martedì 28 aprile 2020

Premio Giacomo Pueroni 2020

COMUNICATO “Premio Giacomo Pueroni” IV edizione, 2020

La quarta edizione del Premio Giacomo Pueroni è stata vinta dal disegnatore Lorenzo Pastrovicchio.
Il Premio a cadenza annuale, è destinato al “Miglior disegnatore di fantascienza” ed è intitolato al fumettista italiano Giacomo Pueroni, scomparso nel 2017 all’età di 53 anni, disegnatore di storie sci-fi per Sergio Bonelli Editore (Jonathan SteeleZona XNathan Never).

Lorenzo Pastrovicchio nasce a Trieste nel 1971. Diplomatosi all’Istituto d’Arte, frequenta nel 1993 l’Accademia Disney di Milano, diretta da Giovan Battista Carpi. Inizia nel 1994 la sua collaborazione con Walt Disney Co. Italia, con i primi lavori di merchandising e licensing e quindi dal 1995 la sua attività di disegnatore per “Topolino” (storie a fumetti), “Grandi Classici” (copertine), “Paperinik” (copertine e fumetti), “GM Giovani Marmotte” (copertine e fumetti), “Minni & Co.” (fumetti). Nel 1997 inizia la fortunata collaborazione con la testata “PK New Adventures”, che durerà sino alla chiusura della serie e dei suoi sequel nel 2005. Collabora inoltre con Fiat Auto per il lancio della Fiat Multipla e con la rivista “Max” . Nel 2001 frequenta un corso di sceneggiatura presso la Walt Disney Italia. Nel 2003 riceve il premio “Topolino d’Oro” per il miglior progetto libri nella stagione 2002/2003. Collabora come disegnatore, sempre per la testata “Topolino”, a vari progetti di successo, quali Wizard of Mickey (dal 2005), Q Galaxy (2008), Topolina 20802 (dal 2009), specializzandosi in tematiche fantasy e sci-fi nello speciale contesto disneyano. Nel 2010 collabora anche al progetto DoubleDuck (2009). Nel 2012, sul n. 2940 di “Topolino” fa la sua apparizione Darkenblot, miniserie dal gusto fantascientifico, progettata in collaborazione con lo sceneggiatore Andrea Castellan (Casty), che vede come protagonista un Macchianera in versione dark e hi tech. Alla prima uscita seguirà: Darkenblot 2 (2013), Darkenblot 2.1, Darkenblot 3. Nemesis (2017). Nel 2014 disegna l’atteso ritorno di PK, firmando Potere e Potenza, volume di grande successo. Sempre con i suoi disegni vengono pubblicati PK - Raggio Nero (2015) , PK- Il Marchio di Moldrock (2017), PK- L’orizzonte degli eventi (2018). Nel 2016 collabora con Panini Comics e Marvel per realizzazione di 3 variant cover degli Avengers. A riprendere i toni futuristici e steampunk de Il Giro dei Mondi in 80 giorni (siderali) del 2018 (testi di Fausto Vitaliano), nel marzo 2020, con testi di Francesco Artibani, esce sempre “Topolino” la storia 19999 leghe sotto i mari, parodia del romanzo fantascientifico di Jules Verne.

Il Premio ha, quest’anno, una dedica particolare, destinata a Federico Memola, sceneggiatore scomparso nel novembre 2019, sui cui testi Pueroni si è molte volte cimentato. Memola è stato negli anni passati tra i promotori del Premio e membro del comitato scientifico selezionatore.

Il Premio ha l’obiettivo di evidenziare il lavoro di un autore in attività, italiano o straniero, riconosciuto dalla comunità professionale internazionale e dai lettori, tramite il ricordo del fumettista scomparso. In precedenza è stato assegnato a Mario Alberti (2017), Massimo Dall’Oglio (2018), Matteo Scalera (2019).

L’iniziativa è promossa da “Collettivo ETRA” di Monfalcone (GO) in collaborazione con ”Associazione culturale Novaludica” di Palmanova (UD). Il comitato scientifico è composto da Giuseppe Palumbo, Sergio Ponchione, Matteo Stefanelli, Bepi Vigna, Luca Lorenzon, Roberto Franco.

