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giovedì 4 dicembre 2025

La Luna e il Serpente - Sussidiario di Magia

Uscito in anteprima a Lucca, questo volume è stato veramente arduo da leggere. Non che non sia una lettura gradevole, lo è eccome, solo che è talmente rigurgitante di concetti e di nozioni da rimanerne sopraffatti, anche se non mancano temi ricorrenti approfonditi e trattati da punti di vista diversi. A ciò va aggiunto che essendo un testo iniziatico ho avuto costantemente il sospetto che i due Moore (nessuna parentela) dicessero una cosa volendone significare un’altra che a me sfuggiva, ed è stato un po’ frustrante. Voglio dire: anche i fumetti di Didier Convard sono godibilissimi, ma per sua stessa ammissione quanti “messaggi” per i suoi fratelli celano quei testi? Quindi, che siano fole programmatiche o vere istruzioni per diventare maghi, quelle raccolte in questo tomo sono raccontate benissimo, ma che fatica leggerle. E che fatica trovare un aggancio per parlare del Sussidiario, tanta è la carne sacrificale messa sul fuoco. Vabbeh, comincio dicendo che i Moore (nessuna parentela) adottano uno stile molto ironico nonostante l’approccio sia assai circostanziato e documentatissimo. Che poi è la maniera migliore per avvicinare un uditorio, visto che spesso l’ostentazione di fede formulaica spinge ad allontanare l’interlocutore.

Il grimorio è diviso in varie sezioni che si alternano: dopo un bel fumetto muto sulla nascita del primo mago, si comincia con le biografie a fumetti di maghi più o meno famosi dall’antichità a oggi, sfilano poi i suggerimenti sulle cose da fare nei giorni di pioggia (ovvero un’introduzione passo dopo passo alla magia a imitazione di quelle attività ludico-didattiche che si trovavano nelle riviste per bambini: a proposito di stile molto ironico), un feuilleton iniziatico, un fumetto a puntate sulla vita e le opere di Alessandro di Abonutico e vari inserti su argomenti diversi come la Kabbalah e i tarocchi.

Semplificando molto dei concetti che nemmeno fingo di aver capito del tutto, l’idea di magia proposto dai Moore (nessuna parentela) è fondamentalmente la capacità di raggiungere un altro livello di consapevolezza, ottenere il dominio sull’immaginazione, ma ciò è intrecciato all’idea molto suggestiva che arte e magia siano, se non la stessa cosa, comunque delle attività molto simili, quasi parallele. Concetto che scopriamo essere stato un po’ ripreso dalle idee del “mago” Harry Smith. A proposito di queste pillole a fumetti sulle biografie dei maghi, si scoprono delle cose molto interessanti come l’origine dei tre Re Magi, l’ipotesi che Cornelio Agrippa abbia influenzato la Kabbalah, l’esistenza di tal Francis Barrett che operò tra ’700 e ’800, ecc.

Se i fumetti hanno un taglio così approfondito e divulgativo figuratevi come sono i testi scritti – a parte il romanzo a puntate, che però è palesemente una versione narrativa di alcuni concetti espressi. Anche qui ci sono badilate di umorismo e sarcasmo: la Clavicola di Re Salomone paragonata a un elenco telefonico per aspiranti invocatori, le tecniche del sesso tantrico che alla fine sono le stesse per impedire di pisciarsi addosso se non ci sono bagni attorno, l’avvertenza di stare attenti a non cadere dall’albero della Kabbalah, immagini esoteriche che diventano giochini enigmistici… però nonostante la piacevolezza dei testi si arriva lo stesso alla fine col fiato corto. Anche perché la parte conclusiva del Sussidiario è dedicata a una lunga cronistoria del Gran Teatro della Luna e il Serpente dalle origini alle performance recenti (con una certa generosità nelle testimonianze fotografiche), con vari approfondimenti su una pletora di altri argomenti come la pisicogeografia; in sostanza però è anche una sorta di manifesto programmatico del non-gruppo, con idee che sono pure condivisibili come quella per cui scienza e matematica debbano sposarsi alla politica, idea che però si inserisce in un discorso molto (molto) più ampio. Qui si possono trovare tracce di argomenti e suggestioni trattati nei fumetti di Alan Moore, in particolare nella linea ABC Comics cui collaborò anche Steve Moore (nessuna parentela).

