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lunedì 10 agosto 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Facundo (1973)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Facundo

Nel famoso (ma forse sarebbe meglio dire famigerato) elenco che Wood sottopose a Fumo di China 26 compariva un certo «Facundo» che per anni non mi è stato possibile identificare. Grazie ai benemeriti Columberos ho svelato l’arcano: nel 1973 Wood realizzò una biografia in due parti di Juan Facundo Quiroga, un militare e politico (in Sudamerica le due figure spesso vanno a braccetto) che se ho ben capito dovrebbe essere un po’ un eroe nazionale argentino: anche José Massaroli gli ha dedicato un fumetto. Queste due parti non recano però nelle prime tavole alcuna intestazione condivisa che le identifichi come elementi di una narrazione comune ma sono inequivocabilmente un’unica storia: vennero oltretutto pubblicate su due numeri consecutivi della rivista D’Artagnan. I due unitarios fittizi El Tigre de los Llanos e Muerte en Barranca Yaco costituiscono quindi una miniserie in due capitoli, quella a cui si riferì Wood.

Figlio di un «capitán de milicias», il giovane Facundo gode di una posizione privilegiata che gli permette di compiere gli studi a San Juan, dove già dimostra il suo carattere irruento e poco tollerante verso le ingiustizie. Molto meglio la vita all’aria aperta nei llanos sconfinati, dove lavorando per i commerci del padre si distingue per la sua capacità, ma anche per il vizio del gioco che gli fa perdere un grosso carico: a vent’anni parte così all’avventura lavorando in svariate estancias dove si fa apprezzare per la sua personalità e la sua forza fisica. Ma dopo aver ucciso la persona sbagliata a seguito di una provocazione deve scappare nelle vaste pianure dove si racconta si aggiri una tigre: sarà questa a dargli il suo soprannome dopo che l’avrà uccisa con l’aiuto di alcuni compañeros proclamandosi così l’unico tigre dei llanos – il fatto che il felino non abbia strisce ma macchie di leopardo potrebbe sottintendere che gli autori, Haupt almeno, ritenessero questo aneddoto solo una leggenda. In neanche quattro tavole (e la prima è una splash page) viene presentato il protagonista e impostata l’ambientazione, quindi da lì in poi la miniserie sarebbe libera di seguire un flusso narrativo dinamico e poco didascalico, e invece si incarta in testi chilometrici e salti temporali con conseguente frammentazione della trama.

Dopo il matrimonio avviene il battesimo militare e politico di Facundo, che si unisce a un ribelle provinciale contro il potere centrale di Buenos Aires, o almeno così ho capito. Questa miniserie diventa infatti una panoramica sulla tormentata storia dell’Argentina del primo ’800, con una raffica di aneddoti, nomi, alleanze, battaglie, tradimenti e citazioni che finiscono per stordire il lettore digiuno delle nozioni di base. Con tutta la carne sul fuoco che qui è stata solamente riassunta si sarebbero potuti realizzare decine di episodi più avvincenti rimanendo fedeli ai fatti storici. Forse Muerte en Barranca Yaco è più coeso concentrandosi sugli ultimi anni di vita del protagonista, ma nei fatti non scorre affatto meglio.

È vero che non manca qualche punta di ironia (“Questo è un oltraggio!”, “No, è un carcere.” risponde il secondino che fa la guardia a Facundo) e la retorica magniloquente era un po’ un marchio di fabbrica di Wood, ma da lui mi sarei aspettato qualcosa di diverso e più appassionante, tanto più che nel 1973 aveva già abbondantemente rodato il suo stile.

Chissà che José Quiroga di Los Amigos non debba il suo cognome a Facundo.

I disegni sono opera di Daniel Haupt, conosciuto in Italia principalmente per Big Norman e per il Larrigan di Collins, un disegnatore per cui ammetto di avere sempre avuto un debole. Mi rendo conto che non sia esattamente quello che ci si aspetterebbe da un historietista argentino: evidentemente i suoi riferimenti sono gli autori delle strisce sindacate statunitensi, e non è che le sue tavole siano particolarmente vivaci o espressive: vedi anche il Cayena comparso brevemente su Sgt. Kirk. Ogni tanto pure lui tirava via o riproponeva gli stessi volti e le stesse fisionomie, ma a me non è mai dispiaciuto.

In questo contesto (e anche in altri lavori coevi: vedi il libero Billy Wood) ricorre a un’inchiostrazione particolare, fatta di tratteggi sottili e nervosi. Ciò rende le sue vignette più dinamiche del solito, di quell’abbozzato che rende i personaggi più espressivi e dona alle tavole un certo retrogusto da incisione ottocentesca che si sposa alla perfezione con l’ambientazione storica.

domenica 2 agosto 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Joven Nippur (1997)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

 El Joven Nippur

Nel 1997 ricorreva il trentennale della Historia para Lagash che fece la fortuna di Wood (e contribuì a quella della Columba) dando i natali a Nippur. Pur con il sentore ormai molto concreto della crisi che l’avrebbe portata a chiudere i battenti di lì a pochi anni, la casa editrice argentina azzardò tre iniziative celebrative. Due di esse confluirono poi in una sola (che per alcuni lettori argentini oltre a essere una sola fu anche una sòla), la terza vide la luce nei tempi stabiliti ma non ebbe comunque molta fortuna. Quella della Columba fu una mossa un po’ avventata, poiché la produzione delle storie di Nippur di Lagash era passata da alcuni anni in carico all’italiana Eura e quindi da semplice licenziataria adesso sarebbe tornata ad essere produttrice in prima battuta, ma evidentemente senza più la solvibilità di un tempo e quindi nemmeno la fedeltà degli autori. Gli unici due episodi di El Joven Nippur comparvero a distanza di un anno l’uno dall’altro, oltretutto su due testate diverse.

Come intuibile dal titolo, si tratta di un prequel di Nippur di Lagash dedicato alla sua fase giovanile. Se il genere jeunesse de è piuttosto florido in Francia, in Argentina non è affatto comune. Certo, c’è la versione Patoruzito di Patoruzú ma a parte quello a me viene in mente solo la miniserie di Collins e Trigo pubblicata su Lanciostory come Sergente a New York che in realtà raccontava i primi anni di attività di Zero Galvan/Larry Mannino.

Nonostante sia figlio di un generale, il Nippur adolescente è un gagliardo birbantello che non ama la disciplina e le lezioni e non esita a fare scherzi anche pesanti ai suoi precettori o a chi è chiamato a rimetterlo in riga. Si prende anche qualche libertà con le fanciulle, che a differenza di maestri e sacerdoti sono ben contente delle sue attenzioni. Le sue avventure iniziano sempre nella stessa maniera: dopo l’ennesima sfuriata del padre o di chi per esso se ne va per i fatti suoi e incontra i personaggi che saranno alla base di quell’episodio. In sostanza El Joven Nippur è un sunto della poetica (e quindi dei pregi) di Wood: un protagonista simpaticamente ribelle ma intelligente e di buon cuore, una sana dose di ironia, ottimi dialoghi e delle situazioni che si manifestano praticamente per caso ma sono risolte con molta eleganza e sono anche originali: a differenza degli sciacalli inglesi, in Mesopotamia le aquile erano veramente diffuse. Confesso che non ho approfondito l’effettiva aderenza di questa serie con il canone nippuriano della serie madre, ma credo che lo stesso Wood non si pose il problema come non fece con altre serie, per quanto qui abbozzi anche le origini di Sumur.

