Il sottotitolo del volume è ingannevole:
non si tratta di una storia de Il
Corriere dei Piccoli e nemmeno la proposta di una teoria che voglia far
risalire la nascita del fumetto d’Autore a una fase dell’esistenza della
rivista – il fumetto «d’autore» viene citato di sfuggita solo due volte. Anche
la presentazione in quarta di copertina sembra essere stata scritta per un
altro volume: questo fornisce semplicemente la cronologia ragionata e critica
dei fumetti (e di alcuni romanzi) pubblicati nelle sedici annate che vanno dal
1961, quando la direzione del giornale passò a Guglielmo Zucconi, fino al
fatidico 1976 che ne vide la trasformazione in CorrierBoy. Di supernova, a voler essere puntigliosi, non c’è poi
la minima traccia.
Per catalogare le varie opere
Andrea Carta ricorre a una categorizzazione opinabile, come lui stesso ammette,
in base alla quale certi fumetti rimangono esclusi (come Ernie Pike che comparve solo una volta, Lo Zoo Pazzo
che viene considerato alla stregua di una raccolta di barzellette e i
personaggi tratti dalla televisione perché appunto di origine televisiva). L’autore
elabora anche la definizione di “pseudoliberi” per quegli episodi isolati che,
pur facendo parte di una collana-ombrello, sono storie autoconclusive: La Parola alla Giuria, Uomini Contro, ecc. I motivi di queste
scelte sono abbondantemente spiegati, cionondimeno mi resta il sospetto che
alcune inclusioni o esclusioni siano state fatte col proposito di toccare
proprio quota 100, il Re di Picche di
Bottaro viene ad esempio ricordato per essere stato principalmente un “ponte”
pubblicitario verso Il Corriere dei
Piccoli quando comparve anche su quello dei
Ragazzi.
Il volume è una lettura
piacevole, interessante e approfondita, in cui Carta profonde anche una buona
dose di umorismo, soprattutto nelle didascalie e nelle note. Chiaramente non
mancano le curiosità, ad esempio non sapevo che la causa della crisi della
rivista che porterà alla sua trasformazione in CorrierBoy fu la svolta a sinistra decisa nel passaggio dal
Corriere «dei Piccoli» a quello «dei Ragazzi», che avrebbe allontanato i
giovani lettori e soprattutto i loro genitori. Molto interessante anche il
mistero (svelato) sulle origini e sul perché della mancata ripresa de La pattuglia scomparsa. È evidente inoltre la grandissima
passione di Carta per l’argomento, cosa che però finisce per penalizzarlo dal
punto di vista metodologico. Il suo amore per il fumetto franco-belga classico
contrapposto a molte delle altre proposte della rivista è ribadito,
sottolineato, evidenziato e ripetuto talmente tanto da sfiorare quasi il
fanatismo degli estimatori di Frank Miller e Jack Kirby (ma loro, poveretti,
non hanno mai conosciuto altro). Mi sembra inoltre che critichi più per partito
preso che per ragioni oggettive l’introduzione delle serie a episodi al posto
delle storie a puntate invise ai lettori (attribuendo a questa scelta della
redazione i prodromi del crollo qualitativo della testata): infatti quando
ammette che questa impostazione non inficia la qualità di Altai & Jonson deve ricorrere alla desueta formula
dell’“eccezione che conferma la regola”, che di per sé non vuol dire nulla e
che serve solo per giustificarsi quando viene scoperta una falla nella
metodologia usata – tra l’altro pensavo che ormai nessuno usasse più
quell’espressione.
Carta non dimostra alcun timore
reverenziale verso i Maestri e i Classici mentre esibisce un grande coraggio
nel non adeguarsi ai cori di critiche ecumenicamente positive. A farne le spese
è anche Valentina Melaverde, di cui
non nega però le qualità. Ovviamente la
sua schietta onestà è molto lodevole e gli permette di non scadere nell’agiografia, ma spesso si
esprime con termini esagerati tanto che in molti casi certe affermazioni
sembrano più che altro delle provocazioni. È pacifico che l’ultimo Pratt non fosse
ai livelli grafici di venti o trent’anni prima, ma come si può definire
«approssimativo» il suo tratto su Anna
nella Jungla, che è forse il suo lavoro più curato? Pur non amando
Micheluzzi, non trovo molto elegante dire che «solo molti sforzi rendono
passabile» il suo disegno. Carlos Gimenez è «modesto» solo in Dany Futuro o Carta lo considera in
generale uno scalzacani? Al povero Alessandrini viene poi riservata
un’annotazione impietosa riferendosi alla serie Anni 2000: «dopo questo buon inizio, non riuscirà a migliorare il
suo disegno più di tanto»! Forse voleva essere un complimento per segnalare
quanto Alessandrini fosse bravo già cinquant’anni fa, ma dimostra di non
conoscere le sue derive moebiusiane ne Il
Maestro o quelle umoristiche in Planet
Arium e Anastasia Brown o la sua linea chiara (poi rimpolpata di neri) de
L’Uomo di Mosca. Nessun dubbio,
invece, sul fatto che Carta non sopportasse Mario Uggeri.
