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venerdì 9 dicembre 2016

Historica 50 - L'Impero Azteco 2: Cortés il Conquistatore

In risposta alle mie suppliche (già, sicuramente) la Mondadori ha dedicato la cinquantesima uscita di Historica al secondo e ultimo volume de L’Impero Azteco, inaspettato gioiellino scritto e disegnato dal ruspante Jean-Yves Mitton.
Gli ultimi tre capitoli della saga mantengono le promesse e si confermano di ottimo livello: Maïana/Marianna viene interrogata ferocemente dalla Santa Inquisizione e così veniamo a conoscenza delle traversie che dal 1519 al 1521 la condurranno di fronte al tribunale nel 1525.
Salvatasi per miracolo dagli inseguitori del numero scorso, la Malinche viene a contatto con una popolazione totonaca che le fornisce i mezzi e lo spunto giusto per compiere la sua vendetta contro gli aztechi, ma una volta giunta a Vera Cruz si troverà catapultata in una realtà non meno feroce di quella che aveva conosciuto finora e sarà ridotta a fare la prostituta. Da lì, però, con grande abnegazione e coraggio (e anche una certa malizia) riuscirà a catturare l’attenzione di Hernan Cortés e a pianificare la sua vendetta. Vendetta a cui l’ambizioso Cortés sarà più che felice di partecipare assecondando le credenze e le superstizioni dei popoli che ha sottomesso (e da cui aveva avuto praticamente la stessa idea di Maïana per avvicinarsi a Montezuma). La presa di Tenochtitlan si rivelerà però tutt’altro che facile.
La storia fonde alla perfezione avventura sfrenata e ricostruzione storica, con un ritmo incalzante che viene sapientemente inframmezzato da parti più lente e descrittive. Come sottolineato da Sergio Brancato nell’introduzione, Mitton sa gestire molto bene i piani temporali tra passato e presente, e anche i raccordi tra le varie sequenze sono molto efficaci.
Inoltre, pur se ogni personaggio (anche il più marginale) è stato reso con realismo e originalità, Mitton ha saputo rendere la protagonista veramente carismatica senza ricorrere al facile pietismo o senza mostrarne solo le esibizioni sessuali (non troppe, almeno).
Alla fine, forse per l’entusiasmo della lettura o forse per l’ottima colorazione di Jocelyne Charrance, persino i disegni scarni e a volte approssimativi di Mitton (che comunque disegna dei bellissimi panorami) mi sono sembrati buoni.
Tocco di classe della Mondadori: i colori della copertina e della bandella di questo secondo volume sono gli stessi del primo, creando una continuità grafica che mi pare essere stata riservata finora solo a L’Impero Azteco.