El Joven Nippur sarebbe una lettura piacevole, non fosse per i disegni di Gabriel Rearte. Come avvenne con Taborda e poi con Goiriz e l’ultimo Meriggi, i suoi personaggi sono ipertrofici e sfoggiano pose irrealistiche o comunque poco adatte alle situazioni in cui si trovano. Oltre allo stile di disegno, va segnalato che a volte costruisce le sue tavole in maniera un po’ confusa non rendendo chiaro quale sia il senso di lettura corretto. I pochi sfondi trasmettono poi uno spiacevole senso di artificialità, ma non di quell’artificialità tipica del digitale: gli edifici sembrano planimetrie prese dal catasto. I danni fatti dalla Image erano insomma ancora tangibili (d’altra parte la casa editrice di Liefeld e Lee era nata appena cinque anni prima) ma la colpa non era tutta dei disegnatori, visto che pare fosse lo stesso Wood a incentivare il ricorso ad anatomie esagerate e bislacche.

Oltre ai disegni molto lontani dai canoni argentini, una pubblicazione così diradata non fu certo un incentivo ad apprezzare la serie ma ovviamente non possiamo sapere come sarebbe andata in un contesto ideale – di lì a pochi anni gli argentini avrebbero avuto difficoltà a comprare il cibo, figurarsi i fumetti.

Ironia della sorte, Nippur ritornerà davvero nel corso del 1998 ma non nella sua versione «joven» né in quell’altra annunciata e poi realizzata dalla Columba: sarà proprio la versione classica ma, dopo una prima apparizione su Nippur Magnum, a presentarne la maggior parte degli episodi (comunque pochi) sarà la rinata Skorpio, edita dalla Record concorrente storica della Columba. Un’epoca stava per finire.

venerdì 17 luglio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Perú Rimá (1979)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Perú Rimá

Tra le serie di Robin Wood questa è una delle più sfuggenti essendo stata pubblicata quasi esclusivamente nel natio Paraguay sulla rivista a grande diffusione Ñandé, che significa “Noi” in lingua guaranì, di cui in rete non si trova praticamente nulla. Alla faccia di chi sostiene che «su internet c’è tutto». Nonostante non abbia conosciuto la stessa popolarità di Nippur, è evidente che Wood ne avesse un’alta considerazione visto che campeggiava in bella mostra nei poster promozionali che firmava alle manifestazioni.

Robin Wood a Lucca 2012: in basso a destra si vede il poster di cui parlo.

Fortunatamente se ne hanno tracce, per quanto miserrime, anche in Argentina, dove un episodio (il primo?) transitò sull’effimera rivista Gunga Din della Record, rivale storica della Columba.

Il protagonista non è un’invenzione di Wood ma è una figura tratta dal folklore paraguayano. Dalla documentazione che ho raccolto mi par di capire che gli stessi paraguayani si siano rassegnati all’idea che non sia possibile determinare se si trattasse di una persona realmente esistita di cui vennero ingigantite le gesta (Perú è una deformazione locale del nome Pedro) o se è la declinazione locale di un archetipo che si può trovare praticamente in tutte le culture: il burlone Perú ama tirare scherzi anche pesanti ai danni di quelli che vengono percepiti come oppressori se non proprio invasori dalla popolazione locale, dai burocrati europei ai missionari che vogliono convertire i nativi. Una specie di Till Eulenspiegel con un minimo di coscienza politica o un Pulcinella più dinamico. Si tratta comunque di una figura molto conosciuta in patria, a cui sono stati dedicati romanzi, saggi, opere teatrali; persino un’orchestra di successo porta il suo nome.

Nell’interpretazione di Wood Perú Rimá è un popolano con qualche ascendenza india, felicemente dedito al latrocinio ma dotato di gran cuore e molto sensibile al fascino femminile. Anni e anni di lavoro per la cattolicissima e compiacente Columba si manifestano inoltre nel differente rapporto che il birbante di Wood ha con i religiosi e le forze dell’ordine rispetto a quello della tradizione: preti e poliziotti non sono bersagli ma alleati, per quanto talvolta involontari. La tradizione vorrebbe poi che Perú abbia anche un gemello, Vyro, assente nel fumetto – o almeno in questo episodio. Episodio che si svolge nel villaggio di Caacupé in subbuglio per l’arrivo di un pezzo grosso che aprirà una grande segheria con cui darà lavoro ai paesani festanti. La realtà però è diversa e Perú scopre le vere mire del Señor Fonseca e del suo entourage. Pur nella sua linearità la storia è architettata molto bene: i veri cattivi non sono esattamente quelli che sembrano esserlo (non solo loro, almeno) e come nella migliore tradizione di Wood Perú sconfigge i suoi avversari col ridicolo e la furbizia piuttosto che con la violenza. E non mancano battute e sequenze veramente esilaranti.

I disegni di Gomez Sierra/Enrique Villagran sono esattamente quelli che ci si aspetterebbe da lui: senza tanti fronzoli (ma non mancano retini, forse testimonianze di una precedente pubblicazione a colori) confeziona delle tavole dinamiche ed espressive.

Da quel poco che ho potuto leggerne, Perú Rimá potrebbe inserirsi tra le migliori serie di Robin Wood, al suo enorme bagaglio di “mestiere” si unisce il palese divertimento nello scrivere quello che evidentemente lo appassiona. Resta la triste certezza che potrebbero esisterne altri dieci, venti o cento episodi ma questo sarà l’unico che leggerò mai in vita mia.

venerdì 10 luglio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Ted Marlow (1967)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Ted Marlow

Tra i fumetti scritti da Robin Wood questo rappresenta un caso così raro da risultare quasi unico (io sono al corrente di una sola altra eccezione inedita in Italia). A differenza di quanto sarebbe successo nel resto della sua carriera, non si tratta di un personaggio ideato dalla Leyenda ma creato da un altro sceneggiatore che Wood ha semplicemente ripreso.

Repetto
Ted Marlow esordisce infatti su Fantasía 57 del gennaio 1967 su testi di tal Franco Luis Di Luca, che altri non era che Alfredo Grassi. Nonostante nel primo episodio il protagonista compaia solo a metà della storia è palese che fosse stato pensato sin dall’inizio come una serie visto che l’episodio successivo uscirà già dopo un mese. Ma a differenza di Dave y Rio non si finse che si trattasse di liberi autonomi: il nome del protagonista campeggiava sempre, distinto da quello del singolo episodio. Il primo disegnatore fu Miguel Angel Repetto, dalla ingessata e quasi geometrica eleganza e dai sapienti chiaroscuri.

