Anni fa Sergio Rossi (mi pare
fosse lui) aveva rilevato su Fumo di
China come la collana Un Uomo
Un’Avventura fosse un esperimento non del tutto riuscito, perché accanto a
opere che necessitavano del grande formato e della confezione lussuosa ne
venivano proposte altre realizzate secondo i consueti canoni produttivi della
Cepim, che mal figuravano tra i lavori di Pratt, Battaglia, Toppi, Crepax,
Micheluzzi e compagnia, risultando in definitiva un qualsiasi fumetto popolare
ingrandito.
Quando ho ordinato Sessantotto mi aspettavo un po’ questo
aspetto blowuppato sulla falsariga de L’Uomo
del Texas, ma non pensavo che sarebbe stato così marcato, tanto più che la
serie dovrebbe uscire con il nuovo formato bonelliano più grande – e un po’ lo
si nota nella diagonale delle tavole, che sono leggermente più strette e alte.
Come dice il titolo, la storia
prende le mosse dalle occupazioni studentesche a Milano nel fatidico 1968. Il
primo episodio qui raccolto è prettamente introduttivo e presenta i sei
protagonisti. Nel secondo c’è un salto in avanti di 20 anni esatti e ci
troviamo in quella che è diventata la Milano da bere, in cui un fotografo ha
allestito una mostra che contempla anche la foto scattata ai sei alla fine del
precedente capitolo, con l’intenzione di trovare le tracce degli allora ragazzi
per scoprire cosa fanno adesso. Titolo della foto e anche dell’episodio è
appunto Dove siete?. In questo
secondo capitolo si riallacciano alcuni fili col passato, viene mostrato o
intravisto il destino dei sei e si seduce il lettore invogliandolo a scoprire
cosa sia successo nei vent’anni trascorsi, alludendo all’adesione alla lotta
armata di almeno uno dei “Cani Sciolti”. La narrazione apparentemente gira a
vuoto, con lunghe parti puramente descrittive, lunghi dialoghi che al momento
non sembrano essere indispensabili nell’economia della storia e qualche accenno
di crisi esistenziale degli ormai quarantenni (pura fantascienza per un
quarantenne precario del 2018). Eppure il fumetto è incredibilmente avvincente.
Lo stile di Manfredi è scorrevole
e gradevolissimo, il ritmo sincopato dovuto ai flashback è incalzante e
l’utilizzo di aneddoti di prima mano (impressione confermata nell’intervista in
appendice) rende Cani Sciolti estremamente
realistico. I dialoghi sono tra i più veri che abbia mai letto in un fumetto
Bonelli, per quanto a Lina scappi un «Santa polenta» alla fine, e la cura per i
dettagli è evidente ed encomiabile: di Auschwitz,
ad esempio, viene citata la versione dell’Equipe 84, sicuramente più conosciuta
all’epoca rispetto a quella di Guccini. Ma il fascino del fumetto non si
esaurisce qui. Accanto alla scrupolosa ricostruzione della temperie di un’epoca
(anzi, di due, e gli anni ’80 secondo me sono evocati addirittura con maggiore
efficacia) Manfredi non risparmia qualche accenno sarcastico al fatto che il
’68 potrebbe anche essere stato per alcuni un paravento dietro cui azzardare
gli approcci sessuali che il clima del momento consentiva.
Non solo: c’è anche qualche considerazione a
latere, assai meno sarcastica, sulla possibilità dell’adesione alla
rivoluzione della borghesia, qui rappresentata anche dalla rampolla di un
dirigente di Mediobanca – ma tra i “proletari” Turi è figlio di un vigile
urbano, la mamma di Pablo ha un ristorante e i genitori di Lina hanno una
pasticceria: un proletariato ben poco proletario, insomma. Veramente ficcante,
poi, la considerazione sull’utilizzo che la società dei consumi ha fatto di
quegli stessi slogan che erano nati per contestarla.
Come testi siamo quindi di fronte
a un ottimo lavoro, dal soggetto molto originale (credo sia l’unico fumetto
italiano non satirico sul ’68), scritto in maniera coinvolgente e realistica da
uno dei testimoni oculari del movimento, senza mai cedere ad alcuna
mitizzazione. E al lettore resta senz’altro la curiosità di vedere come si
riempiranno i vent’anni tra una linea temporale e l’altra. Ai disegni, però,
abbiamo Luca Casalanguida.
