Visualizzazione post con etichetta Raoul Traverso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Raoul Traverso. Mostra tutti i post

domenica 26 aprile 2026

Avanti e indietro nella Storia

Questo nuovo volume della meritoria collana che Nicola Pesce Editore dedica a Gianni De Luca presenta un menu molto ricco, ben 15 fumetti (o che per tali vennero spacciati) e anche se alcuni durano poche pagine sono comunque dei recuperi molto interessanti.

Direi che i pezzi forti, per lunghezza o per l’eco che ebbero, sono La meravigliosa invenzione, Il mago Da Vinci, Le braccia di pietra e soprattutto Gli ultimi sulla Terra. Ma non ha molto senso fare classifiche o attribuire graduatorie di valore visto che l’antologia svolge soprattutto un’importante funzione di recupero storico e ristampa ad esempio anche un raro fumetto di De Luca visto quasi solo su Il Corrierino, rivista a me sconosciuta e da non confondersi con Il Corriere dei Piccoli.

La meravigliosa invenzione è il primo fumetto in assoluto (pubblicato direttamente in albo) di Gianni De Luca, contrariamente a quanto riportato su Fumo di China 22. Diciamo che lo si può definire “fumetto” per comodità, perché in realtà si tratta di una lunga sequenza di vignette numerate accompagnate da didascalie, quasi a voler scongiurare il futuro viziaccio di De Luca di mettere balloon e didascalie in calce alla tavola, dove si mimetizzavano col resto e finivano per essere lette dopo la scena che accompagnavano. Siamo nel 1463 e l’invenzione del titolo altro non è che la macchina da stampa di Gutenberg, che a quanto pare suscitò perplessità anche violente simili a quelle che oggi riguardano l’intelligenza artificiale. Due italiani, col beneplacito della Chiesa, vorrebbero portare a Roma nientemeno che il suo inventore il quale, ormai vecchio e malato, vi manda invece i suoi due più fidi assistenti. La trama poteva offrire il destro a situazioni avventurose (e in effetti prometteva di farlo) ma tutto fila troppo liscio per non categorizzare il “fumetto” nella cronaca piuttosto che nella narrativa. Paradossalmente, una storia sulla stampa è stampata male.

Il mago Da Vinci scritto da Piero Salvatico racconta alcuni episodi della vita di Leonardo, che a trent’anni sembra averne il triplo. Non ci fa una bella figura perché sembra torpido a non accorgersi mai dei maneggi del suo assistente Cesare Da Celso. Ma ovviamente la ripetitività di certe situazioni si percepisce con questa lettura organica mentre leggerlo a puntate su rivista doveva restituire sicuramente un altro effetto. De Luca curò anche i colori con esiti eccezionali, e le masse colorate rendono meno distinguibili le defaillance della stampa.

I naufraghi del MacPerson è una storia (scritta da Roudolph, cioè Raoul Traverso) piuttosto confusa. Già leggerla è un’impresa: molte tavole sono orientate orizzontalmente e si è preferito pubblicarle una sopra l’altra piuttosto che una per pagina ruotandola di 90° per conservare al lettore quelle diottrie che ancora possiede; ma in realtà non si sarebbe risolto granché a causa delle tavole finali verticali e della misteriosa tavola quadrata di cui nemmeno Pier Giuseppe Barbero sa dare una spiegazione. Quei lettori dalla vista perfetta o muniti di lente d’ingrandimento che si saranno dedicati alla lettura potrebbero comunque rimanerne perplessi: il nostromo ordisce l’ammutinamento della nave per impossessarsi della casse d’oro che trasporta in incognito. Fanno però naufragio e buoni e cattivi si ritrovano su un’isola. Alla combriccola si unisce il galeotto Darlavy anch’egli naufragato con la sua ciurma, che ruba la scena a tutti gli altri. Seguono vicissitudini varie e poi Darlavy si dà con maggior dedizione alla pirateria ma la cattura di una donna indomita, Zefir, lo mette sulla retta via. Alla fine tutti i protagonisti hanno una visione mistica della città che fonderanno, chiamata MacPerson come la nave. Boh. Sembra quasi che siano state unite a forza due o più storie, o che l’idea originaria sia stata cambiata in corsa e questo potrebbe forse spiegare la differenza tra la forma delle tavole destinate a pubblicazioni diverse. Se non altro, essendo stata scansionata (da Federico Monti) dagli originali in possesso di Laura De Luca questa storia è stampata un po’ meglio delle altre.