Reler
Ted Marlow è un marshall, ovvero un agente di quello che era l’embrione della polizia giudiziaria federale statunitense, i cui agenti (caso unico al mondo) si chiamano in realtà «marshal» con una sola L. Poco male: in alcuni episodi invarrà anche questa dicitura, probabilmente per distrazione del letterista. La coppia “Di Luca”/Repetto fece in tempo a realizzare almeno tre avventure del marshal(l), e da maggio 1968 (forse prima) il team creativo cambiò e ai testi subentrò Robin Wood. Prima di addentrarmi nell’analisi, vale la pena ricordare che nel corso degli anni a scrivere Ted Marlow furono diversi autori, tra cui nientemeno che Carlos Albiac e Guillermo Saccomanno. Con tutto rispetto per gli altri sceneggiatori, ma sicuramente questi due sono più noti in Italia rispetto ai pur validi Armando Fernandez, José Luis Arevalo e Jorge Morhain. La ripresa a cavallo tra anni ’80 e ’90 sarà realizzata da Daniel Horn (cioè Daniel Sinopoli) con qualche intervento di Pablo Gelabert (Marcelo Ciccone). L’elenco degli sceneggiatori, che contempla anche il disegnatore Juan Dalfiume, è destinato ad aumentare esponenzialmente se consideriamo anche gli pseudonimi che assunsero: lo stesso Wood ricorse a Noel Mc Leod e un buontempone si firmò addirittura Jim Morrison. Anche ai disegni vi fu un certo avvicendamento e a Repetto fecero seguito Reler, Ruben Furlino, Gustavo Trigo e Mario Morhain celato inizialmente dietro lo pseudonimo Suarez forse per evitare confusione col suo fratello sceneggiatore Jorge. Data questa moltitudine di autori, mi tocca usare l’Etichetta “Troppi nomi ecc.” visti i limiti dei caratteri di Blogger.

Furlino
Prima di trattare l’approccio di Wood al personaggio è doveroso parlare di come Grassi impostò il protagonista e le trame. All’epoca in Columba si usavano ancora didascalie chilometriche, che a volte sostituivano del tutto una vignetta disegnata, e anche “Di Luca” seguì questo andazzo pur senza la prolissità di altri autori. Inoltre aveva il pallino per i nomi ridicoli, o comunque inadatti per un western. In una manciata di episodi sfilano Check Zalgom, Nit Flames, Rett Altrich, Timy Basamo, Sutd Melgar (questo è il mio preferito), Tom Lhena, John Zicor, Duingo Brull (anche questo non scherza), Lexer Grov, Nen Bassi, Nat Mirriol…

Ciò detto, Ted Marlow era un western, sì, ma niente affatto scontato. Come anticipato, già nella prima storia Grassi introduce il protagonista con calcolato ritardo per fargli fare una bella entrata in scena. Lo sceneggiatore sembra quasi voler giocare con gli stereotipi e le aspettative del lettore: le storie cominciano impostando una situazione che non sarà affatto quella portante. Ted appare quasi per caso adempiendo agli obblighi del genere (solitamente un duello) e una volta “timbrato il cartellino” può cominciare la vera trama, ovvero un’indagine – peraltro sempre articolata e originale.

Morhain "Suarez"
La caratterizzazione che Grassi fa del protagonista è presto detta: Ted Marlow è laconico, impavido e astuto – per non dire paraculo: per “aiutare” la Legge arriva a fingere il ritrovamento di prove inesistenti. Wood e gli altri sceneggiatori la rispetteranno ma fondamentalmente le caratteristiche precipue del protagonista sono altre tre: i baffi, lo stetson e l’abito elegante (poi sostituito da una giacca di montone).

Non era decisamente il fumetto western che mi aspettavo di leggere considerando la natura di ruspante narratore popolare di Grassi, che crea invece una serie intelligente e originale; stupisce dirlo (e anche un po’ dispiace) ma l’arrivo di Wood banalizzerà un po’ Ted Marlow, che diverrà un western molto più classico senza derive investigative – non così articolate, in ogni caso. Magra consolazione, nel corso della sua lunga gestione Wood approfondirà la storia del protagonista e ci rivelerà che “Ted” sta per Teodoro, che aveva lottato per l’indipendenza del Messico e che Marlow ha 40 anni di cui 20 passati come agente degli Stati Uniti, inizialmente come ranger. Da buon marshal(l) il Ted Marlow di Wood si occupa di riacciuffare criminali, di scortare prigionieri o pionieri, di indagare su traffici d’armi, ecc. Talvolta viene rapito o preso in ostaggio e si trova in situazioni apparentemente senza via d’uscita (addirittura sepolto vivo) ma se la cava sempre. A mano a mano che la serie procede si affastellano elementi del suo passato ma non c’è alcuna continuity: vecchi commilitoni e criminali che hanno appena scontato la pena (e vogliono vendicarsi di lui o al contrario ringraziarlo) compaiono dal nulla senza che ve ne fosse traccia negli episodi precedenti. Una continuity molto stretta può essere controproducente per godersi una serie, ma vedersi spuntare dal nulla tutta questa massa di personaggi “usa e getta” può dare l’impressione che lo sceneggiatore navighi a vista e scriva senza alcuna pianificazione. Cosa che non è necessariamente un male, ma una serie lunga come Ted Marlow avrebbe tratto beneficio da qualche punto fermo e personaggio ricorrente come quelli che Wood già all’epoca metteva in Dennis Martin e Nippur de Lagash. I disegni di questi episodi vennero affidati a Reler, qualche rara volta indicato come «J. Reler», un clone di Carlos Casalla che adottava delle semplificazioni anatomiche più indicate per una mostra di Cubismo Analitico piuttosto che per le pagine di una testata di fumetti popolare – non è un complimento, se qualcuno se lo chiedesse.

Trigo
Cercare dei segnali di stile che identifichino un autore può essere un esercizio di ermeneutica divertente ma decisamente velleitario nel caso di una serie “ereditata” da un altro e in effetti qui non emerge molto la poetica della Leyenda. È quasi doveroso però segnalare quei pochi episodi in cui è presente un po’ dell’ironia tipica di Wood o che sono dichiaratamente umoristici: Chico y el marshall, El Marshall asiste a la boda e Madres, flores y un Marshall; si tratta comunque di gocce nel mare delle decine e decine di episodi che la coppia Wood-Reler realizzò per la rivista Fantasía sino al 1972, quando Ted Marlow divenne la back-up feature del comic book di Nippur. Anche il marshal(l) conobbe infatti due percorsi paralleli come Dennis Martin, El Cabo Savino e lo stesso Nippur: su rivista continuava la sua serie in bianco e nero con episodi di 10 tavole (realizzati da nuovi autori), nel comic book venivano presentati episodi a colori di 15 pagine disegnati da Gustavo Trigo. Forse è in questa sede, tra l’avvicendarsi di molti altri sceneggiatori, che Wood dimostra maggiore personalità. Io almeno vi ho ravvisato più azione, più violenza e soprattutto un po’ di ironia. Ma forse azione e violenza c’erano già su Fantasía, solo che bisognava decifrare i disegni di Reler per coglierle. Ammesso che questa evoluzione ci sia effettivamente stata, è impossibile dire se fosse dovuta alla volontà di Wood o alle indicazioni della Columba che voleva qualcosa di più dinamico per i suoi comic book, che alcune fonti riportano essere stati ideati per estendere il mercato dell’editore in altri Paesi del Sudamerica e altre dicono invece fossero stati concepiti per contrastare prodotti analoghi che venivano importati dal Messico.

