Posso immaginare il contesto in cui venne creata questa miniserie di quattro capitoli: alla fine degli anni ’80 l’ubriacatura per il “formato prestige” del Dark Knight di Miller non era ancora finita e quindi sotto con opere “mature”, più lunghe e curate. Direi anzi che l’influsso del lavoro di Miller è sin troppo evidente, sia nella struttura che nel climax apocalittico finale che nelle scelte stilistiche come le vignettine degli interventi televisivi. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco e se il tasso di violenza è alto e non manca una punta di satira politica (il santone della setta ottiene ampi consensi popolari sfruttando la paura che lui stesso ha indotto), il flusso degli eventi è un po’ troppo meccanico, senza sorprese, e per il desiderio di rendere la storia epica Jim Starlin finisce per renderla quasi ridicola con l’escalation di scontri dell’ultimo capitolo. Inoltre mi pare che a Batman non venga resa giustizia, vista la facilità con cui viene manipolato e visto il suo ruolo spesso solo passivo.
Ci sono poi dei punti che non vengono chiariti: perché l’aspirante disegnatore di fumetti viene ucciso (non era poi mica tanto criminale)? Perché l’origine sovrannaturale del Diacono Blackfire viene messa in discussione alla fine? E ammetto che non ho proprio capito chi fosse l’infiltrato nella sua setta.
Purtroppo anche il grande Bernie Wrightson delude le aspettative e ho trovato i suoi sfondi di gran lunga più efficaci delle figure umane. Ma mi rendo conto che 200 tavole non sono uno scherzo da disegnare. Alla fine la figura migliore la fa il colorista Bill Wray, che non lesina sugli “effetti speciali” ma è sempre leggibile e funzionale alla narrazione.
In sostanza La Setta non è un’opera disprezzabile, ma è ben lontana dai capolavori (reali o presunti) della sterminata bibliografia batmaniana. E conferma che certi temi trattati in chiave supereroistica finiscono per uscirne banalizzati se non proprio ridicoli.
