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domenica 19 ottobre 2025

La Légende du Lama Blanc 2 - La plus belle Illusion

I cinesi affamati di minerali hanno avvelenato la terra del Tibet e gli yeti hanno sempre meno cacciagione, dovendosela disputare con altri predatori. In questo contesto i due nuovi Lama Bianchi compiono il loro apprendistato mentre si sviluppano altre sottotrame: lo spietato generale Lao impone la legge marziale e i nazisti che avevamo solo intravisto nel primo episodio conducono degli esperimenti sugli avvoltoi trasformandoli in bombe teleguidate, il tutto sotto la supervisione nientemeno che del redivivo (e invecchiato assai male) Führer!

Proprio mentre succedono tutte queste cose il futuro Dalai Lama Tenzin Gyatso (esiste davvero: è quello ancora in carica adesso) dimostra di essere veramente la reincarnazione di un precedente lama quando prende coscienza della gravità della situazione nel suo paese nonostante il cordone sanitario costruitogli attorno per evitare che si accorgesse dell’invasione che era ritenuto troppo giovane per affrontare. E anche perché il reggente Reting, compromesso coi cinesi, voleva mantenere il potere per sé. Da circa un terzo questo volume diventa quindi un biopic fantastico sui primi anni di vita del Dalai Lama, in cui i due protagonisti avranno solo un ruolo da deus ex machina alla fine.

Spesso la seconda parte di una trilogia ha un ruolo prettamente transitorio tra la presentazione della storia e la sua risoluzione (e anche se può introdurre l’elemento che risolverà la trama non è la più densa). Qui Jodorowsky mette invece fin troppa carne sul fuoco, senza badare al cambio di registro, miscelando misticismo con avventura con rigore storico con scemenze pulp. Il risultato è un caleidoscopio che sconvolge il lettore ma tutto sommato lo appaga – ammesso che il lettore voglia stare al gioco, in equilibrio tra la perplessità per gli esperimenti ridicoli di Adolf Hitler, l’appeal per il vorticante fascino di alcune sequenze e la commozione per altre come l’addio degli yeti.

I disegni mi sono sembrati migliori rispetto alla precedente prova di Bess, ma non mancano rare derive caricaturali anche qui.

domenica 28 settembre 2025

La Légende du Lama Blanc 1: La Roue du Temps

Oh, come sono malfidato. Non avrei mai pensato che quel «fin du prémier cycle» in calce all’ultimo volume del Lama Bianco, che avevo comprato in francese perché Paganelli arrivò a pubblicarne solo quattro su sei, significasse che la saga avesse effettivamente avuto un seguito. O meglio “avrebbe avuto”, giacché questa trilogia sarebbe cominciata solo nel 2014 quindi dopo che io mi ero procurato i due volumi originali mancati. Credo. Ma comunque.

L’azione inizia nel 1950: la Rivoluzione Culturale di Mao giunge con soldati e carri armati anche in Tibet e con il pretesto della ricerca di un fantomatico esercito di cospiratori stranieri il generale Lao ne approfitta per andare a caccia delle ricchezze che si nasconderebbero nella regione.

Messi a ferro e fuoco villaggi e templi, quattro vecchie conoscenze (io no ho riconosciute due) cercano l’aiuto del Lama Bianco ma vengono raggiunti da un’altra vecchia conoscenza, il Signore dei Gatti Lin-Fa: sarà lui a condurli da Gabriel Marpa. Nel lungo e difficoltoso cammino i monaci incappano anche in un gruppo di nazisti che sta cercando qualcosa in un tempio, sicuro anticipo di cose a venire. E intanto due monache stuprate dai soldati maoisti sono riuscite e fuggire ma sperdute tra i ghiacci vengono salvate dagli yeti e scoprono di essere incinte.

Il protagonista non compare che a due terzi del volume e poco prima della fine si dissolve per reincarnarsi in un nuovo corpo meticcio. Guarda caso, le due monache hanno partorito un maschio e una femmina e così stavolta il Lama Bianco si incarna in due persone distinte. O così ho capito.