Segue un tris di storie brevi in bianco e nero pubblicate in origine su testate varie («Albo Ted» e «Gli albi del Vittorioso») e scritte tutte da Piero Salvatico occasionalmente celato sotto lo pseudonimo Salpierre. Il nemico nell’ombra è una disamina contro Fouché. Il re della montagna narra di una combine ciclistica forse ispirata a un episodio vero. Il fiore della morte è un’avventura abbastanza suggestiva per quanto ingenua: la figlia del professor Livi è resa cieca dopo aver rimestato nei suoi esperimenti con la pianta del titolo, quindi lo scienziato se la porta in Africa per recuperarne un altro esemplare da cui ricavare l’antidoto. Probabilmente le fonti originarie di questi tre fumetti erano di dimensioni ridotte, e questo ha portato a un esito di stampa catastrofico. I tratteggi si impastano in un nero acquitrinoso e parecchie dentellature tolgono incisività non solo ai disegni ma pure al lettering originario cancellandone alcune parti.

Si arriva quindi a Gli ultimi sulla Terra, gioiellino di cui avevo solo sentito parlare. Non mi spingo a dire che sia Lost prima di Lost ma un po’ ci somiglia. L’occasione della ristampa di questo fumetto che tanto fascino suscitò nei lettori dell’epoca (a ragione) è tale da meritarsi una presentazione scritta nientemeno che da Gianni Brunoro. Voglio illudermi che l’avviso sullo spoiler della redazione della NPE sia anche frutto delle mie esternazioni.

Ambientata tra due secoli, la storia scritta da Eros Belloni vede l’eterogenea fauna di passeggeri del volo “Pearl Harbor” da Los Angeles a Singapore assistere a un disastro atomico. Fanno parte di questa compagine il missionario Don Claudio Arrighi, la signora Giovanna Wolf moglie di un «agente consolare» che raggiungerà a Singapore insieme ai tre figlioletti, il banchiere Filippo Ferraù che nasconde un segreto, il russo Vassili Blinderman che secondo uno schema che tornerà nel primo episodio del Commissario Spada dimostra già col volto la sua malvagità, il tenente Joe Spring incaricato di sorvegliarlo. Come macchiette comiche sono inseriti il commendator Sacconi sedicente stella della lirica e Sam Brown, un pugile fanfarone che da buon «loquace negro» si mette a ballare quando è felice. Dopo l’incidente atomico l’aereo precipita su un’isola e qui i sopravvissuti, convinti di essere gli ultimi esemplari dell’umanità, dovranno fare di tutto per salvarsi. Il progredire della vicenda non risparmia tanta suspense e nemmeno situazioni tragiche e posso capire che i giovani lettori dell’epoca aspettassero con trepidazione i nuovi episodi. A parte gli eroici piloti Pietro, Tonio e Franco (e la hostess Rose-Marie) il protagonista assoluto è Don Claudio, nauseante da tanto è intelligente, devoto, dinamico, comprensivo, paterno.

Annalena è il recupero d’annata di cui parlavo in apertura. Neanche questo è un fumetto, o almeno è un “fumetto” come lo intendevano i Valvolinici: vignetta-didascalia, vignetta-didascalia, vignetta-didascalia. La storia verte attorno ai maneggi per il potere alla corte dei Medici dal 1440 in poi. O almeno credo: è uno di quei casi in cui la sovrabbondanza di testo (opera di tal Florian) rende confusi i fatti piuttosto che chiarirli. Con anche sole quattro vignette per tavola, oltretutto a colori, De Luca confeziona un lavoro spettacolare.

