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domenica 31 maggio 2026

Bob 84: L'Insostenibile

Ahimè, è uscita un po’ di roba in fumetteria proprio quando ero impegnato altrove. Quindi posso parlarne solo adesso confidando nella clemenza dei miei lettori che mi perdoneranno se non ho potuto stare “sul pezzo”. Ma so che i miei lettori sono clementi. Tutti e cinque.

Aspettavo con trepidazione questo secondo capitolo della serie e per meglio prepararmi al giorno fatidico mi sono riletto il bellissimo primo episodio. A sfogliare L’Insostenibile, pur già intuendo di cosa avrebbe parlato, sono rimasto alquanto deluso. Manga, solo manga, ancora manga, fortissimamente manga. Dopo una lunga sequenza muta iniziale che, attingendo dalle fonti iconografiche più varie, ricostruisce il dramma di Hiroshima (come se Filosa sottintendesse che il Giappone è stato giustificato nel colonizzare culturalmente il mondo dopo quello che ha subito) inizia la storia che per fortuna non è così semanticamente sigillata come temevo. Non del tutto, diciamo.

Come anticipato dal riassunto in quarta di copertina (che però parla anche di cose che nel fumetto non si vedono, o che comunque non sono affatto evidenti), lo spietato killer è sopravvissuto al bagno nel fiume Edo cui lo aveva convinto l’ispettore Ventura con il viatico di qualche pallottola in corpo. Il suo nuovo bersaglio è un mangaka e per avvicinarlo si avvale dello charme di una sua fan, o che per tale si spaccia. Ma una donna in calzamaglia e occhiali scuri difende il mangaka e intesse con Bob 84 un balletto di morte che si protrae per tutto il resto dell’albo, puntellato di citazioni dal mondo del gekiga e quindi da un profluvio di volti, copertine, manifesti, scorci, ricordi che accenderanno più di una lampadina nel lettore di manga e che a me non hanno detto assolutamente nulla. La ninja mi ha ricordato Irma Vep, tanto più che biascica qualcosa in francese, ma immagino che sia anch’essa una citazione nipponica. L’ambiguità del primo episodio viene mantenuta e anzi è ancora più accentuata: chi siano i rispettivi mandanti non lo sapremo mai o almeno non viene rivelato in questa sede. Ma, appunto, quello che interessa a Filosa è inanellare citazioni su citazioni, comprensive anche di termini ed espressioni giapponesi e di tavole di manga di cui non fornisce alcuna traduzione. Fino a un imprevisto cliffhanger finale in cui torna in scena Ventura. Appuntamento quindi tra cinque anni per vedere come prosegue la storia.

Ora, è chiaro che una struttura del genere è pensata anche per mettere in mostra i virtuosismi di Bacilieri (qui supportato alle matite da Andrea Mastroeni e Pietro Ghinelli) che si trova a gestire lunghe sequenze mute concentrandosi su una regia che sa essere coinvolgente ma anche dettagliata. Il problema è che ha scelto di fare ricorso anche a tavole doppie. E nel formato pocket piccolo ma spesso risulta ancora più disastroso spalancare le pagine che non con un formato più grande – dove sarebbe stato comunque fastidioso. La vendetta è mia era rilegato e cucito sul dorso, L’Insostenibile no. Non ho dubbi sul fatto che le tavole doppie siano spettacolari ma non me la sento di smembrare il volumetto per godermele appieno.

Se la cornice fosse stata quella della Francia degli anni ’70 con uno pseudo-Moebius al posto dello pseudo-Kikatsoè avrei gradito di più questo episodio? Impossibile dirlo. Intanto ingollo fino in fondo l’amaro calice e confido, non troppo speranzoso a dire il vero, nel prossimo riassestamento della serie.

lunedì 23 settembre 2024

Joker: Il Mondo


Versione dell’operazione già realizzata con Batman dedicata stavolta al suo arcinemico. Mai capito il fascino e nemmeno il senso del Joker. È tanto difficile eliminare un matto vestito da pagliaccio senza superpoteri? Boh.

Sia come sia, dopo un prologo/epilogo a opera di Geoff Johns e Jason Fabok (proprio bravo Fabok) comincia il nuovo giro del mondo realizzato da autori congruenti con le varie tappe.

