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venerdì 23 settembre 2022

Tex Stella d'Oro 35: La Leggenda di Yellow Bird

Avventura ispirata a un personaggio realmente esistito.

Tex interviene in soccorso di un drappello di soldati che stanno scortando il disertore Gus Wallace a Fort Ellis dove sarà giudicato dalla corte marziale. Per arrivare all’avamposto stanno infatti attraversando il territorio degli incazzosissimi Cheyenne guidati da Coyote Bianco e senza il provvidenziale aiuto dell’eroe sarebbero stati tutti sterminati. Nel mentre Kit Carson raccatta Lenny Wallace, il padre di Gus, e dopo aver regolato in scioltezza qualche vecchio conto si dirige a sua volta al forte dove mobiliterà gli uomini per aiutare Tex e i pochi sopravvissuti. A far da cornice alla vicenda c’è il viaggio di un nonno indiano con la nipotina che finalmente incontrerà il padre. Sua madre è la Yellow Bird del titolo, guerriera Crow a cui però non viene dato poi molto spazio, anche se le sue apparizioni sono molto incisive.

La trama è molto lineare (decisamente troppo), senza colpi di scena o sorprese che non siano prevedibili. Sia Yellow Bird che Coyote Bianco avrebbero meritato un maggiore approfondimento senza essere “bruciati” in un albo di 46 tavole, anche se Giusfredi gestisce meglio lo spazio offerto dall’impostazione alla francese rispetto a quanto visto in precedenza. Ma in fondo quello che conta di più sono gli splendidi disegni di Carlos Gomez. Che sono esattamente come uno se li aspetterebbe: espressivi, dinamici, monumentali quando serve. Per non parlare del lavoro di recadrage e delle altre astuzie con cui guida il lettore nella lettura delle sue tavole. Fortunatamente l’uso del computer non è così massiccio come altrove e non serve una lente d’ingrandimento per cogliere certi particolari.

Più che dignitosi i colori di Matteo Vattani, a volte un po’ lividi, il top sarebbe stato se Gomez si fosse colorato da solo come nel volume celebrativo Un Giorno Un Secolo.

giovedì 25 febbraio 2021

Tex Stella d'Oro 32: L'ultima missione

Il protagonista di questo volume è Joe Beauregard (omaggio a Il mio nome è Nessuno?), un ranger del Texas che in gioventù aveva salvato insieme a Tex e Kit Carson un gruppo di prigionieri dagli indiani Comanche, trovando tra di loro la sua consorte.

L’impostazione de L’ultima missione, chiara sin dal titolo, è quella del western crepuscolare, con un eroe vedovo e stanco che azzarda un ultimo gesto con cui porre fine alla sua carriera e forse alla sua esistenza. In questo caso si tratta di oltrepassare il Rio Grande insieme a Tex e Kit per sgominare la banda di El Morado, o almeno riportare sulla retta via Jonah, fratello dell’amata moglie che è diventato anch’egli bandito. Mentre Tex e Kit cercheranno di cogliere di sorpresa i malviventi, Joe approfitterà della sua precedente militanza sotto copertura nella banda di El Morado per infiltrarvisi e salvare il cognato, ma Giorgio Giusfredi mette sul piatto anche il dubbio che Joe non sia poi così sincero e voglia in realtà fregare i suoi due commilitoni.

Prima di arrivare a questo punto, però, ci sono vari flashback per delineare meglio il protagonista o per magnificare ancora una volta le doti sovrumane di Tex, come in una lunga sequenza in cui insieme a Kit sgominò da assediato un’intera banda di indiani.

Finalmente il maggior formato viene sfruttato a dovere, né ci sono didascalie a spiegare l’ovvio. Però l’ampio spazio dedicato a sparatorie, agguati et similia si mangia quello dedicato alla narrazione, e forse il destino di Jonah tradisce una certa artificiosità da cui un fumetto di Tex non può sfuggire, dovendo concludersi senza lasciare elementi (anche morali) aperti.

I disegni di Alfonso Font, motivo principale del mio interesse per questo volume, dimostrano una grandissima qualità anche oggi che l’autore si avvicina agli 80 anni. Mi stupisce che, da quanto leggo nell’introduzione e nella biografia finale, sia un disegnatore molto presente su Tex, visto che la maniera con cui lo disegna non mi sembra molto canonica. Una nota di merito al colorista Matteo Vattani che, pur con “effetti speciali” a volte esornativi, ha proposto uno stile abbastanza simile a quello che usava Font stesso quando si colorava da solo. Certo, queste tavole si gustano un po’ a denti stretti ripensando che la conclusione de Il Prigioniero delle Stelle non la vedremo mai.