riguarda i
contenuti, c’è stato un netto ridimensionamento dei testi scritti che ha
portato all’eliminazione della satira e della politica (purtroppo anche Ennio
Peres non ha più la sua rubrica, ma d’altra parte non sarebbe stato molto in
tono col resto) in favore dei fumetti. Tra questi però non ci sono praticamente
più le strisce, punto forte degli ultimi decenni di Linus e limitate adesso solamente a due recuperi d’annata: Peanuts e Calvin & Hobbes.
Coerentemente con le precedenti
esperienze redazionali di Igort, la rivista assume quasi l’aspetto di un volume
autonomo, di un’antologia, piuttosto che di un periodico. È senz’altro
gratificante avere in mano questo bell’oggetto per soli 6 euro, ma forse verrà
a mancare quella continuità di contenuti che un personaggio o una serie
ricorrente davano, fossero pure nell’effimero e frenetico formato delle strisce.
E inoltre, dopo un esordio ad altissimi livelli, la qualità delle proposte a
fumetti è scesa in maniera preoccupante a mano a mano che procedevo nella
lettura.
Si comincia con le prime strisce
dei Peanuts e di Calvin & Hobbes: poco da dire, dei capolavori. Stupisce vedere
come già nel 1950 la serie di Schulz fosse divertente e l’autore sapesse
giocare così bene con la grammatica del fumetto. Si procede con Rubber Stamp Diary di Seth, un fumetto
realizzato con il metodo paventato da Hugo Pratt per El Sargento Kirk (della cui veridicità gli storici del fumetto
hanno spesso dubitato): Seth si è fatto costruire dei timbri a partire da
alcuni suoi disegni, che si vedono anche in foto a illustrare l’introduzione, e
con quelli realizza questi “diari” estemporanei. L’intimismo evocato
dall’operazione non deve spaventare: questo assaggio di tre pagine ha un finale
ironico, o così ho voluto interpretarlo.
Si procede poi con SOS-Gatto, un fumetto breve a colori di
Gabrielle Bell: la storia è divertentissima e i disegni non sono affatto male.
Purtroppo temo che si tratti di un episodio isolato e che la storia non abbia
seguito, di sicuro questa Bell è da tenere d’occhio. A cuore aperto è un episodio di Skinny
Cat, un fumetto muto e stilizzato a opera di Fabio Viscogliosi: suggestivo,
ma non mi sbilancio a incensarlo prima di aver letto altro dell’autore.
![]() |
| Gabrielle Bell (credo) |
Arrivano poi altre riproposte di
classici: Cheech Wizard di Vaughn
Bodé (stampato malino, ma con un lettering che pare quasi fatto a mano) e tre
misere pagine dei Kin-der-Kids di
Feininger. Le direzioni in cui si muove il nuovo Linus sembrano insomma molteplici, e il resto dei fumetti lo
conferma: Sammy Harkham presenta due one-pager
ispirate al mondo del cinema hollywoodiano. Senza uno straccio di
presentazione, la loro comprensione è alquanto ostica per quanto intuibile. A
controbilanciare questa mezza delusione c’è il ritorno subito dopo di Minus di Marcello Jori (“J.”), che
confeziona una storia semplice ma molto suggestiva, oltretutto in netta
controtendenza rispetto alle derive splatter che aveva questo suo fumetto negli
anni ’80. Purtroppo anche lui come Giardino
si scansiona le tavole da solo e così si vede la trama della carta per
acquerello su cui ha dipinto con gli acrilici liquidi.
Davide Toffolo presenta Il Cammino della Cumbia, una storia
autobiografica (?) e surreale (?) in cui l’autore si imbarca nel compito di
andare a cercare le origini della musica del titolo. Credo sia una delle cose
disegnate meglio di Toffolo in assoluto, ma sono appena quattro pagine
introduttive che chissà se avranno seguito nei prossimi numeri. Samuel di Musturi è una storia muta,
disegnata e colorata con uno stile minimale ed elegante che è un po’ una
costante anche di altri fumetti. A stento la si potrebbe definire “storia”, però,
e al di là della suggestione grafica mi ha lasciato un po’ perplesso.
