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giovedì 4 dicembre 2025

La Luna e il Serpente - Sussidiario di Magia

Uscito in anteprima a Lucca, questo volume è stato veramente arduo da leggere. Non che non sia una lettura gradevole, lo è eccome, solo che è talmente rigurgitante di concetti e di nozioni da rimanerne sopraffatti, anche se non mancano temi ricorrenti approfonditi e trattati da punti di vista diversi. A ciò va aggiunto che essendo un testo iniziatico ho avuto costantemente il sospetto che i due Moore (nessuna parentela) dicessero una cosa volendone significare un’altra che a me sfuggiva, ed è stato un po’ frustrante. Voglio dire: anche i fumetti di Didier Convard sono godibilissimi, ma per sua stessa ammissione quanti “messaggi” per i suoi fratelli celano quei testi? Quindi, che siano fole programmatiche o vere istruzioni per diventare maghi, quelle raccolte in questo tomo sono raccontate benissimo, ma che fatica leggerle. E che fatica trovare un aggancio per parlare del Sussidiario, tanta è la carne sacrificale messa sul fuoco. Vabbeh, comincio dicendo che i Moore (nessuna parentela) adottano uno stile molto ironico nonostante l’approccio sia assai circostanziato e documentatissimo. Che poi è la maniera migliore per avvicinare un uditorio, visto che spesso l’ostentazione di fede formulaica spinge ad allontanare l’interlocutore.

Il grimorio è diviso in varie sezioni che si alternano: dopo un bel fumetto muto sulla nascita del primo mago, si comincia con le biografie a fumetti di maghi più o meno famosi dall’antichità a oggi, sfilano poi i suggerimenti sulle cose da fare nei giorni di pioggia (ovvero un’introduzione passo dopo passo alla magia a imitazione di quelle attività ludico-didattiche che si trovavano nelle riviste per bambini: a proposito di stile molto ironico), un feuilleton iniziatico, un fumetto a puntate sulla vita e le opere di Alessandro di Abonutico e vari inserti su argomenti diversi come la Kabbalah e i tarocchi.

Semplificando molto dei concetti che nemmeno fingo di aver capito del tutto, l’idea di magia proposto dai Moore (nessuna parentela) è fondamentalmente la capacità di raggiungere un altro livello di consapevolezza, ottenere il dominio sull’immaginazione, ma ciò è intrecciato all’idea molto suggestiva che arte e magia siano, se non la stessa cosa, comunque delle attività molto simili, quasi parallele. Concetto che scopriamo essere stato un po’ ripreso dalle idee del “mago” Harry Smith. A proposito di queste pillole a fumetti sulle biografie dei maghi, si scoprono delle cose molto interessanti come l’origine dei tre Re Magi, l’ipotesi che Cornelio Agrippa abbia influenzato la Kabbalah, l’esistenza di tal Francis Barrett che operò tra ’700 e ’800, ecc.

Se i fumetti hanno un taglio così approfondito e divulgativo figuratevi come sono i testi scritti – a parte il romanzo a puntate, che però è palesemente una versione narrativa di alcuni concetti espressi. Anche qui ci sono badilate di umorismo e sarcasmo: la Clavicola di Re Salomone paragonata a un elenco telefonico per aspiranti invocatori, le tecniche del sesso tantrico che alla fine sono le stesse per impedire di pisciarsi addosso se non ci sono bagni attorno, l’avvertenza di stare attenti a non cadere dall’albero della Kabbalah, immagini esoteriche che diventano giochini enigmistici… però nonostante la piacevolezza dei testi si arriva lo stesso alla fine col fiato corto. Anche perché la parte conclusiva del Sussidiario è dedicata a una lunga cronistoria del Gran Teatro della Luna e il Serpente dalle origini alle performance recenti (con una certa generosità nelle testimonianze fotografiche), con vari approfondimenti su una pletora di altri argomenti come la pisicogeografia; in sostanza però è anche una sorta di manifesto programmatico del non-gruppo, con idee che sono pure condivisibili come quella per cui scienza e matematica debbano sposarsi alla politica, idea che però si inserisce in un discorso molto (molto) più ampio. Qui si possono trovare tracce di argomenti e suggestioni trattati nei fumetti di Alan Moore, in particolare nella linea ABC Comics cui collaborò anche Steve Moore (nessuna parentela).

Si chiude con gli schemi per la costruzione in cartoncino del Tempio della Luna e del Serpente, ovvia parodia di giochi analoghi nei libri per bambini da ritagliare e assemblare ma (se ho ben interpretato il manuale) anche esercizio concreto per far diventare il lettore un mago invitandolo a creare la sua versione del teatro con la scusa di non rovinare il libro.

In realtà prima di questa appendice ludica c’è un ulteriore testo: la postfazione in cui Alan ricorda l’amico Steve (nessuna parentela) deceduto poco dopo la compilazione del Sussidiario. Che gli aneddoti riportati siano reali o fittizi, rimane comunque un omaggio molto interessante e commovente.

Gli interventi grafici sono di qualità altalenante. La prova di Steve Parkhouse col fumetto muto d’apertura è molto bella.

Rick Veitch illustra le attività da fare nei giorni di pioggia: non che sia mai stato un gran bel vedere, ma qui mi sembra che abbia fatto un buon lavoro, forse come illustratore è migliore che come fumettista.

Ben Wickey ha illustrato le vite dei maghi e mi pare che il suo stile caricaturale ma molto dettagliato e colorato ben si sposi con questi che sono più racconti illustrati che fumetti.

Kevin O’Neill è piuttosto rozzo e impreciso ma può beneficiare del dubbio che le sue Avventure di Alessandro siano disegnate in questo modo per fare il verso alle testate inglesi per bambini degli anni che furono, e di cui ignoro quasi tutto.

John Coulthart ha fatto tutto il resto o quasi. Le immagini sono molto belle (e che originali i suoi tarocchi) ma l’uso massiccio del computer trasmette uno sgradevole senso di artificialità.

A integrare i lavori realizzati appositamente ci sono anche molte riproduzioni di incisioni e dipinti di ogni epoca, perfette per entrare nello spirito del libro. C’è persino quello che sembrerebbe un protofumetto, se solo capissi il tedesco.

