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martedì 9 giugno 2026

Ho ucciso Adolf Hitler e altre storie d'amore

Irretito dal 25% di sconto ho acquistato questo vecchio (neanche tanto: 2019) volume della 001.

Sono raccolte 3 storie di Jason, autore di cui ho già letto qualcosa e che mi era anche abbastanza piaciucchiato.

Nella prima, Perché lo fai?, un uomo depresso per la rottura con la sua donna viene incaricato da un amico di innaffiargli le piante mentre sarà via: almeno così uscirà di casa e riaffronterà il mondo. Oh, no! Un’altra “storia” intimista? Fortunatamente no: il nostro “eroe” si trova invischiato in una trama hitchcockiana e finisce per essere accusato dell’omicidio del suo stesso amico dopo averne colto sul fatto il vero killer. Costretto alla fuga, trova riparo presso una buona donna e la sua bambina, manco fossimo in un film di Bresson. Un thriller appassionante con momenti di una certa ilarità, peccato che non ho capito il finale.

La seconda storia, I lupi mannari di Montpellier, ha per protagonista Sven, un anseatico in terra di Francia che vive rubando di notte negli appartamenti travestito da lupo mannaro, come se fosse la cosa più normale del mondo. Meno male che ci viene spiegato che si traveste, altrimenti i disegni di Jason non permetterebbero di capirlo. Le sue giornate le trascorre invece giocando a scacchi con un amico al parco o a poker con la coppia di dirimpettaie lesbiche. Il punto è che a Montpellier i licantropi esistono davvero e non gradiscono che qualcuno che non fa parte della loro cerchia scorrazzi nel loro territorio. Ma tutto è bene quel che finisce bene, anche a costo di far scoppiare la coppia di amiche e di finire infettato davvero con la licantropia. Una storia leggera e carina.

Anche l’ultima storia, quella che dà il titolo al volume, è molto simpatica. Un assassino a pagamento viene incaricato di uccidere nientemeno che Hitler. Ad assoldarlo è uno scienziato che ha inventato la macchina del tempo, che richiede tanta energia da poter essere usata solo ogni 50 anni. Ma le cose non vanno come previsto: tra paradossi temporali (neanche troppo arditi) e una storia d’amore che attraversa i decenni anche qui ci sarà il lieto fine.

Tutte le tavole sono organizzate su quattro strisce e, a parte nella prima storia, ripropongono sempre la stessa struttura regolare a otto vignette. Il disegno di Jason sarà pure raffinato e anche abbastanza dinamico, ma i suoi personaggi sono solo cani (o quello che sono) e corvi (o quello che sono) e si distinguono solo per il colore dei vestiti. Nelle storie con più personaggi diventa estenuante ricordarsi chi è chi, e nemmeno gli espedienti di Jason per far apparire un personaggio un po’ diverso dall’altro, come le rughe di vecchiaia, funzionano bene. I licantropi, poi, non capisco da cosa si distinguano dagli altri: forse i denti aguzzi? L’espressività è ridotta al minimo, direi che quasi non c’è. Anche se Jason gioca molto sui silenzi e sulla struttura delle tavole, rimpiango come nel caso di Lauzier quanto sarebbero state più efficaci queste storie disegnate in maniera realistica.

Dalla loro lunghezza intuisco che in origine erano state pubblicate come classici volumi cartonati franco-belgi: la prima conta 45 tavole e le altre due le canoniche 46. Per la sintesi del disegno, i dialoghi diradati e la procedura a gag si leggono molto velocemente, direi meno di una ventina di minuti l’una; non so come possono averle accolte i lettori francesi e belgi. Verrebbe anzi da chiedersi se valesse la pena la spesa per quelle che sono barzellette appena un po’ rimpolpate, per quanto divertenti. Molto meglio questa edizione antologica, quindi, dove il formato più piccolo non incide sulla godibilità dei disegni, visto che sono così rudimentali? Direi di sì, ma l’accumulo di situazioni surreali potrebbe venire a noia, quindi ne consiglierei una lettura centellinata.

lunedì 9 marzo 2026

Medhelan: La favolosa storia di una terra

Mi ha fatto l’occhiolino dagli scaffali delle offerte della fumetteria e ho ceduto.

Sulle prime pensavo si trattasse di un volume con cui a suo tempo (2015) la Star volesse inserirsi nel filone del Romanzi a Fumetti della Bonelli ma non è così, o almeno non è solo così: si tratta di una uscita speciale promossa in occasione dell’Expo di Milano per raccontare la filosofia alla base del Parco Nord.

La cornice della storia è l’ennesima rivisitazione di 12 Angry Men (d’altra parte lo sceneggiatore Silvio Da Rù viene dal teatro): nel 1967 il consiglio comunale di Milano si riunisce per decidere del futuro dell’area dell’ex-Breda, preda del degrado di cui ci sono stati mostrati esempi nelle prime pagine (criminalità, discariche, residuati bellici). I 12 convenuti sono quasi all’unanimità concordi nell’autorizzare il piano regolatore che cementificherà la zona. Quel “quasi” è l’unico che si oppone, presentato semplicemente come l’Architetto, che l’introduzione di Giuseppe Di Bernardo spiega essere ispirato a Francesco Borella. Siccome la delibera sarà valida solo se decisa a maggioranza assoluta, ciò crea uno scompiglio di cui viene chiesta ragione all’Architetto. Per tutta risposta lui comincia a raccontare la storia di Milano dal IV secolo avanti Cristo fino alle alterne vicende dell’industria di Ernesto Breda, mescolando fatti storici con abbondanti iniezioni di miti, leggende e folklore in cui una costante sono gli animali parlanti raccolti attorno alla quercia Etherna. L’epilogo ci porta al 2015 con una comparsata di Tomaso Colombo, Responsabile Servizio Vita Parco che ha contribuito al soggetto.

La narrazione si affida spesso a sequenze interamente mute ma indulge anche inevitabilmente in parti prettamente didascaliche. Si tratta però di quel didascalismo che avvince e coinvolge perché i fatti narrati sono incalzanti e lo stile è asciutto e piacevole. Da pagina 111 la testimonianza del continuo avvicendarsi di nuovi governatori di Mediolanum/Langobardia Maior/Mediolani offre l’occasione per riflettere con amara ironia sulla ciclicità delle ambizioni umane che rimangono fondamentalmente sempre le stesse.

La parte grafica è affidata a Beniamino Delvecchio. Le sequenze coi consiglieri comunali sono realizzate al tratto e a mezzatinta digitale. Forse a causa della mole di lavoro (si tratta di ben 208 tavole) a volte l’anatomia è incerta ma nel complesso il lavoro è abbastanza dignitoso. Le altre parti di cui si compone il volume sono più che altro delle elaborazioni digitali, a colori o in bianco e nero. Purtroppo sono quelle più penalizzate dalla carta porosa che smorza i colori e appiattisce le sfumature, rendendo difficoltoso distinguere gli elementi più scuri.