David Rubín confeziona un apologo disperato sulla decadenza politica e sociale che secondo lui vigerebbe in Spagna. Avrà le sue ragioni per essere incazzato ma mi pare che abbia esagerato (dopo una delle sue “burle” omicide Joker torna a casa perché i suoi crimini passano inosservati in un Paese così immorale) e comunque non mi pare questa la sede giusta per fare un apologo. Anche i disegni sono troppo “alieni” per Batman, e troppo caricaturali per rendere veramente incisivo l’apologo.

La tappa tedesca è scritta da un comico locale, Torsten Sträter, che si inventa una trama più classica, che perlomeno è una trama vera e propria: Joker sente di una scoperta scientifica tedesca che permette di modificare il clima e vola alla volta di quello Stato per rubarla e incasinare Gotham City. La storia è molto simpatica e ben congegnata. I disegni di Ingo Römling tendono un po’ troppo al caricaturale in alcuni punti ma il risultato è comunque valido. E poi non sono niente di traumatico rispetto a certi eccessi statunitensi.

Arriva il piatto forte, quello per cui mi sono avvicinato questa antologia: l’episodio italiano disegnato nientemeno che da Paolo Bacilieri e ambientato nella Bologna del 1977. Ai testi Enrico Brizzi, ai colori Vincenzo Filosa. Sospeso tra cronistoria e apologo anche questo, non mi ha per nulla catturato (e anche Bacilieri non mi è sembrato a suo agio nel formato comic book), fino al geniale colpo di scena finale che ha rilanciato il tutto alla grande. Non so quanti lettori statunitensi avranno colto tutte le citazioni, peggio per loro.

Si passa poi al Brasile, e qua le citazioni (se ci sono) non le ho capite io. L’Arkham Asylum apre una filiale vicino a Barbacena, sede di una «Città dei Matti». L’arrivo di Joker viene salutato con un trionfo di folla festante, perché i brasiliani sono fatti così. Saputo di un orribile eccidio di Stato (reale o presunto non saprei) Joker scappa ma si consegna volentieri a Batman per tornare alla rassicurante “normalità” di Gotham. Felipe Castilho lancia lo stesso messaggio di Rubín: vivo in un Paese di merda. Qui almeno un po’ di trama c’è, ma i disegni di Tainan Rocha (colorato da Mariane Gusmão) sono del tutto inadatti a una storia tragica dall’impronta almeno in parte realistica.

L’episodio messicano è uno di quelli che mi hanno convinto di più, ma da qui in poi è stato un florilegio di piccoli gioielli. Mostra un elemento caratteristico ma riconoscibile del Paese (i luchadores) senza banalizzarlo, la trama è ben costruita e non è solo uno spot turistico e poi si tratta effettivamente di una storia “di” Joker, in cui è effettivamente lui sotto i riflettori senza andare alla ricerca di elementi esterni per giustificare la sua presenza nel volume. L’unico rammarico è che il soggetto di Alvaro Fong Varela (anche lui una figura esterna ai fumetti) avrebbe potuto essere utilizzato per costruirci sopra una miniserie. I disegni di Oscar Pinto che mckeaneggia con il computer non sono forse i più ispirati dell’antologia, ma rispetto ad altri si fanno apprezzare.

Neanche i cechi Štĕpán Kopřiva e Michal Suchánek sono precipuamente autori di fumetti. La loro storia è fantastica, per me la migliore: a Praga si stanno tenendo delle audizioni per decidere chi sarà il Joker ceco – non so se sia una cosa inventata sul momento o già esistente nella continuity, forse l’idea è ripresa dall’episodio brasiliano. Sfilano dialoghi folgoranti e commenti divertenti sugli stereotipi cechi. Bel finale e disegni decisamente più digeribili rispetto ad altri, anzi piuttosto buoni pur senza essere spettacolari.

Anche quella turca è un’ottima prova: ambientata al crepuscolo dell’Impero Ottomano alla fine del XIX secolo mette in scena un proto-Joker locale con un piano per contrastare i civilizzati invasori infedeli. Eventuali rivalse nazionaliste sono stemperate dall’ironia, dall’introduzione di un’affascinante variante di Batman e dal fatto che in fondo la Storia andò proprio così. I disegni di Ethem Onur Bilgiç sono molto belli, i più realistici tra tutti quelli dell’antologia. Lo sceneggiatore Metin Akdülger è l’ennesimo attore prestato al fumetto.