L’edizione è molto bella come si conviene a un tomo del genere e chissà che la difficoltà nell’arrivare alla fine dei testi non fosse dovuta anche all’aggressione sensoriale messa in atto dai colori luminosissimi e dai motivi psichedelici che decorano praticamente tutte le pagine.

giovedì 19 marzo 2020

La Lega degli Straordinari Gentlemen: La Tempesta

Credo di non aver capito del tutto questo ultimo (pare definitivamente ultimo) capitolo della saga di Moore e O’Neill. Cioè, la storia è perfettamente comprensibile e lineare e non ho colto allusioni al fatto che ci siano chissà quali livelli di lettura. Anche i vari inserti, a fumetti e no, sono innecessitanti di ulteriori approfondimenti. E proprio questa linearità è disarmante in un opera del Bardo di Northampton, che adotta addirittura la classica trovata di chi non sa più che pesci pigliare, cioè far comparire gli stessi autori nella loro opera. La presenza è giustificata (beh, insomma) ma rimane comunque un po’ esornativa.
Stavolta Moore se la prende con gli editori di fumetti che hanno affamato i fumettisti britannici. La conclusione della storia vede (salvo altre interpretazioni che non sono riuscito a formulare) l’invasione definitiva della fiction nel mondo reale, cosa che Moore dipinge come una cosa non necessariamente positiva. Ma d’altra parte il pessimismo è un po’ una costante de La Tempesta.
L’oggetto degli omaggi trasfigurati di quest’ultima miniserie sono i giornalini inglesi, ovviamente appena appena trasfigurati. Alcuni sono celeberrimi e li conosco pure io (2000 A. D. che diventa 2010 A. D.), ma ovviamente l’impatto maggiore lo avranno sui lettori albionici. In controluce si legge lo sconforto di Moore per un ambiente produttivo ingrato e teso al solo profitto. Ed emerge anche qui l’odio verso James Bond, già ampiamente dimostrato nel Black Dossier.
Kevin O’Neill ovviamente disegna come disegnerebbe qualsiasi disegnatore che lavori con il mito Alan Moore, cioè a scartamento ridotto, tanto il fumetto stravenderà comunque. In realtà non è proprio così, e gli va riconosciuta la dedizione con cui riempie di tratteggi le sue figure geometriche. Però è un po’ desolante vedere che le tre protagoniste femminili si riescono a distinguere (e nemmeno sempre) solo dalla pettinatura o dagli abiti o dal contesto in cui agiscono.
La lettura non è sgradevole, anche se non riserva poi molte sorprese e alla fine trasmette un senso di stanchezza, di disincanto e anche di sfiducia verso il mezzo fumetto.
Viene da chiedersi che razza di fumetti sarebbe stato in grado di creare Moore se fosse nato in un paese fumettisticamente più civile come Francia o Argentina. Ma forse in quel caso non ne avrebbe creati proprio, almeno non per reazione alla ripetitività dei soggetti e alle condizioni umilianti cui erano sottoposti gli autori.

martedì 21 gennaio 2020

Le Straordinarie Opere di Alan Moore

Anche questo adocchiato da anni, anche questo finalmente preso grazie allo scontone del 50%. Le Straordinarie Opere di Alan Moore è un monumentale libro-intervista i cui capitoli sono inframmezzati da alcune rarità dell’autore e soprattutto da contributi e omaggi, principalmente grafici, di amici e collaboratori storici di Alan Moore – più una prefazione e una postfazione curate rispettivamente dalle sue figlie Leah e Amber, entrambe molto divertenti. Edito da Black Velvet quasi dieci anni fa, non era esattamente economico (35 euro).
Il volume nasce come omaggio a Moore per il suo cinquantesimo compleanno ed è uscito originariamente nel 2003; George Khoury ha organizzato l’intervista-fiume (circa 250 pagine in grande formato) in nove capitoli tematici che seguono un ordine cronologico, l’ultimo del quali aggiunto per la seconda edizione del 2008. Leggere la prosa di Moore e le sue argute metafore è sempre piacevole e spesso divertentissimo, soprattutto nelle prime e nelle ultime parti. Anche le didascalie del reparto iconografico sono trattate con humour. Una buona percentuale del materiale mi sembra di averla già letta altrove, ma in questi dieci anni chissà quanti altri testi e siti internet avranno citato il lavoro di Khoury, anche se bene o male certe informazioni sugli argomenti più famosi bene o male sono sempre quelli e risaputi. O forse mi sono rimaste impresse certe parti dopo averle lette di straforo come feci col libro di Morrison. Rimane comunque un discreto margine per informazioni di cui non ero al corrente, come ad esempio la bassissima opinione che Alan Moore ha degli eroi/criminali anglosassoni come Robin Hood e Dick Turpin (o almeno questa è la sfumatura che ho colto dalla traduzione italiana) e soprattutto che scrisse anche degli episodi dei fumetti di Star Wars per la Marvel UK – e che l’editore gliene pubblicò alcuni incompleti perché si perse le ultime pagine delle sceneggiature!
Un difetto del volume è che avrebbe forse necessitato di una revisione in più, perché in occasioni diverse (l’intervista è stata realizzata nell’arco di mesi) vengono ripetute le medesime informazioni magari con piccole differenze che portano a pensare che Moore sia un po’ rincoglionito, inoltre il ricorso occasionale a certe formule del parlato per rendere più fluido il dialogo finisce invece per renderlo un po’ innaturale.
Il parterre de rois degli omaggi è notevole e comprende Hilary Barta, Neil Gaiman, Mark Buckingham, Rick Veitch, David Lloyd, John Totleben, Dave Gibbons, Brian Bolland, Michael T. Gilbert, Chris Sprouse, Todd Klein, Kevin O’Neill e Katie Cook. Alex Ross è molto presente ma senza contributi realizzati appositamente. Da notare come tutti, anche disegnatori che non apprezzo molto, abbiano prodotto delle storielline brevi di ottima fattura, e non penso che sia il grande formato o la perfetta resa di stampa ad avermi dato questa impressione. Gli esempi di fumetti rari non mi hanno invece entusiasmato: la storiella con Mr. Monster disegnata da Gilbert è solo vagamente carina, la canzone I vecchi gangster non muoiono mai resa graficamente da Lloyd Thatcher mal si adatta a una trasposizione a “fumetti” (e poi credo di avere una versione ben migliore realizzata da Juan José Ryp) e Lussuria disegnata da Mike Matthews è una di quelle classiche storie di Moore in cui usa dei doppi sensi per contraddire coi disegni quello che dicono i testi. Per un paio di pagine può far ridere, ma otto tavole da quattro/cinque strisce l’una sono troppe.
Tra gli extra offerti ci sono anche degli esempi delle famose (o famigerate per la loro lunghezza e il livello di dettaglio) sceneggiature di Alan Moore. Confesso che non condivido minimamente l’entusiasmo compiaciuto di alcuni per la prolissità del Bardo di Northampton, visto che si tratta di materiale non pensato per essere pubblicato in questo formato, anche se il suo arguto umorismo fa capolino anche qui.
In appendice c’è una vastissima bibliografia (e discografia, e videografia) integrata per l’Italia da Stefano Marchesini e Smoky Man, da cui si apprendono cose interessanti, ad esempio che almeno uno degli episodi degli WildC.A.T.s coinvolti in un cross-over non erano veramente opera di Moore.
L’edizione italiana è arricchita da una postilla conclusiva sullo stato dei lavori dello sceneggiatore al maggio 2011 redatta da Smoky Man.