La copertina (con quell’effetto per cui uno strato aggiuntivo di plastificazione lucida evidenzia alcuni dettagli) è stata realizzata da Gian Luca Elasti, vincitore del concorso indetto appunto per scegliere la copertina del volume.

mercoledì 12 giugno 2019

La Compagnia Folies Bergère

Non ho letto molto di Zidrou (che ha scritto una caterva di roba, molta della quale fisiologicamente inedita in Italia) ma da quel poco che lo conosco non mi fidavo di comprare a scatola chiusa La Compagnia Folies Bergère, tanto più che si tratta di un fumetto di guerra. Quindi prima di prendere questo volume ho aspettato che si unisse anche lui al club del -25%.
La storia è ambientata nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, durante le ultime fasi del conflitto. I protagonisti sono gli eterogenei poilus appartenenti alla 17° Compagnia Fanteria, che si sono ribattezzati come il celeberrimo locale parigino. Tra la varia umanità che compone questo gruppetto, che contempla pure un cappellano militare, sicuramente il ruolo di maggior rilievo lo riveste Rubinstein detto «Rubinetto», soldato ebreo che è sopravvissuto indenne a ben due fucilazioni, anche se porta addosso i segni delle pallottole che lo hanno colpito nelle zone vitali. Zidrou conferma quindi la sua passione per il mistero e il simbolismo, che anche stavolta come in Requiem/Protecto e Marina rimangono nel campo dell’allegoria. Se l’ossessione per le talpe di Maurice Verrat può facilmente essere letta in chiave psicanalitica, come effettivamente viene fatto, risulta oscuro il ruolo che la figlia di Rubinstein riveste nella vicenda con la sua comparsa per ricongiungersi con il padre.
Al di là di questo, La Compagnia Folies Bergère racconta il progressivo abbandono dei soldati nell’abbraccio della follia e della morte, con abbondante uso di scene crude e dettagli rivoltanti come è d’uso nei fumetti bellici più recenti, rivolti ormai solo a un pubblico adulto. L’originalità di questo volume sta sicuramente nella narrazione sincopata e satellitare, con molti flashback e qualche sequenza onirica. In effetti all’inizio non è facilissimo seguire il filo della narrazione e capire dove Zidrou voglia andare veramente a parare, e forse senza troppi barocchismi estemporanei (sul finale c’è persino un blasfemo duetto tra Gesù e Satana, che lo chiama «Gegè»!) i personaggi avrebbero potuto essere approfonditi di più senza assurgere al ruolo di semplici casi clinici da manuale. Di spazio ce ne sarebbe stato, visto che le tavole sono ben 92, più un paio di introduzione di non facile decifrabilità.
Francis Porcel disegna in maniera impressionista, cosa coerente visto che tra i protagonisti di secondo piano c’è Claude Monet: sicuramente con le sue pennellate riesce a evocare la giusta atmosfera ma la mancanza di dettagli rende inizialmente difficile distinguere un personaggio dall’altro. Anche i colori sono opera sua, per quanto apparentemente assenti: La Compagnia Folies Bergère sembra essere realizzata in mezzatinta (beninteso, digitale) ma in realtà ci sono più sfumature di colore a seconda del mood della tavola, così come certi dettagli vengono resi a tutto colore: curiosamente, sia i particolari più truculenti che i quadri di Monet.
Probabilmente per gli appassionati del genere questo fumetto è un capolavoro. Ma, appunto, bisogna essere sintonizzati sulla stessa frequenza d’onda di Zidrou e Porcel per apprezzarlo pienamente.

mercoledì 3 gennaio 2018

La Vita Inattesa

Nuovo socio del club del -25%. La Vita Inattesa è un volume che nasce come corollario al progetto online “Viverla Tutta”, in cui una cospicua raccolta di storie reali di malattia serve idealmente come base per una “Medicina narrativa”, in cui i racconti dei pazienti fungano da fondamenta per la guarigione, o almeno per un rapporto più umano col medico.
Dieci testimonianze di malati vengono “fumettate” da dieci disegnatori diversi tramite le sceneggiature di Micol Beltramini, Tito Faraci e Alessandro Q. Ferrari, nella struttura fissa di 10 tavole per episodio. Chiaramente, con queste premesse non ci si può aspettare nulla di innovativo o rivoluzionario, tanto più che lo scopo divulgativo porta a un inevitabile didascalismo e talvolta a una ostentata positività che non ha paura di sfociare nel patetico.
Sarebbe ingiusto quindi pretendere di trovare dei capolavori nelle dieci storie che compongono il volume edito da Rizzoli Lizard, pur se gli sceneggiatori hanno adottato anche degli approcci per nulla scontati nonostante l’obiettivo fosse comunicare con un pubblico più vasto possibile non necessariamente abituato a certi virtuosismi narrativi. Accanto a questi buoni esiti ci sono dei lavori che sembrano assecondare la visione che un pubblico poco abituato alla lettura dei fumetti ha di questo linguaggio e dei suoi stereotipi (in particolare la storia intitolata proprio Fumetti di Faraci e Corona), ma si tratta di eccezioni: il piacere maggiore della lettura viene dato dagli artifici con cui gli sceneggiatori hanno metaforizzato la malattia e la condizione di chi la subisce, magari con un colpo di scena finale. In quest’ottica sono molto riusciti gli episodi Uno di Tanti (di Faraci e Ziche) e Super Agente Segreto (di Beltramini-Ferrari e Tuono Pettinato), mentre va dato atto alla Beltramini di essere riuscita in Ricominciare da Zero a costruire un universo narrativo che esula dal caso specifico e che si sarebbe prestato a ulteriori sviluppi vista l’efficacia con cui ha reso i personaggi.
Gli artisti coinvolti sono, in ordine di pubblicazione, Paolo Bacilieri, Nate Powell, Giuseppe Palumbo, Silvia Ziche, Laura Scarpa, Vincenzo Filosa, Marco Corona, Thomas Campi, Tuono Pettinato, Massimo Carnevale e infine Emanuele Fior che confeziona copertina e retrocopertina in cui riassume graficamente quattro delle storie. Gli sceneggiatori si dividono equamente i soggetti di partenza, cinque per Faraci e cinque per la coppia Beltramini-Ferrari (anche se occasionalmente la Beltramini scrive da sola).
Al di là del gradimento per la parte scritta, se non altro con La Vita Inattesa è possibile godersi le ottime prove grafiche di Bacilieri, Palumbo, Laura Ziche, Tuono Pettinato e Carnevale, quest’ultimo semplicemente stupendo. Anche Laura Scarpa non ricordo di averla vista esprimersi a questi alti livelli in precedenza.

