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venerdì 13 marzo 2015

Outcast 1: Un'oscurità lo circonda



Kyle Barnes è una calamita per la sfiga: sopravvissuto a una terribile infanzia violenta grazie al suo potere di praticare esorcismi, diventa un reietto a causa di quello stesso potere che lo ha portato a compiere azioni apparentemente riprovevoli – vallo a spiegare a tuo cognato poliziotto che non hai picchiato tua moglie e tua figlia ma i demoni che le possedevano. Con estrema riluttanza e minimizzando le sue stesse capacità paranormali, Kyle aiuta il reverendo Anderson quando si presentano nuovi casi di possessione demoniaca, che in questo universo narrativo non sembrano rari.
Kyle non si è comunque meritato l’appellativo di reietto («Outcast», appunto) a causa del suo comportamento antisociale ma perché così lo definiscono alcune delle entità con cui è venuto in contatto.
Mentre cominciamo a conoscere i protagonisti della serie e l’ambientazione in cui si muovono, un personaggio inquietante si fa vivo in chiesa e comincia a gironzolare intorno al protagonista e ai suoi cari.
Outcast è una serie originale e molto ben scritta, forse addirittura troppo ben scritta, come se si trattasse solo della prova generale per una serie televisiva di cui effettivamente riprende il ritmo, oltre a presentare alcune soluzioni narrative che sembrano pensate proprio per la traduzione da un medium all’altro, come le panoramiche seguite da dettagli chiarificatori. Ma forse sono stato influenzato in questo parere dall’editoriale trionfalistico in cui si esalta il successo di Kirkman, The Walking Dead, trasformato in telefilm.
Il disegnatore Paul Azaceta è veramente molto bravo. Batte la stessa bandiera espressionista di Michael Lark ma è molto più rigoroso, dettagliato ed espressivo basandosi con ogni probabilità su una massiccia documentazione fotografica. Come pegno per la pubblicazione in formato bonelliano, unico che evidentemente può attirare un pubblico diverso dai soliti appassionati, la saldaPress ha pubblicato Outcast in bianco e nero. Come spiegato negli editoriali posti in appendice non si è trattato di una semplice riduzione in scala di grigi ma di un lavoro di cesello fatto dallo stesso Azaceta per meglio guidare il lettore e far risaltare i disegni. Sarà, ma in qualche occasione la mancanza del colore io l’ho avvertita, ad esempio quando ci sono degli stacchi su una stessa immagine riproposta in flashback. In ogni caso niente di drammatico, anche se il pensiero va all’Aurea e alla Cosmo che effettivamente malgrado il formato bonelliano pubblicano comunque dei fumetti a colori (Ristampa Dago e una delle serie colorate, vatti a ricordare quale).
Nonostante i notevoli punti di forza che ho segnalato sopra non so se seguirò Outcast. Mi sembra che anche qui Kirkman riveli gli stessi difetti che ho riscontrato in The Walking Dead e che mi hanno fatto desistere dal proseguire (difetti che magari per qualcuno sono i suoi punti di forza): molti dialoghi sembrano artefatti, poco naturali, e la storia sembra dipanarsi con una lentezza eccessiva per i miei gusti.
Ma da qua a maggio chissà quante volte cambierò idea.

domenica 3 marzo 2013

...ma non ha le tette?

Questo personaggio che compare in Marvel Zombies, intendo:
A me pare che questo simil-Wolverine (che nella storia viene dall'Asteroide M) sia una donna, eppure nel testo l'hanno coniugato al maschile. Boh.
(da Marvel Best Seller 6: Marvel Zombies - Fame insaziabile)

sabato 17 novembre 2012

The Walking Dead 1 - Risveglio nella Città dei Morti



Ora che saldaPress ha comiciato a ristamparlo in versione bonelliana economica anch’io mi sono potuto gustare The Walking Dead e capire cosa abbia reso questo fumetto tanto speciale.
Sarà l’assuefazione alle storie di zombi, sarà l’aspettativa altissima che il suo successo ha generato, sarà quel tocco di casualità fatalista poco credibile che fa procedere la trama, sarà la banalità di certe situazioni, sarà l’inverosimiglianza di altre, saranno i dialoghi che vorrebbero essere d’effetto riuscendoci solo marginalmente, sarà lo stile di disegno molto curato ma troppo caricaturale per i miei gusti, sarà la rappresentazione poco coerente degli zombi e delle loro capacità, sarà lo scarso carisma che al momento hanno dimostrato tutti i personaggi, sarà l’insofferenza verso la riproposta di cliché già visti, sarà l’assurdità dell’inserimento di una storia di corna in un contesto del genere, sarà più probabilmente il fatto che questo è solo l’antipasto e che le storie memorabili arriveranno poi, ma io cos’abbia di tanto speciale The Walking Dead proprio non l’ho capito.
La confezione saldaPress è molto curata, grafica e qualità di stampa sono buone e inaspettatamente il 17x26 originale si adatta molto bene al nostrano 16x21. In appendice, al posto delle copertine solitamente bramate dai fan, un «post mortem» che spiega la genesi della trasposizione televisiva, forse troppo incensatorio per essere esaustivo. Interessante colpo di coda finale, l’ultima pagina presenta le prime tre striscie di Zetacomezombie ad opera di Voglino (lui?) e Giorgini. La prima non avevo capito che fosse una striscia umoristica, la seconda mi è sembrata assai fiacca e la terza l’ho trovata incredibilmente inquietante e geniale per come è riuscita a fotografare questa nostra epoca disperata.