lunedì 19 giugno 2017

Providence 3

Si conclude l’opera-monstre di Moore dedicata a Lovecraft. Un bellissimo fumetto, ma non il capolavoro che avrei voluto mettere nel Meglio del 2017 (che per la cronaca al momento contempla solo tre titoli risicati).
La vicenda di Robert Black termina nel decimo numero della saga, con una validissima spiegazione degli eventi in cui tout se tiens, che dimostra per l’ennesima volta l’abilità di architetto dello sceneggiatore, ma in cui forse il pathos è un po’ mancato e tutto sfiorisce più che concludersi. Ottima la trovata per cui l’elzeviro di Black diventa un McGuffin fondamentale per la parte successiva, ma la sorte del protagonista è stato un anticlimax micidiale e forse un po’ ingiustificato per quanto anticipato dalle sue ultime annotazioni.
L’undicesimo capitolo è quasi un corollario a tutto quanto letto in precedenza, un po’ come Dance of the Gull-Catchers lo fu per From Hell. È qui che il destino di Black si compie definitivamente, anche se il bandolo della matassa era già stato sciolto nell’episodio precedente. Il paragone con From Hell non regge poi molto perché qui Moore ha preferito uno stile frammentario piuttosto che narrativo, ma in fondo anche qui ha voluto esplicitare la sua poetica. A tal riguardo, segnalo che nella carrellata di influssi sulla cultura e sulla società Moore è stato un po’ avaro di segnalazioni di giochi di ruolo e videogame, per fortuna a suo tempo ci pensò Matteo Poropat.
Benché il dodicesimo capitolo sia formalmente la conclusione di Providence, in realtà lo è ancor di più del precedente Neonomicon, che a sua volta prendeva le mosse da Il Cortile, opera in prosa di Moore ridotta a fumetti da Andrew Johnston. Se il lettore non conosce queste due opere precedenti è probabile che rimanga perplesso davanti al finale, in cui agiscono dei personaggi che non sono mai apparsi prima in Providence, e in cui la storia si trasforma in una sorta di action movie lisergico (con assai poca azione, a dir la verità) dalla raffinata esercitazione letteraria che era fino al decimo capitolo.
In definitiva, Providence è stato una lunga dichiarazione d’amore per l’opera di Lovecraft, in cui  Moore ha fatto sfoggio di una documentazione sterminata e in cui lo stesso Lovecraft ha avuto un ruolo pienamente giustificato dalle stesse ricerche fatte. Come nelle migliori cose scritte da Moore, anche in questo caso la soluzione era evidente e gli elementi per decifrare la storia erano stati posizionati con maestria ed eleganza nei capitoli precedenti (a saperli cogliere, ovviamente). Anche le molteplici variazioni dei nomi lovecraftiani sono giustificate dal principale twist della saga, in cui vengono rivelate le identità dell’Araldo e del Redentore.
Moore è stato inoltre bravo come al solito a collegare le molteplici sottotrame, ma stavolta alcune (tante) cose che sembravano importanti non hanno poi avuto seguito: che ruolo ha avuto il massone Albert Pike che si vede nell’ottavo episodio? Che rito fanno le donne che si vedono all’inizio e alla fine del decimo episodio? La donna deforme che compare all’inizio dell’undicesimo capitolo è la madre di Carcosa vista ne Il Cortile? Qual’era la tavola anticipata all’inizio del quarto episodio? I riferimenti al nazismo non vanno poi oltre agli accenni nel terzo capitolo – e io che mi ero fatto tutta una teoria sull’“Araldo”…
E poi ci sarebbero altri aspetti del fumetto che a me personalmente sono sembrati quanto meno esornativi ma dalla sostanza incerta. La metanarratività estrema con i personaggi che sono consapevoli di far parte di una storia e si interrogano sul loro ruolo in essa è diventata un po’ stucchevole. Il birignao che Moore si inventa per i suoi personaggi più strambi (e qui sono tanti) dopo un po’ è insopportabile. L’armata Brancaleone che chiude la storia francamente mi è sembrata propendere troppo verso il brillante, se non proprio verso il parodistico e il comico tout-court ma, Cthulhu non voglia, spero che fosse proprio questo l’intento di Moore.
Le parti più dense, illuminanti e piacevoli risultano alla fine quelle in prosa: bellissimo il lavoro antropologico sull’origine dei miti delle popolazioni (e le ipotesi sulle possibili origini dei Miti di Cthulhu mi sono sembrate assai credibili), così come è rivelatore il discorso sull’effetto magico della letteratura, concetto che aveva avanzato scherzosamente anche Amelie Nothomb – ma forse alla luce delle considerazioni di Black/Moore era seria quando diceva di bandire i testi sacri.
Ma anche le parti in prosa non scritte da Moore sono interessanti. La postfazione di Rosanas, a dire il vero, sembra più che altro voler nobilitare la saga con rimandi ad Aristotele e Hegel, ma il pezzo di Leonardo Rizzi sulla difficoltà nella traduzione di Moore (e di Providence in particolare) è una lettura illuminante.
I disegni di Jacen Burrows si mantengono ai soliti buoni livelli, ma mi è sembrato che stavolta le sue posture fossero occasionalmente più rigide e meno espressive. Cosa più che giustificata, e che comunque non toglie nulla al lavoro complessivo: Burrows si è imbarcato nella tremenda ordalia di rappresentare nelle stesse tavole gli stessi sfondi con elementi diversi di vignetta in vignetta, una prova massacrante che solo il fatto di lavorare con Moore poteva giustificare.
Ripeto: Providence non è un capolavoro, ma è senz’altro un ottimo fumetto. E a furia di ripeterlo magari riuscirò a convincermene.

martedì 30 maggio 2017

Un pinailleur de Alan Moore !

In previsione della lettura del prossimo volume conclusivo di Providence mi sto rileggendo tutti gli episodi precedenti, e ho notato un errorino di Burrows:
Il villico Wheatley perde la medaglia che campeggia sul "rever" destro dell'accappatoio da una pagina all'altra. Un errore ancora più evidente (così evidente che me sono accorto solo alla seconda lettura...) visto che le tavole in questione sono stampate una di fronte all'altra.
Ma trattandosi di Alan Moore chissà che la cosa non abbia un significato particolare.