martedì 12 settembre 2017

Ladri, Maschere e Lune Turche

Dopo averlo conosciuto di persona e aver approfondito il suo metodo e la sua filosofia di lavoro ho molto rivalutato Lele Vianello. Visto che c’ero, ho caldeggiato l’ingresso di questo volume nel club del 25% di sconto, la candidatura è stata accettata e quindi ho messo le mani anche su Ladri, Maschere e Lune Turche.
La storia si apre nel 1778 con una suggestiva aggressione veneziana al Conte di Cagliostro (nientemeno!) da parte di alcuni membri mascherati di una congregazione religiosa. A salvarlo interverrà un altro spadaccino mascherato che si rivelerà a sua volta un personaggio eccellente: Giacomo Casanova. Questa prima parte termina sul più bello con accenni a segreti e a ulteriori avventure dei due che però non avranno seguito.
Per fortuna la prima parte non era un episodio autonomo, ma l’introduzione alla storia portante che si svolge nel 1939: un ladro si intrufola in una casa e fa materializzare involontariamente da uno specchio che era stato nascosto tre figuri che indossano la caratteristica bautta. Né i fascisti né i carabinieri lo hanno in simpatia e il giorno successivo all’incontro soprannaturale, a cui è scappato per miracolo, il ladro viene accusato di un’effrazione che in realtà hanno perpetrato i tre. È quindi con estremo interesse (e sudando copiosamente) che li aiuta a tornare nella loro epoca, da cui sono stati banditi tramite un incantesimo lanciato proprio da Cagliostro.
Un dito in più non si nega a nessuno
La storia termina con un breve epilogo che chiarisce un aspetto della vita amorosa di Casanova solamente accennato all’inizio e ne riassume la vicenda terrena.
Come dice Laura Scarpa nella sua ipertrofica introduzione, Venezia è senz’altro la protagonista di questo fumetto, ma è anche vero che la trama di Ladri, Maschere e Lune Turche è molto più articolata e affascinante di un semplice tour per la città lagunare. Il mix di rigore storico e trovate fantastiche è ben congegnato e non si avverte alcuno stridore nell’associazione dei due elementi. I personaggi elaborati da Vianello sono poi molto affascinanti, anche se (o forse proprio perché) sfoggiano un’attitudine più avventurosa ed eroica che il sarcastico distacco che caratterizzava quelli del Maestro di Malamocco.
Il volume è un solido brossurato di grande formato; le pagine, non numerate, sono 60. La qualità di stampa è buona e restituisce l’incisività dei neri di Vianello, inoltre a dividere le tre parti del fumetto e ad abbellire l’introduzione ci sono diversi acquerelli.

martedì 21 marzo 2017

Cutting Edge 1

Nuovo socio del club del 25% di sconto. Cutting Edge ha un soggetto abbastanza inverosimile e sopra le righe: delle eccellenze nei campi più disparati (possono essere anche artisti o personalità del web) vengono selezionate dalla Leviathan Corporation per essere sottoposte a dei test a squadre vagamente ispirati alle fatiche di Ercole, che determineranno un vincitore di cui non viene anticipato il destino.
I cinque protagonisti di questo primo volume hanno ricevuto in sorte come prova (assai poco epica) il ritrovamento di un jazzista ottantenne. Lo rintracciano a Sorrento, dove si dedica da quindici anni ad affinare la sua arte nella speranza di riuscire finalmente a conquistare la sirena di cui si è innamorato. “Sirena” in senso letterale: il mostro mitologico che, prima che le venisse attribuita la coda di pesce della tradizione popolare, era una donna alata e artigliata.
La storia di Francesco Dimitri richiede insomma un bel po’ di sospensione dell’incredulità, ma al di là di questo non mi ha coinvolto anche perché i cinque personaggi da lui ideati non sono stati approfonditi (e può starci, essendo ancora i primi episodi e dovendo mantenere il mistero su alcuni di loro) e nessuno dei cinque risulta simpatico o interessante, tranne quello a cui toccherà morire per primo. Il gioco di Cutting Edge, che si rivela alla fine del primo dei due episodi qui raccolti, è infatti quello di far congetturare il lettore su quale dei cinque protagonisti abbandonerà la scena di volume in volume decretando, immagino, il vincitore finale.
Anche se forti di questo espediente, però, i singoli episodi avrebbero meritato qualche pagina in più, rispetto alle canoniche 46/44 di cui sono composti, per svilupparsi in maniera più compiuta e soddisfacente. Non basta a rintuzzare l’interesse la piega complottista che Cutting Edge prende dal secondo capitolo e l’idea di inserire un’appendice di social media che commenta la storia (e probabilmente prelude a ulteriori sviluppi).
L’impressionismo geometrico di Mario Alberti non è di grande consolazione (per quanto io lo abbia trovato molto più adatto per questa storia che non per Tex e anche per Morgana), perché com’è nelle corde del disegnatore abbondano le tavole doppie e le vignette “al vivo” di dimensioni enormi che coprono parti intere delle pagine: non è tanto il formato ridotto, quindi, quanto la brossura a impedire di gustare le tavole come erano state ideate originariamente, cioè con la possibilità di spalancare le pagine che dà un volume cartonato. Oltretutto, in alcune tavole (della copia che ho preso io, almeno) Alberti è stato penalizzato da uno strano effetto per cui sui margini si intravedono degli strani segni a forma di onda – non è un effetto voluto, credo, perché in parte coinvolgono anche i balloon.

domenica 29 gennaio 2017

Figli delle Tenebre - Burzum, Mayhem e l'anima nera del metal

Mai sopportato l’heavy metal, ma nella ricerca frenetica di qualcosa di interessante tra le offerte col 25% di sconto (del dodicesimo Don Camillo ancora niente) mi è caduto l’occhio su questo fumetto che sembrava disegnato veramente bene. Una volta acquistato e letto, ho avuto conferma che l’impressione iniziale era corretta. Non solo: è anche scritto molto bene.
Dei vari Burzum e affini con la relativa mitologia correlata conosco solo le storie che circolavano vent’anni fa (quindi esiste veramente l’album con la foto del tizio che si è sparato in testa), ma anche per un profano Figli delle Tenebre è una lettura comprensibile. E, cosa più importante, avvincente.
La storia si sviluppa in una serie di quattro capitoli più un’introduzione di due tavole. La caratteristica precipua di questa struttura è che ogni parte si svolge cronologicamente in un momento successivo rispetto a quella che viene dopo, e in sostanza ogni capitolo è un flashback che getta luce su alcuni degli aspetti che sono emersi in quelli precedenti. Tanto che nella maggior parte dei casi un capitolo si conclude con la scena che era stata la prima in quello precedente. Può sembrare una cosa velleitaria o estetizzante, ma nei fatti funziona benissimo creando un bel ritmo e una certa tensione.
La storia è quella dell’attività omicida di Kristian “Varg” Vikernes, in arte Conte Grishnackh, che nel 1993 ammazzò il suo manager e amico Øystein “Euronymous” Aarseth, fondatore dei Mayhem e figura cardine dell’heavy metal (o dark metal o thrash metal, quella roba là) norvegese, fautore dell’idea di dar fuoco alle chiese cattoliche che anche Warren Ellis ricordò in un bellissimo episodio di Global Frequency.
Partendo dalla fine, vengono quindi ricostruite le cause che portarono al delitto e soprattutto viene fatta rivivere la scena della musica underground norvegese: un bell’ambientino in cui per farsi largo si ricorreva a provocazioni basate su una fraintesa identità nazionale, e i cui membri sgomitanti vivevano in uno stato di costante competizione per emergere (arrivando a delle bassezze notevoli), non troppo diverso da qualsiasi star system.
Pur nella durata obbligata delle 20 pagine a capitolo che si è autoimposto, Davide Bertaina scrive in maniera coinvolgente, alternando con sapienza pagine più fitte di vignette ad altre che sono vere splash pages, e ricorrendo a dei mezzi molto efficaci come un personaggio ritratto a figura intera in campo lunghissimo per rappresentarne la solitaria disperazione. Sicuramente Bertaina aveva chiara in mente anche l’alternanza delle pagine pari e dispari del fumetto, visto che spesso voltare pagina è funzionale agli effetti che lo sceneggiatore voleva provocare nel lettore.
Ai disegni Simone Ragazzoni fa effettivamente un ottimo lavoro: ha un tratto realistico scolpito con dei neri pesantissimi che mi ha ricordato Giorgio Santucci. Non siamo allo stesso livello e forse sul finale Ragazzoni arriva un po’ col fiato corto (d’altra parte già nei ringraziamenti diceva che le scadenze erano pressanti) ma il suo lavoro è veramente egregio. Peccato però che si mortifichi usando dei rozzi ghirigori per raffigurare i titoli dei giornali o i termini di un contratto: è un tocco un po’ infantile che fa a pugni con lo stile secco e maturo del disegnatore. A tal proposito, va lodato anche per come ha saputo usare la documentazione: veramente notevoli le divise dei pompieri e dei poliziotti norvegesi.
Molto simpatica la postfazione di Alex Crippa, che pur riassumendo alcuni elementi per i profani non è affatto pesante, anzi in molti punti è addirittura spassosa.
Dei due autori non compare nessuna biografia e francamente, considerata la qualità del lavoro di entrambi, mi stupisco nell’apprendere da internet che nessuno dei due ha altri lavori al suo attivo.
Il volumetto è elegantemente rilegato in brossura olandese, ma è penalizzato da una non-copertina scarna all’inverosimile, in cui in pratica ci sono quasi solo il titolo e il sottotitolo. Se l’idea era quella di attirare i metallari più che gli appassionati di fumetti si sarebbe potuto mettere un bel ritratto di Burzum o al limite anche una foto, no?