La consegna del Premio, prevista nelle prossime settimane, non ha al momento una data confermata a causa delle problematiche correlate all’emergenza sanitaria COVD-19 (informazioni: www.culturaeticaetra.com, sezione afumetti.blogspot.com; per contatti: culturaeticaetra@gmail.com)

lunedì 27 aprile 2020

Historica 90: Roma Antica - Alix Senator 3: La città dei veleni

Arrivati all’ottavo episodio originale la serrata continuity della saga si fa decisamente sentire. C’era ovviamente anche nel primo dei volumi dedicati da Historica ad Alix Senator, ma all’epoca (che ingenuo!) ci avevo fatto meno caso. Qui risulta invece palese quanto i protagonisti facciano riferimento ad avvenimenti e personaggi degli episodi precedenti, non ricordandosi i quali (o peggio ancora non conoscendoli) si perde un po’ del gusto della lettura tanto è fitta e intrecciata la relazione tra tutti gli elementi in gioco. Forse è solo una mia supposizione, ma immagino quante note a piè di vignetta con i rimandi ad altri episodi siano state eliminate, sulla scorta di quanto fatto dalla Mondadori con la sua collana da edicola. D’altra parte la Mangin è stata bravissima nel cogliere anche lo spirito di Jacques Martin, e come nella serie principale anche qui l’autoconclusività degli episodi è solo illusoria quando in realtà saltando un episodio si perde il quadro complessivo della storia. Se non avessi letto l’ottavo episodio subito prima del nono, in quest’ultimo Syllaeus alla corte di Augusto sarebbe sembrato uno stronzo qualsiasi mentre invece è il personaggio più sfaccettato che viene introdotto poco prima, e ha delle ragioni precise per essere a Roma. Tra flashback e resoconti viene spesso il sospetto che si faccia riferimento a sequenze già viste e che ci sia sempre qualcosina, per quanto secondaria, che sfugge. Un po’ dispiace di non cogliere il tutto nella sua complessità, ma si rimane comunque ammirati dalla capacità della sceneggiatrice di creare un mosaico così dettagliato. O almeno voglio pensarlo per consolarmi.
Il primo dei due capitoli qui raccolti è un po’ interlocutorio: Alix e compagnia si trovano nella città di Petra (sicuramente per motivi abbondantemente spiegati nello scorso numero, ma vatteli a ricordare) dove rimangono invischiati nella turbolenta scena politica locale. La regina Hagiru è molto preoccupata per le manovre del consigliere Syllaeus, che potrebbe voler prendere il potere in città e dal canto suo vuole muovere guerra contro la Giudea. Alix deve quindi districarsi in questa matassa di complotti e ambizioni mentre gli altri coprotagonisti perseguono i loro piani, facendo fede al titolo del volume che è anche il nomignolo di Petra: La città dei veleni – e, per estensione, delle pozioni magiche. Enak si rivolge infatti a una fattucchiera che gli fornisce un sistema per entrare in contatto con il figlio morto in un episodio precedente, mentre Tito si procura un filtro d’amore che preservi la sua amata Camma dalle attenzioni di Alessandro, figlio di Syllaeus. Questa trasferta nabatea è suggestiva, certo, ma più che altro introduce qualche nuovo elemento alla saga.
Il nono episodio, Gli spettri di Roma, è invece decisamente risolutivo e molte sottotrame arrivano alla loro conclusione: muore addirittura un personaggio fondamentale della saga. In realtà più di uno, ma questo è particolarmente importante vista la sua presenza (immagino) sin dal primo numero. L’Urbe è infestata da fantasmi lebbrosi che brillano al buio e si dice si nutrano di sangue umano; hanno inoltre l’abilità sovrumana di scomparire nel nulla. Nel mentre la “povera” Lidia sta vivendo gli ultimi atroci giorni di sofferenza a causa del contatto con la statua della dea Cibele. Con maestria, anche se con una certa prevedibilità, tutti gli elementi sovrannaturali confluiranno in un’unica spiegazione coerente e scientifica (o pseudoscientifica) che coinvolge un sacco di volti noti già apparsi negli episodi precedenti e, appunto, chiude alcune sottotrame. Curiosamente, nonostante si arrivi a un punto fermo, il volume termina con la dicitura «fine prima parte».
I disegni di Thierry Démarez sono eccezionali: il suo stile è rigoroso e dettagliato come al solito e fa recitare splendidamente i personaggi. Non mi stupirei se scoprissi che ha costretto amici e parenti a estenuanti sedute di pose per trovare le posture giuste. Fortunatamente la qualità di stampa è buona e non si è verificato quel fastidioso fenomeno che ha rovinato l’ultimo numero. I colori digitali di Jean-Jacques Chagnaud non fanno rimpiangere troppo gli acquerelli dei primi capitoli. No, vabbè, per quanto possa sforzarmi di questo non riuscirò mai a convincermi.
In appendice i consueti approfondimenti sugli argomenti trattati nel fumetto, riccamente illustrati da Démarez: l’affascinante città di Petra (tappa obbligata per il transito delle spezie dall’oriente) e gli acquedotti di Roma, ma più in generale il rapporto della Città Eterna con l’acqua.
Nel concludere questa recensione mi sono chiesto che senso abbia avuto farla, visto che per Historica mi sono sempre imposto di recensire un volume appena uscito, o anche subito prima se i capricci dei distributori lo consentivano (le eccezioni sono quasi inesistenti e giustificate). Alix Senator 3 è uscito ufficialmente addirittura il 3 aprile, e non avrebbe tanto senso pubblicarla con questo ritardo. Ma magari con il Coronavirus di mezzo qualcuno se l’è lasciato sfuggire e così potrà decidere se recuperarlo o no in futuro. O così voglio credere.