Morhain
In merito alle tavole di Trigo (molto valide) va notata una curiosità: teoricamente erano state realizzate sotto lo pseudonimo Marcos Adan con cui già aveva tenuto a battesimo Jackaroe e, a differenza di quello che fece in un’occasione con Barreto/Gneiss, la Columba segnalò regolarmente questo pseudonimo. Solo che Gustavo Trigo firmò alcune tavole anche col suo vero nome, non solo come «Marcos Adan y Gustavo Trigo» ma proprio come Trigo e basta, occasionalmente in accoppiata con Vitacca che evidentemente era Roque Vitacca che gli fece da assistente. In un altro frangente avrebbe potuto trattarsi di una semplice dimenticanza ma mi risulta che all’epoca Trigo fosse sulla lista nera dell’editore a causa della sua attività politica (poco importa che la junta di Videla si sarebbe insediata di lì a qualche anno: la situazione politica in Argentina non era allegra nemmeno nel 1973 per un attivista): la sua fu semplice distrazione o una provocazione consapevole? Di certo lasciare la firma col vero nome fu un atto di coraggio o incoscienza da parte della Columba.

Nel complesso Ted Marlow è una serie quantomeno dignitosa da consigliarsi però principalmente agli appassionati di western. Che non siano troppo schizzinosi riguardo ai disegni di Reler, però. Gli episodi di Grassi e Repetto valgono sicuramente la lettura.

Oltre a disegnare come disegnava, Reler copiava pure:
l'episodio di Ted Marlow è del 1972 quello di Alamo Jim del 1969

mercoledì 1 luglio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Leyendas Vikings (1976)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Leyendas Vikings

Toh, Robin Wood ha contribuito alla serie Vikings e non ne sapevo niente. Che strano. Questo episodio apparve sul numero 384 di El Tony nel novembre del 1976 quindi siamo nella fase delle storie autoconclusive scritte da Grassi dopo il ciclo sul pastore/vichingo Corval di Oesterheld. Sulla copertina mi sembra che campeggi proprio il volto di Corval, ma tant’è. Però questo fumetto non è stato archiviato secondo l’ordine della serie, mantenuto anche se ora presentava episodi slegati: non vedo cioè nessuna «E» più un numerino vicino. Oh, è proprio strano. E poi in questa fase Vikings la disegnava ancora Saichann, magari con il supporto di Uzal. Sempre più strano. Ah, ecco: checché sia indicato in copertina, questa serie non è Vikings propriamente detta ma Leyendas Vikings (il che spiega l’errore nel titolo: in castigliano si dovrebbe dire leyendas vikingAs, giusto?). Mai coperta. Poi magari ne salteranno fuori decine di altri episodi, ma ne dubito. Strano, stranissimo. Ma vediamo com’è questa storia, che giustamente essendo inserita all’interno di una serie antologica ha un titolo proprio: La Muerte de Boroj.

Il Boroj del titolo è un appestato. Non che il suo aspetto tradisca questo fatto, ma fidiamoci dei dialoghi. Osvaldo Cataldo non si lascia irretire da facili stereotipi e non disegna i vichinghi come vuole la tradizione (falsa) cioè con gli elmi cornuti. Bravo – almeno in questo. A dirla tutta non è che i personaggi sembrino proprio vichinghi, elmi cornuti o meno, hanno quasi l’aspetto di uomini primitivi.

Sia come sia, Boroj viene osteggiato da un po’ tutti nel suo villaggio, e qualcuno ricorre anche alle maniere forti per farlo allontanare. Solo la sua amata Lena gli sta ancora accanto (ma perché serra i pugni come se fosse incazzata quando lui le dice che la ama?) e al rifiuto di partire insieme gli suggerisce di andare a visitare il vecchio saggio della montagna che magari gli darà qualche consiglio utile. Dopo giorni di cammino l’unica informazione che ottiene dal vecchio, oltre a vaghi accenni su mondi lontani, è che la sua vita è legata a quella del “Re Orso”, finché vivrà il mostro anche Boroj vivrà benché appunto appestato. Tornato al villaggio dei… uhm… vichinghi, scopre che Lena è stata rapita e probabilmente uccisa (non la rivedremo più) proprio dal Re Orso. Per vendicarla Boroj ammazza il mostro, che più che un plantigrado a me sembra uno scimmione o meglio ancora un baram, e così teoricamente pone fine anche alla sua vita, anche se alla fine lo vediamo allontanarsi solitario dal villaggio.

Le tavole di Cataldo mi trasmettono una sensazione di déjà vu: Boroj viene sfidato da un trio di altri “vichinghi”… il vecchio gli propone il trucco del pezzo di stoffa da spezzare… lo stesso stregone gli mostra la visione di misteriose città… e come dicevo l’orso non mi pare affatto un orso. Dov’è che ho già visto tutto questo? Ah, sì: qui.


Insomma: è palese che La Muerte de Boroj altro non è che il primo episodio di Or-Grund con le tavole mescolate e i dialoghi reinventati per essere pubblicato a se stante probabilmente vista la scarsa performance di Cataldo (che pure ricordo come abile imitatore di Mandrafina, ma chissà in che anni). La Columba non volle sprecare il materiale anche a rischio di ritorsioni legali da parte di Victor De La Fuente da cui mi pare che il disegnatore abbia copiato parecchie vignette. Per farlo pensò di fingere che si trattasse di un episodio non tanto di Vikings, di cui sarebbe stato indegno, quanto di un suo spin-off creato alla bisogna da utilizzare come tappeto sotto cui nascondere questa prova nemmeno comparabile con il lavoro di Alberto Saichann dell’epoca, di cui rimarrà (salvo l’emergere di evidenze contrarie) l’unico episodio.

La Columba dovette essere molto motivata nel coprire questo passo falso: anche se Boroj è comunque condannato dalla peste, anche se la sua fine ha qualcosa di rituale, anche se la simbologia evocata dal mago può rimandare alla promessa di un aldilà, la storia si conclude comunque con quello che tecnicamente è un suicidio, e si sa quanto la cattolicissima Columba fosse sensibile sull’argomento.

Per la cronaca, due anni dopo Cataldo si prenderà veramente carico della serie Vikings e disegnerà altri liberi a tema vichingo per la Record. E in quelle occasioni disegnerà decisamente meglio.

mercoledì 17 giugno 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Los Salvajes Niños de la Memoria (1993)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Los Salvajes Niños de la Memoria

Miniserie in quattro episodi in ognuno dei quali lo stesso Wood, in un impeto di culto della personalità o per esigenze di impaginazione della Columba, invita il lettore a sedersi con lui e ad ascoltare la storia che sta per raccontare.