Le braccia di pietra sono i colonnati di Piazza San Pietro a Roma che con molta fantasia possono essere visti da un punto strategico come braccia che accolgono i fedeli. Il protagonista è il giovanissimo Paoletto Rocchi che vorrebbe abbandonare la scuola per intraprendere il mestiere del padre, un «sampietrino». Non ho ben capito cosa fosse ma le sue mansioni contemplavano anche l’arrampicarsi con le corde sulla cupola di San Pietro. Messo di fronte alla pericolosità di quel lavoro Paoletto lascia perdere le velleità professionali e si impegna a scuola, fulgido esempio per i lettori de Il Vittorioso. Mi chiedo con che coraggio la redazione facesse questo panegirico dell’istruzione per poi lasciare che nei testi dei fumetti si mettesse la virgola tra soggetto e verbo.

La lezione impartitagli dal padre non si limita comunque alla necessità dell’istruzione: Paoletto ha infatti modo di vedere la miseria dei molti che sostano nei colonnati sopravvivendo con le elemosine o tramite piccolissimi commerci e decide quindi di fondare coi suoi amici una sorta di ronda che si prenda cura dei derelitti di San Pietro. Dopo alcune storie che sono tali per modo di dire e che riguardano le buone azioni di questa Banda dell’Obelisco (non vengono risparmiate tragedie oggi impensabili in una pubblicazione per ragazzi) arriva finalmente una trama più avventurosa e articolata con un antiquario antipatriottico che vorrebbe vendere la statua antica che ha rinvenuto a un compratore straniero invece che affidarla alle competenze italiane. Proprio adesso che la serie, scritta anch’essa da Belloni, prende la giusta direzione viene interrotta.

La leggenda della montagna è il resoconto della conquista dell’Everest a opera di Roudolph/Traverso. Onore al merito, il vero protagonista è lo sherpa Tensing nelle varie fasi della sua vita e quindi delle spedizioni che si avvicendarono. Anche di questa storia la stampa è stata fatta in bianco e nero a partire dagli originali, scansionati da Paolo Altibrandi.

Le mie prigioni e Pietro Micca sono due riassunti fulminanti (rispettivamente due e una sola tavola) delle imprese di Ippolito Nievo e Pietro Micca. Se prima ho citato Valvoline qui il pensiero è corso a Tamburini col suo Snake Agent visto che in questo spazio esiguo vengono eliminati tutti i tempi morti che danno il ritmo a una narrazione e anni di prigionia si risolvono in quattro e quattr’otto. E con un profluvio di didascalie.

Assalto al K.2. è un’altra avventura alpinistica, in cui l’aspetto avventuroso che non manca è vanificato dall’ossessiva presenza della religione, ridondante ben oltre la necessità di giustificare delle morti tragiche. Anche queste storia scritta da Roudolph è stata scansionata dalle tavole originali.

I tre J viene trattata con eccessiva sufficienza da Pier Giuseppe Barbero nell’introduzione: la storia sarà pur banale ma non mi pare che la maggior parte delle altre brilli per originalità o inventiva. Inoltre anche se i disegni fossero stati inchiostrati da qualcun altro come ipotizzato non sono affatto pessimi: se non l’avessi letto non me ne sarei nemmeno accorto, anche se l’abbondanza di neri non era così praticata da De Luca. Immagino che vedere le tavole nella pubblicazione originale faccia un altro effetto, perché qui la riproduzione è quella che è. In sostanza, Danilo Forina scrive una storia edificante sui pescatori di spugne delle Bahamas. Neanche qui mancano morti drammatiche, a giudicare da questo volume ce n’erano di più nella stampa cattolica che nei successivi Guerra d’Eroi o Diabolik.

A tal proposito, Avanti e indietro nella Storia si chiude in maniera funebre con L’ultima speranza per Corradino di cui non è stato indicato lo sceneggiatore – sorte comune ad altri dei fumetti qui riproposti. In quattro pagine viene riassunta la vicenda dell’ultimo erede della casata sveva che appena quindicenne viene reclamato per liberare la Sicilia dagli angioini. Sconfitto in battaglia viene catturato e condannato all’impiccagione a Napoli, di cui l’anonimo sceneggiatore non ci risparmia i dettagli degli ultimi attimi. Ma i giovani lettori de Il Giornalino potevano consolarsi pensando che con gli ori del suo riscatto giunto troppo tardi venne edificata la Chiesa del Carmine.

Purtroppo a differenza di altri volumi dedicati a De Luca la qualità di stampa non è buona, cosa che si nota principalmente nei fumetti in bianco e nero visto che per sua natura il colore rende un po’ meno evidenti le pixellature della stampa digitale.

