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lunedì 29 settembre 2025

Un volto da fumetto

Una delle immagini poste a corredo di un recente post di Luca Brunori mi ha fatto riflettere su quanto il compianto Robert Redford fosse servito da punto di partenza (o in un caso di arrivo) per vari personaggi dei fumetti. Me ne sono venuti immediatamente in mente questi, ma chissà quanti altri ha generato. E pensare che in un editoriale della Ken Parker Collection Berardi diceva di non aver mai voluto avvicinare l’attore per mostrargli l’omaggio che gli era stato fatto con il suo trapper, per paura di ritorsioni legali!




Curiosamente non ne ho trovato traccia nella Western Family di Rancho, almeno non negli episodi che ho io.

martedì 23 maggio 2017

Era Milazzo...

Mi riferisco al mistero sollevato da Andrea Mazzotta nell'introduzione de Il Maestro: macché Toppi, macché Manara, figurarsi Pratt o Tacconi... il matitista misterioso era Ivo Milazzo, almeno a quanto leggo qui. Francamente, non sapevo che in quegli anni Milazzo avesse avuto contatti con Il Corriere dei Ragazzi.
A questo punto mi chiedo qual'è la storia che ha disegnato, e sopratutto quale dovrebbe essere il particolare che ne renderebbe chiara la paternità...

martedì 18 ottobre 2016

Un Drago a forma di Nuvola

È senz’altro il socio più prestigioso del club del 25% di sconto ma purtroppo ciò non ne fa il migliore.
Un Drago a forma di Nuvola è evidentemente il riciclo di una sceneggiatura cinematografica per il fumetto e nonostante la presunta familiarità di Ettore Scola col fumetto, attribuitagli ingenuamente per “osmosi” dalle vignette umoristiche che faceva al pari di Fellini, il ritmo della storia e alcune delle trovate che la caratterizzano non riescono a esprimere compiutamente il loro potenziale una volta tradotte in nuvolette.
Il libraio parigino Pierre conduce placido la sua esistenza e la sua attività dedicandosi alla cura amorosa della figlia Albertine, che un incidente avvenuto quando aveva 4 anni ha paralizzato costringendola a vivere attaccata a un respiratore artificiale. Tra i vari personaggi pittoreschi che gravitano attorno alla libreria (come si fa a rendere nella staticità di un fumetto il tic alla spalla di cui soffre uno dei clienti?) un giorno compare una ragazza esuberante e confusa, che aprirà una breccia nel cuore di Pierre diventando così una rivale per le attenzioni rivolte ad Albertine. Dopo la “lima nella pagnotta”, come la chiamava Suso Cecchi D’Amico, che fa svoltare un film a metà e che si manifesta con precisione quasi svizzera alla cinquantunesima tavola delle 95 che compongono il fumetto, le vicende dei personaggi si chiariranno.
Gerard Depardieu torna a recitare per Ivo Milazzo dopo Il Boia Rosso, e forse in Tony c’è un magro Massimo Troisi, mentre nei volti delle due presenze femminili non ho individuato le fattezze di nessuna attrice in particolare.
La storia, intimista e originale, avrebbe potuto fare faville anche in un medium come il fumetto se fosse stata trasposta pensando appunto ai limiti e alle potenzialità specifici delle nuvolette. Mi è sembrato invece che a Milazzo sia stato dato il trattamento di partenza così com’era, senza nessuna elaborazione pensata appositamente. Probabilmente il supporto di uno sceneggiatore di fumetti professionista (la versione originale è opera anche di Furio Scarpelli e Silvia Scola) avrebbe evitato certi passaggi critici e avrebbe valorizzato di più alcune sequenze. La “voce” di Albertine che solo il lettore può udire nelle didascalie funziona bene anche così (e offre l’occasione per ottimi contrappunti umoristici) ma la presenza di un “ace in the hole” così evidente è un po’ troppo scolastica, così come il macchiettismo esasperato tipico di Scola difficilmente può esprimersi nella staticità della carta.
Non è un brutto fumetto, tutt’altro, ma alla fine mi è sembrato un’occasione sprecata e mi ha quasi fatto vergognare dell’insistenza con cui ho chiesto di mettere pure lui tra quelli scontati dopo che ci gironzolavo attorno da tempo.
Restano i disegni stupendi di Ivo Milazzo, veramente su un altro pianeta rispetto all’ultimo episodio di Ken Parker e certamente non solo per l’uso del colore.
Non è certo il capolavoro C’eravamo tanto amati, né pretendevo che lo fosse, e non è nemmeno Ballando Ballando (dio ce ne scampi e liberi) ma rimango dell’idea che con un maggiore lavoro di adattamento da un medium all’altro avrebbe potuto brillare di più.

