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sabato 23 novembre 2024

A Vicious Circle 3

Ed eccoci arrivati al gran finale. Se mi sono avvicinato a questo fumetto è stato per i disegni spettacolari di Lee Bermejo, e non sono stato deluso. Ma dopo il colpo di scena con cui si è concluso lo scorso episodio devo dire che anche i testi si sono rivelati all’altezza. E lo sarebbero stati sino alla fine se Mattson Tomlin non avesse optato per una chiusura prevedibile e forse con un retrogusto moralista, per meglio dire nichilista.

Gli eterni rivali si sono ricongiunti nella preistoria e Ferris si rivela ben più amichevole del previsto. Giunti in un’altra linea temporale (Shawn proprio non ce la fa a non ammazzarlo) arrivano le spiegazioni sulla loro peculiare condizione e sul senso della missione originale. Per evitare la deriva che prenderà il mondo all’epoca di Ferris (omaggio grafico a Richard Corben?) si mettono di buona lena a viaggiare nel tempo per ammazzare chiunque possa essere all’origine delle tendenze autodistruttive dell’umanità, cambiando la Storia a ogni esecuzione. Ma arrivato alla New Orleans alternativa Shawn cede alla voglia di (ri)allacciare i rapporti con quella che sarebbe diventata sua moglie. Nuovi ammazzamenti, nuovi viaggi nel tempo e il titolo della serie viene giustificato.

Anche se l’uso del computer è stato massiccio ed evidente, A Vicious Circle rimane comunque una prova grafica spettacolare. E anche i testi non sono male.

giovedì 22 agosto 2024

A Vicious Circle 2

Dopo essersi riallacciato al cliffhanger con cui era terminato lo scorso numero questo volume introduce un lunghissimo flashback in cui vengono svelate abbondanti parti del retroscena. Scopriamo che gli emissari di Shawn non avevano proprio delle intenzioni benefiche nel bloccare la Kang Turing, di cui non volevano distruggere la macchina infernale ma impossessarsene. Inoltre (ma forse questo ero io a non averlo capito) non è che il fattore scatenante dei viaggi nel tempo fosse l’uccisione del suo antagonista Ferris, ma la morte di qualsiasi essere umano: inizialmente Shawn non osava nemmeno fare del male a una mosca per evitare di naufragare in altre epoche, pensando che anche gli animali potessero attivare il fenomeno.

Riprendendo il primo scontro con Ferris vediamo quindi una breve carrellata di lotte ambientate nel futuro, nell’Inghilterra medievale, nella Germania nazista per finire negli States del 1950 da cui (alcuni anni dopo) era cominciata la narrazione. Scopriamo così che le azioni compiute si riverberano nelle altre linee temporali: ucciso Hitler, non ne rimane traccia nel XX secolo.

L’espediente narrativo è quello non proprio originalissimo del protagonista in punto di morte che rivede tutta la sua vita, ma il colpo di scena finale fa tornare tutto in carreggiata e apre a scenari inediti con un apparente cambio di campo.

Anche se più misurato che nel primo volume (ci sono meno “salti”), Lee Bermejo si dedica anche qui a caratterizzare ogni periodo storico con uno stile differente. Uno spettacolo, certo, ma io ho gradito di più le parti meno appariscenti in cui Bermejo dimostra la sua maestria nel tratteggio, come la più canonica sequenza quasi supereroistica colorata da Grant Goleash. Questione di gusti, e qui ce n’è per soddisfarli tutti.

mercoledì 14 agosto 2024

Batman/Deathblow

Da quanto apprendo da internet, Deathblow sarebbe stato un tentativo da parte del già tamarrissimo Jim Lee di nobilitare la sua opera con influssi di… Frank Miller! Roba da scriverci monologhi comici per Zelig, ma hai visto mai che Azzarello riesce a salvare pure una roba del genere? Con Batman di mezzo, poi, potrebbe non essere tanto difficile. E infatti ce la fa.

Due linee temporali si intrecciano. Dieci anni prima della storia portante Deathblow, un soldato gigantesco impegnato in operazioni governative segrete, è a caccia di un uomo nella Chinatown di Gotham City. Nel presente Bruce Wayne perde un amico a causa di una combustione inspiegabile: la vittima è lo stesso agente che anni prima coordinava il Deathblow, titolo che identifica un agente preposto a operazioni speciali. Nel mentre viene rinvenuta una mano mozzata e affiora anche un “biglietto da visita” che identifica proprio Deathblow.