Maurizio Marinelli sta morendo e da vecchio imprenditore di successo ha un codazzo di speranzosi eredi che attendono la sua morte. I soldi non interessano invece a César, il suo nipote prediletto che venne allontanato dalla famiglia otto anni prima per un evento delittuoso di cui non fu provata la sua colpevolezza ma che comunque sollevò uno scandalo in paese: venne visto accanto al cadavere di un uomo appena ucciso. César vorrebbe solo salutare per l’ultima volta lo zio, informato della sua impellente dipartita dalla cugina Marina. I “figli selvaggi” del titolo sono in effetti César e Marina che sin da bambini amavano nascondersi nel bosco vicino casa e condividevano un rapporto speciale da cui gli altri familiari erano esclusi. Tra questi Enzo, il fratello di César che va su tutte le furie quando scopre che l’eredità (e con essa la ditta a cui ha dedicato la sua vita) andrà tutta a César. Che dal canto suo rischia di non godersela: per poco non viene ucciso da un proiettile che gli viene sparato proprio mentre si trova nel bosco che tanto ama. La polizia trova l’arma del delitto: è una pistola regolarmente registrata a nome di Enzo.

Il cast dei personaggi è ben nutrito e comprende Adriana, la giovane infermiera che si prese cura di Maurizio Marinelli fino alla sua morte, l’avvocato di famiglia Claudio, Antonella moglie di Enzo ed Elisa giovane vedova di Maurizio. Da citarsi anche il commissario Vitale che segue il caso e uno di quei medici di famiglia cinici e ubriaconi tipici di Wood. Il finale quindi la soluzione del mistero (e del mistero nel mistero, cioè quello che successe otto anni prima) è tutt’altro che scontata, anzi decisamente ben architettata. Si perdona facilmente a Wood di non averci fornito gli indizi per sospettare del vero colpevole, che giunge del tutto inaspettato. Lo stile dei dialoghi presenta l’enfasi tipica dello sceneggiatore, ma i personaggi che si accusano a vicenda di essere melodrammatici smontano ogni possibile critica che possa muovere il lettore in merito.

Con scrupolo encomiabile la Columba indicava sia Percy Ochoa che Oscar Martutaitis come autori dei disegni, nonostante a firmare fosse solo il primo, insieme a tal “Evelyn”. Curiosamente dal connubio tra Ochoa (collaboratore di Gerardo Canelo) e Martutaitis (assistente di Lito Fernandez) nasce un disegno del tutto simile a quello di Alfredo Falugi, coi suoi pregi e i suoi difetti: tanta espressività e derive caricaturali.

domenica 7 giugno 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Wolf (1980)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Wolf

Notte di tempesta nel bosco di Magenham. Uno sciacallo (l’unico mai avvistato in Inghilterra) si contende la scena con una lupa mentre un druido osserva insieme alla sua accolita quello che sta succedendo: dei vichinghi danesi stanno dando la caccia a una donna incinta e al guerriero che l’accompagna. Il nascituro è figlio di re Marlin del Wessex, testé assassinato, e una profezia vuole che se diverrà adulto farà suonare la campana a morte per i Danesi. Motivo più che sufficiente perché i vichinghi vincano le loro paure e si inoltrino nel bosco che si dice stregato. Ma uccidere la donna non sarà affatto facile: avrà pure rinunciato ai suoi poteri di “donzella del bosco” per congiungersi con un umano, ma la sua guardia del corpo Alfred è un fine stratega che conosce bene la zona. E anche gli elementi naturali intervengono per salvare il bambino, con folgori ben piazzate – o sono proprio il druido Rorgan e la sua assistente Fiona a evocarle? La donna riesce così a partorire in un luogo consacrato, morendo nel dare alla luce un bambino che come intuibile dal titolo sarà allevato dalla lupa di cui sopra insieme al druido e alla sua accolita.

Torna quindi il topos per eccellenza di Robin Wood: il giovane spossessato in cerca di vendetta, ma stavolta con una variante molto originale: passati dieci anni il ragazzo-lupo non vuole affatto vendicarsi o riscattare il suo regno, ma disprezza tanto i Danesi quanto i consanguinei Sassoni, non comprendendo perché gli uomini si scannino per quelle che a lui (che si sente un lupo) appaiono come idiozie. Un bel distacco dagli stereotipi del genere avventuroso, che invece saranno ancora alla base del Dago che esordirà l’anno successivo.

Wolf è una serie di stampo avventuroso, con punte epiche e anche sequenze molto drammatiche. Quella pochissima ironia che affiora col contagocce è comunque efficacissima, uno degli esempi migliori di Wood. C’è una continuity, ma come nelle migliori serie di Wood è una continuity “rilassata”: la lotta contro l’usurpatore vichingo Ragnar e il rapporto amoroso con sua figlia Mette sono sempre presenti, ma al momento opportuno finiscono sullo sfondo perché Wood preferisce accantonarli in favore di soggetti più interessanti. Magari inserisce anche qualche imbeccata sugli sviluppi futuri, come il rinvenimento del tempio in cui si trovano le armi e i fondi con cui ribellarsi in futuro agli oppressori, ma sempre senza fretta e senza impegno.

È incredibile come da argomenti tutto sommato già abbondantemente sfruttati Wood sia riuscito a imbastire storie interessanti trovando soggetti sempre nuovi e originali, bilanciando perfettamente Storia e fantasia – anche se la seconda ha un ruolo molto più incisivo. Oltre a scrivere una saga avvincente e originale, Robin Wood è riuscito a gestire bene l’equilibrio tra gli elementi reali e quelli fantastici: in sostanza l’eventuale intervento di questo ultimi è lasciato all’interpretazione del lettore e il druido Rorgan potrebbe benissimo generare certi fenomeni come semplicemente esserne solo testimone. Certo, si intravedono folletti e gnomi (pure un hobbit!) ma non interagiscono mai con gli umani e compaiono solo in quelle che potremmo considerare semisoggettive, quindi potrebbero essere “visti” solo da coloro che ci credono. Questa conturbante ambiguità è facile da mantenere in una storia breve, ma farlo per due dozzine di episodi lo è molto di meno e riesce solo ai grandi professionisti come Wood.

Tornando a Wolf, lo vediamo diventare adulto sempre con la mamma lupa al suo fianco. Da quanto apprendo, un lupo in natura non sopravvive solitamente oltre i 10 anni, quindi evidentemente lei gode di eccellente salute. Ma per quanto il protagonista voglia sempre stare al margine delle lotte tra gli uomini, non può sfuggire al suo destino: gli invasori cessano di litigare tra di loro e sotto la guida di Harald Sigurdsson (che dovrebbe essere Harald III di Norvegia) stanno per soggiogare definitivamente l’Inghilterra. Ragnar, l’arcinemico di Wolf, non vuole sottomettersi a un potere superiore al suo e ciò offre il destro per ulteriori sottotrame. Ma non serve a molto: il mondo di Wolf sembra destinato a sparire sotto l’impeto dei vichinghi uniti da Harald e il valente protagonista, che almeno è riuscito a tranciargli una mano, viene esiliato nello Jutland. Alcuni personaggi importanti vengono uccisi, le varie sottotrame si intrecciano, la saga ingrana la quinta e si prospettano sviluppi interessantissimi con una piratessa scandinava. E Wood abbandona la serie.

