Visualizzazione post con etichetta Matheus Lopes. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matheus Lopes. Mostra tutti i post

giovedì 30 aprile 2026

Batman e Robin Anno Uno vol. 1: La Nascita del Mito

Beh, lo ha scritto Mark Waid, diamogli una chance. Poi vedo che Chris Samnee ha collaborato alla trama, ma non sarà un problema, no?

Come intuibile dal titolo, questa serie (o miniserie o quello che è) si ambienta nei primi tempi di attività del Dinamico Duo. I Grayson Volanti sono stati assassinati da poco e Bruce Wayne ha preso sotto la sua ala protettrice Dick Grayson per farne la sua spalla, anche per timore che altrimenti si faccia giustizia da solo ancora inesperto. Tra i pazzerelli che scorrazzano a Gotham ne arriva uno nuovo: tal Generale Grimaldi che metterà le Cinque Famiglie di Gotham (cioè la mafia locale) una contro l’altra.

Le indagini di Batman sono ostacolate sia dall’irruenza e dall’indisciplina del suo giovane sidekick sia da un nuovo killer al soldo di Grimaldi che ha il potere di mutare forma assumendo l’aspetto di altre persone. E alla lotta contro i criminali si aggiunge quella contro i servizi sociali di Gotham che vogliono verificare l’idoneità del playboy farfallone Wayne ad adottare l’imberbe orfanello.

Batman e Robin Anno Uno si legge tutto d’un fiato. Ci sono sequenze epiche ed accattivanti ma anche un bel po’ di ironia. Elementi che in mano a un altro sceneggiatore avrebbero corso il rischio di sembrare ridicoli (gli stessi villain) risultano invece inquietanti come dovrebbero essere. Molto ben giocata poi la sottotrama dei documenti che Due Facce ha sottratto alla polizia di Gotham, che si riveleranno fondamentali nel finale. “Finale” che però è un micidiale cliffhanger che lascia a bocca asciutta il lettore.

Chris Samnee si è ancora più darwyncookeizzato rispetto a come lo ricordavo. Figure molto meno eleganti, pennellate molto più spesse. Sì, certo, lo scambio di sguardi tra Bruce e Dick durante una visita dell’assistente sociale sono esilaranti, ma le sue derive cartoonesche non fanno proprio per me. Per i colori Matheus Lopes ha scelto un’efficace mix di realismo ed espressionismo. Alle figure umane sono riservati sfumature e colpi di luce appropriati, mentre gli sfondi e gli elementi secondari hanno tinte più omogenee che al momento opportuno possono anche diventare colori irrealistici, o troppo accesi o troppo lividi, per rendere al meglio l’atmosfera. In un’occasione Lopes è stato sostituito da Giovanna Niro che ne ha rispettato l’approccio. Mi rendo conto che quello che ho descritto è quello che in fondo ogni bravo colorista dovrebbe fare, ma non sempre succede.

Un bel volume, insomma, peccato per la delusione di vedere che la storia è appena entrata nel vivo.

sabato 6 dicembre 2025

I Seasons

Toh, un po’ di originalità dal mondo statunitense. Se ho ben capito, Rick Remender ha voluto fare un omaggio ai romanzi inglesi ottocenteschi per ragazzi. “I” Seasons sono quattro sorelle che, coerentemente col cognome, hanno ognuna il nome di una stagione. La storia si apre con la quattordicenne postina motorizzata Spring che dopo varie peripezie riesce a recuperare la lettera che le ha inviato la sorella Autumn, che le rivela di aver scoperto che fine hanno fatto i loro genitori ma che al contempo le anticipa un pericolo di cui lei stessa teme di cadere vittima a breve. E infatti la storia, che inizia in un 1924 alternativo, si apre con un circo itinerante che attraversa la città di Neocairo i cui abitanti sono vittime di un acuto narcisismo che li porta a specchiarsi dimentichi di tutto il resto. Lo stesso inquietante circo è arrivato anche a Nuova Gaulia, da cui Spring dovrà fuggire portandosi dietro le due sorelle rimanenti. Solo che ormai è troppo tardi per farlo: l’artistoide depressa Winter non le crede e la vanitosa supermodella Summer torna appositamente a Nuova Gaulia proprio per farsi notare in occasione di una delle serate del circo. Questo “circo” è simile a un’entità vivente, capace di inghiottire gli spettatori portandoli in un’altra dimensione, e si espande sostituendosi progressivamente agli edifici della città. Per attirare le sue vittime si serve di clown mutaforma.

Ne I Seasons lo steampunk si mescola al fantasy passando per Pippi Calzelunghe, Alice nel Paese delle Meraviglie, l’estetica degli anni ’60, il mito arturiano, Charles Dickens, Indiana Jones, Dimmi che mi ami, Junie Moon, Lovecraft, Rocketeer, Mary Poppins e chissà quant’altro che non ho colto. Da sottolineare il linguaggio ricercato di cui ha fatto uso Remender.

Benché in origine sia stato serializzato in otto comic book questo fumetto si legge in maniera molto spedita, con un ritmo e delle invenzioni continue quasi frastornanti: non è affatto una brutta sensazione. Peccato che la storia non finisca qui, o meglio che si arrivi a un mezzo punto fermo che però apre a nuovi scenari.

Ma i fumetti, d’altro canto, sono anche fatti di immagini. I dieci anni passati da Outcast si fanno sentire. «Veramente molto bravo», avevo definito Paul Azaceta all’epoca. Evidentemente si è riposato sugli allori e sta monetizzando sulla gloria passata. Le sue tavole sono solo degli schizzi, che sembrano fatti pure malamente e controvoglia. Non si può nemmeno addurre la scusa della scelta di un disegno espressionista per giustificare gli errori prospettici, le anatomie sballate, le pennellate pesanti e in generale il senso di scazzo che trasmettono queste vignette. È ovvio che tanta imprecisione porti poi il colorista Matheus Lopes a confondere gli edifici coi tendoni del circo o a proiettare sei ombre sul pavimento dalle sette sedie che invece ha disegnato in fretta e furia Azaceta. Peccato, perché un disegno più dettagliato, o almeno curato il minimo sindacale, avrebbe reso maggiore giustizia ai testi.