lunedì 23 gennaio 2017

Marvel Knights Spider-man 1: Nel regno dei morti

In fumetteria non era arrivato niente (il dodicesimo di Don Camillo si fa attendere, anche se mi pare che a Lucca ci fosse), quindi mi sono dedicato di nuovo alla ricerca di qualcosa di interessante tra le proposte scontate del 25%.
Ovviamente quando ho visto che le storie di Marvel Knights Spider-man erano scritte da Mark Millar sapevo di dovermi aspettare qualche smargiassata ingenuamente provocatoria, oltretutto applicata al personaggio Marvel che mi piace di meno, ma i disegni non sembravano male e quindi l’ho preso, tanto più che già in origine il prezzo non era alto: 12 euro per un volumetto di 144 pagine.
In realtà le storie concepite da Millar non sono affatto male e la sua carica iconoclasta è stata indirizzata qui in maniera abbastanza sobria e puntuale, introducendo degli elementi originali nella vicenda e architettando situazioni per nulla banali – la breve sequenza con cui inizia la storia in sordina è ottima, ma anche certi dettagli “realistici” come la dipendenza di Peter Parker dagli antidolorifici non sono male. D’altra parte non penso che la Marvel conceda tanta libertà nel trattare il suo personaggio-simbolo, per quanto in un progetto a se stante come questo, e inoltre queste storie sono datate 2004, quando ancora Millar non aveva cominciato a stuprare la gallina dalle uova d’oro hollywoodiana e ci teneva evidentemente ancora a mostrare il suo valore.
La trama ruota attorno a un arcinemico dell’Uomo Ragno che scopre la sua identità segreta e se ne serve per colpirlo sul vivo, rapendo zia May. Seguono giorni concitati e parossistici in cui un malandato Peter Parker prossimo all’esaurimento nervoso deve fare i conti con le sue preoccupazioni e ovviamente con la consueta galleria di villains, tra cui l’accoppiata Electro-Avvoltoio secondo me resa molto bene. E viene pure preso a pesci in faccia dai Vendicatori.
Ai disegni Terry Dodson è bravino (non si risparmia certo quando deve disegnare dettagli), ma troppo caricaturale per i miei gusti. Graficamente la parte del leone la fa Frank Cho, che però disegna solo uno dei sei episodi qui raccolti.
Una lettura piacevole che mi ha stupito per l’intuito che ho avuto nell’imbroccare il volume giusto, e infatti tanta fortuna era decisamente troppa: il volume si conclude a metà del secondo ciclo narrativo senza sciogliere i nodi della trama, e per il momento non saprò chi c’era dietro il rapimento della zia May!

martedì 29 novembre 2016

L'Inverno di Diego

Considerato il passato (e il presente) di maestro del fumetto erotico o comunque glamour di Roberto Baldazzini questo nuovo membro del club del -25% risulta un prodotto anomalo nel corpus della sua produzione: è un fumetto storico, drammatico e nettamente impegnato.
L’elegante e ricercata inespressività dell’autore, suo marchio di fabbrica, avrebbe potuto far deragliare il progetto ma viene mitigata dall’uso di riferimenti fotografici per i volti di molti protagonisti (che già ottimi risultati aveva dato nel primo episodio di Stella Noris). Vari livelli di grigio “sporcano” inoltre a dovere le tavole donando loro profondità e movimento.
L’Inverno di Diego narra del congiungimento del protagonista con una cellula partigiana sul finire del 1943, quando il crollo del regime fascista aveva diviso gli italiani in due schieramenti: quelli che avrebbero aderito alla repubblica di Salò e quanti preferirono diventare partigiani.
Nel caso di Diego la situazione è resa ancora più drammatica dal fatto che il padre è un gerarca fedele a Salò (avrebbe potuto essere un ottimo colpo di scena, ma lo dicono già nell’introduzione sull’aletta sinistra e quindi mi sento autorizzato a scriverlo pure io).
Lo accompagnano in questa impresa, che assume anche e soprattutto i contorni di un racconto di formazione, altri tre partigiani che vengono splendidamente resi con pochi ma efficaci cenni di background. Sarà una leggerezza di Diego a condannare il gruppo.
Le condizioni di clandestinità rese ancora più tremende dal clima sono raccontate con grande realismo, così come le sequenze più crude degli interrogatori sono rappresentate con la dovuta drammaticità.
Baldazzini si rivela un narratore molto capace: il montaggio della sequenza iniziale che narra alternandoli gli antefatti storici e personali della vicenda (nelle strisce in alto e in basso il riassunto di quanto succede tra agosto e novembre 1943, in quella centrale la sequenza muta dell’arresto e della fuga di Diego) è da antologia, una scelta stilistica che catapulta subito il lettore nell’azione e lo rende edotto del contesto senza risultare pedante. Anche il resto del fumetto non è da meno e Baldazzini sfoggia un armamentario di trucchi del mestiere veramente invidiabile: grazie al’attento uso dei dettagli, delle forme e dimensioni diverse delle vignette, dei recadrage e di alcune particolari scelte stilistiche (ad esempio vignette enormi dopo pagine molto fitte) riuscirà a imprimere alla storia il ritmo che vuole lui così come condurrà il lettore in questa drammatica storia dandogli le pause e le accelerazioni giuste.
Sul finale L’Inverno di Diego cede a un tono più canonico e quasi consolatorio, ma può darsi che sia proprio l’estrema e improbabile facilità della fuga del protagonista a testimoniare che anche questa, come il resto del fumetto, è tratta da un episodio reale.
In appendice è presente un saggio di Claudio Silingardi sul post-8 settembre 1943.