Anche se c’è di mezzo un pirocineta, bersaglio ma a sua volta anche cacciatore, questa miniserie ha poco di supereroistico. Azzarello scava negli affari sporchi delle agenzie di spionaggio e controspionaggio tra finte piste, doppi giochi e pedine usate e gettate via senza troppe cerimonie. L’alternanza dei piani temporali rende incalzante il ritmo e il fatto che Deathblow sia ufficialmente morto dona un bel tocco di originalità a questo cross-over in cui i protagonisti titolari non si incontrano mai (cosa che però fece anche Warren Ellis con Authority e Planetary). Un paio di colpi di scena ben assestati sul finale rendono la storia ancora più originale e riuscita. Ottimi i dialoghi, anche se Azzarello ha giustamente preferito ogni tanto lasciar “parlare” i disegni, con tavole mute dove Bermejo ha potuto esprimersi al top. Mi resta un dubbio: se effettivamente Deathblow è morto e Batman ne assume il ruolo alla fine, da dove era spuntato il suo “biglietto da visita” all’inizio?

Forse una conoscenza meno superficiale della mia degli universi DC e WildStorm avrebbe reso la fruizione ancora più piacevole, ma già così la storia è una bella lettura.

Com’era lecito aspettarsi, i disegni di Lee Bermejo sono molto buoni. Occhio, però: molto buoni e non ottimi perché tende a disegnare i personaggi con dei mascelloni, in particolare proprio Bruce Wayne, e contorni e dettagli hanno sempre una certa impronta squadrata, quasi geometrica. Ma forse parte della responsabilità ce l’hanno i vari inchiostratori che lo hanno supportato: Tim Bradstreet, Peter Guzman, Richard Friend e Mick Gray. In ogni caso i panorami urbani, le scene di massa, i particolari di mezzi ed edifici rimangono spettacolari.

Molto buono anche il lavoro del colorista Grant Goleash, a sua volta aiutato da José Villarubia, che restituisce una coerente atmosfera noir pur se anche lui a volte usa delle campiture geometriche.

giovedì 25 aprile 2024

A Vicious Circle 1

Forse c’è ancora speranza per il fumetto. Forse. Immagino che ci sia tanto computer in queste tavole di Lee Bermejo, ma che spettacolo. A Vicious Circle (alla Panini «Circolo Vizioso» suonava male?) comincia come una storia iperrealista ambientata negli anni ’50 nel profondo sud degli States scandalizzato dalle proposte di desegregazione. C’è però un elemento dissonante nella vita del nero Shawn Thacker: tiene imprigionato in cantina un tizio mascherato.

Come scopriremo, questo tale è parte integrante di un fenomeno per cui lui e Shawn si inseguono attraverso epoche diverse, che possono anche sfociare in universi alternativi; se ho ben capito, il fattore scatenante sono le uccisioni del mascherato: ogni morto ammazzato è un cambio di scenario.

Questo primo volume è solo l’antipasto e non viene ancora svelato tutto il retroscena, per il momento sappiamo che la multinazionale Kang Turing creò/creerà un qualche marchingegno distruttivo che Shawn avrebbe dovuto distruggere mentre l’altro, Ferris, aveva il compito di attivare. Comunque, davanti alle splendide tavole di Bermejo chi se ne fotte delle spiegazioni e della trama. La ricchezza di ambientazioni differenti, alcune lunghe il tempo di una sola striscia, offre a Bermejo la possibilità di scatenarsi in una pletora di virtuosismi con cui rappresentarle, non disdegnando di omaggiare ogni tanto correnti pittoriche o stili diversi.

Ma anche i testi di Mattson Tomlin non sono niente male. I dialoghi sono curati, il ritmo è incalzante e le varie imbeccate sulla vera natura della vicenda incuriosiscono e appassionano il lettore.

Spero di non dover aspettare troppo per vedere il seguito, che in patria risulta uscito un anno fa.

mercoledì 9 novembre 2022

Intervista a Lee Bermejo

Mi scusi se comincio con una domanda stupida, ma per caso Lei è parente di Luis Bermejo?

No, non sono suo figlio. Io sono californiano, lui se non sbaglio era di origine filippina.

Sì, credo facesse parte del gruppo di Alex Niño, Afredo Alcala, ecc.

Quali sono stati i Suoi esordi?

A diciannove anni andai nello studio di Jim Lee, la WildStorm. È stato un periodo molto bello ma ovviamente a quell’età si lavora con dei ritmi da giovani. Mi svegliavo tardi e il lavoro cominciava solo nel pomeriggio per poi finire a notte fonda. Ovviamente eravamo ragazzi e si perdeva tempo cazzeggiando. Alla fine non è che si producesse poi molto, adesso non potrei più lavorare in quella maniera.

