Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.
Wolf
Notte di tempesta nel bosco di Magenham. Uno sciacallo (l’unico mai avvistato in Inghilterra) si contende la scena con una lupa mentre un druido osserva insieme alla sua accolita quello che sta succedendo: dei vichinghi danesi stanno dando la caccia a una donna incinta e al guerriero che l’accompagna. Il nascituro è figlio di re Marlin del Wessex, testé assassinato, e una profezia vuole che se diverrà adulto farà suonare la campana a morte per i Danesi. Motivo più che sufficiente perché i vichinghi vincano le loro paure e si inoltrino nel bosco che si dice stregato. Ma uccidere la donna non sarà affatto facile: avrà pure rinunciato ai suoi poteri di “donzella del bosco” per congiungersi con un umano, ma la sua guardia del corpo Alfred è un fine stratega che conosce bene la zona. E anche gli elementi naturali intervengono per salvare il bambino, con folgori ben piazzate – o sono proprio il druido Rorgan e la sua assistente Fiona a evocarle? La donna riesce così a partorire in un luogo consacrato, morendo nel dare alla luce un bambino che come intuibile dal titolo sarà allevato dalla lupa di cui sopra insieme al druido e alla sua accolita.
Wolf è una serie di stampo avventuroso, con punte epiche e anche sequenze molto drammatiche. Quella pochissima ironia che affiora col contagocce è comunque efficacissima, uno degli esempi migliori di Wood. C’è una continuity, ma come nelle migliori serie di Wood è una continuity “rilassata”: la lotta contro l’usurpatore vichingo Ragnar e il rapporto amoroso con sua figlia Mette sono sempre presenti, ma al momento opportuno finiscono sullo sfondo perché Wood preferisce accantonarli in favore di soggetti più interessanti. Magari inserisce anche qualche imbeccata sugli sviluppi futuri, come il rinvenimento del tempio in cui si trovano le armi e i fondi con cui ribellarsi in futuro agli oppressori, ma sempre senza fretta e senza impegno.
È incredibile come da argomenti tutto sommato già abbondantemente sfruttati Wood sia riuscito a imbastire storie interessanti trovando soggetti sempre nuovi e originali, bilanciando perfettamente Storia e fantasia – anche se la seconda ha un ruolo molto più incisivo. Oltre a scrivere una saga avvincente e originale, Robin Wood è riuscito a gestire bene l’equilibrio tra gli elementi reali e quelli fantastici: in sostanza l’eventuale intervento di questo ultimi è lasciato all’interpretazione del lettore e il druido Rorgan potrebbe benissimo generare certi fenomeni come semplicemente esserne solo testimone. Certo, si intravedono folletti e gnomi (pure un hobbit!) ma non interagiscono mai con gli umani e compaiono solo in quelle che potremmo considerare semisoggettive, quindi potrebbero essere “visti” solo da coloro che ci credono. Questa conturbante ambiguità è facile da mantenere in una storia breve, ma farlo per due dozzine di episodi lo è molto di meno e riesce solo ai grandi professionisti come Wood.
Tornando a Wolf, lo vediamo diventare adulto sempre con la mamma lupa al suo fianco. Da quanto apprendo, un lupo in natura non sopravvive solitamente oltre i 10 anni, quindi evidentemente lei gode di eccellente salute. Ma per quanto il protagonista voglia sempre stare al margine delle lotte tra gli uomini, non può sfuggire al suo destino: gli invasori cessano di litigare tra di loro e sotto la guida di Harald Sigurdsson (che dovrebbe essere Harald III di Norvegia) stanno per soggiogare definitivamente l’Inghilterra. Ragnar, l’arcinemico di Wolf, non vuole sottomettersi a un potere superiore al suo e ciò offre il destro per ulteriori sottotrame. Ma non serve a molto: il mondo di Wolf sembra destinato a sparire sotto l’impeto dei vichinghi uniti da Harald e il valente protagonista, che almeno è riuscito a tranciargli una mano, viene esiliato nello Jutland. Alcuni personaggi importanti vengono uccisi, le varie sottotrame si intrecciano, la saga ingrana la quinta e si prospettano sviluppi interessantissimi con una piratessa scandinava. E Wood abbandona la serie.
Passando ai disegni, Jorge Zaffino era già uscito dall’ala protettrice della studio dei Villagran esordendo da solo qualche anno prima su Nippur di Lagash per poi realizzare la prima decina di episodi di Kayan. Agli albori degli anni ’80 non è ancora il maestro del chiaroscuro e dei fitti tratteggi che diverrà in seguito né persiste nelle ipertrofie anatomiche che avevano caratterizzato i succitati fumetti, ma (quando si ricorda di disegnare i piedi) produce già delle ottime cose con uno stile ricco di dettagli ma molto leggibile e dinamico. D’accordo, Zaffino non è il colmo della precisione storica: i vichinghi indossano gli elmi con le corna che in realtà non portarono mai (anche sulle armature ci sarebbe da ridire) e i castelli inglesi sembrano usciti da un libro di favole piuttosto che da una guida turistica del Wessex. E in un paio di occasioni Rorgan e Fiona sono abbigliati in maniera veramente ridicola. Poco importa: sono comunque disegnati bene.