sabato 7 maggio 2016

Historica 43 - L'Impero Azteco 1: I Presagi di Montezuma

Inaspettatamente, trattandosi di un’opera del popolaresco Jean-Yves Mitton, il nuovo volume di Historica mi è piaciuto molto. Con il titolo L’Impero Azteco vengono presentati i primi quattro episodi della saga Quetzalcoatl già edita in Italia da Alessandro Editore, non ricordo se nella sua completezza. È probabile che in Mondadori abbiano scelto questo titolo più anonimo per attirare legittimamente quei lettori che già possiedono l’altra versione.
La storia cattura sin dall’inizio, con una introduzione molto drammatica e un calcolato (e forse un po’ eccessivo) ritardo nel presentare i protagonisti. Siamo a Vera Cruz nel gennaio 1525 e l’inquisitore Padre Segura è stato chiamato dalla Spagna a raccogliere la testimonianza di una india accusata di stregoneria, tal Maïana Xochitla che da quando aveva 15 anni nel 1519 è riuscita a sopravvivere alle brutture della società che l’aveva generata e addirittura a diventare la concubina di uomini di potere come Montezuma e successivamente Hernán Cortés. In realtà, come il vescovo locale è sin troppo sincero ad ammettere con Segura, la confessione servirà principalmente a estorcere alla donna dove si trova il favoleggiato oro di Montezuma.
La schiettezza disincantata con cui Mitton introduce il vero scopo dell’Inquisizione si riflette anche nell’obiettività con cui rappresenta le barbarie a cui gli stessi sanguinari Aztechi sottoponevano le altre etnie come i Mixtechi di cui fa parte Maïana, che poco avevano da invidiare ai massacri perpetrati dai conquistadores.
La storia di Maïana viene raccontata quindi tramite la registrazione scritta delle sue memorie durante la notte, con l’espediente geniale della lotta contro il tempo: il tribunale si riunirà durante la mattina successiva e Padre Segura dovrà riuscire a trovare nella sua storia elementi a suo favore per salvarla dal rogo.
In questi primi 4 episodi assistiamo all’ascesa di Maïana da contadina appena maritata a concubina favorita di Montezuma per vendetta (l’idea alla base del suo piano ricorda quella di un episodio de Il Venditore di Sogni di Ferrandino) sino a diventare fuggiasca, dopo essere sopravvissuta a violenze indicibili. Ovviamente come succede agli eroi popolari la vicenda di Maïana procede anche grazie a smaccate botte di fortuna e agli incontri giusti al momento giusto. Mitton dimostra di essersi documentato parecchio e inserisce molte nozioni e dettagli storici in questa saga, tanto da rendere la lettura dei singoli episodi un po’ più densa della media.
Inoltre fa un ottimo lavoro sui protagonisti, che sono molto sfaccettati e rivelano nel corso della narrazione la loro vera natura: Padre Segura all’inizio ci viene introdotto come uno stronzo e invece si rivelerà uomo giusto e di buon cuore, mentre il suo giovane assistente frate Tancredi a cui inizialmente va la simpatia del lettore si dimostrerà meno innocente di quello che sembrava. Ciò detto, Mitton è pur sempre Mitton…
L’umorismo che affiora con eccessiva frequenza è di grana assai grossa: al di là della scena in cui Montezuma annoiato a morte sonnecchia durante i sacrifici, la bagarre di pagina 38 è talmente sopra le righe che nei commenti di Padre Segura, che la etichetta come una «farsa di paese», mi è sembrato di cogliere una certa autoironia da parte di Mitton.
Gli ammiccamenti pruriginosi, che sovente coinvolgono minorenni, sono praticamente la norma e non mancano sequenze boccaccesche come gli intermezzi con frate Antonino, omosessuale sin troppo intraprendente.
A livello di disegni Mitton conferma la sua attitudine di autore ruspante per cui l’anatomia e le proporzioni possono essere addomesticate per far stare le figure nelle vignette. Lo stesso Sergio Brancato nell’introduzione lascia intendere quanto lo stile di Mitton sia sin troppo classico, intendendo probabilmente la banalità delle inquadrature e certe licenze come i profili non riuscitissimi. I suoi campi lunghi e le scene di massa sono comunque oggettivamente molto curati e suggestivi.
In merito a questa edizione della Mondadori la prima cosa che si nota è che, come accaduto per altre serie meno recenti (il primo episodio di Quetzalcoatl è del 1997) la qualità di stampa non è ottimale, anche se il quarto volume viene riprodotto in maniera impeccabile. Non ci sono balloon invertiti, ma c’è stata qualche indecisione su quale articolo usare davanti alla zeta (“quei” Zapotechi invece di “quegli”, come “dei” Zolipotl e non “degli” ma poi altrove viene scritto correttamente “gli Zapotechi”).
Va segnalato come nel terzo episodio sia stato fatto un ottimo lavoro nell’adattare le onomatopee francesi. Come nel caso dell’ultimo I Passeggeri del Vento anche qui viene riportato in appendice un glossario, in cui però ogni tanto non viene rispettato l’ordine alfabetico e non sempre c’è omogeneità con i termini usati nel fumetto («Tonaltiuh» viene riportato come «Tonatiuh» e  «Omexochitl» come «Omexocitl»). Questi difetti probabilmente sono presenti già nei volumi originali,  mentre i traduttori dovrebbero sapere, o almeno intuirlo dai disegni, che in francese faire une pipe a un uomo («Poquietl», dicevano gli amerindi) non vuol dire certo fabbricargli una pipa.
Attendo con ansia il prossimo volume conclusivo della serie. Ed era un bel po’ che non mi capitava con Historica.