Adesso quali sono i Suoi ritmi di lavoro?

Sono molto metodico nel lavoro, non potrei più fare come agli esordi. Mi metto al tavolo da disegno presto la mattina e faccio degli orari quasi da impiegato. Una singola tavola mi impegna per tre o quattro giorni di lavoro: ogni progetto a fumetti mi impegna per due o tre anni di vita reale.

Forse sbaglio ma mi sembra che il Suo stile si discosti molto da quello classico statunitense dei comic book. Quali sono gli autori da cui si sente influenzato, se ce ne sono?

Tra i miei autori preferiti ci sono Tanino Liberatore, Richard Corben, Jorge Zaffino, Taksuyuki Tanaka ma anche pittori e fotografi.


Sempre parlando di stile, come realizza le sue tipiche tavole con quei grigi “pastosi”?

Con le matite o a mezzatinta, cioè diluendo l’inchiostro. Però ormai lavoro sempre meno con gli strumenti classici, faccio quasi tutto con il computer. Damned, ad esempio, l’ho cominciato in “analogico” e poi sono passato al digitale in corso d’opera. Ogni volta che faccio un fumetto voglio fare qualcosa di più, ho cominciato a inchiostrarmi da solo e poi anche a colorare le copertine per avere controllo totale sul lavoro.

A proposito di Damned, mi sembra che Batman sia un personaggio molto congegnale al Suo stile, c’è qualche altro personaggio che Le piacerebbe interpretare con le sue atmosfere dark?

Batman è un personaggio molto aperto alle interpretazioni, anche per questo ha tanto successo. Per fare un esempio, la mia interpretazione di Spiderman sarebbe troppo cupa, per me Peter Parker è un nerd, ma nel senso che è un tizio strano. E poi il mio stile è molto realistico, disegnerei ogni dettaglio, da bambino non mi piaceva che non si vedessero i lancia-ragnatela del costume nei disegni!

C’è un lavoro di cui è particolarmente fiero?

La mia cosa di cui sono più fiero è Suiciders, un fumetto di cui ho anche scritto i testi. Purtroppo non è stato un successo anche perché a un certo punto ho dovuto limitarmi a scrivere i testi e passare i disegni a un altro, a posteriori capisco che è stato un errore non disegnarlo tutto io come avrei dovuto. E poi il tono era molto cupo e anche questo può aver influito sulla sua accoglienza: Jim Lee diceva che c’era troppa tragedia per troppi lettori.

Con il recente interesse di Hollywood per i fumetti potrebbe diventare il soggetto per un film.

Francamente non vorrei vedere altre interpretazioni dei miei personaggi. Io comunque ho anche lavorato per il cinema, recentemente. Ho collaborato con Zack Snyder per il suo prossimo film, Rebel Moon, che avrebbe dovuto essere uno spin-off di Star Wars ma poi ha preso una direzione autonoma.

Ed è stata una bella esperienza?

Sinceramente preferisco fare fumetti, perché nel mondo del cinema ci sono un sacco di persone che devono decidere e dare l’ok a un progetto e a come realizzarlo. In quel contesto mi sono sentito come una semplice rotella dell’ingranaggio. Nel fumetto invece c’è molta più libertà. Come dicevo prima, ho cominciato a inchiostrarmi da solo e poi a fare anche i colori proprio per avere più controllo possibile sul lavoro.

lunedì 28 settembre 2020

Batman Dannato


Batman viene recuperato dopo la caduta da un ponte che è costata la vita a un uomo e si ricorda di quando da bambino la visione di una ragazzina dark gli aveva predetto che sarebbe stato maledetto. Non ricorda cos’è successo sul ponte e in suo soccorso interviene John Constantine. In questa realtà (è un mondo alternativo o la storia della DC si è sviluppata così?) il Joker è morto ma alcuni segnali indicano che potrebbe essere tornato dal regno dei morti o che qualcuno ha preso il suo posto.

La storia è puntellata di altre presenze sovrannaturali della DC Comics, come uno scarnificato Deadman, non so se interpretazione personale di Azzarello o versione attuale del personaggio, e altri personaggi che non ho ben capito chi sono (pensavo che la tizia che fa il trucco delle tre carte fosse Zatanna, ma in realtà compare in seguito). Demon è nientemeno che un rapper: ciò ha messo a dura prova la mia voglia di continuare a leggere.