Si chiude con gli schemi per la costruzione in cartoncino del Tempio della Luna e del Serpente, ovvia parodia di giochi analoghi nei libri per bambini da ritagliare e assemblare ma (se ho ben interpretato il manuale) anche esercizio concreto per far diventare il lettore un mago invitandolo a creare la sua versione del teatro con la scusa di non rovinare il libro.

In realtà prima di questa appendice ludica c’è un ulteriore testo: la postfazione in cui Alan ricorda l’amico Steve (nessuna parentela) deceduto poco dopo la compilazione del Sussidiario. Che gli aneddoti riportati siano reali o fittizi, rimane comunque un omaggio molto interessante e commovente.

Gli interventi grafici sono di qualità altalenante. La prova di Steve Parkhouse col fumetto muto d’apertura è molto bella.

Rick Veitch illustra le attività da fare nei giorni di pioggia: non che sia mai stato un gran bel vedere, ma qui mi sembra che abbia fatto un buon lavoro, forse come illustratore è migliore che come fumettista.

Ben Wickey ha illustrato le vite dei maghi e mi pare che il suo stile caricaturale ma molto dettagliato e colorato ben si sposi con questi che sono più racconti illustrati che fumetti.

Kevin O’Neill è piuttosto rozzo e impreciso ma può beneficiare del dubbio che le sue Avventure di Alessandro siano disegnate in questo modo per fare il verso alle testate inglesi per bambini degli anni che furono, e di cui ignoro quasi tutto.

John Coulthart ha fatto tutto il resto o quasi. Le immagini sono molto belle (e che originali i suoi tarocchi) ma l’uso massiccio del computer trasmette uno sgradevole senso di artificialità.

A integrare i lavori realizzati appositamente ci sono anche molte riproduzioni di incisioni e dipinti di ogni epoca, perfette per entrare nello spirito del libro. C’è persino quello che sembrerebbe un protofumetto, se solo capissi il tedesco.

L’edizione è molto bella come si conviene a un tomo del genere e chissà che la difficoltà nell’arrivare alla fine dei testi non fosse dovuta anche all’aggressione sensoriale messa in atto dai colori luminosissimi e dai motivi psichedelici che decorano praticamente tutte le pagine.