lunedì 25 luglio 2016

La Saga dei Bojeffries



Uno dei volumi a fumetti che ho atteso più a lungo – il Lazarus Churchyard annunciato da non ricordo più chi penso che non lo vedrò mai. The Bojeffries Saga era stata presentata su un catalogo della Fantagraphics che ancora possiedo come la Famiglia Addams in acido, mentre era parere comune e diffuso che fosse una satira della working class britannica. Si può dire che sia entrambe le cose, nessuna di esse in particolare, e molte altre ancora. O meglio, che sarebbe potuto esserle visto che alla fine La Saga dei Bojeffries è stato un po’ un fuoco di paglia, un esperimento che non ha potuto compiersi nella sua interezza, o almeno questa è l’impressione che mi ha dato.
Al numero 5 di un quartiere popolare vive una famiglia di immigrati, i Bojeffries, composta dal padre Jodremus, dal figlio Reth, dalla figlia Ginda (bruttissima ma dotata di forza spaventosa e non troppo addentro nelle questioni di sesso che vorrebbe sperimentare il prima possibile), da un neonato atomico che non si vede mai e dal padre di Jodremus che è diventato una sorta di mostro cthulhoide. Concludono il quadretto di famiglia i due zii Zlüdotny, un vampiro vegetariano e un licantropo che invece la carne l’apprezza anche troppo.
La “saga” si è dipanata per parecchi anni ma con pochi episodi sparsi, con edizioni diverse e con l’inevitabile evoluzione dello stile di disegno e anche delle temperie culturali che prendevano di mira gli autori. Sicuramente le fortune alterne della rivista Warrior che le diede i natali hanno influito su questa frammentarietà. Escludendo due episodi non prettamente a fumetti e la lunghissima conclusione di pochi anni fa (ben 24 tavole su un totale di 91) non ci restano che solo cinque archi narrativi, e quelli sul Natale e sullo zio vampiro hanno più il sapore dello speciale e dello spin-off, entrambi caratterizzati da un umorismo demenziale più estemporaneo che negli altri episodi. Da ciò la mia impressione di incompletezza, di semplice introduzione a quello che avrebbe dovuto essere un fumetto ben più articolato.
La prosa di Alan Moore è ovviamente piena di citazioni, doppi sensi e costruzioni sintattiche ricercate: non dico che a confrontare la prima storia introduttiva con la versione precedentemente pubblicata in italiano da Star Comics su A1 (Star Book 8) sembrino due fumetti diversi, ma le differenze sono molto marcate. Rimando a quel volume per scoprire cosa sia il Bovril citato nel primo episodio. L’erudizione che Moore profonde nel fumetto è però al servizio di trame e situazioni veramente spassose (curioso come la conclusione de La sera libera di Raoul sia molto simile, soprattutto ideologicamente, a quella del Cauchemar Blanc di Moëbius) e la breve storiellina Festus: l’alba dei morti viventi con protagonista il fantozziano zio vampiro è veramente esilarante.
Purtroppo Alan Moore non ha resistito nemmeno qui alla tentazione di infilare il suo proverbiale episodio interamente in prosa, ma questo (Vacanze Estive, un diario delle ferie di Reth) è comunque divertente mentre invece non lo è per niente Canto delle Terrazze, l’ennesima fottuta versione in forma di musical di una storia, che resiste a ogni tentativo di traduzione che ne rispetti la metrica rimanendo comprensibile, con immane frustrazione del lettore.
L’ultima storia lunga ambientata ai giorni nostri ha un che di malinconico e vede Reth diventato celebre a seguito della pubblicazione di un’autobiografia in cui ha sputtanato i suoi parenti, con cui non ha più contatti ma che ritroverà in un reality show! Il Moore della maturità, sornione e non più così ansioso di ostentare la propria sagacia, è probabilmente ancora più efficace e godibile di quello degli episodi precedenti – anche se forse è la vicinanza di questi temi rispetto a quelli delle gag partorite in epoca thatcheriana a rendere la storia immediatamente simpatica.
Una menzione d’onore va sicuramente al bravissimo disegnatore Steve Parkhouse, uno dei più bravi artisti con cui abbia collaborato il Bardo di Northampton. Parkhouse è un disegnatore umoristico che oltre a essere molto dotato (oltre agli sfondi e alle architetture urbane è bellissimo il lupo che vediamo a pagina 15) non si risparmia affatto quando si tratta di arricchire con dettagli e particolari una tavola, e che comunque riesce sempre a essere espressivo e comunicativo come un umorista deve essere.
Qualche nota sarebbe stata indicata ma d’altra parte la foliazione è quella che è (96 pagine) e già così la Bao si è ritagliata a malapena lo spazio per inserire le note biografiche degli autori e l’introduzione di Steve Parkhouse.
Probabilmente non si tratta di un volume indispensabile nella bibliografia di Alan Moore ma è consigliatissimo per farsi delle risate intelligenti e godere dell’arte di Parkhouse, per quanto mi pare di capire che in origine The Bojeffries Saga fosse nata per un formato un po’ più grande.

domenica 10 luglio 2016

Providence 2

Il viaggio alla ricerca dell’America sotterranea arriva a un punto fondamentale e rende progressivamente Robert Black confuso, affranto e sconvolto. E con lui il lettore.
Providence manifesta in tutta la sua austerità la propria natura di opera complessa e sofisticata, la cui lettura è diventata ormai piuttosto ostica. Non mi riferisco tanto alle molteplici citazioni o alla sovrabbondanza di solo testo scritto (che comunque in questi episodi ha sfiorato le venti pagine per capitolo) quanto agli argomenti e agli espedienti introdotti da Alan Moore. Nel primo episodio ci troviamo forse in un sogno dentro a un sogno dentro a un sogno, e in quello stesso capitolo il tessuto del tempo diventa malleabile e inaffidabile, facendo perdere al protagonista e al lettore il senso dell’orientamento. Lo so che alla fine Alan Moore riuscirà a tirare le somme di tutto, ma per il momento riuscire a raccapezzarci è una bella sfida.
Assolutamente indispensabile leggere le parti scritte (in cui troviamo finalmente una prima parte del famoso romanzo che Black dovrebbe scrivere!), così da capire ad esempio cosa abbia fatto il protagonista prima di incontrare Elspeth e soprattutto come sia arrivato a Boston, oltre ovviamente ad avere dei dettagli aggiuntivi sui pensieri e le motivazioni del protagonista. Per il resto, anche le parti a fumetti sono piene di doppi sensi e allegorie testuali quindi non sono meno ostiche delle pagine solamente scritte; e continua il giochetto di Moore col lettore… c’erano veramente i buchi e i fogli di giornale per riempirli nella casa di Goffs Falls? Dove ha lasciato Black il suo soprabito? In alcuni casi bisogna pure riprendere in mano il primo volume se si vuole controllare.
Tanta austerità e pretese letterarie non escludono comunque un lato umoristico (credo ad esempio che Moore abbia voluto giocare sull’equivoco che si genera coi suoi ospiti iniziali in quanto reanimators e non omosessuali) e una vena romantica (il ghoul che spiega a Black l’utilità di ogni vita, anche della più desolata).
Ci stiamo comunque avvicinando al bandolo della matassa e il rassicurante ultimo capitolo che mette in prospettiva quanto letto in precedenza (ma chi ci crede…) assomiglia tanto alla quiete, peraltro assai relativa, prima della tempesta.
Burrows si mantiene sugli stessi livelli precedenti, senza alcun guizzo che lo faccia emergere ma privilegiando uno stile misurato che a volte arriva anche a essere piuttosto elegante. Si conferma molto bravo a disegnare le scene di massa. Ma tutto sommato i disegni sono la cosa meno importante di Providence e il bardo di Northampton sembra sottolinearlo dando molto più spazio alla parte puramente letteraria dell’opera. Sperando che, nonostante i vari indizi disseminati da Moore, Providence non si concluda alla stessa maniera di Neonomicon, possibilità paventata anche da Antonio Solinas nella sua illuminante e approfondita appendice.
Se nel volume precedente mi era venuto il dubbio che la Panini avesse tagliato l’ultima parte del diario di Black, qui viene riportato per due volte lo stesso testo come citazione conclusiva ai primi due capitoli. Ma anche in questo caso probabilmente non è un errore perché i due episodi si svolgono nella stessa località e tutto sommato la ripetizione ha un effetto ipnotico che ben si adatta all’atmosfera straniante di quei capitoli.