Ottimo lavoro anche dai Sudcoreani Inpyo Geon e Jaekwnag Park (dal ricco e pastoso stile quasi franco-belga): riprendendo forse un’idea dall’episodio brasiliano, a cui potrebbe essersi ispirato anche quello ceco, un detective della polizia locale deve vedersela con degli imitatori di Joker fino al drammatico e sorprendente finale/non finale.

Altro bellissimo episodio è quello argentino, in cui un giovane ultrà abituato sin da bambino alla violenza diventa il capo del suo club di hooligan proprio ispirandosi a Joker. La storia di Matías Timarchi è cruda e violenta e, non fosse per il vago elemento supereroistico, non avrebbe sfigurato a suo tempo su L’Eternauta o Metal Hurlant o Alter. I disegni di Germán Peralta sono magnifici, se ha usato il computer invece degli acquerelli ha saputo fingerli molto bene. Purtroppo non ho trovato traccia di ispirazione ai grandi Mastri delle historietas, c’è solo l’omaggio a Ruben Meriggi cui è stato intitolato uno stadio. Ma ribadisco che i disegni sono meravigliosi pur se non ricordano Zanotto o Mandrafina o Breccia.

Anche nell’episodio camerunense il protagonista non è Joker (non direttamente) ma un suo fan/imitatore, un pagliaccio stufo delle umiliazioni che un libro libera dalle inibizioni. Vagamente interessante, questo fumetto confezionato da Zebra Comics (nella fattispecie Ejob Gaius, Bertrand Mbozo’o Zeh ed E. N. Ejob) non regge il confronto con molti degli altri qui raccolti, soprattutto per quel che riguarda la parte grafica.

Tomasz Kołodziejczak si inventa un gruppo di supereroi polacchi di cui il corrispettivo locale di Batman impedisce a Joker (che finalmente torna in scena in un volume che porta il suo nome nel titolo) di rubare un quadro dedicato a un buffone di corte di rara saggezza, unico a intuire il declino del suo Paese nel XVI secolo. Peccato che la storia non sia stata sviluppata ulteriormente, e soprattutto che il disegnatore Jacek Michalski abbia adottato uno stile molto caricaturale, un po’ sulla scia di Rand Holmes o degli illustratori di Mad.

Si finisce in bruttezza con un manga di Satoshi Miyagawa e Keisoku Gotou, addirittura montato secondo il senso di lettura giapponese. Joker deve vedersela con un Batman tornato neonato (!), ma sembra solo l’abbozzo di una storia ridicola che non rimpiangerei affatto se non venisse mai realizzata.

A rileggere quello che avevo scritto della precedente antologia mi pare che questa dedicata a Joker sia mediamente migliore. Non a caso il personaggio titolare compare raramente o comunque in versioni molto diverse.

martedì 23 novembre 2021

Intervista a Vincenzo Filosa

Bob 84 mi pare che abbia suscitato qualche perplessità nel grande pubblico in relazione al suo costo, soprattutto in riferimento al formato che è tascabile. Per me però il formato è connaturato al tipo di fumetto che volevate fare. Se fosse uscito in bonelliano sarebbe stato percepito diversamente, ne sarebbe venuta fuori un’altra cosa.

 

Probabilmente sarebbe stato così, ma comunque il discorso è che la foliazione e il tipo di narrazione sono legati più al graphic novel che alla serialità, cioè il nostro tipo di approccio è quello di quando lavoriamo a progetti autoriali nostri, come quando Paolo non lavora per Bonelli in veste di disegnatore semplicemente. Quindi noi abbiamo pensato di fare uscire questo oggetto qui senza mai pensare al prezzo, questo è un ragionamento che poi fa l’editore.

Ricordatevi comunque che è un discorso legato alla tiratura e quindi a quante copie si tirano in base alla richiesta.

 

Tiratura che immagino sia segretissima.

 

Non la conosco nemmeno io. Ma è un dato importante: se non c’è la stessa richiesta di un manga qualsiasi di successo non puoi raggiungere cifre importanti. Tutto dipende dalla richiesta del mercato: se tutti effettivamente vogliono un Bob 84 a 5 euro basta fare l’investimento su questo primo volume perché poi se se ne possono fare più copie e più numeri sicuramente si scenderà anche in quel senso. Il prezzo è un ragionamento che gli autori (e in un certo senso anche gli editori) non possono decidere.

 

Interviene Paolo Bacilieri: Posso aggiungere una cosa?

 

Ben venga.

