domenica 10 maggio 2026

Assorted Crisis Events 1

Un fumetto decisamente originale. Non si tratta di una serie nel senso che oggigiorno viene dato solitamente al termine ma di una antologia in cui ogni episodio è a se stante, almeno finora. Il sottotesto è che il mondo è sconvolto da anomalie temporali che trasportano persone in epoche diverse dalla loro e possono generare rallentamenti o accelerazioni nel flusso temporale, ma anche spostare fisicamente da un mondo all’altro versioni diverse di una stessa persona. La vaghezza di questo assunto di base serve evidentemente a Deniz Camp per togliersi ogni incombenza di spiegare le cose troppo in dettaglio e anche come scusa per parlare di tutt’altro.

Nella prima storia la protagonista è Ashley, una cameriera rimasta orfana dopo che i suoi genitori sono spariti a causa dei succitati fenomeni. Un detective li avrebbe pure individuati in un’altra epoca ma le ha fatto capire che era meglio non sapere cosa era successo loro. La gag ricorrente è che lei porta un vecchio orologio ad aggiustare dai pochi orologiai ancora esistenti, degli eccentrici interessati a una bella storia più che ai soldi, e che per questo non la assecondano mai. Ma non mancano altri spunti umoristici: in primis il fatto che il suo quartiere viene utilizzato come set per film catastrofici a basso budget. E poi ci sono le occasionali scenette sullo sfondo a testimonianza del diverso scorrere del tempo. Ma quando viene picchiata dalla polizia dall’umorismo si va forse nella satira sociale.

Nella seconda storia si ride di meno. Molto di meno. Il protagonista è Jesus che a causa dei fenomeni temporali viaggia con la memoria avanti e indietro nella sua storia di immigrato clandestino che non ha trovato negli Stati Uniti quel paradiso in cui speravano i suoi genitori. Questo fenomeno gli crea dei problemi sul lavoro al mattatoio, descritto da Deniz Camp con un dettagliato e crudo realismo degno di Nestore l’ultima corsa.

La terza storia è un apologo sull’immigrazione e sulla paura del diverso, per quanto si tratti di un “diverso” paradossale: due versioni della medesima città si trovano in universi differenti, solo che in uno la catastrofe climatica è molto più vicina che nell’altro e quindi gli abitanti emigrano nella versione ancora non condannata. Giunti nel mondo più vivibile, vengono inizialmente accolti dalle loro versioni ancora sane per poi subire quello che la cronaca degli ultimi anni ci ha fatto vedere. Oltre che per l’amarissimo sarcasmo (e per gli ammiccamenti alle varie “Terre” dell’universo DC e anche Marvel) questa storia si segnala per l’uso avveduto dell’organizzazione delle tavole, in cui vengono contrapposti i due mondi e dunque i due relativi sguardi: un effetto che si può ottenere solo col fumetto, alla facciaccia di quanti (ancora troppi) lo vorrebbero ancella del cinema, della letteratura o del teatro.

Il protagonista della quarta storia è un “naufrago del tempo” vittima di un fenomeno che lo fa avanzare di mesi o anni saltando parti intere della sua vita di cui non ha memoria. Reso con una selezione limitata di colori, questo capitolo può essere angosciante o divertente (di un umorismo nerissimo, beninteso) a seconda di come lo si guardi.

Anche Anna nel quinto capitolo soffre di una di queste cronopatologie: nel suo caso si ritrova periodicamente imprigionata in “loop” di breve durata che a lei sembrano infiniti perché continua a rivivere certe situazioni senza poter fare nulla per modificarle – cosa che offre il destro per un omaggio, tra gli altri, al Giorno della Marmotta. La sua vicenda fa un po’ da connettore alle altre visto che Anna si mette alla ricerca di altre vittime dei fenomeni e del misterioso barbone futuribile che compare qua e là nelle altre storie, forse potenziale causa del tutto. È una storia drammatica, ma con un finale più o meno positivo e che apre nuovi spiragli alla serie.

Le tavole di Eric Zawadzki fanno la loro porca figura. A ben vedere, come disegnatore ha le sue pecche: non sempre le sue anatomie sono precise, a volte inchiostra in maniera troppo pesante e a volte tira anche un po’ via. Però ha quella disinvoltura e quella scioltezza che ho ravvisato anche in Zoe Thorogood, i suoi personaggi sono molto espressivi e quando l’occasione lo prevede ha delle ottime trovate per organizzare le tavole, che d’altro canto come ho accennato sopra spesso presentano dei virtuosismi possibili solo con il fumetto. Da segnalare anche il buon lavoro del colorista Jordie Bellaire.

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