martedì 18 ottobre 2016

Un Drago a forma di Nuvola

È senz’altro il socio più prestigioso del club del 25% di sconto ma purtroppo ciò non ne fa il migliore.
Un Drago a forma di Nuvola è evidentemente il riciclo di una sceneggiatura cinematografica per il fumetto e nonostante la presunta familiarità di Ettore Scola col fumetto, attribuitagli ingenuamente per “osmosi” dalle vignette umoristiche che faceva al pari di Fellini, il ritmo della storia e alcune delle trovate che la caratterizzano non riescono a esprimere compiutamente il loro potenziale una volta tradotte in nuvolette.
Il libraio parigino Pierre conduce placido la sua esistenza e la sua attività dedicandosi alla cura amorosa della figlia Albertine, che un incidente avvenuto quando aveva 4 anni ha paralizzato costringendola a vivere attaccata a un respiratore artificiale. Tra i vari personaggi pittoreschi che gravitano attorno alla libreria (come si fa a rendere nella staticità di un fumetto il tic alla spalla di cui soffre uno dei clienti?) un giorno compare una ragazza esuberante e confusa, che aprirà una breccia nel cuore di Pierre diventando così una rivale per le attenzioni rivolte ad Albertine. Dopo la “lima nella pagnotta”, come la chiamava Suso Cecchi D’Amico, che fa svoltare un film a metà e che si manifesta con precisione quasi svizzera alla cinquantunesima tavola delle 95 che compongono il fumetto, le vicende dei personaggi si chiariranno.
Gerard Depardieu torna a recitare per Ivo Milazzo dopo Il Boia Rosso, e forse in Tony c’è un magro Massimo Troisi, mentre nei volti delle due presenze femminili non ho individuato le fattezze di nessuna attrice in particolare.
La storia, intimista e originale, avrebbe potuto fare faville anche in un medium come il fumetto se fosse stata trasposta pensando appunto ai limiti e alle potenzialità specifici delle nuvolette. Mi è sembrato invece che a Milazzo sia stato dato il trattamento di partenza così com’era, senza nessuna elaborazione pensata appositamente. Probabilmente il supporto di uno sceneggiatore di fumetti professionista (la versione originale è opera anche di Furio Scarpelli e Silvia Scola) avrebbe evitato certi passaggi critici e avrebbe valorizzato di più alcune sequenze. La “voce” di Albertine che solo il lettore può udire nelle didascalie funziona bene anche così (e offre l’occasione per ottimi contrappunti umoristici) ma la presenza di un “ace in the hole” così evidente è un po’ troppo scolastica, così come il macchiettismo esasperato tipico di Scola difficilmente può esprimersi nella staticità della carta.
Non è un brutto fumetto, tutt’altro, ma alla fine mi è sembrato un’occasione sprecata e mi ha quasi fatto vergognare dell’insistenza con cui ho chiesto di mettere pure lui tra quelli scontati dopo che ci gironzolavo attorno da tempo.
Restano i disegni stupendi di Ivo Milazzo, veramente su un altro pianeta rispetto all’ultimo episodio di Ken Parker e certamente non solo per l’uso del colore.
Non è certo il capolavoro C’eravamo tanto amati, né pretendevo che lo fosse, e non è nemmeno Ballando Ballando (dio ce ne scampi e liberi) ma rimango dell’idea che con un maggiore lavoro di adattamento da un medium all’altro avrebbe potuto brillare di più.

giovedì 13 ottobre 2016

I Tre Moschettieri

Il nuovo membro del club del 25%di sconto non è una minchiata supereroistica ma una trasposizione a fumetti di un classico della letteratura: I Tre Moschettieri di Alexandre Dumas messo in nuvolette da Luciano Giacotto e Alarico Gattia.
Esigenze di formato hanno imposto una sintesi serrata e della storia originale vengono evidenziate le scene più importanti glissando su certi dettagli o collegamenti, col risultato di far perdere un po’ il bandolo della matassa al lettore in una corsa frenetica che tutto sommato si adatta bene al testo originale.
Le tavole di Alarico Gattia non sono realizzate con le tempere con cui aveva dipinto varie storie brevi, ad esempio su Comic Art, ma con un classico stile al tratto. Nonostante si sia basato massicciamente su fotografie (credo fotogrammi di qualche film) il risultato è più vivace ed espressivo rispetto all’altro. Il posizionamento dei balloon nelle vignette è un po’ ingannevole, almeno per me: io sono portato a leggere le nuvolette a partire da sinistra, anche se si trovano in basso, e a leggerle prima di quelle a destra. Qui invece la precedenza è data alle nuvolette che si trovano più in alto, anche se sono a destra.
I colori di questa ristampa (da una firma si evince che la storia risale al 1981) sono purtroppo stati dati col computer e sono esageratamente squillanti e inutilmente “effettati”. Per fortuna, però, sia la qualità di stampa che la grammatura della carta sono piuttosto buone.
Oltre a un’introduzione il volume consta anche di un’appendice che approfondisce i personaggi con descrizioni tratte direttamente da Dumas, andando così a colmare quei vaghi accenni che il lettore potrebbe aver percepito come lacune. Su un totale di 80 pagine le tavole a fumetti ne occupano 65.
Il volume è l’undicesimo della collana La Grande Letteratura a Fumetti di cui già possiedo un Robinson Crusoe di Toppi, valeva senz’altro i 5,99€ richiesti all’epoca della sua uscita (2006) e a maggior ragione i 4,50€ che l’ho pagato.

giovedì 6 ottobre 2016

Dial H 1

Devo piantarla di farmi abbagliare dalle offerte col 25% o 50% di sconto, o almeno dedicarmi ad altri recuperi che non siano statunitensi.
Dial H era una delle 52 serie nate con l’esperimento New 52 della DC Comics qualche anno fa. Riprendeva una serie minore, Dial H for Hero, in cui un adolescente comune diventava un supereroe ogni volta diverso usando il disco di un telefono a disco, immagino unico modello di telefono esistente negli anni ’60. Da questo spunto di partenza già bizzarro di suo lo sceneggiatore China Miéville prova a imbastire una trama che sia il più weird possibile facendo forse leva sui gusti dei lettori che si ritengono più raffinati.
Il protagonista è adesso lo sfigatissimo Nelse (obeso, solo e disoccupato) che per salvare l’unico amico che gli rimane scopre casualmente i poteri di un telefono a disco ancora presente in una cabina pubblica. Si accorgerà presto di essersi ficcato in una storia molto più grossa di lui che coinvolge esseri da un altro livello della realtà e un’altra supereroina improvvisata più esperta di lui.
La sarabanda di supereroi pittoreschi è anche simpatica ma forse non era il caso di razionalizzare un concetto che era più affascinante lasciato nel vago: una volta svelata l’origine del disco si perde un po’ della magia straniante dei suoi effetti. La sceneggiatura inciampa su soluzioni esagerate e situazioni assurde (anche altri romanzieri prestati al fumetto come Pennac o il primo Charyn tendono a scrivere storie larger than life) e alla fine non è poi molto chiara.
Visto il tipo di storia il disegnatore titolare è decisamente adatto: Mateus Santolouco è parecchio grottesco e anche deformed ma grazie al cielo non arriva ai livelli di Ramos o Madureira. In questo primo volume la RW Lion ha anche inserito un fill-in disegnato da David Lapham (molto meglio di Santolouco ma dall’autore di Stray Bullets mi sarei aspettato di più) e il numero 0 dell’italiano Riccardo Burchielli.
Fortunatamente ho resistito alla tentazione di prendere anche il secondo volume della collana. Sfortunatamente lo sconto era del 25% e non del 50%.