domenica 12 aprile 2015

Ken Parker: Fin dove arriva il mattino



Letto durante il viaggio di andata a Modena, copia recuperata da un amico che si è fatto tutta la collezione. Ad accogliermi due delusioni: il fatidico ultimo episodio non è a colori come mi aspettavo e, cosa assai più grave ai miei occhi, il lettering, i balloon e credo anche i contorni delle vignette sono stati realizzati col computer. A questo mondo non c’è veramente più nulla di sacro – e neanche il refuso “adiaccio” con una sola “d” a pagina 20 è stato un bel biglietto da visita.
Fin dove arriva il mattino è composto da due vicende parallele, una delle quali è un flashback di Ken Parker che comunque si ricollega alla storia portante in più di un punto. La storia principale narra del viaggio che Ken fa in compagnia di alcuni rapinatori che tra le altre cose hanno rapito due donne, madre e figlia, di cui abusano sistematicamente. Un indulto presidenziale ha commutato l’ergastolo di Ken in vent’anni di carcere: da quel poco che posso ricostruire della crolonologia della serie credo che sia uscito da poco dal carcere, che apparentemente è stata un’esperienza devastante in grado di minarne non solo il fisico ma anche lo spirito.
La parte relativa ai ricordi, se ho ben capito, è una rielaborazione del Canto di Natale uscito in edizione extralusso per Spazio Corto Maltese e narra un drammatico episodio della vita carceraria di Ken e della variopinta fauna (non solo i carcerati) che popolava il penitenziario del Montana.
Personalmente ho trovato più interessante questa seconda parte: il ritmo è più sostenuto e incalzante, i personaggi sono originali e per nulla stereotipati (mentre invece tra i banditi c’è pure l’ennesimo predicatore che legge la Bibbia) e la risoluzione della vicenda con la vendetta di Ken è veramente splendidamente architettata.
Con questo non dico che la trama portante sia meno riuscita: semplicemente in quel caso c’è la necessità di far montare l’attesa per fare deflagrare il vero piano di Ken. Credo che Berardi abbia voluto giocare apposta col lettore affezionato che fino all’ultimo non sa se gli anni di prigionia abbiano veramente potuto cambiare così tanto il suo beniamino che apparentemente in questa circostanza non prende le difese dei deboli ma anzi assiste, quasi complice, alla loro umiliazione.
Lo sceneggiatore ha optato per uno stile asciutto ed efficace, in cui bisogna addentrarsi con attenzione nelle vignette e nei loro dettagli per cogliere bene tutta l’azione. In ciò ovviamente si vede la sua passione per il cinema e il tentativo di tradurre su carta piani sequenza e dolly. Tentativo non del tutto riuscito a causa dell’apporto grafico di Milazzo.
I dialoghi sono ridotti ma carichi di significato (e ben venga che Ken ribadisca più volte quanto sia invecchiato visto che non sempre Milazzo, nemmeno nei primi piani, ce lo ricorda) e la battutaccia sul doppio senso di “Lungo Fucile” mi pare una splendida e autoironica chiusura metanarrativa del cerchio in cui il finale si congiunge con l’inizio della saga. Ciò detto, non è che Berardi si sia convertito del tutto all’Esistenzialismo: lo sceriffo Grant, per dire, è tratteggiato come una bravissima persona e spazio per la speranza evidentemente ce n’è ancora. (ok, non proprio visto che crepa impallinato, ma Berardi avrebbe anche potuto non mettercelo uno come lui)
Come forse si sarà già intuito, i disegni di Milazzo non mi sono sembrati all’altezza della storia. O per meglio dire, non credo che lo stile che ha elaborato Milazzo si sposi bene con questa trama e questa ambientazione. È più una questione stilistica che estetica, in definitiva. Anche se pure dal punto di vista estetico...
È innegabile che Milazzo abbia dedicato grande cura e impegno a tirare fuori dei disegni molto elaborati (beh, qualche volta, almeno), e questa ricerca la si coglie nell’evidente stratificazione delle tecniche che ha impiegato: sopra la matita c’è la prima pennellata, poi ce ne sono altre, ma quel disegno non lo convinceva del tutto e allora ecco una passata di tempera bianca a tirare fuori nuove luci in un volto o in un paesaggio. In alcuni frangenti mi ha ricordato nientemeno che Alberto Breccia ma uno stile del genere secondo me sarebbe stato più adatto per qualche storia sulla falsariga di Fantasticheria o Tom’s Bar, non per un fumetto di matrice orgogliosamente popolare come Ken Parker che dovrebbe privilegiare la leggibilità.
Inoltre va detto che queste vignette elaborate (di cui l’ottima qualità di stampa della Mondadori rivela anche le puntinature fittizie dovute al passaggio allo scanner, mortacci loro) convivono con altre in cui i soggetti ritratti sono veramente poco più che schizzati. Le mani, in particolare, sono trattate con una nonchalance disarmante. Forse Hugo Pratt docet e se alla base di certe semplificazioni milazziane ci fosse la sicurezza che comunque un suo pubblico ce l’ha non saprei onestamente dargli torto.
In definitiva l’evento fumettistico italiano del 2015, insieme al Tex di Eleuteri Serpieri, mi è sembrato pienamente soddisfacente sul piano testuale (uniche perdonabili concessioni all’incredulità per obblighi di eroismo popolare: il denutrito Ken in galera ammazza con eccessiva facilità il carceriere Finney e alla fine si becca una pallottola nello stomaco e non batte ciglio) mentre dal punto di vista grafico non è stato proprio deludente ma senz’altro un po’ spiazzante. Forse un tantinello deludente sì.
In merito al finale della saga: tutto sembrerebbe far pensare all’effettiva morte di Ken Parker, persino Luca Raffaelli che lo scrive a caratteri cubitali nella postfazione (i cui rimandi alla storia sono indecisi tra tavole e pagine e uno è proprio sbagliato seppur di poco) esponendo quindi il lettore incauto allo spoilerone. Io resto dell’idea che finché non viene prodotto il certificato di morte ufficiale di un personaggio di fiction non si può essere sicuri della sua effettiva dipartita, e nemmeno in quel caso in fondo si è sicuri di nulla... A mio avviso se un domani Berardi e/o Milazzo e/o qualche erede designato volessero riprendere la saga potrebbero farlo benissimo proprio da qui: a parte il sorgere dell’alba non sappiamo cosa avvenga dopo l’inizio dell’agonia di Ken che potrebbe anche cavarsela in maniera più dignitosa a livello narrativo dei mezzucci che Raffaelli stigmatizza – e anche se si salvasse in qualcuna di quelle maniere non ci troverei nulla di male per un personaggio di matrice popolare.