Con la scansione diretta dagli originali la situazione migliora, ma purtroppo i tratteggi più sottili perdono comunque definizione. Me l’immagino un fotolitista che vedesse queste pagine: «Avete voluto sostituirci col computer, eh? E adesso beccatevi questo!» e poi scoppierebbe a ridere isterico prima di allontanarsi verso l’orizzonte.

Parliamo comunque di un volume che per soli 25 euro offre ben 216 pagine e fumetti di grande valore storico, per chi sa apprezzarli. E i redazionali curati da Barbero e Brunoro sono sicuramente interessanti e approfonditi. Peccato che l’arte del grandissimo De Luca non abbia potuto brillare come altrove, ma tutto sommato parliamo anche di storie tra le primissime che ha mai disegnato e quindi non certo ai livelli dei lavori successivi.

martedì 26 agosto 2025

La sfinge nera e altre storie antiche

Nuovo e consistente recupero filologico del grande De Luca che riprende alcune delle sue primissime opere. Vengono antologizzati 11 fumetti un po’ sulla falsariga di quanto già fatto da Nicola Pesce Editore con Dino Battaglia.

Praticamente nessuna di queste storie resiste alla prova del tempo a livello di stile di scrittura e a volte anche di soggetto, tranne forse l’ultima. Del resto parliamo di racconti edificanti che solitamente riprendono storie bibliche o leggende varie piegandole alle necessità divulgative ed ecumeniche delle testate cattoliche in cui apparvero.

Oltre al prolifico Raoul Traverso in arte Roudolph che ne firma la maggior parte, le restanti sono scritte da Danilo Forina, Renata Gelardini (citata anche come Gelardini De Barba nel rispetto dello stato civile e soprattutto della firma originale) e Attilio Monge in ragione di due a testa. Anonimo invece lo sceneggiatore de L’ultima Atlantide, forse a causa della sua lunga e travagliata realizzazione.

Leggere buona parte di questi fumetti è uno stillicidio. La lingua usata da Forina e Traverso risulta oggi desueta (d’altra parte s’era a cavallo degli anni ’40 e ’50) e se leggere «orgasmo» per intendere la frenesia può suscitare un sorriso, spesso sono dovuto andare un po’ a intuito per capire cosa volessero significare gli sceneggiatori (la Gelardini usava «bruttare» invece di sporcare), anche perché le immagini non aiutano molto: il testo è sovrabbondante e spesso riassume sequenze che si svolgono fuori scena. La presentazione delle storie in maniera organica senza la precedente serializzazione rende poi evidenti certi cambi di rotta imprevisti o rattoppi improvvisati: mi è venuto il dubbio che tra le pagine 145 e 146 ne fosse saltata una, visto che viene risposto a una domanda che non era stata fatta nella tavola precedente. Le trame si risolvono quasi sempre con un deus ex machina. In senso letterale, perché è il Dio cristiano a risolvere le situazioni, indifferentemente che le storie siano ambientate nell’antico Egitto, nello Yemen o tra i fiordi vichinghi. E anche quando sarebbe anacronistico immaginarlo, come nell’antica Etruria o ad Atlantide, si avverte comunque il suo zampino.

Anche De Luca però ci mise del suo: aveva il vezzo di inserire le didascalie che segnalano uno stacco o introducono una nuova scena in calce alle vignette e non in alto a sinistra come logica vorrebbe. In questa maniera si crea uno sfasamento temporale per cui il lettore vede una scena prima di “leggerla”, facendo sfumare suspense e sorpresa. Scellerata poi la sua scelta di colorare anche le zone preposte alle didascalie e ai dialoghi (che già di per sé sono degli ineleganti rettangoli posti ai margini delle vignette, quasi a vergognarsi di far fumetti), rendendo di fatto un’impresa ardua decrittare cosa c’è scritto in nero nelle campiture rosse. D’altro canto osservando le tavole originali in bianco e nero ci si accorge di quanto questa scelta fosse probabilmente dettata anche dall’occasionale incapacità di De Luca di contenere tutto il testo dove sarebbe dovuto stare: un colore uniforme forniva una guida per seguire il testo anche se debordava dalle vignette o finiva in quelle sottostanti. Al massimo il fascino di queste storie si può trovare nel confronto tra Il cantico dell’arco e I due amici, che raccontano entrambe la storia di re David.