giovedì 29 settembre 2016

Sleeper Point Blank: A colpo sicuro

Curioso esperimento con cui si è cercato di forzare i limiti del genere supereroistico per approdare a qualcosa di diverso e più maturo. L’esperimento non è riuscito del tutto visto che gli elementi di base sono troppo ingombranti.
Il volume vorrebbe essere un noir in cui Cole Cash/Grifter (“supereroe” che usa pistoloni ma che di poteri pare non averne) si trova invischiato nel tentato omicidio di John Lynch, il Nick Fury dell’universo Wildstorm. Il tutto è una macchinazione del supercriminale Tao che, come si addice al genere, complica in maniera infernale una trama che alla fin fine è semplicissima. Ma il bello dei polizieschi è la strada fatta per trovare il bandolo della matassa, ci mancherebbe. Il fatto che alcuni personaggi abbiano poteri psionici e possano manipolare le percezioni degli altri aumenta la confusione e le comparsate di altri supereroi rendono un po’ ridicole alcune sequenze.
Ed Brubaker mi è sembrato eccessivamente verboso: è più che lecito, anzi fisiologico, che volendo scrivere un noir dedichi moltissimo spazio ai pensieri del protagonista e alla battute pungenti, ma l’equilibrio tra azione, spiegazioni ed elucubrazioni varie pende troppo verso queste ultime.
Inoltre questo Point Blank nasce come prequel di un’altra serie Wildstorm, la Sleeper propriamente detta, di cui mi viene il sospetto che sia stata più che altro un veicolo promozionale. Wikipedia riporta Point Black come precedente a Sleeper, come sarebbe logico aspettarsi, ma nell’elenco dei volumi della Magic Press in appendice i primi due volumi di Sleeper risultavano all’epoca già editi.
Notevolissimi per espressività e ricchezza di dettagli i disegni di Colin Wilson, che invece su La Jeunesse de Blueberry non mi aveva mai convinto.
Per 7,50 € (anche questo è un socio del club del -25%) lo metto abbastanza soddisfatto nella collezione vicino ai volumi di Authority senza alcuna voglia di approfondire con gli altri volumi.

domenica 18 settembre 2016

The Authority volume 11: Alla deriva

Probabilmente è il socio meno dignitoso del club del 25% di sconto (ma non è detto…) però è stato abbastanza piacevole rivedere questi personaggi iconoclasti, per quanto possano esserlo dei supereroi, ideati da Warren Ellis.
Della storia ho capito poco o niente: in pratica nei due volumi precedenti, che raccolgono ben 17 comic book, è successa l’ennesima catastrofe di proporzioni galattiche e Authority si trova smembrata e acciaccata ad organizzare un esodo dalla Terra. Mi pare di capire che in mezzo o in contemporanea ci siano stati anche alcuni crossover quindi la trama è ancora più sfilacciata.
I rimasugli di Authority (Jack Hawksmoor, Swift e una specie di nuova incarnazione di Engineer) guidano il Carrier sovraffollato di esuli che cominciano a dare in escandescenze e tra cui si celano fazioni nemiche. A dar man forte ai titolari ci sono personaggi presi da altri gruppi e altre testate che non conosco. Si manifesta inoltre un nuovo Spirito del Secolo.
Pur scontando la frammentarietà dovuta alla struttura stessa della saga (è stata veramente una buona idea l’inserimento del rapporto sulla situazione all’inizio di ogni capitolo, per fare un riassunto poco invasivo) Bernardin e Freeman hanno scritto delle storie piacevoli con dei dialoghi accattivanti. Non conoscendo gli altri personaggi oltre a quelli di Authority non so se sono stati rispettosi delle loro caratteristiche, ma d’altra parte molti degli stessi titolari hanno evidentemente subito delle modifiche sostanziali nel corso degli episodi precedenti.
Il pezzo forte sono comunque i disegni di Al Barrionuevo, che si rifà con successo alla lezione di Bryan Hitch. Non male nemmeno il lavoro di Mike S. Miller che disegna il quinto e ultimo episodio qui raccolto, scritto da Tom Taylor.
Nonostante alcune delle sottotrame vengano risolte l’impressione è che la storia portante si sia conclusa in un ulteriore volume e/o su altre testate. Comunque Alla Deriva è abbastanza soddisfacente anche a se stante. Scontato, poi…

domenica 28 agosto 2016

Star Comics Presenta: D-Day

Con il viatico del -25% sono riuscito a trovare addirittura un volume che a suo tempo mi aveva interessato (e che forse avevo pure ordinato?) ma che non ero mai riuscito a trovare.
D-Day raccoglie due volumi della serie francese Jour-J, raccolta di ucronie in cui si immagina cosa sarebbe successo se alcuni eventi storici fossero andati diversamente. I due volumi qui raccolti sono il tredicesimo e il quindicesimo originali.
Il primo, Effendi Colombo, ipotizza che Cristoforo Colombo non sia riuscito a ottenere i fondi necessari alla sua spedizione come tramandato ma abbia dovuto rivolgersi ai mussulmani di Cordoba, nel cui nome avrebbe preso possesso del Nuovo Mondo dopo essersi convertito all’Islam.
La sceneggiatura è scritta da Fred Duval e Jean-Pierre Pécau con l’aiuto di Fred Blanchard e scorre rapida e impetuosa: dopo le prime pagine che riepilogano la situazione di partenza ci sono dei pungenti scambi di battute dovuti alle differenze religiose del tempo e anche un bel po’ d’azione. Effendi Colombo non è infatti il primo europeo ad aver messo piede in quelle terre e insieme alle tribù di nativi organizzerà una spedizione contro i feroci esploratori precedenti. Buono e originale il finale (d’altra parte essendo la collana formata da one shot non è obbligatorio che i protagonisti di un volume sopravvivano).
Ai disegni tal Emem, un disegnatore realistico veramente molto bravo anche se a volte si inchiostra in maniera pesante. Oltre alla perizia nel disegnare sfondi e figure umane si mette in luce anche per la sua abilità di narratore: con dei sapienti recadrage e una gestione perfetta dello spazio delle singole vignette guida gli occhi del lettore esattamente come vuole lui. Nonostante il formato di Star Comics Presenta sia abbastanza dignitoso, credo che Emem avrebbe meritato delle pagine più grandi per essere gustato appieno, così come gli avrebbe giovato una colorazione meno livida.
L’altro episodio raccolto è La Setta di Nazaret (a differenza di Succubi il volume è un flip book che va ruotato per leggere l’altro episodio: scelta pop secondo me un po’ svilente per delle belle produzioni francesi), in cui lo stesso team di sceneggiatori immagina che un esausto Ponzio Pilato abbia acconsentito a lasciare libero Gesù, che organizza una feroce resistenza ai Romani coi suoi seguaci, i “Pesci”. Il vero protagonista è il pretore Claudius che dopo anni dalla mancata esecuzione di Gesù cercherà di impedire un attentato di proporzioni titaniche contro Roma ordito dai Cristiani che dominano l’arte di creare il fuoco greco, la mitica (ma pare esistesse veramente) miscela che a contatto con l’aria diventa una bomba incendiaria. Anche qui il finale è buono, anche se forse un paio di tavole in più avrebbero reso l’ecatombe più drammatica, e a livello di dialoghi siamo anche meglio di Effendi Colombo.
Buoni i disegni di Igor Kordej, nettamente più espressionisti che realisti e inaspettatamente memori della lezione di Richard Corben.