Tutte queste considerazioni molto
personali tolgono ogni valenza accademica al volume (nelle schede dei fumetti
sono addirittura presenti delle valutazioni espresse in stelline), cosa che
probabilmente non voleva nemmeno avere, ma si rimane un po’ perplessi nel
vederlo inserito nella stessa collana che ospita Eccetto Topolino e Jacovitti
– Sessant’anni di surrealismo a fumetti.
L’elenco dei fumetti è inframmezzato
comunque da introduzioni dall’approfondito approccio storico, in cui con grande
scrupolo documentaristico Carta segnala le variazioni di formato, foliazione e
politica editoriale. Solo che nel conclusivo capitolo 6 «last but not least» si
dà la zappa sui piedi da solo dimostrando forse che oltre a queste sedici
annate del Corriere dei Piccoli/Ragazzi
di fumetti non deve averne letti molti altri, ricorrendo a internet e alle sue
scempiaggini per recuperare qualche tassello. La rivista L’Eternauta non chiuse affatto nel 2000, ma col numero 148 del 1995
(la testatina venne mantenuta nei successivi volumi monografici per questioni
d’opportunità), e se veramente la sua «agonia» fosse dovuta alle dichiarazioni
di Oreste del Buono sulla qualità della “Linea Latina” rispetto a quella
francese (ma limitata alla sola linea
chiara, se ben ricordo) sarebbe stata ben lunga, durando 15 anni!
Corto Maltese, poi, non mi pare proprio che abbia pubblicato fumetti
«naif» o «sperimentali»… sì, certo, da quelle pagine transitarono anche Benicio
Nuñez e Jô Oliveira, che alla pittura naif possono essere associati, ma la loro
presenza fu assai sporadica. Se con naif
Carta voleva intendere prodotti ingenui e dilettanteschi si potrebbe ricordare
quel fumetto assai bruttino su Arthur Rimbaud e forse Fan di Rosco non era adattissimo alla rivista, ma anche l’inesperta
Nives Manara a un certo punto si sarebbe fatta onore. Di sperimentale poi cosa
ci sarebbe stato? Madaudo, subito sparito? Muñoz e Sampayo, già abbondantemente
“digeriti” dal pubblico della Milano Libri?
A integrare l’elenco delle serie
ci sono delle interviste a Mino Milani, Alfredo Castelli e Sauro Pennacchioli e
delle appendici sugli Albi Ardimento
e Sprint e sull’effimera Zack Avventura, oltre all’elenco delle
dieci storie più meritevoli del periodo preso in esame secondo l’autore.
L’edizione è molto curata (non
come in altri prodotti analoghi),
grafica e impaginazione sono buone e non ci sono praticamente refusi – o nulla
che infici la lettura: non è difficile capire cosa si intenda con «invisbile» e
se a una data manca il numerale dell’anno di pubblicazione lo si evince da
quelli precedenti o successivi. Un indice analitico però ci sarebbe stato
proprio bene.
Una nota di merito al
copertinista Sebastiano Barcaroli che ha realizzato un’immagine sintetica ed
elegante, sintesi ed eleganza che evitano problemi con i detentori dei diritti
delle immagini dei personaggi raffigurati, sapientemente stilizzati.
Forse in altri tempi mi sarei
incazzato per aver speso 25 euro per un volume che si finge qualcos’altro, ma
in un periodo di magra anche questo va bene. Inoltre come dicevo sopra lo stile
di Carta è piacevole e gli aneddoti sono simpatici. Se però cercate «La storia
della prima rivista di fumetti italiana» (come promette lo strillo in quarta di
copertina) dovete cercare altrove.