Poco importa: se in tutta la storia dell’umanità è mai esistito qualcuno che si è avvicinato ai fumetti di De Luca per i testi, non sono certo io.

Come prevedibile dalle date di realizzazione di queste opere e come giustamente anticipato anche nell’introduzione, questo volume permette di vedere concretamente come lo stile di De Luca si sia evoluto nel corso degli anni. È incredibile come già nel 1947, praticamente ventenne, con Nel regno di Kamrasi dimostrasse una straordinaria maturità a livello di composizione, anatomia, espressività, ricchezza di sfondi e dettagli. Ma si trattava di uno stile ancora debitore ai Maestri delle strisce sindacate, e forse memore di alcuni poster o copertine o illustrazioni dell’epoca. Sarà con I due amici del 1955 che comincerà a prendere forma la sua inchiostrazione fluida e decisa integrata da ragionati dettagli. Qui “ragionati” a maggior ragione perché De Luca lesina sul tratteggio e sui neri, probabilmente confidando di riempire poi le tavole con il colore, ma già con la successiva L’ebreo errante (sempre del 1955 e sempre da Il Giornalino) sfoggia uno stile ricco di pennellate, dettagli e profonde campiture a creare volumi e drammaticità. Le sequenze della tempesta marina sono spettacolari e il completamento amodale della croce di Gesù è una raffinatezza aggiuntiva.

Con L’ultima Atlantide giungiamo alla maturità definitiva di De Luca. Ed è un po’ un mistero, perché questa storia che nel 1967 segnò il ritorno dell’autore al fumetto venne realizzata a blocchi a distanza di parecchi anni (quasi 10) ma, come rilevato nell’introduzione, non si percepisce alcuno stacco stilistico tra le tavole. Qui finalmente De Luca esplode: pointillisme, dinamismo, architetture stupefacenti, estrema espressività, chiaroscuro, inquadrature dinamiche... E finalmente i balloon sono tali e non cornici delle vignette.

Purtroppo l’eterogeneità dei formati su cui videro la luce queste opere, in particolare quelle transitate su Il Vittorioso fino al 1950, avrebbe reso necessario in alcuni casi un formato più grande per goderne appieno essendo la diagonale posta molto in basso facendone quindi quasi delle tavole quadrate (una tavola doppia di Prora vichinga è stata riprodotta direttamente in verticale spostandola di 90 gradi). Ma d’altra parte per altri fumetti il formato è adattissimo e non si poteva certo togliere l’uniformità tipografica della collana, comune alle altre di Nicola Pesce Editore.

Il volume si apre con una introduzione a cura di Pier Giuseppe Barbero, che riesce a non spoilerare troppo e soprattutto fornisce degli interessanti retroscena. Dai crediti che introducono i singoli fumetti evinciamo inoltre che Barbero è l’unico essere umano in grado di realizzare delle scansioni perfettamente riproducibili a partire dal materiale stampato e non dagli originali. Addolora dirlo, ma invece Paolo Altibrandi che ha potuto effettuare le scansioni dagli originali messi a disposizione da Laura De Luca non è sempre riuscito a fare un lavoro paragonabile al suo, per quanto dignitoso (e a volte quasi perfetto, a onor del vero).

domenica 12 gennaio 2025

Letteratura di mare


Sesto volume della collana dedicata a Franco Caprioli e di gran lunga il più corposo. Nelle prime cento pagine Letteratura di mare raccoglie nove fumetti di ambiente marinaro transitati su Il Giornalino nei primi anni ’70 e scritti da vari sceneggiatori – principalmente Renata Gelardini e Mario Basari (che si firmava anche O. Saibari) ma in un paio di occasioni anche Alfredo Castelli e Raoul Traverso/Roudolph. Considerando il pubblico di riferimento originale e la vocazione della rivista che ospitò questi fumetti il motivo principale per l’acquisto sono come al solito le splendide tavole di Caprioli, ma qualche occasionale perla la si trova.