 

[il suo intervento lo leggerete su Fucine Mute]

 


Volevo anche ricordare che il formato è particolare per questa categoria merceologica, ad esempio le pagine non sono fresate e incollate sul dorso, ma rilegate e cucite.

 

certo, anche l’editore non ha pensato alla serialità da edicola ma al mercato del graphic novel a cui noi siamo più legati.

 

Tu prima hai citato i manga: è stato questo il vostro punto di riferimento? Perché io invece ci avevo visto, evidentemente sbagliando, un rimando ai “neri” degli anni ’60 e ’70.

 

Ecco, di questo mi piace parlare piuttosto che del prezzo!

Allora: in Giappone come in Italia alla fine degli anni ’50 si è affermato un nuovo genere, il nero a fumetti. Contemporaneamente alla nascita e all’affermazione di Diabolik in Italia in Giappone si stava affermando un fumetto di genere thriller, noir, spionistico, quello che adesso molti definiscono “gekiga” e che ha dato effettivamente un contributo fondamentale per lo sviluppo del manga per come lo conosciamo adesso. Cioè il gekiga è stato la svolta adulta del manga. Come Diabolik è stata la svolta adulta del fumetto in Italia.

 

Che prima era considerato solo per bambini.

 

Più o meno sì, poi con Diabolik lo prendevano anche i pendolari che andavano a lavorare. Quindi c’è stato questo parallelo, ma ce ne sono stati tanti di paralleli fino agli anni ’80 nel fumetto giapponese come in quello italiano, ed è una cosa che mi affascina moltissimo. Noi ci siamo rifatti a quel periodo lì. Cioè noi vogliamo riproporre quel particolare fumetto e allora abbiamo ripreso gekiga, nero all’italiana ma anche Bonelli (perché per forza di cose il discorso non può prescindere anche da quello) e abbiamo cercato di metterlo insieme in questo prodotto che ha un approccio autoriale però deve tantissimo al fumetto “per tutti”. Per capirci, questo è il fumetto che vorrei dare a mio padre per farglielo leggere, perché gli altri miei fumetti lui non li legge manco morto. E quindi abbiamo pensato anche a quel Giappone lì. Come avrai notato nella parte finale il Giappone diventa preponderante non solo come ambientazione ma anche la gabbia delle vignette cambia completamente: passiamo dalle due strisce italiane a una gabbia più gekiga, più action, che è tipica del manga. Questa cosa ci serviva anche per raccontare quella che sarà poi l’eventuale evoluzione della serie. Perché quello che vogliamo fare (attraverso questo approccio procedurale come nei telefilm classici alla Law and Order) è avere non dico “il caso del mese” ma quasi. Bob sarà quindi una carrellata di vittime del nostro killer. Ogni storia racconterà gli ultimi secondi (o minuti, ore, giorni o settimane) di vita di una data vittima di Bob.

 


Questo spiega anche il senso del titolo, che a me era sfuggito.

 

C’è anche un altro significato nel titolo, perché richiama l’approccio che abbiamo avuto (soprattutto Vincenzo nella sua sceneggiatura, ma che condivido in pieno). [anche questo intervento di Bacilieri lo leggerete su Fucine Mute]

 

Abbiamo parlato tantissimo di paralleli tra fumetto italiano e giapponese. Quando il gekiga si è affermato il manga commerciale e massificato ha preso in prestito tutto quello che in quel genere funzionava per integrarlo nella sua struttura.

 

Ma questo succede in tutti i settori artistici.

 

Però il fumetto italiano adesso sta rinnegando questa gabbia, questo formato, per inseguire altri formati ma secondo me la gabbia a due strisce è proprio il nostro modo di vedere il fumetto, e il fatto che questa cosa si perda a discapito di produzioni più colorate, più pazze, più strane o più esotiche (sia da est che da ovest) secondo me è un gran peccato, perché abbandonare la nostra produzione fumettistica porta a un impoverimento generale di tutto il settore.

A me Diabolik è sempre piaciuto, mi piace ancora tantissimo e voglio portare avanti il discorso iniziato da Diabolik, non che Diabolik abbia smesso di esistere però vogliamo prendere quel linguaggio lì sviluppato in quel fumetto e portarlo in altre direzioni. È una cosa che non succede perché quella gabbia lì viene considerata superata quando invece il manga presenta un formato molto simile semplicemente con una foliazione più importante ma ha grande successo.