mercoledì 25 novembre 2015

Providence 1

Non è che crossed +100 non mi sia piaciuto, ma gli ho preferito di gran lunga questo Providence. Così a occhio mi pare che Alan Moore abbia voluto riprendere lo schema di Watchmen per applicarlo al corpus delle opere di H. P. Lovecraft e nel suo pezzo conclusivo La Strada per Providence Antonio Solinas è dello stesso parere. Anche qui c’è una parte a fumetti (dannatamente piena di rimandi e strutturata in maniera complessa e niente affatto lineare) integrata alla fine di ogni capitolo da parti scritte la cui lettura è obbligatoria per cogliere tutte le sfumature della storia e capire certi collegamenti e particolari non enunciati espressamente nella parte a fumetti. E ricordo oltretutto di aver letto da qualche parte che Providence si comporrà in totale di 12 episodi, altra analogia con Watchmen.
Robert Black è un giornalista dell’Herald che lavora nella New York distopica del 1919, in cui tra le altre cose sono attivi dei sistemi per il suicidio assistito come in Futurama (ma fanno molto meno ridere, soprattutto dopo aver riletto il primo episodio e aver capito chi è il personaggio che ne usufruisce). La sua carriera di giornalista si avvia comunque alla fine visto che, alla ricerca di argomenti per riempire una mezza pagina e affascinato dal mistero che pervade il libro Sous le Monde, finisce invischiato nella ricerca delle fonti originali del libro maledetto e dei suoi sottoprodotti per farne un romanzo, addentrandosi di capitolo in capitolo sempre più in profondità nel New England descritto da Lovecraft alla ricerca di una fantomatica «America sotterranea».
Moore è stato grandioso nell’associare e rielaborare alcuni elementi di questo quest fondendoli in un unico immaginario che rimanda a qualcosa di spaventoso che si sarebbe concretizzato in Europa qualche anno dopo gli avvenimenti di questa storia.
Providence è un’opera monumentale sin dai primi 4 episodi qui raccolti: le parti a fumetto sono molto dense e ovviamente ricche di citazioni, e la “zibaldone” d’appendice in cui Robert annota i suoi appunti e archivia documenti trovati nel percorso è ancora più ricco di informazioni e di suggestioni. C’è in effetti anche la sensazione che Moore giochi con il lettore (era veramente presente un vaso di colla sul tavolo di Willard Wheatley? Robert aveva o non aveva il cappello quando è entrato in casa di Suydam?) anche a livello metaletterario, soprattutto quando Willard fa riferimento all’appartenenza del protagonista a «n’altra storia». Nonostante questo, per quanto si tratti di una lettura molto impegnativa, Providence è molto appassionante grazie anche alla sua struttura per cui progressivamente il protagonista arriva sempre più vicino alla fonte del mistero. Inoltre le parti scritte, per quanto piuttosto ponderose  (anche una ventina di pagine per capitolo…) offrono occasionalmente qualche inaspettato spunto umoristico come ad esempio gli esiti degli interessi sentimentali del protagonista – Robert Black è omosessuale, ma a quanto trapela da alcune scene è solo una delle cose che dovrà tenere nascoste ai puritani americani di inizio secolo.
Certo, sarà un supplizio aspettare la prossima uscita, anche al pensiero che le parti scritte fanno talvolta da ponte tra un episodio e l’altro, introducendo particolari che il lettore accorto saprà ritrovare nel capitolo a fumetti immediatamente successivo, con la speranza che l’ultima annotazione del 18 agosto finisse veramente così e non sia stata tagliata dalla Panini. Ma per quando uscirà il secondo numero chi se li ricorderà più i vari indizi disseminati. E chissà quando capiremo i riferimenti all’enigmatica prima tavola del quarto capitolo.
Ai disegni Jacen Burrows ha fatto un buon lavoro, trovo che sia molto cresciuto rispetto agli altri suoi lavori che conosco – cioè, così a memoria, solo Cicatrici scritto da Warren Ellis. La sua rappresentazione del protagonista nella sequenza della fuga nel lago sotterraneo del secondo capitolo mi ha ricordato a tratti addirittura l’eleganza di Vittorio Giardino. Purtroppo il colorista Juan Rodriguez interpreta praticamente sempre le cavità orali delle bocche anche appena socchiuse come fossero denti, ma dopo un po’ non ci si fa quasi caso.
L’edizione cartonata italiana mi è sembrata molto valida, ben stampata e tradotta con la cura che necessita il diabolico Moore sempre prono all’invenzione di birignao (la citazione di cui sopra è corretta: «n’altra storia» e non «un’altra storia») e amante dei calembour. Ad arricchirla c’è anche un’appendice con il florilegio di variant cover realizzate da Burrows. Quasi del tutto assenti i refusi, Suydam diventa Suydman nel diario del secondo capitolo ma magari è stata una trovata per vedere se il lettore stava attento. Questa versione italiana, «per la prima volta al mondo in volume», è arricchita da un’introduzione e una postfazione di Antonio Solinas, in cui si dice anche (quelle finesse!) che Alan Moore scrisse il precedente Neonomicon spinto da necessità economiche.