Passando ai disegni, Jorge Zaffino era già uscito dall’ala protettrice della studio dei Villagran esordendo da solo qualche anno prima su Nippur di Lagash per poi realizzare la prima decina di episodi di Kayan. Agli albori degli anni ’80 non è ancora il maestro del chiaroscuro e dei fitti tratteggi che diverrà in seguito né persiste nelle ipertrofie anatomiche che avevano caratterizzato i succitati fumetti, ma (quando si ricorda di disegnare i piedi) produce già delle ottime cose con uno stile ricco di dettagli ma molto leggibile e dinamico. D’accordo, Zaffino non è il colmo della precisione storica: i vichinghi indossano gli elmi con le corna che in realtà non portarono mai (anche sulle armature ci sarebbe da ridire) e i castelli inglesi sembrano usciti da un libro di favole piuttosto che da una guida turistica del Wessex. E in un paio di occasioni Rorgan e Fiona sono abbigliati in maniera veramente ridicola. Poco importa: sono comunque disegnati bene.

Occasionalmente Zaffino viene sostituito da Eduardo Barreto che ogni tanto si firma Simon Gneiss. O almeno vorrebbe farlo: curiosamente questa sua scelta non viene sempre rispettata dalla Columba che lo segnala col suo vero nome nella prima pagina mentre lui firma le tavole con lo pseudonimo. Barreto o Gneiss che sia, comunque, la differenza rispetto a Zaffino si nota, eccome se si nota. Pur senza mai toccare livelli stratosferici, saprà rifarsi in seguito ma qui è ancora rudimentale e non lo aiuta il fatto di aver usato foto (soprattutto di donne) come base, visto che risultano fuori contesto; d’altro canto la Columba avrà pur avuto bisogno di un “velocista” che mettesse una toppa laddove Zaffino non poteva consegnare in tempo, anche se dalle date di alcune firme intuiamo che gli episodi di Wolf venissero realizzati con largo anticipo. Curiosamente, in una delle occasioni in cui si firma col suo cognome Barreto vi aggiunge anche «Ferreyra»: dubito si trattasse di un assistente e men che meno dello sceneggiatore Luis, semplicemente il nome completo di Barreto è Luis Eduardo Barreto Ferreyra. Zaffino dal canto suo in un’occasione firmerà insieme a tal “Lilian”, forse appartenente alla casistica delle compagne/collaboratrici dei disegnatori.

Come detto, Wood abbandona la serie sul più bello, per la precisione col 23° capitolo – che comunque ha l’aria di essere un riempitivo, tanto più che fu disegnato da Barreto sette mesi prima della pubblicazione. Se non erro, all’epoca era ancora sposato con la danese Anne-Mette e scrivere un fumetto in cui i suoi connazionali erano i cattivi avrebbe potuto turbare la quiete domestica. Scherzi a parte, la serie continuò ancora per altri 10 anni e un centinaio di episodi a testimonianza del gradimento di cui godeva – meritatissimo, se non si fosse capito. I testi passarono al semper fi Armando Fernandez, che già aveva scritto il decimo episodio, in incognito dietro alcuni dei suoi vari pseudonimi (e con qualche rara sostituzione alla fine della serie da parte di Daniel Sinopoli). “Ned Patton”/“Gonzalo Bravo”/“Denny Robson” risolse l’incombenza con grandissima professionalità, dando seguito e conclusione al ciclo che aveva impostato Wood e sviluppando nuove idee e nuovi scenari, talvolta anche ricollegandosi a elementi dei primi episodi. A mio gusto, un difetto di Fernandez è che elimina l’ambiguità sugli elementi sovrannaturali della serie, avvalorando la loro effettiva esistenza (in alcuni casi è impossibile darne una giustificazione razionale). Ma lo perdono volentieri visto che, udite udite!, darà alla saga un finale degno di questo nome, peraltro molto bello.

Alla sua ottima prova si accompagna uno Zaffino che sviluppa sempre di più il suo stile fino a diventare il Maestro che sarà riconosciuto in seguito. Le sue masse nere e il suo tratto graffiato e materico daranno vita a figure granitiche ma al contempo dinamiche ed espressive. Anche lui però dovette passare la mano e a sostituirlo in maniera abbastanza stabile fu un giovane ma già molto bravo Ruben Meriggi, che in alcune occasioni si farà assistere da Walter Alarcon. Ho scritto «abbastanza stabile» perché anche nel caso di Meriggi non mancheranno dei disegnatori-ospiti, oltre all’occasionale ritorno di Zaffino, che produrranno a loro volta delle tavole molto valide: Fabian Slongo (che firma insieme a «Estela Marisa») e Victor Toppi (anche quest’ultimo veniva dalla fucina di talenti che fu lo studio dei Villagran). L’ultima ventina di episodi fu invece realizzata da un Sergio Ibañez ancora piuttosto acerbo e confuso.

Tra le serie di Wood inedite in Italia Wolf è probabilmente la migliore, e più in generale la metterei nel novero dei suoi capolavori tout court. Anche a livello grafico si mantiene su buoni livelli pur con le defaillance di Barreto e Ibañez. Peccato che non sia mai stata pubblicata da noi, avrebbe fatto un figurone su Lanciostory o Skorpio. Probabilmente ha pesato il cambio di sceneggiatore, che a parte rari casi era un tabù per l’Eura.

domenica 17 maggio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Brío (1989)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Brío

Puerto Vasallo è un postaccio dei Caraibi dove un damerino del tutto fuori contesto ingaggia l’indebitato capitano Brío per un appetitoso incarico: in fuga dalla Russia zarista con tutti i suoi ori, un conte fece naufragio in zona e solo quattro persone sopravvissero, tra cui sua moglie la contessa Ana Marsikova. A Brío viene affidato il compito di recuperare il relitto con il suo favoleggiato tesoro sotto la supervisione di tre dei sopravvissuti (la contessa, il damerino e la segretaria inglese) a cui si aggiunge anche un gigantesco cosacco. Ben prima di sapere i dettagli Brío ingaggia la sua eterogenea ciurma: l’attaccabrighe mingherlino Morton, il cinese Ching dalle pessime doti culinarie ma dal fine intelletto, il «pobre negro» Ebenezer padre di talmente tanti figli da confondere lo stesso Wood (nel primo episodio viene infatti presentato come Salomon: Ebenezer è il nome di uno dei bambini); a loro si unisce anche il manesco taverniere Ambrosio.

Il viaggio non è ancora iniziato che Brío viene aggredito dal colossale monco uncinato Blackjack, il quarto sopravvissuto al naufragio che si getta a sua volta alla caccia del tesoro. Ma la storia del naufragio sarà poi vera, e i tre sopravvissuti  sono veramente chi dicono di essere?