sabato 6 giugno 2015

Cosmo Color 21 - Colorado 3: Big Black Banjo



...e come spesso accade uno non fa in tempo a lamentarsi che qualcosa è in ritardo, che quel qualcosa finalmente esce.
Come si evince dal titolo, il terzo episodio di Colorado mette sotto i riflettori la storia del musicista di colore della compagnia di Navaja ma è anche un importante punto di svolta nella serie visto che viene rivelato come i protagonisti sono venuti a conoscenza della montagna d’oro che li starebbe aspettando e che finalmente si mettono a cercarla, riannodando alcuni fili rimasti in sospeso in precedenza.
Fossi un appassionato di western questo volume mi avrebbe probabilmente entusiasmato. Non amo particolarmente il genere e sono rimasto un po’ perplesso. È giusto e sacrosanto che i generi consolidati vadano avanti grazie a stereotipi e che il lettore non si impunti sulla verosimiglianza delle situazioni più avventurose, ma questo benedetto Big Black Banjo va avanti solo a forza di botte di culo, e lui è il primo a sottolinearlo nel resoconto della sua vicenda a Wong Lee e Miss Mauren, infarcita appunto di quelli che lui chiama «miracoli». Può darsi che l’intenzione di Mitton fosse proprio quella di fare dell’ironia sui luoghi comuni del western, ma il dubbio se si prenda sul serio o no persiste. Non mancano comunque delle scene divertenti o comunque ben costruite.
Per quel che riguarda il reparto grafico c’è la gradevole sorpresa del ritorno di Jocelyne Charrance che stavolta non ha usato il computer ma si è affidata (mi par di capire) a matite e acquerelli, ottenendo delle piacevoli tonalità pastello. Purtroppo il lavoro di Ramaïoli non merita tanto sforzo visto che il disegnatore incappa spesso in imprecisioni anatomiche, soprattutto nei volti e nelle mani, e in generale sembra essersi dedicato con scarso interesse al lavoro, forse pressato da altre consegne. Non che abbia mai brillato per la piacevolezza del suo segno, ma nel primo episodio aveva dimostrato che con un maggiore impegno sa ottenere dei risultati molto buoni.
Arrivato a questo punto credo che per l’acquisto dei prossimi episodi seguirò l’estro del momento. I protagonisti degli ultimi volumi sembrano essere i più interessanti (o meno stereotipati), ed è innegabile che la proposta della Cosmo sia convenientissima, però il tentativo di fare un western più originale del solito non mi sembra riuscito e non vorrei soprattutto constatare che la spirale discendente di Ramaïoli proseguisse.

PS: non sono andato a controllare, ma mi è sembrato che alcuni versi delle canzoni siano stati trascritti in un inglese maccheronico (o meglio argot), cosa che mi ha ricordato con affetto il buon vecchio Dick Drago.

giovedì 26 marzo 2015

Cosmo Color 19 - Colorado 2: Chaparro



Secondo dei cinque volumi che di logica comporranno la serie Colorado. Stavolta sotto i riflettori c’è il messicano della compagnia, Chaparro, e la struttura di questo volume si conferma quella del primo, con una quindicina di tavole che portano avanti la trama portante e le rimanenti dedicate alle origini del personaggio eponimo.
A volere stare al gioco questo fumetto è abbastanza divertente e ha dei vaghi margini di originalità pur risultando un po’ forzato nei momenti in cui vorrebbe essere più leggero e pur riprendendo massicciamente gli stereotipi stravisti del genere (e ci mancherebbe altro: è un western). Il problema di Chaparro è la parte grafica. Delle velleità artistiche di Georges Ramaïoli che avevo riscontrato nel primo episodio non rimane traccia, anche se occasionalmente (ad esempio la tavola 6, ma è una goccia nel mare) si coglie un maggiore impegno. Inoltre i pesanti colori digitali di tal Faro rendono un po’ difficoltosa la lettura, il che potrebbe anche non essere un male in sé visto che così alcune magagne di Ramaïoli vengono dissimulate, ma alla fine anche la resa di stampa ne risente con questo tipo di colorazione per cui ormai le pellicole non sono più necessarie.
Considerando gli ulteriori abissi che Colorado dovrebbe toccare (vedi il link nel commento di Luigi) sono veramente indeciso se continuare. Si naviga a vista. Per me questo secondo volume si segnala principalmente per l’annuncio delle «storie perdute» di Comanche in quarta di copertina (cosa saranno? Le storie brevi?) e per questo, forse non simpaticissimo, inside joke:

sabato 28 febbraio 2015

Cosmo Color 18 - Colorado 1: Navajos

Che palle, un altro western. Questo, però, cerca di essere originale. Sembra anzi ostentare la sua originalità come se fosse un motivo sufficiente a decretarne la qualità e a giustificarne l’acquisto. In Colorado i protagonisti non sono i classici eroi del genere (non tutti, almeno) ma un giovane indiano navajo, un rapinatore messicano, un suonatore di colore, un ex-minatore cinese e la sua compagna irlandese. Tanto basti per il momento visto che la trama portante viene appena accennata: da una scena iniziale si evince che Uintah Mapaï (l’indiano) ha convocato gli altri sull’inaccessibile cresta del Colorado con la lusinga del recupero di un tesoro. Dalla quindicesima tavola parte un flashback che occupa praticamente tutto il resto del volume, in cui viene sviscerata la storia di Uintah Mapaï, in cerca di vendetta per lo sterminio della sua tribù, e viene introdotto il personaggio di Chaparro, il messicano.
Può darsi che, anticipando Lost, Jean-Yves Mitton abbia voluto impostare la saga dedicando ogni episodio alla storia di un singolo personaggio mentre porta avanti la vicenda principale.
È ancora presto per giudicare questa serie che dovrebbe durare cinque episodi, il mix di luoghi comuni e di elementi inediti non mi ha catturato (è pur sempre l’ennesimo western) ma un minimo di curiosità ha saputo sollevarla quindi non escludo di continuare a seguirla.
Ai disegni Georges Ramaïoli (altresì noto come Simon Rocca) si dimostra inizialmente un valido epigone di Jean Giraud come Christian Rossi e Michel Rouge ma stempera presto le sue velleità in uno stile meno curato ma comunque valido. Purtroppo i colori di Jocelyne Charrance affossano un po’ la qualità del tratto visto che sono stati realizzati al computer in un’epoca (questo primo volume risale al 2003) in cui le possibilità del mezzo non erano consolidate come oggi nè esisteva forse una familiarità generalizzata col mezzo. Come effetto collaterale della lavorazione al pc, la qualità di stampa risulta non ottimale.
In merito alle copertine non riprese da quelle originali ma affidate a Elia Bonetti: da quel poco che ho visto di suo, io adoro Bonetti ma “quel poco” è il mitico gioco di ruolo Sine Requie quindi sicuramente il mio giudizio sul suo lavoro non è imparziale. Detto questo, per quanto siano innegabili il suo talento e la sua perizia tecnica (in particolare nella copertina del prossimo volume che campeggia in quarta di copertina) mi sembra che i risultati siano un po’ freddi oltre che poco pertinenti al contenuto. D’altro canto un mio amico ha malignato sul fatto che forse la Cosmo ha affidato le copertine a lui perché quelle originali erano scadenti...

venerdì 1 agosto 2014

Historica 22 - Attila 2: Il Flagello di Dio



Non l'avrei mai detto, ma questo Attila si è rivelato uno dei titoli più belli della collana Historica, che pur non poche sorprese mi ha riservato.
Jean-Yves Mitton è riuscito a trovare un equilibrio perfetto tra azione e introspezione, tra metafora e realismo, tra speculazione e intrattenimento, tra scrupolo documentaristico e Mito. Ed è pure riuscito a inserire qualche raro siparietto umoristico che proprio in virtù del tono drammatico della saga diventa ancora più esilarante. Una lettura entusiasmante, insomma, pur con qualche riserva.
Siamo nel 450 d. C. e gli intrighi di Attila, sempre coadiuvato dalla sua Lupa, lo hanno portato lontano da Aquileia a presidiare Budapest. Apparentemente è la sua definitiva consacrazione sullo scacchiere europeo ma in realtà si tratta dell'inizio del suo declino (effettivamente, questo è il secondo blocco di 3 episodi che compongono la saga di 6, quindi Mitton ha applicato con maestria la struttura classica dell'Ascesa-e-Caduta) e a intrigare ulteriormente il lettore è la storia della Lupa di cui vengono raccontate le sorti da dove l’avevamo lasciata nel precedente volume. Gli autori fanno un uso interessante dei flashback, che non sono immediatamenti riconoscibili come tali e generano inizialmente un effetto un po’ straniante.
La vicenda procede verso l’ultimo stupendo episodio, Vedi Roma... e poi muori, offrendo sì le inevitabili scene di battaglia e la descrizione delle strategie militari, ma offrendo anche degli approfonditi e sfaccettati ritratti di tutti i principali personaggi coinvolti.
Ma non è tutto oro quel che luccica e come dicevo sopra ho qualche riserva. Una sola inerente il fumetto in sé, comunque: Franck Bonnet purtroppo non produce delle tavole allo stesso livello qualitativo dei testi di Mitton. Si vede chiaramente tutto l'impegno profuso per riempire le tavole di dettagli e creare dei disegni validi, ma purtroppo ciò non ci risparmia l'occasionale prognatismo caricaturale di alcuni volti, gli occhi che fluttuano strabici nei primi piani frontali, le inquadrature ardite (ma neanche tanto) affrontate senza l'opportuna perizia tecnica – l'uso di fotografie come base di partenza sarebbe stato consigliabile. Bonnet non è comunque un cane, in giro si vede di peggio (ma anche di molto meglio a dire il vero), però è un peccato che gli ottimi testi di Mitton non siano stati accompagnati da disegni dello stesso livello. Disegni che oltretutto soffrono di una qualità di stampa altalenante, e poco consola vedere che i difetti di stampa sono quelli dell'epoca pre-digitale, ovvero fuori registro, sporcizia nelle pellicole e tratti poco incisi a causa degli impianti un po' rovinati.
Un paio di riserve, poi, ce le ho sull'edizione. Detto della qualità di stampa non sempre buona, nella trentacinquesima tavola del primo episodio due dialoghi sono invertiti: quelli della vignetta verticale andrebbero nella prima orizzontale lì accanto; e vabbè, questo è ormai quasi un marchio di fabbrica della collana Historica.
Il guaio è che stavolta Sergio Brancato ci è andato giù pesante di spoiler e consiglio caldamente di leggere la sua introduzione dopo la lettura del fumetto!