L’effetto blow up di cui ho detto
sopra sarà anche colpa dello sceneggiatore, che in alcuni casi arriva a tre
misere vignette per tavola e comunque non supera mai le sei, ma il sintetico
disegnatore ci mette molto di suo. Casalanguida è uno di quei disegnatori che
vengono alternativamente definiti “impressionisti” o “espressionisti”, quelli
che risolvono con una pennellata bella grassa i contorni di una figura e che
non stanno lì a perdere tempo a ricercare l’anatomia giusta o a perdersi in
tratteggi, preferendo concentrarsi sull’espressività dei personaggi e
sull’atmosfera che cercano di rendere, spesso in barba a una raffigurazione
realistica dei soggetti. Quasi sempre i controtelai delle porte, i montanti
delle finestre, le cerniere dei libri e l’aggetto delle mensole non vengono
nemmeno disegnati: tanto il lettore sa che esistono comunque. Parecchi universi
di distanza da Gaudenzi, Alligo,
Angelici
e Masciangelo,
insomma, ma per alcuni tipi di storie questo stile può andare benissimo. Cani Sciolti non mi pare proprio una di
queste.
Casalanguida rende in maniera
magistrale il silenzioso fastidio di Milo contrapposto alla soddisfazione di
Turi nell’ultima vignetta di pagina 21, e non manca qualche altro bell’exploit
dello stesso tipo, ma gli sfondi, gli interni e le scene di massa sono
desolatamente piatti e poveri. Laddove un qualsiasi fumettista franco-belga
alle prime armi avrebbe riempito i muri e i cartelli branditi dagli studenti di
scritte dettagliate, Casalanguida si limita spesso a mettere due ghirigori in
croce e, santo cielo, non finge nemmeno di disegnare mattoni o increspature sui
muri (tanto per rimanere all’abc) che anche se superflui
sarebbero comunque serviti a vivacizzare un po’ le tavole. Le architetture
trovano il loro punto più basso a pagina 24, con tanto di torre storta
nell’ultima vignetta. Ok: è vero che le tavole sono pensate per un formato più
piccolo, così come i disegni devono essere fisiologicamente “vuoti” per
permettere ai coloristi di fare il loro lavoro (o almeno spero, alcuni commenti
di Manfredi riportati in appendice farebbero temere che tutta la serie sarà in
bianco e nero, spero di no perché altrimenti la povertà di certe vignette
sarebbe veramente ingiustificabile) ma secondo me un altro disegnatore più
dettagliato e volenteroso avrebbe fatto comunque una buona figura anche se
ingrandito. Il ricorso al copia/incolla permesso dai mezzi informatici non
aiuta a scrollare di dosso da Casalanguida la sua glaciale e austera frugalità,
anzi la sottolinea ancora di più. Oltretutto, ogni tanto la qualità di stampa
zoppica e i suoi tratti risultano un pochino pixellati, ma forse la colpa è
anche del programma che ha usato per disegnare visto che i casi più
macroscopici si verificano nelle “pennellate” più corpose e compatte. Inoltre,
tutto il lavoro di documentazione fatto per ricostruire le due epoche anche tramite
le architetture e i vestiti non ce lo vedo proprio, se non forse nel secondo
episodio. Lo stile di Casalanguida avrà sicuramente i suoi pregi, ma è del
tutto inadatto per Cani Sciolti.
A integrare questo volume
cartonato e inutilmente grande (22,5x30: più dell’Integrale di Blacksad,
dannazione) ci sono la presentazione dell’opera a cura di Manfredi, le schede
dei personaggi e un’intervista allo stesso Manfredi, tutte cose che bastano a
non farmi rimpiangere l’acquisto. Certo, ci sarebbe pure qualche schizzo di
Casalanguida, ma è praticamente indistinguibile dal risultato finale vista la
sua avarizia grafica. A proposito dell’acquisto, la Bonelli si trova anche in
questo caso (come ormai da anni) a subentrare alle altre case editrici che in
precedenza raccoglievano i suoi fumetti in formato da libreria, occupando la
fascia alta del mercato. Il prezzo di vendita è 19 euro, forse qualcosina di
meno si sarebbe potuto fare considerando che si tratta quasi di materiale
promozionale propedeutico alla “vera” serie che uscirà tra qualche mese, e che
il volume non è nemmeno stampato su carta patinata.
Questo primo assaggio di Cani Sciolti nel complesso mi è
piaciuto, ma credo che aspetterò la serie da edicola per seguirlo nella sua
dimensione corretta. Anche perché, se tanto mi dà tanto, Casalanguida potrebbe
benissimo essere capace di buttare giù 60 tavole al mese ed essere quindi
l’unico disegnatore della serie, assolutamente controproducente da
“valorizzare” con altri volumi di queste dimensioni, che comunque non sono
nemmeno sicuro che la Bonelli continuerà a pubblicare ancora dopo questo.