Un pugno di perle è sin troppo edificante ma piacevole.

Piacevole anche Lame incrociate, per quanto stereotipato.

Otto giorni su una zattera è tratto da Mark Twain e mal si adatta a una trasposizione a fumetti.

I corsari del Rio Grande del Sud ha come protagonista nientemeno che Giuseppe Garibaldi nelle poco conosciute vesti di corsaro. Molto interessante ma proprio per questo avrebbe meritato un maggiore approfondimento e più spazio senza comprimere così tanto la vicenda (ed è pure il fumetto più lungo, serializzato all’epoca su due numeri de Il Giornalino).

Una discesa nel Maelström è tratto da Poe e beneficia della spettacolare resa del mare di Caprioli.

Capitan Gambadilegno è una celebrazione della Società Marittima Tedesca di Salvataggio e forse è il pezzo migliore. L’argomento è interessante, i personaggi ben tratteggiati e il taglio è abbastanza moderno.

Niente male anche Il mozzo del Sant’Elia, originale e ben documentato ma con un finale troppo edificante per essere preso sul serio.

Allarme a Block Island fu forse ispirato a un fatto di cronaca e narra del salvataggio di un bambino e di un’adolescente in mare. Ahinoi, si respira un po’ l’atmosfera dei «fumetti della realtà» del Corriere dei Ragazzi.

Anche Balene d’assalto potrebbe essere stato ispirato dalla cronaca di quegli anni e anche questo è più che altro un resoconto: vede il salvataggio di una famiglia e di un loro amico sperduti in mare dopo l’inspiegabile attacco di un branco di balene.

La seconda parte del volume ospita una corposa ma incompiuta Storia della Navigazione iniziata su Il Vittorioso nel 1967 e dalla vita editoriale travagliata. Dopo la pubblicazione serrata delle prime 28 tavole, nel 1968 le successive 16 vennero pubblicate in maniera molto rarefatta e addirittura le ultime 28 hanno visto la luce solo nel 2016 grazie a un volume edito da Passenger Press su cui si è basata questa edizione che ne riprende il titolo – in origine l’operazione si intitolava Con Franco Caprioli nell’avventura del mare. Il fumetto è molto presente anche qui, ma subordinato alla natura enciclopedica dell’opera. Sia questo approccio che la natura un po’ sincopata del lavoro (che salta da una argomento all’altro e a volte torna un po’ indietro nel tempo per approfondire certi dettagli) rendono l’opera un po’ ostica da leggere. Inoltre le tavole rimaste inedite presentano come lettering quello elaborato da Caprioli solamente a matita, che così tende a essere evanescente soprattutto nelle vignette a colori. La lettura vale comunque tutto lo sforzo, sia per le nozioni non banali che Caprioli vi profuse sia ovviamente per la contestualizzazione dei suoi splendidi disegni. Dalla preistoria («Quando il mare era mistero e paura») il progetto arrivò solo sino alla morte di Cristoforo Colombo.

La cura è quella consueta profusa da Nicola Pesce Editore (a introdurre il volume c’è un testo di David Padovani) e la possibilità di partire dalle tavole originali ha permesso una buona qualità di stampa. Addirittura, nella terza vignetta di pagina 27 si vedono degli appunti a matita (alcuni sembrano più dei ghirigori, a dire il vero) mentre a pagina 29 è evidente la pecetta con cui venne apposta la parola «cacicco» in un balloon. La carta non è patinata ma questo è lo standard dell’editore e ormai mi sono rassegnato. In fondo anche questo contribuisce al fascino vintage di questi volumi.

25 euro per un volume di queste dimensioni e di questa qualità grafica mi sembrano un buon prezzo.

domenica 3 marzo 2024

I figli del capitano Grant

Nuovo tassello del progetto di recupero delle opere di Franco Caprioli da parte di Nicola Pesce Editore.