Brío è una serie avventurosa di altissimo livello, con personaggi splendidamente caratterizzati, trovate molto originali, colpi di scena e sequenze ben costruite. Wood gioca ancora una volta con il ribaltamento degli stereotipi, per cui ad esempio un personaggio apparentemente innocuo si dimostra invece sin troppo capace di difendersi da solo. Praticamente in ogni pagina c’è almeno una battuta o una sequenza divertente. E non intendo che i personaggi si mettono a fare i pagliacci o Wood ricorre a situazioni assurde come in Pepe Sanchez: semplicemente protagonisti e comprimari agiscono in piena coerenza con la loro natura ben definita e piazzano battute con una naturalezza che le rende ancora più gustose, soprattutto nei contesti drammatici. Siamo insomma dalle parti del Francis Didier di Qui la Legione che appena liberato dai beduini chiede se qualcuno ha una sigaretta, o di Nippur che fa da controcanto a Gilgamesh che si presenta come signore di Uruk proclamandosi signore dei suoi sandali.

Gomez Sierra/Enrique Villagran butta giù pennellate sinuose a volte un po’ pesanti, senza troppi fronzoli ma con buon dinamismo ed espressività. Le derive anche solo un po’ umoristiche si sposano perfettamente con questo contesto.

Brío si legge insomma con grandissimo piacere ma ha un unico gigantesco difetto: è rimasta incompiuta. Dopo tre episodi venne abbandonata per motivi che ignoro e non sapremo mai come avrebbe dovuto concludersi la ricerca del tesoro. Non è certo la prima volta che succede, ma resta un vero peccato.

Non lo sapremo mai, Brío

sabato 2 maggio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Esclavo (1969)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Esclavo

Nel famigerato elenco di serie che Robin Wood sottopose a Fumo di China 26 figurava anche tale El Esclavo. In quel frangente Wood parlò proprio di serie e non di personaggi, quindi in teoria non si può giustificare la citazione di Hawk come deuteragonista di Mark o Dave y Booth»] distinto da Rio.

Ma torniamo a El Esclavo: un fumetto con questo titolo venne realizzato da Wood coi disegni di Lucho Olivera. Visto quello che dichiarò a Fumo di China evidentemente gli autori volevano ritentare il colpaccio e farne un nuovo successo sulla scia di Nippur, ma invece non ebbe seguito. Il fatto che nella prima tavola manchi l’indicazione «E-1» con cui la Columba segnalava i primi episodi di una serie non è indicativo: nei tardi anni ’60 non lo faceva ancora, e comunque come abbiamo visto e come vedremo ancora non era neppure una garanzia di programmata continuità.

La storia si svolge nella Micene di Agamennone e come intuibile ha per protagonista uno schiavo, un barbaro che proviene da un lontano paese caratterizzato da montagne innevate, grandi foreste e asce bipenni. È una di quelle storie in cui Wood si abbandona a un accorato lirismo con interpellazioni dirette al lettore, fortunatamente limitate all’inizio e alla fine. A differenza del padre anche lui schiavo che morirà «di vecchiaia e orgoglio», il giovane protagonista ha però una possibilità di riscatto, per quanto improbabile. La corte micenea ha organizzato infatti dei giochi per i giovani aristocratici a cui possono partecipare anche gli schiavi che hanno compiuto vent’anni, che saranno liberati in caso di vittoria: i partecipanti devono correre ad afferrare delle armi con cui sconfiggere gli altri. Solo che i nobili useranno bighe e cavalli mentre gli schiavi dovranno farcela a piedi. A questo spettacolo assistono protagonisti dell’epica omerica e non solo: Achille, Ulisse, Menelao, Nestore, Paride, Teseo, Patroclo, Aiace, Oreste, ecc. Una scelta bizzarra (teoricamente alcuni non avrebbero potuto incontrarsi nella stessa epoca) che trasporta la vicenda nell’ambito della mitologia piuttosto che della Storia.

Lo schiavo, dall’improbabile nome di Aifos (ma ricordiamoci dell’Aneleh di Nippur: un omaggio dello sceneggiatore a una certa Sofia?), userà il cervello e riuscirà a vincere conquistando la libertà. E per lui Ulisse e Nestore prevedono un glorioso futuro in cui sarà un temibile guerriero. Ma se questa fosse l’imbeccata per successivi episodi, come in effetti ha tutta l’aria di essere, la serie El Esclavo invece si conclude qui. Non esistono nemmeno evidenze di altre opere di Wood intitolate ad Aifos, immaginando che volesse usare il suo nome ora che tecnicamente non era più uno schiavo.

I disegni di Lucho Olivera, per quanto non del tutto maturi, sono decisamente riusciti. Se consideriamo come disegnava Nippur solo due anni prima o se ricordiamo alcuni suoi liberi anni ’60 visti anche su Lanciostory è innegabile che avesse intrapreso il cammino giusto che lo avrebbe poi portato all’eccellenza di metà anni ’70. C’è ancora qualche imprecisione ma fanno capolino anche quelle decalcomanie e quelle retinature creative presaghe dell’esplosione creativa a venire.

Nonostante El Esclavo dimostri tutti i suoi anni è comunque un fumetto affascinante, o forse è affascinante proprio perché dimostra tutti i suoi anni.

mercoledì 22 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Harry White (1974)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Harry White

A vent’anni Harry White presta servizio a bordo dell’Enola Gay e assiste così da una posizione privilegiata agli effetti dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima. Devastato dal rimorso, vaga per mesi ubriacandosi per il Giappone finché non viene introdotto a un monastero dove apprende il karate (o meglio il karate-do) e ritrova la pace.

I primi cinque episodi alternano due linee temporali: gli anni in cui Harry si allena nel monastero dove affina le arti marziali e il periodo del suo peregrinare dal 1945 fino a quando venne (r)accolto dal vecchio Mifune che lo introdusse al karate. La vita di Harry White è in continuo movimento, e così la sua serie: dopo dieci anni abbondanti di meditazione e allenamento, uno dei monaci intuisce che è ora per Harry di tornare nel mondo secolare e lo incarica di prestare soccorso all’amico scrittore Yin-Ho a Hong Kong: si tratta di una scusa per spingerlo oltre le mura protette del monastero. E il suo impatto col mondo esterno non è niente male visto che si trova a dover affrontare il Tong, la secolare mafia cinese, e la caotica situazione della città dopo la guerra di Corea, evocata efficacemente da Wood. Harry apre una scuola di karate e diventa conosciuto come “il Monaco”, cosa che effettivamente è.