mercoledì 7 ottobre 2015

Crossed + Cento 1: Fondazione e Impero



(in internet non si trova la copertina Panini...)
Niente tira di più di un pelo di barba di Alan Moore… il suo brand-nome mi ha fatto vincere la repulsione istintiva che avevo per Crossed (figurarsi, una serie statunitense che basa il suo appeal sulla promessa di sesso e violenza esasperati, oltretutto ideata da quel paraculo di Garth Ennis!) ed eccomi qui a recensire Crossed + Cento.
Al termine della lunga e non facilissima lettura posso dire che si tratta di un ottimo lavoro, curatissimo in ogni sua parte, sicuramente ben costruito e fedelissimo ai suoi assunti fatici e morali di base. Però non mi è piaciuto del tutto. Credo che sia una sensazione che chiunque abbia letto l’Ulisse di Joyce o abbia visto Sacrificio di Tarkovski possa condividere: si è approcciato qualcosa di geniale, di monumentale, forse una pietra angolare del rispettivo ambito ma adesso basta, grazie, torno a qualcosa di più digeribile.
La storia è ambientata nel futuro dell’universo narrativo di Crossed, in una sorta di dopo-catastrofe in cui Moore ha inserito vari elementi ecologisti senza farli pesare troppo (anzi, se non fosse stato per la sua introduzione non li avrei forse nemmeno notati). Un gruppo di esploratori viaggia dalla natia Ch[attan]ooga, tra di essi l’archivista Future che raccoglie campioni letterari, audiovisivi e qualsiasi altra testimonianza culturale del passato. Nello specifico ha il pallino per la fantascienza (e ognuno dei sei episodi riprende il titolo di un romanzo di fantascienza, noblesse oblige) o meglio per le “fintestorie”, come le chiama lei.
Eh, già, perché Alan Moore si è dedicato anche qui alla sua passione di creare nuove lingue, arrivando persino a farci dei giochi di parole! Il traduttore, Fabio Gamberini, è stato veramente un eroe. Il linguaggio parlato dai personaggi sulle prime risulta simpatico e suggestivo ma finisce presto per diventare ridondante, ossessivo, pesante. Forse perché Moore ha usato volutamente un numero ristretto di vocaboli.
La presenza di questa lingua che necessita di un pur minimo sforzo di comprensione non è comunque l’unico elemento che rende Crossed + Cento lento e farraginoso. Anche se esiste una validissima trama di detection alla base della storia (che deflagrerà splendidamente alla fine), la prima metà del volume è fortemente descrittiva visto che Moore ha scelto di dettagliare in profondità com’è il mondo a 100 anni dalla “Sorpresa” (l’ascesa degli scrociati), quali sono i cambiamenti climatici avvenuti, i tipi di società ricostruiti, quali le vestigia di alcune religioni, i rapporti tra le comunità di sopravvissuti, i costumi sessuali e così via.
Un ottimo fumetto, ma l’estrema ricercatezza dello stile e la partenza più descrittiva che narrativa lo hanno reso “meno ottimo” di quello che avrebbe potuto essere, o per meglio dire meno appassionante.
Il disegnatore Gabriel Andrade è sulla stessa lunghezza d’onda di Moore: le sue vignette sono cariche di dettagli e i suoi disegni curatissimi. Ciò non impedisce ai suoi personaggi di essere espressivi e sufficientemente dinamici. Purtroppo la brossura impedisce di godere appieno delle tavole doppie e persino dei dettagli delle vignette più vicini alla rilegatura, almeno nelle pagine centrali. Ciò detto, la qualità di stampa è ottima.
In omaggio viene data una maschera di cartoncino da scrociato, forse per canzonare le operazioni simili (mi sembra non coronate dal successo) della RW Lion ma comunque utilissima come segnalibro visto che di pause nella lettura ne ho fatte parecchie. La classe non è merda.

PS: “al.cre” vuol dire “almeno credo”, vero?

giovedì 14 novembre 2013

Fashion Beast



Gli appassionati di fumetti sono dei pecoroni che fanno i loro acquisti in base al nome/marchio dell’autore piuttosto che sulla base di osservazioni oggettive. Ne sono ben consapevoli la Avatar Press e ovviamente anche la Panini, che ha dato alle stampe questa miniserie tratta da un progetto cinematografico naufragato di Alan Moore (il cui nome è scritto a caratteri cubitali), commisionatogli a suo tempo da Malcolm McLaren (scritto in grande, hai visto mai che qualche punk di ritorno vada nelle edicole) e concretamente reso fumetto da Antony Johnston e dal disegnatore Facundo Percio (se guardate con attenzione trovate anche i loro nomi).
Fashion Beast è ambientato in una bizzarra distopia che rimanda agli anni ’80 britannici, in cui le divisioni tra classi sociali sono marcatissime e in cui incombe una costante minaccia nucleare mentre infuria una guerra globale. Uno dei pochi modi che qualcuno ha per uscire dallo squallore della propria vita è la moda, e la protagonista Doll riesce a infilarsi nella maison del guru Celestine (che le note dicono ispirato a Christian Dior) dove si prenderà le sue rivincite imboccando però una china assai pericolosa.
La trama si sviluppa effettivamente come se fosse la trasposizione di una sceneggiatura cinematografica da manuale: il primo quarto serve a introdurre ambientazione e personaggi principali, a metà abbiamo l’ace in the hole e nell’ultimo quarto c’è la conclusione risolutiva. A ben guardare il turning point centrale non è affatto originale o sorprendente, tanto meno geniale: è anzi un coup de théâtre già visto in altri film e in un sacco di altri fumetti (i primi che mi vengono in mente: l’episodio sotterraneo di Fuori del Tempo di Barreiro e Alcatena ed Esmeralda di Stalner e Achdé).
Comunque molto soddisfacente e ben costruito il finale, in cui oltretutto i tarocchi acquistano finalmente un senso e un ruolo abbastanza chiaro nella storia dopo essere stati elementi fastidiosamente decorativi nel corso degli altri numeri.
Rivedere questi scenari apocalittici e pessimisti ormai desueti non suscita la rabbia e l’indignazione che probabilmente erano i primi movens di Alan Moore. Non li suscita in me, almeno. Più che altro ho provato una sensazione di languida nostalgia, non certo per il clima reaganiano-thatcheriano alla base della trama ma per una sensazione di affettuosa consapevolezza della distanza tra le suggestioni di un mondo ormai tramontato (e il pensiero va a come era il lettore in quell’epoca) e la coscienza in prospettiva che ne abbiamo oggi – in tedesco esiste sicuramente una parola di almeno 35 lettere per indicare questa sensazione, io meglio di così non so spiegarmi.
Ai disegni Facundo Percio compie un ottimo lavoro. Già a livello estetico è molto bravo, ben più di tanti altri suoi colleghi più celebrati, ma quello che lo rende speciale e ancora più meritevole è l’abilità con cui ha saputo rendere sulla pagina delle sequenze che denunciano palesemente quanto fossero pensate in origine per il cinema, giocando sui movimenti di macchina o sulla fissità della ripresa: con ogni probabilità molte scene erano state ideate come carrellate o come piani sequenza a camera fissa. In quest’ultimo caso Percio non ha nemmeno fatto ricorso a fotocopie o computer, se non proprio in pochi casi verso la fine: ho controllato. Anche se arriva alla fine col fiato corto, Percio è stato fenomenale.
In definitiva, com’è questo Fashion Beast? Non è un capolavoro, ma è senza dubbio un buon fumetto che pur presentando situazioni e ambientazioni per nulla originali e francamente desuete (oltre ad alcuni elementi che sembrano buttati lì più per gusto del bizzarro che per reale necessità) riesce comunque a infiocchettarle sufficientemente bene da rendere la storia intrigante e la lettura scorrevole. Se non ci fosse stato il nome di Moore in copertina probabilmente io, da buon pecorone imbecille, non lo avrei degnato di uno sguardo: non che mi sarei perso chissà che, ma in fondo è stata una piacevole scoperta. E tutto sommato la Panini avrebbe potuto agire in maniera ancora più infida producendo dal fumetto un unico volumone costoso da comprarsi a scatola chiusa invece che serializzarlo ad una prezzo piuttosto contenuto, tanto più che è bimestrale (quindi la spesa è ulteriormente diluita) e che la Avatar Press ha impostato generosamente i singoli comic book che compongono la saga “come si facevano una volta”, ovvero sulle 24 tavole a capitolo e non limitandosi alle 20 com’è uso già da un po’.

