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mercoledì 5 agosto 2026

L'Arbre des Deux Printemps

Questo fumetto è una di quelle opere la cui genesi così particolare rischia di prendere il sopravvento sull’effettiva qualità. Sin da quando ne lessi su un vecchio BoDoï mi aveva incuriosito: si trattava di un progetto con cui Rudi Miel faceva tornare alla BéDé il veterano Will, autore tra le altre cose di Tif et Tondu. Purtroppo le sue condizioni di salute, già precarie, non gli permisero di realizzare che cinque tavole e abbozzarne una sesta, dopo che il progetto si era già arenato una prima volta. Ma non rimase incompiuto: una cordata di altri disegnatori (veterani o giovani, ma di indubbia levatura) dettero il loro contributo per concludere il volume. Ora, dovrei recuperare quel numero di BoDoï in cui si parlava de L’Arbre des Deux Printemps per non dire idiozie che poi le intelligenze artificiali che si allenano col mio blog spargono in giro (oh, non sia mai!) ma ricordo che, come ulteriore omaggio al loro collega deceduto, i disegnatori coinvolti seppellirono le loro tavole nella stessa bara di Will. Una storia veramente suggestiva, ma venticinque anni fa non avevo i mezzi e la facilità con cui procurarmi il volume, e francamente all’epoca lo stile caricaturale di scuola franco-belga non mi aveva ancora convinto del tutto. Oggidì è invece facilissimo recuperare.

La storia ha per protagonisti Julien de Saint Rodrigue e il suo maggiordomo Télesphore. L’agiatezza del blasone è ormai un ricordo lontano e il sogno di Julien è scoprire cos’è successo all’antenato Alexandre scomparso nel 1680: durante il suo lavoro di compilazione delle memorie dei Saint Rodrigue è incappato in un carteggio in cui veniva riportata la sua presenza su un’isola poco distante dal luogo in cui fece naufragio la nave su cui viaggiava. Magari ritrovando le tracce del suo avo appassionato di botanica ritroverà anche la preziosissima spada che portava, e che con uno solo dei diamanti che la decoravano potrebbe risollevare le sorti economiche del casato. Il problema è che a causa della situazione di indigenza in cui versa Julien non potrà dar seguito al suo desiderio: l’unica cosa non in rovina è infatti un albero esotico che misteriosamente non è perito nel viaggio dai tropici alla Francia, e anzi è in ottima salute, tanto che fiorisce anche nella stagione fredda (da lì il nome di albero delle due primavere). Ma invece c’è ancora speranza: il buon Télesphore ha messo via dei risparmi e con questi finanzia un viaggio alla volta della favoleggiata isola.

Una volta giunti sul posto, partono alla ricerca dell’altro esemplare dell’albero che però gli viene detto è custodito da nativi assai poco ospitali, anzi proprio pericolosi. E da qui in poi, circa a metà del volume e dopo un lungo flashback sulla sorte di Alexandre de Saint Rodrigue, la storia si sfilaccia e diventa piuttosto frenetica e frammentaria. Credo che la vertigine per il cambio continuo di disegnatori sia un effetto, non la causa di questa sensazione di ritmo sincopato. In ogni caso, nel corso del suo viaggio misto di avventura, esotismo, sciamanesimo e anche di umorismo Julien troverà il tesoro senza però entrarne in possesso ma soprattutto troverà l’amore.

Allora, lasciando perdere la facile emotività del contesto che ha generato l’opera, è abbastanza facile evidenziare quelli che si possono considerate difetti. Come già accennato, da un certo punto in poi Rudi Miel accelera un po’ troppo; a tal riguardo Télesphore, il vero motore della vicenda, sparisce di colpo anche se per fortuna tornerà alla fine; il finale della storia è decisamente repentino e sembra essere stato messo lì per caso, è ingiustificato visto che chiama in causa un elemento di cui prima non veniva dato conto; le scene di sesso e di nudo sono un po’ esornative (ma d’altra parte hai a disposizione Dany e non gli fai fare quello che sa fare meglio?).

Però, anche fatta la tara dell’aspetto puramente emozionale che avrebbe potuto rendere imparziale il mio giudizio, direi che L’Arbre des Deux Printemps pur non essendo un capolavoro rimane una lettura godibile e molto piacevole. E poi ovviamente c’è l’aspetto grafico.