venerdì 29 luglio 2016

Fantastici Quattro Season One

Nuovo membro del club del 25% di sconto. Come riportato nell’introduzione di Tom Brevoort, il progetto “Season One” era stato pensato come ideale starting point per lettori nuovi presentando le origini delle varie testate nel formato di moda del graphic novel, quindi non miniserie ma un unico volume con tutta la storia (sarà vero? A me sembra che qui ogni venti pagine circa ci sia un cliffhanger).
L’ho preso principalmente per i disegni di David Marquez, ma anche i testi di Roberto Aguirre-Sacasa sono piacevoli – per quanto possano esserlo i testi dell’ennesima rilettura di supereroi classici. Mi pare che lo sceneggiatore si muova perfettamente in equilibrio tra rigoroso scrupolo filologico e umorismo moderno. In questo volume sfilano le origini del quartetto, l’Uomo Talpa e Namor, con una fugace comparsata del Dottor Destino. Così a occhio mi sembra che il materiale ripreso e riadattato arrivi fino al numero 4 della serie originale, escludendo un villain minore come l’illusionista di cui non ricordo il nome ma anche gli Skrull, che non mi pare siano così minori.
Sulle prime pensavo che Alyssa Moy fosse frutto di retcon ma da rapide ricerche risulta che sia presente nella cosmologia dei Fantastici Quattro da quasi vent’anni. Del tutto originale mi sembra invece l’alleanza tra i protagonisti e l’Uomo Talpa. La storia è quella classica trita e ritrita dei Fantastici Quattro, ma Aguirre-Sacasa ha saputo renderla abbastanza avvincente e divertente. La scelta finale di Ben Grimm di tornare a essere la Cosa mi è sembrata un po’ forzata ma immagino che riprenda il materiale originario – che poi… col funzionamento sperimentale del macchinario avrebbe anche potuto morire, rimare umano o trasformarsi in qualcos’altro, eppure torna a essere proprio la Cosa!
I disegni di Marquez sono molto buoni (fantastica la sua interpretazione di Namor) e quasi sempre stampati in maniera dignitosa. Nella palestra dove si allena Ben Grimm ci offre anche un cameo di Jack Kirby.
Per nove euro ne valeva la pena.

lunedì 18 luglio 2016

Il Figlio di Superman

Resistere alle sirene dello sconto del 25% è ancora più difficile se in origine il volume scontato era vagamente lussuoso e a un prezzo apparentemente conveniente (un cartonato a 13,95€).
Il Figlio di Superman è un elseworld (credo) in cui si immagina che Superman abbia avuto un figlio con Lois Lane, diventata sceneggiatrice hollywoodiana, e che Superman sia morto a seguito di una missione in Europa anni prima. L’intensificarsi delle radiazioni solari attiva i poteri dell’adolescente Jon, che viene cooptato dai terroristi che si fanno chiamare “Supermen” per indagare sulla vera sorte di suo padre.
Il fumetto risale al 1999, quindi prima dell’11 settembre, e si poteva ancora parlare di terrorismo –  anche in maniera leggera e mostrando addirittura un po’ di simpatia verso i terroristi. Howard Chaykin e il suo sodale David Tischman adottano il piacevole stile cinicamente sarcastico per cui è conosciuto l’autore di American Flagg, ma per fortuna il ritmo sincopato tipico delle sue sceneggiature è concentrato tutto all’inizio e la storia scorre molto fluida tra intrighi, colpi di scena e sequenze umoristiche. Oggigiorno fa uno strano effetto leggere in un comic book delle didascalie in terza persona, e sicuramente anche nel 1999 non era più una cosa comune.
Jon scoprirà il vero destino del padre trovandosi coinvolto in un complotto di proporzioni enormi, che contempla anche il presidente Lex Luthor e la Justice League ancora attiva pur se composta principalmente da membri alquanto maturi – Batman ovviamente è sempre il più figo, ma pure Wonder Woman fa un figurone. L’attenzione del lettore viene mantenuta viva da una raffica di rivelazioni e colpi di scena che si alternano ai momenti da situation comedy. Curioso notare come il futuro immaginato da Chaykin e Tischman, che sarebbe il nostro presente, non sia poi così lontano dalla realtà attuale.
I disegni di Williams III & Gray, per quanto molto buoni, inizialmente non mi hanno impressionato molto (la coppia ha lavorato anche con Alan Moore, per dire) ma trattandosi di un fumetto di quasi vent’anni fa è ovvio che non avessero ancora raggiunto la loro maturità odierna.
In definitiva Il Figlio di Superman mi sembra un fumetto quantomeno molto simpatico, anzi mi sbilancio a dire che sia un piccolo gioiellino.