venerdì 4 gennaio 2013

Coincidenze inaspettate



Rileggendo il Merlino di Sfar e Munuera sull’ultimo The Garfield Show mi sono accorto che la trovata risolutiva è praticamente identica a quella di Century. 
Una semplice coincidenza?

sabato 29 dicembre 2012

Before Watchmen/1


La vita non ha senso. Probabilmente anche per questo la fiction narrativa deve avercelo, un senso. Non solo tutto deve avere una spiegazione logica e avere una conclusione identificabile come tale, ma la narrazione deve essere improntata alla sintesi e alla chiarezza. Nella vita reale inciampiamo, tossicchiamo, dimentichiamo senza malizia alcuni dettagli, non scopriamo informazioni importanti solo accendendo l’autoradio esattamente nel momento preciso in cui vengono trasmesse. Nella fiction narrativa invece questo accade solo per motivi legati alla trama e al suo svolgimento. Un dettaglio che “non torna” serve come segnale del fatto che la storia è arrivata a un turning point, oppure che c’è qualcos’altro sotto, o ancora per anticipare altri eventi.
Ora, nel tacito contratto che l’autore di fiction narrativa non sperimentale stipula con il suo pubblico c’è anche la promessa che tutto quello che verrà raccontato/disegnato/diretto/recitato è sufficiente e chiuso in sè, soprattutto se parliamo di prodotti non seriali in cui il lato realistico sia preponderante. La vita reale non è un film con un inizio e una fine ben delimitati nè un romanzo con capitoli separati, e a parte Gilbert & George tutte le persone reali hanno una cucina per i momenti di relax in cui non sono sotto i riflettori e devono prepararsi da mangiare. E francamente io ho sempre pensato che pure Gilbert & George ne abbiano una.
La fiction narrativa necessita inoltre che ogni avvenimento sia significante, univoco, indubbio. Uno sparo è sempre il migliore degli spari riusciti, ecc... All’interno di quest’ottica vanno considerate anche le informazioni che gli autori lasciano trasparire dalle loro opere: gli eventuali “buchi” nel tessuto narrativo devono esserci per un motivo. Approfondire certi aspetti sarebbe stato inutile o ininfluente o peggio ancora fuorviante.
Watchmen è con ogni probabilità il meccanismo narrativo meglio congegnato della storia del fumetto, ogni dettaglio è significante (armoniosamente significante) e immaginare una vita oltre quelle pagine per quei personaggi è quanto meno difficile, se escludiamo una deriva umoristica (Rorschach che fa una comparsata in un fumetto di Gibbons per celebrare Harvey Kurtzman) o un loro riutilizzo strumentalmente contestualizzato in un altro genere (qui).
L’operazione Before Watchmen ha suscitato perplessità e polemiche molto prima di concretizzarsi. Questo principalmente per il sentore sulfureo di sfruttamento che ha tutto il progetto e per le condizioni aberranti che, oltre all’effettiva legittimità legale, ne hanno consentito la produzione (se Alan Moore avesse fatto casino la DC Comics non avrebbe più dato lavoro al suo amico Steve Moore, in disperato bisogno di soldi per curare il fratello malato). Ma al di là di queste considerazioni pregiudiziali, di cui comunque è difficile liberarsi, resta il fatto che Watchmen è strutturato in maniera troppo ermetica e perfettamente chiusa in sè per immaginare di aggiungerne qualche pezzo, soprattutto se a farlo non è nemmeno il creatore originale. Gli autori coinvolti, nomi di primo piano del comicdom statunitense, si sono ritrovati con una responsabilità enorme addosso, oltre a vivere lo stigma di essere etichettati come “traditori” dell’opera originale e del loro più autorevole collega. D’altra parte vale anche per loro quanto detto dallo stesso Bardo di Northampton: «Sei fottuto se lo fai, sei fottuto se non lo fai».
Da quello che ho potuto vedere sinora, nonostante il grosso successo che Before Watchmen pare stia avendo, mi sembra che l’operazione non sia riuscita. Per quanto abbia cercato di giudicarle senza pregiudizi e senza andarmele a spulciare a caccia dei dettagli incongruenti con Watchmen, queste miniserie (la maggior parte di loro) mi sono sembrate molto al di sotto delle aspettative e del nome dei loro autori. Prima di parlarne, comunque, aspetto che finiscano – e che il distributore americano si decida a riempire i “buchi” nella collezione (suona come una scusa da fumetteria, vero? Probabilmente lo è).
In generale qualcosa si può già anticipare. Le miniserie di Before Watchmen si caratterizzano a livello di testi per una grande eterogeneità. Il loro unico punto in comune è che non hanno punti in comune. Alcune si sono concentrate più sull’approfondimento di certi episodi della vita di un personaggio, altre ne hanno fornito un affresco complessivo della vita; alcune hanno cercato di inserirsi con scrupolo e discrezione in alcuni buchi dell’opera originale, altre non hanno preso molto in considerazione il canone di Watchmen e altre ancora lo hanno smaccatamente stravolto (beh, al momento una sola: Dr. Manhattan). Alcuni sceneggiatori hanno privilegiato le didascalie, altre i dialoghi; accanto a narrazioni lineari ce ne sono di sincopate e laddove alcuni sceneggiatori hanno voluto stupire con delle trovate shockanti altri hanno preferito limitarsi a descrivere da un altro punto di vista il materiale narrativo preesistente. Alcuni si sono rifatti al giallo d’impianto classico whodunnit, altri all’hard boiled, altri ancora alla scuola classica del comic book supereroistico, qualcun’altro a strampalate teorie di fisica quantistica.
Dal punto di vista dei disegni, invece, mi è parso di cogliere in generale una certa condizione comune pur tra la diversità di stili. In sostanza, l’impressione che mi hanno dato praticamente tutti i disegnatori statunitensi più famosi e quotati è che abbiano lavorato a scartamento ridotto, che non abbiano prodotto materiale all’altezza delle aspettative e della loro fama. Sempre mantenendosi su livelli buoni-ottimi, ma non al livello che mi sarei aspettato (se poi Andy Kubert ha deluso o no non saprei dire visto che non nutro grande stima per il suo stile).
Sulle storie d’appendice sospendo ogni giudizio, me le leggerò alla fine. John Higgins come disegnatore è uno schianto, comunque.
A mano a mano che finisco di leggere le miniserie (e gli one shot, pare che sia stato proprio un grande successo questo Before Watchmen e giustamente la DC lo capitalizza il più possibile) vi dico la mia.
Poi chissà, magari in Before Watchmen: Epilogue scopriremo che era tutto uno scherzo, il sogno di un personaggio, un universo alternativo... magari...