Occasionalmente Zaffino viene sostituito da Eduardo Barreto che ogni tanto si firma Simon Gneiss. O almeno vorrebbe farlo: curiosamente questa sua scelta non viene sempre rispettata dalla Columba che lo segnala col suo vero nome nella prima pagina mentre lui firma le tavole con lo pseudonimo. Barreto o Gneiss che sia, comunque, la differenza rispetto a Zaffino si nota, eccome se si nota. Pur senza mai toccare livelli stratosferici, saprà rifarsi in seguito ma qui è ancora rudimentale e non lo aiuta il fatto di aver usato foto (soprattutto di donne) come base, visto che risultano fuori contesto; d’altro canto la Columba avrà pur avuto bisogno di un “velocista” che mettesse una toppa laddove Zaffino non poteva consegnare in tempo, anche se dalle date di alcune firme intuiamo che gli episodi di Wolf venissero realizzati con largo anticipo. Curiosamente, in una delle occasioni in cui si firma col suo cognome Barreto vi aggiunge anche «Ferreyra»: dubito si trattasse di un assistente e men che meno dello sceneggiatore Luis, semplicemente il nome completo di Barreto è Luis Eduardo Barreto Ferreyra. Zaffino dal canto suo in un’occasione firmerà insieme a tal “Lilian”, forse appartenente alla casistica delle compagne/collaboratrici dei disegnatori.
Come detto, Wood abbandona la serie sul più bello, per la precisione col 23° capitolo – che comunque ha l’aria di essere un riempitivo, tanto più che fu disegnato da Barreto sette mesi prima della pubblicazione. Se non erro, all’epoca era ancora sposato con la danese Anne-Mette e scrivere un fumetto in cui i suoi connazionali erano i cattivi avrebbe potuto turbare la quiete domestica. Scherzi a parte, la serie continuò ancora per altri 10 anni e un centinaio di episodi a testimonianza del gradimento di cui godeva – meritatissimo, se non si fosse capito. I testi passarono al semper fi Armando Fernandez, che già aveva scritto il decimo episodio, in incognito dietro alcuni dei suoi vari pseudonimi (e con qualche rara sostituzione alla fine della serie da parte di Daniel Sinopoli). “Ned Patton”/“Gonzalo Bravo”/“Denny Robson” risolse l’incombenza con grandissima professionalità, dando seguito e conclusione al ciclo che aveva impostato Wood e sviluppando nuove idee e nuovi scenari, talvolta anche ricollegandosi a elementi dei primi episodi. A mio gusto, un difetto di Fernandez è che elimina l’ambiguità sugli elementi sovrannaturali della serie, avvalorando la loro effettiva esistenza (in alcuni casi è impossibile darne una giustificazione razionale). Ma lo perdono volentieri visto che, udite udite!, darà alla saga un finale degno di questo nome, peraltro molto bello.
Alla sua ottima prova si accompagna uno Zaffino che sviluppa sempre di più il suo stile fino a diventare il Maestro che sarà riconosciuto in seguito. Le sue masse nere e il suo tratto graffiato e materico daranno vita a figure granitiche ma al contempo dinamiche ed espressive. Anche lui però dovette passare la mano e a sostituirlo in maniera abbastanza stabile fu un giovane ma già molto bravo Ruben Meriggi, che in alcune occasioni si farà assistere da Walter Alarcon. Ho scritto «abbastanza stabile» perché anche nel caso di Meriggi non mancheranno dei disegnatori-ospiti, oltre all’occasionale ritorno di Zaffino, che produrranno a loro volta delle tavole molto valide: Fabian Slongo (che firma insieme a «Estela Marisa») e Victor Toppi (anche quest’ultimo veniva dalla fucina di talenti che fu lo studio dei Villagran). L’ultima ventina di episodi fu invece realizzata da un Sergio Ibañez ancora piuttosto acerbo e confuso.
Tra le serie di Wood inedite in Italia Wolf è probabilmente la migliore, e più in generale la metterei nel novero dei suoi capolavori tout court. Anche a livello grafico si mantiene su buoni livelli pur con le defaillance di Barreto e Ibañez. Peccato che non sia mai stata pubblicata da noi, avrebbe fatto un figurone su Lanciostory o Skorpio. Probabilmente ha pesato il cambio di sceneggiatore, che a parte rari casi era un tabù per l’Eura.




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