A Hong Kong passano altri quattro anni, e non siamo arrivati nemmeno al quindicesimo episodio che lo scenario cambia ancora: un torneo di arti marziali dall’eco internazionale diventa l’occasione per il fratello minore di Harry di scoprire che è ancora vivo e quindi andare a prenderselo a Hong Kong. Dopo una sosta in Giamaica dove Charles White cerca di far dimenticare un lutto a Harry (sgominare una cellula di vecchi nazisti può essere un buon sistema per farlo) la scena si sposta negli Stati Uniti. Il ritorno alle consuetudini della vita oltreoceano non sarà facile visto che i dodici anni nel monastero e i tre come insegnante di karate (ma non erano rispettivamente 10 e 4? Oh, beh, la coerenza interna non è mai stato il primo pensiero di Wood) hanno creato un baratro incolmabile tra le abitudini di vita di Harry e quelle di suo padre Arthur. “Il Monaco” decide quindi di partire in moto, frutto di una delle sue buone azioni, verso il sud del continente dove si scontra con le situazioni tipiche di quella parte della nazione e di quell’epoca: Hell’s Angels, redneck, Ku Klux Klan, reduci del Vietnam… queste storie sono episodiche, ognuna racchiusa in sé, ma vi si percepisce il senso del viaggio e un percorso preciso verso una meta, per quanto indistinta. Quindi un minimo filo conduttore c’è, o almeno io ho voluto vedercelo. Poi subentra il Messico e la serie si sfilaccia: in un episodio Harry perde la memoria senza conseguenze a lungo termine, in un altro lo ritroviamo come lavoratore nelle selve messicane (anche qua, solo per quell’unica occasione), in un altro ancora è tuttofare in un albergo, ecc. C’è un tentativo di ricreare una struttura più coesa con l’introduzione della gitana Maria, ma la cosa si esaurisce tragicamente in un paio di episodi. Ogni tanto lo stesso protagonista finisce in secondo piano rispetto ad altri personaggi che incarnano le problematiche tipiche del Sudamerica: condizione dei nativi, sfruttamento delle risorse, brigantaggio, guerriglia, violenza della polizia, vecchi pazzi vestiti da vampiri, ecc.

Harry White termina nel 1978 inanellando 35 episodi. Verso la fine la serie rarefece le sue apparizioni su Fantasía e gli ultimi due episodi vennero pubblicati nove mesi dopo quello precedente. Il finale è quello tipico di molte, troppe, serie di Wood: è un episodio assolutamente normale, che non conclude nulla e potrebbe benissimo essere stato messo due o dieci o venti episodi prima. Certo, venti no perché non era ancora cominciata la fase messicana ma credo di aver reso l’idea. È probabile che in redazione avessero invertito l’ordine di pubblicazione degli episodi perché nel penultimo Harry sarebbe dovuto partire per il Nord Europa e non aveva più la moto, mentre in quello che venne pubblicato per ultimo è ancora in Sudamerica motorizzato. Ma non cambia poi molto: anche così la serie sarebbe rimasta sospesa e inconclusa.

Pur con la nota negativa di questo anticlimax, si tratta di una bella serie: ha un assunto di partenza originale, o che tale mi sembra (Wood riprese l’idea del pilota dell’Enola Gay nella storia di Un Giorno Un Secolo disegnata da Solano Lopez, non so se si era ispirato a qualche film o romanzo); ha un ottimo cast di comprimari; finché ce l’ha dispone di una continuity piuttosto stringente ma per nulla invasiva, che si apprezza con una lettura organica – poco importa che la Kate Joyce titolare di un episodio non sia evidentemente quella già citata in precedenza. Non mancano poi sequenze toccanti come l’episodio con il vecchio bandito Aurelio o quello del lottatore cieco che cerca Harry per ucciderlo in combattimento e vendicare così Hiroshima. Wood era inoltre cintura nera di karate e sapeva bene di cosa parlava. Ecco, forse un difetto potrebbe essere una certa pesantezza nelle didascalie in cui Wood sale in cattedra e si dilunga in particolari tecnici o storici, anche considerando che dato il tono della serie le didascalie di Harry White erano già pervase da una ieratica retorica. A differenza di altre serie di Wood, inoltre, non c’è molta ironia anche se quella poca presente è molto efficace, vedi il fraseggio fra la karateka cinese Mei-Ling e l’ereditiera Lisbeth Van Arden. Un fumetto, però, è anche costituito da disegni. Una volta, almeno, era così.

Oltre che scarni e approssimativi i disegni di David Mangiarotti sono decisamente anonimi, cosa rara per un autore argentino. È una specie di disegnatore di strip americane più rudimentale, diciamo un John Prentice meno curato. Inoltre fa anche ricorso a splash page e a vignette molto grandi dove rivela disinteresse per i dettagli e anche una conoscenza deficitaria dell’anatomia. Scelte quindi poco comprensibili ma ho una mia teoria al riguardo: gli sceneggiatori argentini (Wood, almeno) non scrivevano visualizzando le tavole ma descrivendo solo le singole vignette lasciando poi al disegnatore l’incombenza di organizzarle come meglio credeva: probabile che qualcuno volesse allungare un po’ il brodo producendo qualche tavola in più del necessario da farsi pagare dall’editore. Al di là di questo, in una serie sulle arti marziali le mani, i piedi e in generale tutto il corpo hanno un ruolo rilevante; Mangiarotti  non era proprio il disegnatore adatto. Penso a quello che avrebbero potuto fare il Lucho Olivera degli anni ’70 o Horacio Altuna, che qualche anno prima aveva disegnato vari unitarios di Wood a tema karate.

Oltretutto Mangiarotti avrebbe anche avuto le giustificazioni perfette per disegnare in maniera non calligrafica, visto che Wood ricorda spesso come la pratica del karate renda le nocche enormi e le dita della stessa lunghezza e quasi prive di unghie, ma il disegnatore non ne approfitta per prendersi qualche licenza che sarebbe stata giustificata. Disegna mani e piedi normali, solo che li disegna male. A volte manca addirittura la corrispondenza tra la descrizione dei personaggi e la loro raffigurazione: comprimari o antagonisti che dovrebbero essere brutti, giovani, grassi o bassi non vengono disegnati così, o perlomeno non con la stessa enfasi che dovrebbero avere basandosi sulle didascalie. Chi se ne frega poi se di una ragazza viene sottolineato il bell’abito provocante: Mangiarotti la disegna dal collo in su! In più di un’intervista Wood lamentò il fatto che non sempre (quasi mai) i disegnatori avevano reso giustizia ai suoi testi, arrivando a dire che gli avevano rovinato più di un fumetto. Credevo fosse un’esagerazione, ma poi ho visto Harry White. Non che Mangiarotti fosse sconosciuto in Italia, visto che aveva sostituito Garcia Lopez su Roland il Corsaro.

Robin Wood dà una dimostrazione di karate:
"Il karate è un'arte. Da quando l'ho imparato, combatto raramente con qualcuno."

La serie viene ripresa nel 1984, scritta inizialmente da Gustavo Amezaga (cioè Manuel Morini) per poi passare stabilmente nelle mani di Ricardo Ferrari che già era stato accreditato come collaboratore alla stesura di tre degli episodi di Wood. L’ipotetica imbeccata fornita da Wood in merito a una trasferta nordeuropea non venne minimamente considerata. Anche questa seconda fase dura circa 4 anni. Onore al merito, Mangiarotti migliorerà parecchio, ma non lo metterei comunque nell’Olimpo dei disegnatori argentini.