sabato 25 aprile 2020

Historica Biografie (I Grandi Pittori) 36: Leonardo da Vinci

Non inizia nel migliore dei modi questa continuazione “apocrifa” di Historica Biografie. Sul mio umore durante la lettura avrà forse influito il fastidio per essermi perso il numero 35, ma di certo le aspettative (poi disattese) della quarta di copertina, con quelle immagini che ricordano Milo Manara, hanno avuto il loro peso.
Leonardo da Vinci non è esattamente un fumetto storico quanto un’opera di fiction che si sbilancia a dare un messaggio sull’arte e sulla vita. Nel 1516 il protagonista giunge alla corte del Re di Francia portandosi appresso il servitore Francesco e la già celeberrima Gioconda che in molti, re compreso, sono ansiosi di ammirare. A Leonardo viene affidato come paggio il giovane Tristan, aspirante pittore che alimenta le invidie di Francesco. In sostanza il vero protagonista è proprio Tristan, tanto che gli viene dedicata una sottotrama, mentre Leonardo funge da catalizzatore delle ipotesi sull’identità del soggetto raffigurato nel suo quadro più celebre. Per quattro volte (con un interlocutore ma occasionalmente anche con un relatore diverso, non sempre è Leonardo che racconta la sua vita) vengono avanzate delle ipotesi in merito. Nessuna viene riconosciuta come vera, e d’altra parte il bello dell’arte e della vita è che non bisogna affidarsi alle apparenze e che la realtà è solo una questione di punti di vista. O così vuole la morale conclusiva.
La struttura imbastita da Patrick Weber è semplice e programmaticamente ripetitiva, con qualche sprazzo postmoderno quando fa rivolgere direttamente al lettore le quattro figure chiamate in causa nei racconti. Con le opportune modifiche, cioè eliminando i riferimenti alle accuse di sodomia, Leonardo da Vinci potrebbe benissimo transitare su Il Giornalino. La blanda trama di detection (Francesco invidioso ha messo nella camera di Tristan una borsa che ha rubato al maestro) viene risolta rapidamente e in maniera un po’ inverosimile.
I disegni di Olivier Pȃques, come ho anticipato, si sono rivelati deludenti. In quarta di copertina si intuiva l’ispirazione al Manara morbido e sintetico del periodo post-Estate Indiana, alcune posture sembravano quasi ricalcate da quello, ma poi in concreto le tavole sono realizzate con un piglio più frettoloso e quasi caricaturale. Le mani si contorcono in posture impossibili, gli sfondi sono a volte quasi solo abbozzati e gli uomini praticamente sono tutti uguali. A distinguerli ci sono per fortuna i colori di Véronique Gourdin, che però sono piuttosto lividi, anche nelle scene che non sono flashback.
In appendice il breve dossier su Leonardo da Vinci si riappropria dell’identità storico-biografica della collana di partenza, ma solo in parte: riporta le tappe fondamentali della sua vita dedicando maggior attenzione alla sua arte.

venerdì 24 aprile 2020

Acc... dannaz... malediz...

Cosa manca in questa immagine?
Siccome mi scadeva la polizza auto, stamattina sono dovuto andare in un altro comune a rinnovarla (sì, la copertura danni è estesa oltre i 15 giorni canonici, ma se le forze dell’ordine ti fermano senza assicurazione pagata c’è comunque la multa). Vista l’emergenza in corso hanno liberalizzato tutti i parcheggi a pagamento, ma nonostante (o forse proprio a causa di) questo giro senza esito finché mi rassegno a metterla in culo al mondo rispetto alla sede dell’agenzia. “In culo al mondo” è però praticamente davanti alla mia edicola di fiducia dove mi faccio mettere da parte Historica e altro. Colgo l’occasione per un saluto e per recuperare la roba che avevo chiesto di tenermi, magari è pure uscito un nuovo Fumo di China. Di Historica 35 non c’è traccia.
«Ah, sì, l’ho reso proprio ieri! Siccome di quello nuovo mi hanno mandato due copie e di Cleopatra ne avevo una sola pensavo che l’avessi già preso.»
E vabbè, ridiamoci sopra. Coi problemi distributivi che le fumetterie mi dicono abbia avuto Historica nell’ultimo anno mi sa che quel volume non lo vedrò tanto presto…