 

Credo che un numero di Diabolik venda molto di più di un manga generico che non è un successone.

 

Questo è bellissimo ma sarebbe importante che quel linguaggio lì venisse portato anche verso altri lidi, venisse sviluppato. Che poi è quello che è successo nella storia del manga. La cosa che mi piace tantissimo della storia del manga è che dalla nascita con Tezuka fino ad adesso c’è una continuità genetica che è innegabile. Cioè se tu leggi L’Isola del Tesoro di Tezuka e leggi One Punch Man o Chainsaw Man o gli altri che ci sono adesso le regole sono sempre quelle: l’approccio alla regia e alla narrazione è sempre quello. Solo che naturalmente viene aggiornato continuamente di contenuti, di stili, di approcci però la struttura, lo scheletro, rimane sempre quello lì e secondo me è una storia che garantisce continuità, identità culturale e anche la possibilità di parlare a tantissimi ragazzi, perché offre un prodotto che è continuativo, che è voluminoso e quindi interessa.

sabato 25 settembre 2021

Bob 84: La vendetta è mia

Era uno dei fumetti che più attendevo del 2021 e non mi ha deluso.

Un flashback ambientato nel 1974 ci introduce alla figura dell’ispettore Lino Ventura, che oltre al nome condivide con l’attore omonimo anche la fisionomia. Un micidiale killer internazionale dall’aspetto di Frank Sinatra (citato anche come pseudofumetto degli stessi autori) uccise il partner di Ventura dopo essere stato catturato e da allora è diventato l’ossessione dell’ispettore. Nel 1985 un fatto di cronaca apparentemente banale, la morte dell’attore Sean Flannery sul set di una pubblicità che si gira a Cinecittà, riapre la caccia di Ventura, che andrà fino a Tokyo (il regista dello spot è giapponese) per affrontare il killer e i suoi fantasmi.

Il formato è quello dei tascabili come Diabolik (solo qualche millimetro più grande), che viene omaggiato insieme a una marea di tantissimi altri riferimenti più o meno pop: sfilano anche un sacco di architetture, scorci e personaggi di una Milano e di una Roma che furono. L’affastellamento delle tavole ricorda quello del primo Zeno Porno di Bacilieri visto su Blue, quello in cui il suo stile avrebbe dato i primi segni di evoluzione verso la pulizia odierna dopo il tratto sporco di Barokko che a sua volta seguiva le prime prove pseudo-manariane. Qui l’horror vacui è più marcato e nelle edicole sono ammonticchiate anche riviste di periodi diversi, seguendo evidentemente l’estro e i ricordi del disegnatore: per quanti ritardi facesse il Metal Hurlant della Nuova Frontiera, quel numero era uscito anni prima. Così come alcuni fatti di cronaca (l’omicidio Calvi, Chernobyl…) sono retrodatati o posticipati. Ma in fondo se qui Sean Connery si chiama Flannery è ovvio che ci troviamo in un mondo alternativo.

Al di là della confezione demodé e del massiccio citazionismo, la narrazione è molto moderna. La sceneggiatura di Vincenzo Filosa è molto evocativa e coinvolgente nelle prime pagine dedicate al 1974, mentre a mano a mano che ci addentriamo nell’indagine sembra farsi vivo lo spettro di Paul Auster, con situazioni apparentemente (o volutamente) poco credibili che si accavallano a storie parallele che non troveranno chiarimenti. Perché “Sinatra” lasciò in vita Ventura quando aveva la possibilità di ucciderlo (sì, ok, ci viene parzialmente spiegato ma in un delirio dell’ispettore)? Alla fine la morte di Flannery è stato solo un omicidio su commissione della moglie? Lavinia, una delle figlie di Ventura, si droga veramente? Tutti elementi che però contribuiscono al fascino barocco del fumetto. Non meno barocchi sono i retini che Bacilieri ha profuso con eccessiva generosità, e che sovrapposti ai tratteggi con cui ha riempito certe figure portano a un fastidioso, ma forse voluto, effetto caleidoscopico.

Tra la densità di scrittura e la meticolosità del disegno, il tempo di lettura è decisamente lungo. Ancora più lungo visto che invita alla rilettura per cogliere quei particolari che possono essere sfuggiti a una prima lettura (tra questi il titolo stesso Bob 84, che non ho capito a cosa faccia riferimento).

