martedì 10 marzo 2020

Dotter of her father's eyes

Sfogliando questo volumetto i disegni di Brian Bolland mi sono sembrati un po’ sintetici, in alcune parti quasi tirati via rispetto allo stile per cui lo conosco. E vabbeh, ho pensato, si sarà adattato al tipo di fumetto che doveva disegnare. Eppure in molte vignette non sembrava nemmeno lui. E infatti il Brian (anzi, Bryan) che ha disegnato questo fumetto è Talbot, non Bolland. Chissà se quando ho ordinato questo volume ne ero consapevole oppure pensavo che fosse opera di Bolland.
Dotter of her father’s eyes racconta il legame complicato tra Mary Atherton, sceneggiatrice del fumetto e moglie di Talbot, e il padre James S. Atherton, eminente studioso joyciano. James Joyce è la chiave di volta del racconto perché l’autrice ravvisa un inquietante riflesso del suo rapporto col padre nella vicenda di Lucia, figlia dello scrittore irlandese e ballerina di grande talento costretta a rinunciare dai familiari alle sue ambizioni finendo reclusa in un ospedale psichiatrico. Questo dramma nella vita di Lucia Joyce viene comunque trattato molto rapidamente solo alla fine, perché il fumetto si concentra principalmente, pur con abbondanti inserti biografici sui Joyce (quasi metà delle pagine), sulla descrizione di quanto James S. Atherton fosse uno stronzo irredimibile. Le motivazioni del suo carattere iracondo e sprezzante hanno origine nella condizione paradossale in cui versava: pur avendo un prestigioso lavoro di insegnante, era più indigente degli appartenenti alla working class con cui giocoforza doveva convivere, che possedevano la televisione e servizi igienici moderni. Forse questa situazione (intollerabile per un vero figlio di Albione, ancorché cattolico) era dovuta alla numerosa prole degli Atherton o forse ai rovesci di fortuna conseguenti alla Seconda Guerra Mondiale, come forse lascerebbero intendere alcuni documenti reali appartenuti al padre che l’autrice ha inserito nel fumetto a mo’ di cornice. In ogni caso, Mary Talbot non giustifica affatto il padre, verso cui lascia trasparire un sincero rancore, e anche il paio di circostanze in cui riporta degli episodi sereni di vita con lui sembrano dei tentativi non molto sinceri di dare un quadro più obiettivo della situazione, ma giusto per proforma.
Insomma, questo fumetto si inserisce nella memorialistica con cui togliersi i sassolini dalle scarpe, genere molto diffuso in questi ultimi anni, e quindi le vicende vengono più riassunte che raccontate, anche se va detto che rispetto a tanti altri fumettisti più giovani la Talbot riesce a evitare di ridurlo a un semplice racconto illustrato e addirittura azzecca anche un paio di belle sequenze che sfruttano le possibilità grafiche che solo il fumetto può dare, si veda in particolare la tavola a pagina 56. Inoltre all’inizio la Talbot è stata efficace nel creare un certo straniamento nel lettore intorbidendo un po’ le acque e mettendo in dubbio se stesse parlando di suo padre o di James Joyce. E poi la scena dell’incontro con l’amico “scoppiato” dopo il funerale è veramente esilarante, talmente surreale che non dubito sia accaduta sul serio.
Resta però la sgradevole sensazione di aver fatto i guardoni nel privato di una persona (perché dilungarsi così tanto nella scena del parto, con accenti quasi splatter, se poi tutto si risolse per il meglio?), per quanto la stessa autrice abbia voluto mettersi a nudo. E poi notoriamente è molto più difficile elaborare una vera trama che mettere in fila i propri ricordi.
Le tavole di Talbot presentano purtroppo alcune criticità. Le tecniche con cui le ha colorate sono sicuramente valide esteticamente e soprattutto efficaci nel distinguere i diversi piani temporali (presente=computer, passato=acquerelli seppia con inserti a colori, storia dei Joyce=mezzatinta grigia) ma il disegno al tratto non è ai livelli di altri suoi fumetti. Nell’insieme il lavoro non è affatto brutto, ma proprio perché basato su un segno sintetico quando lo si legge si notano in alcune vignette delle semplificazioni anatomiche grossolane e delle figure non sempre simmetriche o armoniose; in particolare la bocca della madre di Lucia è “impossibile”. Spero sia solo il frutto della scelta di disegnare di getto e non il sintomo di qualche problema alla vista del disegnatore. Cionondimeno, un formato un po’ più grande avrebbe giovato al godimento del fumetto (sarà che i problemi di vista comincio ad averceli io) ma su questo non credo che Nicola Pesce Editore abbia avuto voce in capitolo riprendendo semplicemente il formato originale. Invece sarebbe stata d’uopo un’introduzione all’edizione italiana, laddove è presente solo una breve nota della traduttrice, per spiegare almeno il significato del titolo; capisco ovviamente che “Dotter” è un gioco di parole con “daughter”, ma cosa (o chi) diavolo è un “dotter”? E poi in un’opera così imbevuta di letteratura colta vedere delle (rare) virgole tra soggetto e verbo è veramente un pugno in un occhio.

2 commenti:

  1. Immagino sia un riferimento a persona o cosa che emetta punti o macchie. I Kirby spots o dots o crackles evidentemente non hanno popolato la tua infanzia come la mia. Oggi nel multiverso di tecnologia levigata ed elegante figlia della visione di Steve Jobs è difficile pensare a splash pages ripieni di macchinari cosmici con cavi e bottoni e placche a vista che emettano quelle crepitanti palline di energia.. Bryan knows. Strano che poi abbia prodotto roba cupa come Masks con Bats e le sue distopie. Troppa Iron Lady in quegli anni ? mm. Ciao ciao

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    1. Mah, ne ho avuta anche troppa di quella robaccia nella mia infanzia. Buscema, Romita, quelli sì che erano disegnatori!

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