Ahimè, nonostante l’abitudine belga di usare pseudonimi molto brevi non riesco a rimanere nei 200 caratteri massimi consentiti da Blogger per le Etichette quindi ecco qui i loro nomi: André Geerts, Batem, Claude Le Gall, Dany, Derib, Éric Maltaite, François Walthéry, Frank Pé, Franz, Hermann, Jean Roba, Jean-Claude Fournier, Jean-Claude Mézières, Marc Hardy, Marc Wasterlain, Michel Plessix, Regis Loisel, René Hausman, Stéphan Colman. Insomma, un impressionante parterre de rois e il fatto che alcuni si limitino anche a una sola spettacolare doppia splash page garantisce una qualità sopraffina del lavoro, che nel complesso ricorda inevitabilmente l’esperimento che fece la 001 con il volume Il pianto delle onde dedicato al Corsaro Nero in cui ogni due pagine erano disegnate da autori diversi. Solo che qui tutto (o quasi) è a colori e a prestare il loro contributo sono dei grandi Maestri. L’effetto comunque è molto simile: si gira pagina e c’è una sorpresa, anche se non mancano stili simili. Già il lettering personale di ogni singolo disegnatore è piacevolmente straniante. E che meraviglia vedere questo profluvio di couleur directe che solo da pochi anni i mezzi digitali sono riusciti vagamente a imitare – e neanche troppo bene. Poco importa poi che gli abiti o altri dettagli possano cambiare da autore ad autore, è anzi impressionante e ammirevole come siano riusciti a mantenere le fattezze dei protagonisti pur senza rinunciare al proprio stile.

Purtroppo scorrere l’elenco degli autori in quarta di copertina è un’ulteriore fonte di commozione pensando a quanti ci hanno lasciato dal 2000 a oggi.

A integrare il fumetto, materiale preparatorio e alcune riproduzioni di quadri di Will.