Visto che i fumetti durano al
massimo sei tavole, e in molti casi sembrano orgogliosamente girare a vuoto, ho
avvertito una certa sensazione di incompiutezza, a cui avrebbe dovuto sopperire
il fumetto lungo di questo numero (è programma di Igort la pubblicazione su
ogni numero di un fumetto che si sviluppi su più pagine). Si tratta di Nejishiki, un manga del 1968 a opera di Tsuge
Yoshiharu che Oblomov pubblicherà poi (o ha già pubblicato) in volume,
coerentemente con una comprensibile strategia di sinergia con la casa editrice
dello stesso Igort. In Planetary
Warren Ellis faceva dire ai suoi personaggi che qualsiasi cosa dopo dieci anni
diventa ridicola, figuriamoci dopo 50. Nejishiki
più che una storia è il resoconto di un sogno incoerente, immagino dovuto
all’uso smodato di sakè da parte dell’autore, come lascerebbe intendere la sua
biografia. A pagina 98 manca il testo di un balloon, ma la “trama” non ne
risente minimamente. Oltretutto nelle ultime pagine Yoshiharu si stufa di
disegnare e butta su segni e tratteggi alla meno peggio. 22 pagine per me sprecate,
ma confido che con il promesso Pazienza del prossimo numero si farà meglio.
Chiude il “lato A” fumettistico della rivista Theremapia Cimatica di Ron Regé Jr., cosetta in tre pagine che si
vorrebbe spacciare per fumetto ma è un racconto illustrato – coerentemente con
questo assunto, non serve che i disegni siano belli.
Ho parlato di lato A perché
girando Linus c’è un “inserto” che
riprende Resist!, rivista free press fondata e diretta dalla
figlia e la moglie di Art Spiegelman. Si tratta di una raccolta di contenuti
gratuitamente offerti da vari artisti, illustratori e fumettisti in reazione
alla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali, distribuiti
gratuitamente negli States – quindi non possiamo fare gli schizzinosi sulla
qualità degli interventi. Certo, la breve striscia di Spiegelman è di una
volgarità inusitata ed è disarmante notare che viene citato come autore di «Mouse» invece che di Maus! Tra i contributi che ho apprezzato
cito Miss Lasko-Gross e Anita Kunz.
Per quel che riguarda gli
articoli, oltre alle presentazioni dei fumetti, e quella di Emilio Tadini per i
Kin-der-Kids risale addirittura al
1974, ci sono un “abbecedario” di Houellebecq, nome di un certo richiamo (io di
suo ho letto solo un saggio su Lovecraft, ma l’abbecedario mi è piaciuto e l’ho
trovato divertente), un breve saggio sulla fantascienza di Sergio Brancato e
recensioni di film, dischi, serie tv e libri.
Nonostante l’impressione generale
favorevole, temo che il nuovo Linus
possa soffrire dello stesso difetto “centrifugo” di altre riviste senza un
fumetto seriale o almeno un gruppo di autori ricorrenti a dare, se non
un’identità definita, almeno un minimo di continuità. Ovviamente pensare di
serializzare un albo francese su più numeri oggi sarebbe un’eresia (e a me
piacerebbe tanto), ma le strisce non inedite di Peanuts e Calvin & Hobbes
così come il fumetto a dosi omeopatiche di Toffolo (ammesso che continui sui
prossimi numeri) sono un legame un po’ evanescente tra un numero e l’altro.
Oltre al fatto che a ogni uscita ci sarà la roulette russa del fumetto lungo,
che potrebbe essere un gioiello come uno spreco di pagine.
Io comunque rimarrò a bordo
almeno per un po’, se il nuovo Linus non
dovesse proprio piacermi tornerò a sfogliarlo a scrocco in biblioteca.
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