venerdì 4 aprile 2014

Historica 18 - Vae Victis! 4 - Il Trionfo di Giulio Cesare



Gran finale della saga. La metamorfosi si è definitivamente compiuta e, compatibilmente coi segni che avevo colto nel terzo volume, Vae Victis! da ruspante serieavventurosa è diventata una tragica e disperata epopea, con una levatura quasi melodrammatica come segnala Sergio Brancato nell’introduzione.
Siamo alla resa dei conti e l’azione procede incalzante incollando il lettore alle pagine. Soprattutto il primo episodio ha un ritmo indemoniato, nonostante introduca anche personaggi nuovi, e il fatto che anche stavolta sono scappati due balloon invertiti (a pagina 18, ma capiterà ancora un’altra volta sul finale) per un istante lo spezza. Nulla di grave, comunque: la frenesia dell’azione, la competenza con cui sono state riscostruite le strategie belliche e l’attenta cura per gli aspetti umani non vengono certo messe in ombra da questa quisquillia.

La storia non procede solo tra battaglie, diplomazia e tradimenti ma ci sono un bel po’ di colpi di scena e, a volerle cogliere, più di una riflessione non banale sulla natura umana. Una cosa piuttosto spiazzante, però, è che il finale in realtà è ben poco definitivo e sembra preludere a un seguito che non è stato ancora realizzato. Ma in fondo come dice Giulio Cesare un cerchio si è veramente chiuso.
Purtroppo Mitton ai disegni dà segni di stanchezza. Per quel che riguarda i volti, alterna soluzioni standard buone indistintamente per tutti i personaggi, come i denti digrignanti, a scelte molto arbitrarie (o affrettate) nel delineare alcuni visi, tanto da renderli deformi. Anche le anatomie sono un pochino rabberciate e, a parte il fatto che la ferita al seno sinistro di Ambra/Budicca è miracolosamente scomparsa, alcuni personaggi sembrano dei nani – non solo i Romani che proprio come «nanetti» vengono scherniti dai Celti. Ma visto il tour de force di 15 volumi a cui si è sottoposto gli perdono volentieri questo cedimento sul finale, anche perché ha continuato a profondere molta cura almeno ai dècors e i volumi meno curati risultano il tredicesimo e il quattordicesimo. E poi, oggettivamente, il più che dignitoso Mitton non è mai stato esattamente al livello di Möebius o Juillard.