mercoledì 22 aprile 2020

Jupiter's Circle

Mah, alla fine è meglio lo spin off della serie-madre, almeno della sua seconda (forse conclusiva) parte. Secondo uno schema già visto e stravisto negli ultimi anni, Jupiter’s Circle si concentra sulla Golden Age di questo universo supereroistico, sugli anni in cui sono avvenute alcune cose eventualmente solo accennate nella serie portante. Mark Millar ha diviso gli archi narrativi della prima miniserie in tre blocchi da due e si è concentrato su argomenti scomodi come l’omosessualità e l’adulterio per mettere alla berlina il mondo bigotto dell’America anni ’50.
Il gioco funziona bene, perché Millar tesse delle belle trame in cui la risoluzione dei rovelli in cui si trovano coinvolti i protagonisti sono importanti tanto e più degli argomenti “sensibili”. I personaggi sono molto ben caratterizzati e le battute piacevolmente pungenti senza scadere nella facile provocazione caratteristica dello sceneggiatore scozzese («Lo sanno tutti che Liberace è un dongiovanni!»).
I disegni sono lontani dallo standard di Quitely, più stilisticamente che a livello qualitativo: laddove Quitely è modernissimo, Wilfredo Torres disegna con quello stile tipico di Darwyn Cooke e degli altri disegnatori che si rifanno ai comic book anni ’50 e ’60 (ma veramente i fumetti si disegnavano così in quegli anni?). Non lo conosco e non so se sia il suo stile abituale, sicuramente è stata una scelta redazionale per catturare l’atmosfera desiderata, insomma viste certe forzature anatomiche penso che sia stato costretto a farlo. Così come il suo sostituto (ma quasi titolare: su sei numeri ne ha disegnati due e mezzo!) Davide Gianfelice, che ha prodotto delle tavole molto scarne e abbozzate dopo aver fatto un figurone sul numero 3, dove i suoi inserti si staccavano nettamente per qualità dalle parti di Torres. Ma è probabile che ci siano state di mezzo delle scadenze impellenti e quindi la necessità di consegnare le tavole (impossibilitato Torres a farlo) nel minor tempo possibile.
Il secondo arco di storie di Jupiter’s Circle è un po’ più canonico, incentrato maggiormente sui protagonisti di questo affresco supereroistico che non sulla società che li circonda (ma comunque ci sono molteplici riferimenti alla seconda metà degli anni ’60, con svariate comparsate di persone realmente esistite, tra cui un Rockfeller che vorrebbe Utopian come padre surrogato). La scrittura è densa e coinvolgente, i personaggi molto approfonditi e alcuni elementi della trama di Jupiter’s Legacy[link] abbondantemente sviscerati in modo da far capire che tout se tient. Tutto sommato una buona prova da parte di Millar, per quanto navighi (ottimamente) su acque già battute e non scriva nulla di rivoluzionario: ma va benissimo così, e magari tutti i suoi fumetti fossero come questo.
I disegni rimangono il punto debole di Jupiter’s Legacy anche nel volume 2 (uscito due mesi dopo il primo: che senso ha avuto distinguere due “stagioni”?): non che siano “brutti”, ma mi pare che i vari disegnatori siano stati costretti ad adottare forzatamente quello stile vintage, e soprattutto anche stavolta c’è stato un avvicendamento frenetico nel comparto grafico che lascia intendere una scarsa avvedutezza produttiva, o forse poca serietà da parte dei disegnatori titolari che hanno abbandonato il progetto per lidi più remunerativi o hanno demandato la realizzazione finale ai loro collaboratori. Wilfredo Torres riesce a disegnare da solo tutto il primo numero ma ecco che già dal secondo gli tocca farsi aiutare dal “solito” Gianfelice e da Rick Burchett; l’arrivo dell’elegante Chris Sprouse alle matite con numero 3 lascerebbe sperare in una certa stabilità (oltre che nel prestigio del suo nome) ma non è affatto così: oltre tre quarti dell’albo sono solo abbozzati da lui e rifiniti da Walden Wong che fraintende le sue matite e sottolinea esageratamente il mento di tutti i personaggi! Questo andazzo si protrae per qualche numero e il 5 deve finirlo Ty Templeton, a conti fatti il disegnatore che mi è piaciuto di più, mentre il figliol prodigo Wilfredo Torres torna per il finale! Un discreto casino che fa pensare a una certa improvvisazione da parte della Image Comics (o di chi per essa) e di cui forse i disegnatori non hanno responsabilità.
Anche le copertine di Bill Sienkewicz (nel primo arco di sei erano di Quitely) mi sono sembrate a volte un po’ generiche e poco rappresentative dei contenuti, per quanto belle.