martedì 28 giugno 2016

Powers 12: I 25 supereroi morti più fighi di tutti i tempi

Neanche stavolta ho saputo resistere alle sirene del 25% di sconto. La scelta è caduta su una serie di cui, per quello che può valere, avevo sentito parlare bene. Di Powers c’erano tre volumi disponibili: il numero 3 comprende una storia che già conoscevo più altro materiale extra a gonfiarne artatamente la foliazione, un altro era una specie di reboot (Powers: Federali o una cosa simile) e quindi la scelta è caduta su quello più grosso che alla fine ho pagato poco più di 15 euro rispetto ai 21 originali.
La storia è simpatica e abbastanza originale: il detective Walker indaga sul caso del rapimento e dell’omicidio di un esercito di ragazzine, che sicuramente ha una relazione con il virus dei superpoteri che sta flagellando la città (uno si becca dei superpoteri e deve sfogarsi su altri potenziati o sulla popolazione normale per calmare gli effetti collaterali, diffondendo così il virus).
Ho trovato qui un Bendis meno chiacchierone del solito, più concentrato a descrivere le dinamiche interne e le procedure investigative della polizia. La storia si legge con piacere (ma la lunga parte metaforica sui cavernicoli mi è sembrata poco pertinente) ed essendo un fumetto indipendente si prende delle libertà non concesse nel fumetto mainstream. Molto simpatica l’idea che il protagonista sia a sua volta un supereroe in incognito per conto di una potenza aliena, anche se le possibilità umoristiche della situazione non sono state sfruttate se non proprio all’inizio della storia. Il fatto di non aver letto gli episodi precedenti tolgono invece tutto il pathos che immagino dovesse esserci nel vedere l’ex partner di Walker ridotta a tossica infetta dotata a sua volta di superpoteri.
Con un disegnatore meritevole di questo nome il fumetto sarebbe stato ancora meglio – oltretutto Oeming ricicla molto spesso le stesse vignette o parti delle stesse vignette, rendendo pixellosi e sfocati dei disegni che già in origine sono poco più che scarabocchi. Non vale nemmeno la vecchia scusa dello storytelling, perché oggettivamente non si capisce la dinamica di cosa succeda ad esempio nella prima scena in discoteca o quando Walker e la sua nuova partner incontrano Deena Pilgrim nel vicolo. Come spesso succede con Bendis ci sono poi troppe tavole doppie che la foliazione generosa del volume rende di difficile lettura.
Attendo un commento di Crepascolo che mi spieghi cosa possa trovarci uno nei disegni di Oeming, oltre alla conferma che nella vita bisogna avere fortuna e non talento.

lunedì 20 giugno 2016

Pigs volume 1: Ciao, mondo crudele

Nuovo acquisto col 25% di sconto (è quasi il caso di farci una rubrica su tutti questi recuperi scontati).
Nate Cosby e Ben McCool (McCool?! Sul serio?) imbastiscono un soggetto originale e molto interessante: del personale russo inviato a Cuba durante la crisi dei missili qualcuno è rimasto in loco e ha procreato creando così un piccolo esercito di soldati dormienti pronti a essere attivati per porre fine a una guerra conclusa da cinquant’anni – senza nemmeno essere mai scoppiata, a dire il vero.
Il fascino di Pigs risiede purtroppo quasi interamente in questo assunto di base: la storia si dipana con eccessiva rapidità, i protagonisti sono troppi per essere ben caratterizzati, l’addestramento iperbolico dei ragazzi risulta eccessivo per quanto sicuramente frutto di documentazione, molte scene sembrano più adatte a essere trasposte in un film o in una serie televisiva piuttosto che in un fumetto (vedi la sequenza del pianoforte) e il cliffhanger finale mi ha fatto balenare il dubbio che la Panini abbia giocato sporco e abbia spezzato a metà il volume originale. La tensione resta alta per tutti e quattro i capitoli ma non conducendo ad alcun risultato concreto risulta frustrante per il lettore.
Graficamente, inoltre, Pigs è ben poca cosa. Breno Tamura è un esordiente e si vede: anatomie e proporzioni sono campate in aria, il tratto è insicuro e usa i retini senza alcun criterio. Ciò non toglie che un domani possa diventare un maestro della Nona Arte, ma la strada sembra ancora lunga.
Alla fine per apprezzare l’originalità di Pigs bastavano le righe di presentazione su Anteprima, che a suo tempo mi avevano quasi spinto a ordinarlo. Sempre meglio aver buttato via 9,75 euro ulteriormente scontati col resto degli acquisti piuttosto che i 13 euro che costava in origine.

mercoledì 15 giugno 2016

Gus 1: Nathalie

A parte rarissimi casi non mi è mai piaciuta la nouvelle vague fumettistica francese a cui ha dato il via il lavoro dell’Association. Ma questo primo volume di Gus era scontato del 25% alla fumetteria dove l’ho preso (e comunque già i 16 euro di partenza erano un prezzo onesto per un cartonato di grande formato di 80 pagine a colori) e quindi sono capitolato.
Il Gus del titolo è solo uno dei tre protagonisti, una banda di rapinatori di banche e treni. Il titolare è un satiro dal naso spropositatamente lungo, gli altri due sono il padre di famiglia Clem e il rubacuori biondo Gratt, conosciuto anche come Grattan. Lo slogan riportato in quarta di copertina, «Quanto amore, in questo West», riassume perfettamente i contenuti e l’atmosfera della serie: più che sulle imprese criminose del terzetto Gus si concentra sugli intrallazzi amorosi del trio, a volte ricercati spasmodicamente, a volte inaspettatamente romantici, a volte fonte di guai, a volte capitati per caso e forieri di sviluppi inaspettati.
Curiosamente Gus non è una classica storia che si conclude nella durata del volume ma è una raccolta di cinque episodi di durata variabile (intorno alle dieci pagine), come se in origine fossero stati pubblicati su rivista – mi pare che L’Association fosse anche il nome della rivista che pubblicava i fumetti del gruppo, quindi forse sono veramente transitati per quella sede in origine.
Il primo capitolo, Nathalie, è introduttivo e mostra gli sforzi di Gus per concupire una vecchia conoscenza.
Anche Gus, Clem, Gratt ha lo scopo (evidente sin dal titolo) di presentare i personaggi e le atmosfere in cui agiscono.
Con El Dorado Cristophe Blain mette più carne sul fuoco e narra degli exploit dei tre in una cittadina favoleggiata che pullula di donne disponibili. Purtroppo le vicende del trio in El Dorado tendono a girare a vuoto e a reiterare sempre le stesse situazioni di partenza: data la lunghezza di 34 pagine dell’episodio, alla fine diventa una cosa sfibrante.
Molto più bello Linda McCormick, in cui Gratt deve fare i conti con una relazione imbarazzante e pericolosa. Divertentissimi i siparietti con la sua coscienza.
Non alla stesso livello ma comunque simpatico Isabella, che chiude il volume: una specie di rivisitazione de La Strana Coppia di Neil Simon con qualche pennellata che approfondisce i protagonisti e riannoda dei fili lasciati in sospeso negli episodi precedenti.
Gus è insomma un western sui generis, in cui Blain prende in prestito alcuni degli stereotipi del genere solo per creare uno scenario riconoscibile dal lettore in cui far muovere i suoi personaggi stralunati. Sempre meglio dell’autobiografismo, altra corrente seguita dall’Association.
I disegni sono sospesi tra l’underground e le pennellate grasse di George Herriman e per quanto possano essere espressivi (ma non sempre lo sono e in un paio di occasioni ci ho messo un po’ per capire cosa Blain volesse rappresentare) risultano assai scarni. Gli sfondi in particolare, anche se ogni tanto sono ben confezionati, sono drammaticamente poveri. Anche il Kerascoet de La Vergine del Bordello indugiava in figure umane grottesche, semplificate e molto stilizzate sulla moda lanciata proprio dall’Associacion, ma gli sfondi erano molto curati; in Gus invece si avverte la fretta di arrivare alla fine degli episodi – che può anche essere ansia di raccontare una storia, ma il risultato non cambia.
Alla fine, nonostante non tutte le situazioni e le gag siano riuscitissime, gli ultimi due episodi del volume sono divertenti e sicuramente il fumetto in generale presenta una grande originalità.
Ma i disegni, dannazione… i disegni…