Silk Spectre (testi di Darwyin Cooke e Amanda Conner, disegni di Amanda Conner)

Il primo dei Before Watchmen ad arrivare alla conclusione è finora il meno deludente. Mi sbilancio anzi a dire che è un buonissimo fumetto. Ma questo forse è dovuto anche al fatto che è molto distante, sia come temi che come atmosfere, dal modello.
Nel 1966 la giovane Laurie Jupiter si destreggia tra i suoi problemi adolescenziali e la presenza invadente della madre nella sua vita. Le due cose sono strettamente collegate visto che il fantasma della prima Silk Spectre aleggia non solo negli agguati degni dell’ispettore Clouseau ma anche nelle pessime relazioni sociali che la protagonista intrattiene con i ragazzi e soprattutto con le invidiose e stronzissime compagne di scuola. Fuggita da casa insieme ad alcuni hippy (la Summer of Love deve essere arrivata un anno prima nell’universo di Watchmen) esordisce per caso come Silk Spectre II trovandosi invischiata in una storia abbastanza delirante e poco credibile di sostanze psicotrope dagli inusitati effetti stupefacenti-consumistici. Eh, lo so, non è che “effetti stupefacenti-consumistici” sia una descrizione molto chiara, ma non voglio rovinarvi la sorpresa. Non so se gli autori abbiano voluto puntare sulla satira e sull’assurdo per evitare scomodi paragoni con Watchmen, per me una volta superato l’impatto degli inserti umoristici e dell’ambientazione “larger than life” questa miniserie è stata godibilissima. Inoltre offre un’interpretazione stupenda del Comico, tanto più riuscita quanto più concisa e intensa. Altro che la gonfiatissima miniserie di Azzarello e Jones...
E a dirla tutta, in Silk Spectre ho trovato delle atmosfere psichedeliche più efficaci di quanto lo stesso Alan Moore sia riuscito a fare con Kevin O’Neill nell’ultimo volume della sua League. Certo, a causa dello stile caricaturale della Conner non ho capito se il gruppo che compare nel secondo episodio sono i Beatles o gli Who, ma in fondo non credo sia così importante.
Passando quindi ai disegni, Amanda Conner (di sicuro il nome meno appetibile sulla carta) si è rivelata una piacevole sorpresa. Non che abbia corretto i suoi difetti (le sue donne hanno ad esempio sempre tutti e due gli occhi ben distanti l’uno dall’altro e il naso molto alto, rendendole un po’ scimmiesche), ma la sua abilità nel rendere espressivi i personaggi è ineguagliata. Peccato che il disegno sia spesso molto scarno, soprattutto quando si tratta di rappresentare figure umane, le va però riconosciuta una grandissima abilità nell’evocare due realtà agli antipodi (o forse due immagini stereotipate universalmente associate a quelle due realtà): il protettivo ambiente borghese alla Happy Days e il mondo in fermento della San Francisco anni ’60.
Promossa.

Moloch (testi di J. Michael Straczynski, disegni di Eduardo Risso)

Che Moloch non fosse esattamente un adone lo si capiva dai disegni di Gibbons, ma bisogna anche dire che la sua controparte vecchia e malata era solo il riflesso sbiadito del personaggio distinto (e non certo privo di fascino) che compariva nei flashback. Di sicuro non era quel mostriciattolo che Straczynski si è inventato per questa inutile e stupida miniserie. O forse è stato Risso a volerlo interpretare così? E allora gli editor che ci stanno a fare?
Una volta stabiliti questi paletti arbitrari in cui muoversi ne viene fuori un clone dell’Uomo Talpa (quello dei Fantastici Quattro, non quello dei Simpsons) e ci addentriamo nella fiera del già visto e dell’ovvio, con gli immarcescibili bulletti della scuola, le donne che lo disprezzano, ecc. Dopo un primo numero irritante da quanto è banale, con il secondo abbiamo almeno il contentino di un minimo di curiosità per gli scopi di Adrian Veidt e per i metodi con cui li metterà in atto. A me sembra però che Straczynski abbia voluto confondere le carte, buttando un bel po’ di fumo negli occhi dei lettori di Watchmen, prendendo un po’ qua e un po’ là dalla vita cartacea dei personaggi per ricostruirne la “sua” versione e scambiando a piacimento cause ed effetti. Janey Slater che comincia a fumare dopo essere stata lasciata dal Dottor Manhattan? Non mi pare proprio... certo, è funzionale alla trovata che si è inventato Straczynski per spiegare come Ozymandias le faccia prendere il cancro (trovata peraltro molto inverosimile anche se si cerca di darne una logica contestualizzata al carattere dello stesso Ozymandias), ma è appunto solo una pecetta per far continuare la storia senza che il lettore si soffermi troppo sui particolari. Gli esempi potrebbero continuare.
Di Moloch salverei solo il ritratto che Straczynski dà di Adrian Veidt (il suo inedito fervore religioso con cui impressiona il protagonista è giustificato dal suo piano) se non fosse per il fatto che in fondo sono tutte cose che sapevamo già e che lo sceneggiatore ha solo approfondito. Nemmeno tanto. Per fortuna.
Stupendi invece i disegni di Eduardo Risso, sicuramente l’artista migliore dei Before Watchmen, che nemmeno una colorazione a volte imprecisa riesce a rovinare.
Bocciata.

mercoledì 28 novembre 2012

La mia proverbiale fortuna

Mi sono accorto che la mia copia di Century presenta una caratteristica unica: nella penultima pagina quelle che compaiono in alto non sono parole di una qualche formula magica o l'ennesima citazione di Moore, ma un banale errore tipografico.
Hanno semplicemente riportato l'intestazione della pagina successiva, relativa alla storia in prosa Servi della Luna. Per fortuna i caratteri erano bianchi e sono risultati trasparenti una volta stampati, così la lettura dei dialoghi non ne ha risentito. Fra qualche anno (già adesso?) la mia copia varrà miliardi.