Questo è il Jodorowsky post-Avant l’Incal che si era incamminato con decisione verso il grandguignolesco. Quindi stupri, torture, mutilazioni, ecc. Ciò detto, la storia non manca di ironia e soprattutto si legge che è un piacere, con un ritmo incalzante, ostacoli e prove ben architettati (e spesso trovate originali per superarli), grande fascino esotico unito a quella che sembra una ricostruzione molto accurata dell’ambientazione e dell’epoca descritte. In particolare, la scena iniziale con lo scontro non solo fisico tra il nuovo mondo cinese e quello ancestrale tibetano è suggestivo e carico di tensione. E la tensione (o almeno la curiosità) c’è anche nell’immaginare cos’è quella minaccia per il mondo intero che il Lama Bianco ha pronosticato si concretizzerà tra vent’anni. Mossa intelligente da parte di Jodorowsky: visto che la Storia è già scritta e il Tibet cadrà in mano cinese, almeno una minaccia d’invenzione che si può ancora fermare potrà offrire dei margini di manovra ai protagonisti.

Georges Bess è ancora dignitoso ma ha perso smalto, o forse ha scelto consapevolmente di mettere da parte la gradevolezza in favore della funzionalità, manco le due cose fossero in antitesi. I suoi disegni si sono semplificati, così come anche i colori che ha realizzato personalmente non sono così curati come quelli dell’esalogia originale. Il risultato si lascia leggere pur con la perplessità per il ricorso occasionale alla scorciatoia del caricaturale.

Una curiosità: Brontis Jodorowsky si è occupato della «traduction», qualsiasi cosa fosse.

venerdì 18 giugno 2021

Les Jumeaux Magiques

Ecco, così imparo a leggere meglio i dati riportati su internet. La versione di Les Jumeaux Magiques che ho recuperato non è quella originale Hachette del 1987 ma la riedizione degli Umanoidi Associati del 2003. Quindi non ci sono più gli ammennicoli da leccare, toccare, annusare, ecc. per condividere le sensazioni dei protagonisti e i colori sono stati rifatti col computer. Non so quale delle due cose sia peggio.

I due gemelli del titolo sono Mara e Aram, due umanoidi simili a elfi che la madre addestra come guerrieri. Il re Jodhé loro padre è stato fatto prigioniero dall’arcicattivo Tartarath, che lo libererà solo se i gemelli supereranno una serie di prove. Per superarle dovranno usare con attenzione i loro cinque sensi ma potranno anche contare sull’aiuto di Lyrenne, una creatura volante che però non potrà essere usata come cavalcatura per attraversare le quattro isole proibite ma a cui è permesso evocare i suoi grandi poteri – ma può fare ricorso a ognuno solo una volta all’anno prima di poterlo replicare. Lyrenne serve anche come diversivo umoristico.

La storia è un classico viaggio iniziatico, nobilitato da trovate originali e fantasiose. Soprattutto, nella prima edizione c’erano i vari allegati con cui interagire per ascoltare ad esempio cosa dice il “filo che parla” o tastare la forma che Aram percepisce sul muro dell’isola-labirinto. Alcune didascalie sono state probabilmente riscritte rispetto a quelle originali in cui il lettore era invitato a toccare con mano (e lingua, e orecchio, ecc.) quello che sperimentano i protagonisti. Il Jodorowsky fiabesco ad altezza bimbo è decisamente efficace: il suo magniloquente esoterismo è molto evocativo e, privato dei suoi tipici cascami granguignoleschi, si legge con piacere innocente. Gli avversari non vengono mai uccisi, ma fatti amici e convertiti alla causa dei gemelli, che potranno poi usufruire del loro aiuto nelle altre prove. È anche vero che la virata verso situazioni e dialoghi più crudi sarebbe arrivata per Jodorowsky a partire da Prima dell’Incal e quindi nel 1987 non calcava ancora la mano nemmeno nelle sue opere indirizzate agli adulti.

I disegni di Georges Bess sono molto validi, dinamici ed espressivi, anche se già si intuisce la semplificazione del suo tratto che si compirà con Juan Solo. Spesso ricorre alla caricatura, ed è più che legittimo visto il pubblico di riferimento che sarebbe stato inappropriato turbare con mostri troppo orribili o minacciosi (o anche solo poco “leggibili”). Nei rari frangenti in cui c’è della violenza è sempre cartoonesca. Peccato che i fottuti colori digitali abbiano mortificato i suoi disegni.

Les Jumeaux Magiques ha un ritmo un po’ sincopato, ma questa è una considerazione che ho fatto ex post accorgendomi che ogni 12 pagine (il fumetto ne conta le canoniche 46) si arriva a un punto fermo come se fosse stato pensato per la serializzazione su rivista, cosa che non mi risulta sia mai avvenuta. In realtà l’unico difetto di questo fumetto è il colpo di scena finale banalissimo che un lettore un po’ accorto potrà aver già intuito da questo riassunto. E con questa nota in calando la sua godibilità per un pubblico adulto è un po’ compromessa.