L’adattamento del romanzo di Jules Verne (a opera di Roudolph/Raoul Traverso), forse per la necessità di condensarlo, è un susseguirsi frenetico di situazioni stereotipate e inverosimili. Il capitano Grant fa naufragio su un isolotto ma non si dispera e manda il classico messaggio in bottiglia, che però viene mangiata qualche anno dopo da uno squalo. Consumata e poco leggibile (ma non dovrebbe conservarsi bene all’interno del vetro?) la richiesta d’aiuto con le coordinate dell’isola si presta alle più varie interpretazioni e così il manipolo di soccorritori, tra cui i due figli del capitano e la figura umoristica ma fondamentale di un geografo francese, passa prima per la Patagonia per poi far tappa in Australia e infine in Nuova Zelanda. Nel mentre un marinaio degradato dal capitano Grant, divenuto capo di una banda di criminali, medita vendetta.

La storia trasuda ingenuità ma immagino che il materiale di partenza (che non ho letto) sia stato abbastanza rimaneggiato: i due figli del titolo non hanno praticamente nessun ruolo attivo e la pubblicazione cattolica a cui era destinato il fumetto mi fa pensare che i vari riferimenti religiosi siano stati inseriti ad hoc. Ma come sempre sono i disegni di Franco Caprioli il motivo per cui acquistare queste opere, e nemmeno stavolta delude. Come segnala anche Gianni Brunoro nella prefazione (leggetela dopo il fumetto, mi raccomando) si avverte lo scrupolo documentaristico del disegnatore e la sua passione per la natura, l’etnografia, il mare e i natanti: esemplare il caso della resa delle due diverse zattere di fortuna come appunto sottolinea Brunoro. Purtroppo il maestro del pointillisme non riuscì a portare a termine l’opera a causa della sua prematura scomparsa e le ultime sette tavole vennero realizzate da Gino D’Antonio. La differenza è nettissima e NPE ha fatto bene a inserire tra le due parti una pagina di raccordo che ne spiegasse il motivo. Di certo D’Antonio non mancava di dinamismo ed espressività, ma la statuaria bellezza di Caprioli era solo un ricordo, come la sua estrema attenzione per i dettagli. E anche i colori non sono suggestivi come quelli che in origine realizzò Caprioli, giustamente preferiti da NPE a quelli elaborati dalla redazione delle edizioni Paoline.

In appendice Brunoro compila le biografie dei tre autori e di grande interesse è la riproduzione dell’ultima tavola incompiuta di Caprioli: a confronto con quella di D’Antonio si evince che i disegnatori potevano modificare il testo a loro piacimento, o che comunque questo poteva subire variazioni sostanziali in sede di pubblicazione. Con le sue 72 tavole questo volume è probabilmente il più corposo della collana – sempre a un prezzo relativamente vantaggioso: 17,90 euro. Il prossimo sarà dedicato a L’Isola Misteriosa che ho già nella versione Allagalla.

giovedì 13 ottobre 2022

Michele Strogoff: Il Corriere dello Zar - I Violatori del Blocco

Dopo le collane dedicate alle antologie di Toppi, Micheluzzi e De Luca Nicola Pesce Editore ne ha varata una dedicata anche a Franco Caprioli.

La storia è quella nota a chi conosce il romanzo di Jules Verne (quindi non io), adattato a fumetti da Roudolph/Raoul Traverso: lo zar viene informato dell’invasione dei Tartari ai confini dell’impero e chiede un volontario che faccia da corriere per recapitare una missiva al fratello granduca insediato a Irkutsk, visto che i fili del telegrafo sono stati tagliati. A offrirsi è il giovane siberiano Michele Strogoff, che nel corso del viaggio incontra l’amore e affronta i proverbiali mille pericoli, dando prova di coraggio, intelligenza, forza ma anche abnegazione, passando a malincuore per vigliacco quando gli ordini dello zar lo impongono.

La trama è purtroppo un susseguirsi di stereotipi da romanzo d’avventura e il protagonista non solo riesce a compiere imprese miracolose come uccidere con un coltello un orso siberiano, ma supera senza particolare difficoltà l’infermità che gli viene inflitta. Il meccanismo è talmente inverosimile che l’imbarazzante didascalia parla di «un fenomeno umano, morale e fisico insieme», credo riprendendo il testo del romanzo. Tra l’altro questo meccanismo ricordo di averlo già letto o visto da qualche altra parte.