Batman si muove come un disperato e così a occhio (ma non conosco le evoluzioni più recenti del personaggio) mi sembra che sia una preda sin troppo facile dei suoi avversari. Constantine constantineggia.

La trama principale si intreccia col passato di Bruce, mostrando una famiglia Wayne tutt’altro che idilliaca con un padre fedifrago. Se non sbaglio questa riscrittura iconoclasta è tipica di Azzarello che in una storia disegnata da Risso diceva che praticamente furono i capricci di Bruce Wayne da bambino per andare a vedere il film di Zorro a causare l’omicidio dei suoi genitori. Sempre se ricordo bene.

Come talvolta capita con le storie scritte da Azzarello, non ho capito bene il finale: Batman ora dotato di poteri sovrannaturali resuscita Joker e resetta la storia oppure era Joker che aveva preso il suo posto? Mah. Almeno ci sono le tavole spettacolari di Lee Bermejo, che però in alcuni punti ha evidentemente censurato il sangue con delle pecette dai colori piatti che mal si amalgamano col suo stile sfumato.

domenica 24 marzo 2013

Before Watchmen/5



Rorschach (testi di Brian Azzarello, disegni di Lee Bermejo)

No, non ci siamo. Forse il fatto che Rorschach è il mio personaggio preferito di Watchmen ha influito sul mio giudizio, ma francamente trovo che la sua miniserie sia una delle peggiori anche se non siamo per fortuna ai livelli del Dr. Manhattan.
In pratica Azzarello ha scritto una canonica storia di vigilanti, in cui il protagonista è una specie di matto indistruttibile che lotta contro un simil-Testa di Martello (il nemico dell’Uomo Ragno) e i suoi sgherri. Che poi Rorschach sanguini copiosamente non cambia proprio nulla, è giusto per fare un po’ di scena e poi i tagli e le tumefazioni durano per poche vignette.
Se in Comedian Azzarello ha voluto approfondire con eccessivo zelo il rapporto tra il Comico e i Kennedy e i motivi della sua discesa nell’“Abisso”, qui si è premurato di ricostruire l’ambientazione sordida del sottobosco criminale e della società della New York anni ’70, con tanto di black-out documentato. In entrambi i casi non capisco perchè si sia dedicato con maggiore cura a questi dettagli piuttosto che a imbastire una buona storia e a concentrarsi sui personaggi. Il milieu sarà pure reso con maestria ed efficacia (ma ci sono dei limiti: il cattivo che si mette a ballare la discomusic non sarà sembrato ridicolo solo a me, credo), ma così viene a mancare l’interesse per il protagonista, appiattito appunto a supereroe indistruttibile e bidimensionale come il Marv di Frank Miller. Nemmeno l’introduzione di una mezza storia d’amore aiuta, anzi forse è una deviazione eccessiva dal carattere del protagonista, per quanto funzionale alla trama.
Il fatto che Taxi Driver venga citato esplicitamente nel terzo episodio non migliora la situazione, anzi io l’ho trovato un ulteriore momento di sospensione dell’incredulità francamente un po’ irritante. Poi, certo, la tigre usata come arma è divertente e ha fatto sorridere anche me (la prima volta, la seconda mi è sembrata un salvagente per la trama di Azzarello), ma è solo una singola scena che avrebbe dovuto essere il contorno di qualcosa di ben più gustoso.
La parte di detection, inoltre, viene risolta in maniera affrettata e oltretutto “barando”: è vero, non era su quello che si concentra la miniserie, e alla fine diventa solo una scusa per scavare nel Rorschach-pensiero, ma concentrarsi maggiormente su di essa avrebbe potuto magari rendere la miniserie meno deludente, se non proprio salvarla.
Ai disegni un Lee Bermejo sottotono. Messa giù così sembra che i disegni facciano schifo, invece sono comunque di buon livello, anzi diciamo pure di livello ottimo o anche eccellente se confrontati con l’operato di altri disegnatori americani, ma secondo me questo non è esattamente il Bermejo migliore. Ammetto di non conoscerlo bene, ma anche il solo episodio di Global Frequency era molto più curato e suggestivo. Può darsi che a influenzare il mio giudizio sia stata una colorazione troppo squillante, o il fatto che Bermejo usi molto meno lo sfumato che altrove (o forse lo ha usato anche qui ma la stampa se l’è mangiato). Però è anche vero che certi dettagli come le mani sembrano disegnati in fretta e furia nonostante il generoso lasso di tempo intercorso tra un episodio e l’altro.
È quasi doloroso pensare che il pur grande Azzarello ha scritto una stronzata del genere.
Bocciata.