La lettura di Vae Victis! mi ha lasciato piacevolmente sorpreso: si è rivelata una saga monumentale che è partita molto leggera per poi finire a ben altro livello, sempre prestando molta attenzione alla documentazione e all’aspetto umano dei suoi eroi. Oltretutto, leggerla in un lasso di tempo strettissimo come ci ha permesso la Mondadori è stato ancora più appagante.

martedì 11 febbraio 2014

Historica 16 - Attila vol. 1 - L'Invasione dell'Occidente



Dopo Vae Victis! e Le Sette Vite dello Sparviero la benemerita collana Historica ospita un’altra serie lunga che non si conclude in un solo volume. All’epoca della sua uscita per Alessandro Editore avevo snobbato Attila... Mon Amour incasellandola tra le serie più popolari del mercato franco-belga: meno male che ci ha pensato la Mondadori a farmi recuperare quello che, almeno da quello che ho potuto leggere finora, è un invece un fumetto molto bello e originale.
L’Attila del titolo è in realtà il coprotagonista di questa saga in sei volumi e divide la scena con l’affascinante Lupa, una donna che un temperamento ferino e la pelle di lupo che indossa bastano a spacciare per un mostro esotico da esibire nelle fiere. Nel 449 dopo Cristo l’Impero Romano d’Occidente sta per andare incontro al suo tramonto: i barbari Unni vanno ingraziati per frenare la loro sete di conquista. Tra i tanti doni che vengono fatti ad Attila da Cesare Augusto Valentiniano c’è anche Lupa, che eserciterà sul leader barbaro un fascino irresistibile. Farne la sua amante (tra l’invidia delle sue altre donne e soprattutto della sua favorita) sarà una mossa decisiva per Attila visto che con l’avanzare degli episodi Lupa rivela delle doti tattiche fuori dal comune e delle altrettanto inaspettate conoscenze sull’esercito e sugli usi e costumi dei Romani, che si riveleranno fondamentali per le fortune dell’avanzata unna. Il passato di Lupa ci viene svelato lentamente nel corso degli episodi e costituisce uno degli aspetti più interessanti della serie, tanto più che i flashback accompagnano con eleganza il progressivo ruolo egemone che Lupa avrà nella trama e alla corte di Attila.
Attila coniuga una grande precisione storica con la giusta dose di azione e avventura, e Mitton dimostra di essere molto ispirato nella scrittura (d’altronde già la scelta della protagonista è un bel colpo di genio). Il ritmo dei singoli episodi è gestito alla perfezione, contrappuntando ottimamente le varie scene e gestendo molto bene la suspence: prendiamo ad esempio la scena dell’incontro tra Attila e Bledda nel terzo episodio, o la stessa entrata in scena di Lupa. I personaggi, anche quelli che programmaticamente devono essere antipatici, sono resi con grande profondità e non manca occasionalmente qualche tocco d’ironia per stemperare, o almeno equilibrare, le sequenze più crude.
Sono molto ben congeniati anche i singolari cliffhanger con cui si conclude ogni episodio: non un semplice rimando a cose a venire ma una scena che rimette parzialmente in discussione quanto letto finora e che introduce nuovi particolari.
A volere trovare un difetto in Attila, va rilevato che i disegni di Bonnet non presentano sempre delle anatomie inappuntabili, soprattutto per quel che riguarda i volti. Ma (oltre al fatto che si è visto e si vede ben di peggio) mi sembra che col procedere della serie il disegnatore stia trovando una sua strada sempre più convincente.
Da notare che nell’introduzione Sergio Brancato non fa solo le solite considerazioni antropologiche molto interessanti ma guadagna spazio parlando del pericolo degli spoiler – e, vivaddio, evitando di farne!