Michele Strogoff presenta parecchie didascalie spesso molto lunghe, ma la sua scarsa modernità si nota dal fatto che non so quanto sia pubblicabile oggigiorno una riduzione da cui traspaia così nettamente il disprezzo per gli zingari e la condiscendente pietà per le «credenze superstiziose» degli ulema mussulmani. Ignoro poi se nel romanzo originale ci fossero tutti quei riferimenti alla religione cattolica. Tutt’al più ci si può divertire con i battibecchi tra i due corrispondenti di guerra amici/nemici: la sequenza alle pagine 42 e 43 è esilarante e rende benissimo tradotta in fumetto.

Il piatto forte di questo fumetto sono insomma gli splendidi disegni di Franco Caprioli, né mi aspettavo diversamente. Da notare come riesce con il procedere della vicenda a dare sempre maggiore spessore psicologico al protagonista, che da giovane idealista diventa (anche per la cicatrice di una staffilata e per qualche filo di barba) più maturo e forse disincantato. Ma tutti i personaggi sono caratterizzati meravigliosamente e resi anche con grande espressività. È ovvio che Caprioli si è ispirato a fotografie, ma non ho riconosciuto nessun attore famoso nelle tavole (mentre ne La Pattuglia Bianca faceva una comparsata Gino Bramieri), e non so quanto fosse facile all’epoca, il fumetto è stato pubblicato agli inizi del 1973, estrapolare da un film dei singoli fotogrammi. Forse Caprioli avrà fatto posare degli amici per lui, eppure i volti sono straordinariamente “giusti” per i personaggi che raffigurano, e non so se tra le se conoscenze ci fossero uomini dai tratti orientali. Una colorazione basata principalmente sui tre colori primari esalta ancora di più il suo tratto.

A volerlo proprio cercare, forse un “errore” Caprioli lo ha commesso nel dare ai due giornalisti rivali delle fattezze troppo simili, quasi identiche, rendendoli poco distinguibili a una prima occhiata se non per i rispettivi abbigliamenti che all’epoca della pubblicazione su Il Giornalino erano probabilmente immediato indice di “francesità” o “inglesità” – ma oggi i riferimenti probabilmente sono meno comprensibili.

A integrare Michele Strogoff, che comunque dura le sue belle 49 tavole, ci sono quattro pagine di storia della Russia illustrate sempre da Caprioli (che in origine funsero da introduzione all’opera) e il fumetto breve I Violatori del Blocco scritto da Renata Gelardini, ambientato durante la Guerra di Secessione ma da un punto di vista originale: una nave a vapore salpa da Glasgow verso Charleston per forzare il blocco dei Nordisti che impedisce l’esportazione di cotone e quindi l’attività tessile in Scozia. Ma James Fairplay, capitano del “Delfino”, imbarca anche a sua insaputa la figlia di un giornalista incarcerato ingiustamente dai Nordisti, che ovviamente aiuterà a salvare dall’esecuzione. Nell’introduzione Gianni Brunoro lamenta l’effimerità di questa storia avanzando l’ipotesi che sia stata realizzata per esigenze redazionali e che avrebbe potuto essere sviluppata meglio di quanto si legga in queste 12 tavole. Non ha tutti i torti, ma pur con gli stessi limiti di Michele Strogoff (a maggior ragione visto che è di un anno precedente) si fa leggere con gusto. Il piatto forte restano comunque sempre i disegni di Caprioli.

Oltre che dalla lunga prefazione di Brunoro il volume è arricchito da un redazionale in cui viene mostrato il “dietro le quinte” del restauro delle tavole, prendendo come esempio una spada che in origine esisteva solo nei colori dati sul retro, e che qui è stata reintegrata anche con il tratto. Ciò non ha impedito che il jemschik di pagina 29 si ritrovi con la barba bianca da rossa che era fino alla pagina precedente (probabilmente perché in origine c’era uno stacco tra due episodi) ma così la fedeltà alla versione originale del fumetto è maggiore.

Un volume consigliatissimo, certo, ma fa un po’ sorridere (e anche un po’ incazzare) notare come con meno di 5 euro in più Nicola Pesce Editore abbia confezionato un volume cartonato, di formato abbastanza grande, a colori, su buona carta e dalla foliazione più generosa rispetto a quanto fatto con Piccininno che avrebbe meritato lo stesso trattamento.