Da leggersi solo dopo il fumetto l’introduzione di Sandrone Dazieri, anzi meglio non leggerla proprio; ci ho messo un po’ per capire quale fosse l’omaggio a Magnus che cita, e ce l’avevo sotto gli occhi in bella evidenza.

Può lasciare perplessi il fatto che il costo di questo tascabile in bianco e nero di 160 pagine è lo stesso del volume a colori Batman: Il Mondo, ma per questo fumetto si può fare uno sforzo. Anzi, si deve.

lunedì 3 giugno 2019

Ulysse

Che bello, adesso finalmente anch’io so come finisce l’Ulysse di Lob e Pichard. A suo tempo ci rimasi un po’ male quando scoprii che la pubblicazione sui primi Alterlinus non continuava dagli episodi lasciati in sospeso su Linus ma ripartiva da capo. E visto che nella fumetteria di Alessandro a Bologna non mi spinsi a comprare che i primi numeri della prima annata la lettura rimase monca.
Il fumetto è ovviamente una versione dell’Odissea, aggiornata alle urgenze iconoclaste e libertine sessantottine: Omero diventa un cronista di guerra, gli dei sono figure ipertecnologiche (e forse è stato un errore spiegare la loro natura aliena privandole del fascino dell’indeterminato) e laddove possibile, cioè molto spesso, affiora tutto l’erotismo che ci si poteva permettere all’epoca, decisamente più accattivante nella parte realizzata nei primi anni ’70.
Gli episodi salienti del poema epico vengono riproposti abbastanza fedelmente, seppure filtrati attraverso l’immaginario ideato da Lob: Polifemo, ad esempio, è un enorme robot. Nella prima parte l’umorismo è un po’ più marcato e la narrazione procede placida, facendosi leggere in maniera spedita. La seconda parte ha invece una maggiore densità di scrittura, credo dovuta al fatto che la serializzazione originale prevedeva blocchi di sole quattro pagine a episodio. Il finale architettato da Lob, un po’ amaro ma anche intriso di idealismo, è veramente molto bello e suggestivo.
I disegni di Pichard sono decisamente psichedelici: le sue donne sono congelate in pose pop dal tratteggio o dal pointillisme, i loro abiti dimostrano una grande conoscenza della moda dell’epoca (poco importa che di vignetta in vignetta cambino, tanto devono mettere in evidenza quello che “coprono”), ci sono frequenti inserti op art e il lettering è integrato nei disegni con effetti simili a quelli dei poster di Rick Griffin. È probabile che alla base di questo risultato ci sia stato semplicemente il puro caso: all’epoca della realizzazione di Ulysse Pichard non era certo un ragazzino e probabilmente se ne fregava delle influenze grafiche che venivano, quando venivano, da Berkeley (come testimoniato dalle sue classiche figurine caricaturali sullo sfondo, retaggio dei suoi dessins de presse); il suo stile un po’ debitore delle xilografie si sposava però molto bene con gli stilemi di quell’estetica pop, mimetizzandosi alla perfezione con la psichedelia dell’epoca. En passant, la cura editoriale della Rizzoli Lizard è ottima e non si avverte troppa artificialità nel ricostruire le onomatopee in italiano. Per cui lode al grafico Roberto La Forgia (con assist, parrebbe, di Paolo Bacilieri e Vincenzo Filosa), quindi, ma adesso mi è venuta voglia di confrontare questa versione con quella di Alterlinus.
La qualità di stampa sarebbe ineccepibile, se non fosse che all’inizio della seconda parte (saranno una decina di pagine, forse una ventina scarsa) l’effetto è quello di una riproduzione realizzata a partire da pellicole “bruciate” che impastano e smangiucchiano i segni. Sicuramente il problema è a monte e anche la versione francese ha dovuto basarsi su materiali di partenza non ottimali.
In appendice, con ogni probabilità esclusiva dell’edizione italiana impreziosita da un disegno di Bacilieri, una lunga e suggestiva postfazione di Boris Battaglia e Paolo Interdonato, che tra le altre cose ricostruisce la temperie culturale in cui nacque Ulysse, oltre che le sue vicissitudini editoriali che furono a loro volta quasi un’Odissea.
Conoscendo la Rizzoli Lizard, non escludo che Ulysse fosse stato annunciato con un formato più grande e/o a un prezzo più basso (non sono andato a controllare) ma questo bel volume cartonato vale assolutamente i 22 euro ai quali viene venduto.