domenica 15 dicembre 2013

Historica 14 - Vae Victis! 3: Giulio Cesare e l'invasione della Britannia



Mi sembra che la saga di Vae Victis! stia procedendo in crescendo. Dai primi, interessanti ma un po’ ridanciani episodi, siamo passati a una storia serratissima e decisamente drammatica, e inevitabilmente adesso che i protagonisti mi sono familiari è molto più appassionante seguirne le gesta e le disgrazie. Veramente belli e coinvolgenti questi quattro episodi, in particolare i primi due che mi hanno tenuto incollato al volume.
Come al solito Simon Rocca coniuga rigore storico ad azione frenetica, condendo il tutto con personaggi suggestivi delineati molto bene, anche se per comprensibili ragioni di spazio e di economia della narrazione ad alcuni come Mandubracio viene riservato poco più che un ruolo da macchietta. Messi da parte il facile erotismo e soprattutto le battutine estemporanee, restano i tormenti (anche amorosi, non meno dilanianti) degli eroi, il volto cinico del potere e della politica, il disincanto con cui viene mostrata la difficoltà delle popolazioni barbare a fare fronte comune contro l’invasore. In questi episodi mi ha colpito molto la profondità con cui è stata trattata la figura di Cesare, che da cattivo della serie è diventato un personaggio a tutto tondo, non privo (tutt’altro) di meschinità ma umanissimo.
E a dirla tutta ho apprezzato anche la continuity attenta e molto ben costruita.
Anche i disegni, forse perché sono condizionato dall’ottima resa di stampa e dai colori molto suggestivi, mi sono sembrati migliori di quanto Mitton ha fatto in precedenza, che era comunque sempre di livello almeno dignitoso.
Riallacciandosi allo scorso episodio Gaio Giulio Cesare, il conquistatore e Arulf, l’Iceno raccontano gli scontri dei Britanni coi Romani, in cui si intrecciano le vicende dei vari protagonisti, mentre con Celtillo, il Vercingetorige Ambra/Budicca torna in azione per spirito d’avventura donando nuova linfa alla storia. La mia impressione è che negli intenti degli autori la saga fosse perfettamente conclusa col suo decimo volume originale, cioè il secondo capitolo di questo Historica 14, e che l’abbiano continuata a fronte del successo che ha avuto, ma è appunto solo un’impressione.
Nell’introduzione Sergio Brancato fa delle riflessioni e dei collegamenti molto interessanti (ma Asterix sciovinista? Suvvia...) però mi chiedo che fine abbia fatto Pollicelli.
Non mi è sfuggito che in un paio di occasioni (Milone e Sligo messi ai remi della galera, Celtillo che parla ad Ambra appena eletto Vercingetorige) dei balloon sono stati invertiti, ma vale sempre il vecchio discorso: 200 pagine di grande formato a colori a 13€ sono comunque un affare.

venerdì 31 maggio 2013

Historica 8 - Vae Victis! vol. 2



Dall’introduzione di Giuseppe Pollicelli:

«Con l’avanzare degli episodi di Vae Victis! [...] il realismo che aveva caratterizzato le puntate iniziali del ciclo cede mano a mano il passo alla rappresentazione di scene stupefacenti, al piacere della sottolineatura iperbolica, a una palese enfatizzazione degli ingredienti narrativi dai sapori più forti come l’erotismo e, soprattutto, la violenza.»


Cominciamo bene. E continuiamo ancora meglio. Tra uno spoiler e l’altro Pollicelli rincara la dose:

«I tre […] saltimbanchi sgominano a suon di cazzotti e acrobazie una folla di uomini inferociti con la stessa facilità con cui, nei loro film, erano soliti farlo Bud Spencer e Terence Hill.»

Oddio, ma cosa diavolo sto per leggere?! Per fortuna Pollicelli è stato un pochino troppo severo con la serie (che forse non gli piace più di tanto), o magari avrà voluto rimarcarne gli aspetti più bassi per farne risaltare gli altri pregi. E alla fin fine questo secondo volume integrale di Vae Victis! è perfettamente coerente col primo, con tanto di episodio stampato male (in questo caso il quarto, ma neanche il primo scherza) e la trama è un misto di avventura scatenata e rigore storico. Vale insomma quanto ho già detto del primo volume, l’unica differenza è che qui la vicenda assume un aspetto nettamente corale, con varie storie che si dipanano a partire da una matassa comune. Il che è un bene anche perchè la prostagonista, pur con tutte le vicissitudini di cui è stata vittima, non è proprio il colmo della simpatia.
Tanta azione, tanti personaggi stereotipati accanto ad altri anacronistici per l’epoca trattata, qualche ammiccamento al lettore e una spruzzata di contestualizzazione storica molto approfondita “giusto per” che però non dispiace. Il ritmo è incalzante e anche a causa del dipanarsi di più storie parallele Vae Victis! si segue con piacere e interesse, tanto più che c’è anche qualche minimo tocco di continuity a collegare i volumi. È un’ottima cosa che si possa leggere a blocchi di 4 episodi per volta.
Mitton non è un genio, ma la cura attentissima che dedica ad alcuni dettagli e soprattutto alle scene di massa e alle ambientazioni gli valgono almeno il rispetto dovuto ai professionisti più seri. Che gli scappino delle semplificazioni anatomiche nelle figure di secondo piano mi pare fisiologico e per nulla grave visti anche i suoi ritmi serrati di lavoro.
Con tutto il ben di dio che esce in Francia forse Historica avrebbe potuto scegliere qualche fumetto più autoriale al posto di Vae Victis! (anche per uniformarsi al resto della collana, che occasionalmente ha invece peccato di velleitarismo) ma non rimpiango affatto i miei 13 euro e anzi, nonostante con questo volume il primo lungo ciclo della saga sia concluso, spero di vederne il seguito.
Tanto più che, almeno finora, sulle sue pagine non si sono visti aerei della Seconda Guerra Mondiale.

sabato 9 febbraio 2013

Historica 4 - Vae Victis! (vol. 1?)