lunedì 25 luglio 2016

La Saga dei Bojeffries



Uno dei volumi a fumetti che ho atteso più a lungo – il Lazarus Churchyard annunciato da non ricordo più chi penso che non lo vedrò mai. The Bojeffries Saga era stata presentata su un catalogo della Fantagraphics che ancora possiedo come la Famiglia Addams in acido, mentre era parere comune e diffuso che fosse una satira della working class britannica. Si può dire che sia entrambe le cose, nessuna di esse in particolare, e molte altre ancora. O meglio, che sarebbe potuto esserle visto che alla fine La Saga dei Bojeffries è stato un po’ un fuoco di paglia, un esperimento che non ha potuto compiersi nella sua interezza, o almeno questa è l’impressione che mi ha dato.
Al numero 5 di un quartiere popolare vive una famiglia di immigrati, i Bojeffries, composta dal padre Jodremus, dal figlio Reth, dalla figlia Ginda (bruttissima ma dotata di forza spaventosa e non troppo addentro nelle questioni di sesso che vorrebbe sperimentare il prima possibile), da un neonato atomico che non si vede mai e dal padre di Jodremus che è diventato una sorta di mostro cthulhoide. Concludono il quadretto di famiglia i due zii Zlüdotny, un vampiro vegetariano e un licantropo che invece la carne l’apprezza anche troppo.
La “saga” si è dipanata per parecchi anni ma con pochi episodi sparsi, con edizioni diverse e con l’inevitabile evoluzione dello stile di disegno e anche delle temperie culturali che prendevano di mira gli autori. Sicuramente le fortune alterne della rivista Warrior che le diede i natali hanno influito su questa frammentarietà. Escludendo due episodi non prettamente a fumetti e la lunghissima conclusione di pochi anni fa (ben 24 tavole su un totale di 91) non ci restano che solo cinque archi narrativi, e quelli sul Natale e sullo zio vampiro hanno più il sapore dello speciale e dello spin-off, entrambi caratterizzati da un umorismo demenziale più estemporaneo che negli altri episodi. Da ciò la mia impressione di incompletezza, di semplice introduzione a quello che avrebbe dovuto essere un fumetto ben più articolato.
La prosa di Alan Moore è ovviamente piena di citazioni, doppi sensi e costruzioni sintattiche ricercate: non dico che a confrontare la prima storia introduttiva con la versione precedentemente pubblicata in italiano da Star Comics su A1 (Star Book 8) sembrino due fumetti diversi, ma le differenze sono molto marcate. Rimando a quel volume per scoprire cosa sia il Bovril citato nel primo episodio. L’erudizione che Moore profonde nel fumetto è però al servizio di trame e situazioni veramente spassose (curioso come la conclusione de La sera libera di Raoul sia molto simile, soprattutto ideologicamente, a quella del Cauchemar Blanc di Moëbius) e la breve storiellina Festus: l’alba dei morti viventi con protagonista il fantozziano zio vampiro è veramente esilarante.
Purtroppo Alan Moore non ha resistito nemmeno qui alla tentazione di infilare il suo proverbiale episodio interamente in prosa, ma questo (Vacanze Estive, un diario delle ferie di Reth) è comunque divertente mentre invece non lo è per niente Canto delle Terrazze, l’ennesima fottuta versione in forma di musical di una storia, che resiste a ogni tentativo di traduzione che ne rispetti la metrica rimanendo comprensibile, con immane frustrazione del lettore.
L’ultima storia lunga ambientata ai giorni nostri ha un che di malinconico e vede Reth diventato celebre a seguito della pubblicazione di un’autobiografia in cui ha sputtanato i suoi parenti, con cui non ha più contatti ma che ritroverà in un reality show! Il Moore della maturità, sornione e non più così ansioso di ostentare la propria sagacia, è probabilmente ancora più efficace e godibile di quello degli episodi precedenti – anche se forse è la vicinanza di questi temi rispetto a quelli delle gag partorite in epoca thatcheriana a rendere la storia immediatamente simpatica.
Una menzione d’onore va sicuramente al bravissimo disegnatore Steve Parkhouse, uno dei più bravi artisti con cui abbia collaborato il Bardo di Northampton. Parkhouse è un disegnatore umoristico che oltre a essere molto dotato (oltre agli sfondi e alle architetture urbane è bellissimo il lupo che vediamo a pagina 15) non si risparmia affatto quando si tratta di arricchire con dettagli e particolari una tavola, e che comunque riesce sempre a essere espressivo e comunicativo come un umorista deve essere.
Qualche nota sarebbe stata indicata ma d’altra parte la foliazione è quella che è (96 pagine) e già così la Bao si è ritagliata a malapena lo spazio per inserire le note biografiche degli autori e l’introduzione di Steve Parkhouse.
Probabilmente non si tratta di un volume indispensabile nella bibliografia di Alan Moore ma è consigliatissimo per farsi delle risate intelligenti e godere dell’arte di Parkhouse, per quanto mi pare di capire che in origine The Bojeffries Saga fosse nata per un formato un po’ più grande.