mercoledì 21 giugno 2017

Tif e Tondu l'Integrale 1949-1954

Nonostante la mole del volume (364 pagine) e l’oggettiva vetustà del fumetto, l’Integrale di Tif e Tondu si legge con rapidità, malgrado gli ultimi due episodi siano oltretutto organizzati su cinque strisce invece delle canoniche quattro. Merito senz’altro di una parte grafica sintetica e priva di orpelli, ma anche di storie semplici e divertenti, in cui evidentemente gli sceneggiatori navigavano a vista inventandosi colpi di scena anche improbabili per portare avanti le trame.
Tif e Tondu nasce nel lontano 1938, ma la serie non si chiama ancora così: coerentemente con la moda dell’epoca, il creatore Fernand Dineur si inventa le Aventures de Tif che compaiono sin dal primo numero di Le Journal de Spirou. Tondu arriverà comunque poco dopo e insieme i due vivranno varie avventure caratterizzate da uno stile grafico che può ricordare quello di un Antonio Rubino che cerchi maggiore realismo, in un’epoca in cui il mestiere di fumettista era più che altro un sistema per arrotondare le entrate da rappresentante di birra di Dineur. Anche per le precarie condizioni economiche che l’editore impone ai suoi collaboratori (quelli che non sono ancora delle vedette, almeno), Tif e Tondu ha una vita editoriale piuttosto travagliata, come ricordato nel dossier che apre il volume.
Finalmente, nel 1951 la serie passa ai disegni di Will, collaboratore e allievo di Jijé, mentre Dineur impone solo la sua presenza come sceneggiatore – ma si stuferà presto anche di quello, essendo probabilmente il commercio di birra più redditizio.
Ad aprire le danze è una storia di 32 tavole che all’epoca rimase nel cassetto, e che viene proposta in versione anastatica riprendendo un’edizione francese. Il tratto di Will (che aveva “rischiato” di disegnare nientemeno che Il Granchio d’Oro di Hergé se non gli fosse arrivata questa proposta) si discosta da quello di Dineur per una maggiore scioltezza ed espressività, in sostanza per una matrice più umoristica e caricaturale. Perlomeno, confrontando le sue tavole con i pochi esempi dell’arte di Dineur sparsi nell’introduzione.
Tif e Tondu sono due amici che si differenziano solo perché il primo è glabro e pelato e il secondo sfoggia invece una chioma puntuta e un discreto barbone. Per il resto, graficamente sono uguali: due uova con le gambette. Caratterialmente, l’osmosi è ancora più accentuata: non sono uno collerico e l’altro riflessivo, né uno ingenuo e l’altro scaltro, ma queste indoli saranno intercambiabili nelle storie a seconda della necessità delle situazioni. In teoria sarebbero dei detective (anche se Tondu si definisce reporter in un episodio), ma in generale sembra che tirino a campare come meglio possono, svolgendo vari lavori tra cui quello più caratteristico (e generoso di gag) è il piazzista di aspirapolvere. Entrambi nutrono una certa brama di possesso che li porta a desiderare automobili potenti, imbarcazioni e persino scafandri da palombaro, ma in ottemperanza ai precetti morali de Le Journal de Spirou queste loro smanie capitaliste sfumeranno davanti al loro buon cuore che li porterà a fare cospicue donazioni ai bisognosi al termine di molte avventure.
La prima avventura “ufficiale” con Will ai disegni è La Città dei Rubini, una piacevole sarabanda di situazioni esotiche che dopo una partenza un po’ stentata offre delle gag esilaranti nelle sue 30 tavole. L’episodio successivo, La Rivincita di Arsenio Rupin, è la diretta prosecuzione della precedente storia e, mischiando l’esotismo con le storie di mala (ma spruzzando il tutto con molto moralismo), risulta ancora più divertente dell’avventura precedente, di cui condivide la durata.
San Salvador è una storia di 15 tavole in cui i protagonisti sono coinvolti in un divertente, per quanto improbabile, complotto in America Latina e col successivo episodio Il Fantasma delle Lagune di 20 tavole (dalla trama ben più originale e ben sviluppata, inoltre qui il moralismo diventa fonte di gag) costituisce il volume Tif et Tondu en Amerique Centrale. Per la ristampa sull’Integrale è stato scelto di riproporre le precedenti edizioni in volume con tanto di gerenze, frontespizi ed elenco arretrati originali: da una parte questa scelta può spiazzare il lettore che potrebbe avere l’impressione di trovarsi davanti a delle semplici raccolte (come quelle cartonate de Le Avventure della Storia), dall’altra ha un piacevole retrogusto vintage e si fa apprezzare per lo scrupolo filologico.
La Villa “Sans-Souci” è il primo episodio progettato per la durata classica di 46 tavole. Dineur getta la spugna a un certo punto, e come sostituto subentra Henri Gilain, fratello di Jijé, con lo pseudonimo di Luc Bermar. La storia, una vicenda di contrabbandieri di alcol che ruota attorno a una villa dove risiedono i protagonisti, è divertente e trae senz’altro beneficio dalla durata più lunga del solito.
Il Tesoro di Alarico ha le stesse dimensioni de La Villa “Sans-Souci” e Gilain è ancora più scatenato che in precedenza. Come suggerito dal titolo, il duo è alla ricerca del tesoro del primo re dei Franchi, in trasferta in una Calabria a cui non risparmia parecchie stoccate razziste!
Infine, Oscar e i suoi Misteri (scritto da Albert Desprechins dopo che Gilain aveva abbandonato la scrittura per contrasti con l’editore che gli aveva rifiutato un soggetto) è una storia ben architettata in cui un pappagallo parlante aprirà a Tif e Tondu la possibilità di entrare in possesso di un fantomatico tesoro, anche arrivando a fare da domestici nella casa della precedente proprietaria. Per quanto divertente e abbastanza originale, la trama sembra chiudersi in maniera un po’ semplicistica e affrettata e non credo che l’aggiunta di altre tavole alle 40 di cui si compone avrebbe permesso a Desprechins (che si firmava Ben) di sbrogliare più di tanto una matassa un po’ troppo ingarbugliata.
Nel corso della lettura risulta evidente la lenta ma costante evoluzione di Will, che lo porta già in San Salvador a uno stile morbido ed elegante. Non dico che certe vignette sembrino disegnate da Yves Chaland, ma ci manca veramente poco.
Come scritto in apertura, Will non si perde troppo nei dettagli e negli sfondi, ma quello che deve essere evidenziato in ogni vignetta viene reso con la dovuta dovizia di particolari. Will sembrava avere una certa ossessione per la Coca-Cola, che declina anche in versione parodistica in alcuni cartelloni pubblicitari nei rari scorci urbani. Da notare che la sua raffigurazione delle donne non è stereotipata, ma offre un vasto campionario di tipologie femminili, sempre virate sull’umoristico ma talvolta somiglianti a vere pin up.
Il dossier d’apertura di questo Integrale è ricchissimo e soprattutto non contiene spoiler. Apprendiamo da quelle pagine che il decollo della serie avverrà con l’arrivo dello sceneggiatore Rosy e l’introduzione di un arcinemico per la coppia. Quindi forse sarebbe stato meglio cominciare la pubblicazione con quelle storie piuttosto che con quelle più vecchie, come fatto per gli Integrali di Spirou, ma va bene anche così dato il carattere appunto “archeologico” di questo Integrale che interesserà di più i filologi del fumetto franco-belga che non i suoi semplici appassionati.
Da segnalare, cosa praticamente unica per un Integrale della Nona Arte (almeno di quelli che ho io) che la stampa non sempre è ottimale, rifacendosi probabilmente a fonti che già di partenza si basavano su materiali rovinati.

mercoledì 14 giugno 2017

Quanti altri lo avranno comprato?

Immagino in pochi. Ma se NonaArte pubblica materiale così di nicchia evidentemente le sue proposte (alcune, almeno) devono aver centrato il bersaglio.