Mi sono avvicinato a questo numero di Historica con un bel po’ di pregiudizi. Jean-Yves Mitton è infatti un rappresentante del settore popolare del fumetto francese, nicchia oggi ormai defunta (mi pare) ma ancora vivace nei primi anni ’80. I suoi primi exploit Claudio Villa li fece proprio per questo mercato tramite la Lug. Diamine, esistevano persino delle collane di supereroi francesi!
Anche Mitton come Ciro Tota, Raphael Marcello, Yves Swolfs e altri si riciclò nel mercato degli albi cartonati a colori dopo la frequentazione delle pagine in bianco e nero dei “giornalini” in vendita presso le stazioni e i chioschi, ma a mio avviso non ha mai brillato per eccellenza e la sua matrice popolare è ancora ben visibile. La sua versione asciutta e senza fronzoli di De Silence et de Sang mi piace molto, ma è innegabile che la cura dei dettagli non è il punto forte di Mitton, così come le sue inquadrature tendono a ripetersi senza fantasia. È anche vero che questo non gli ha impedito di avere un ottimo riscontro di pubblico in Francia, i suoi Quetzalcoatl e Attila, mon Amour (di cui è anche autore dei testi) si sono visti pure in Italia, e questo Vae Victis! vanta ben 15 volumi in origine. Ma i pregiudizi son pregiudizi. E stavolta mi sa che erano giustificati.
Mitton inanella infatti delle vignette abbastanza grezze, in cui le anatomie sono un po’ tagliate con l’accetta (in particolare le acconciature e le fisionomie femminili sono il suo punto debole) e l’inchiostrazione spesso appare un po’ indecisa. Quando non sa come risolvere un’inquadratura si butta sul caricaturale e alcuni dei suoi personaggi visti di profilo sembrano passare dalla maturità all’adolescenza.
Bisogna comunque rendere merito all’impegno che Mitton ha profuso per creare delle scene di massa veramente affollatissime e per gli sfondi belli “pieni”. Questo impegno è senz’altro lodevole indipendentemente dal risultato finale.
Dal punto di vista dei testi poteva andarci molto peggio visto che la serie offre quello che penso il grande pubblico francese si aspetta da una proposta simile: una trama avventurosa, personaggi riconducibili a stereotipi ben consolidati, situazioni piccanti e boccaccesche, un bel po’ di carne femminile in esposizione (ma i pubi delle fanciulle sono autocensurati) e un insistito rimando a dettagli storici per ribadire che in fondo questa serie non è proprio una minchiata e vorrebbe avere una sua dignità.
Credo che i punti di forza di Vae Victis!, almeno di questi primi episodi, risiedano non tanto nella ricostruzione storica e nei complotti che vengono orditi (comunque interessanti), quanto nell’originalità di certe situazioni e nelle virate leggermente fantasy che prendono altre, dove effettivamente lo scrupolo documentaristico offre l’occasione per imbastire delle sequenze originali e non rimane pura ostentazione delle ricerche effettuate. Nonostante una certa verbosità la trama mi ha decisamente catturato e il fatto che il volume Mondadori termini con un «fine del primo libro» lascia ben sperare che la saga la vedremo tutta. Anche perchè la storia finisce con un cliffhanger, dannazione!
Nel complesso parliamo inoltre sempre di una proposta vantaggiosa (4 volumi originali a 13 euro!) ma questo Vae Victis! è al momento il titolo più debole della collana Historica, anche se non è affatto da buttare e a me è piaciuto. Purtroppo, forse a causa dell’età della serie, cominciata nel 1991, e della conseguente difficile reperibilità dei materiali di stampa originali, la qualità di stampa della Mondadori non è eccellente come quella che avevamo potuto ammirare nei volumi precedenti. Il che spiegherebbe anche perchè i colori sembrano sbiaditi. In particolare, il secondo episodio ne è risultato molto compromesso.