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martedì 16 settembre 2025

Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi n. 32 - I Racconti di Domani 5: Ammazzando il tempo

Più che altrove ho notato in queste storie una maggiore articolazione e una tendenza più marcata al colpo di scena, quindi nascondo le parti più sensibili e chi vuole leggerle lo faccia a suo rischio e pericolo.

Il meraviglioso futuro che non c’è mai stato: uno scienziato di fine ’800 psicanalizza l’androide che ha costruito e favoleggia sul futuro radioso che un suo sogno preannuncia all’umanità. Originale e pervaso da un pessimismo che ne esalta l’amarezza.

Edizione straordinaria: una partita di calcio viene interrotta da una breaking news proprio nel momento cruciale di un rigore, per documentare la frenetica attesa per l’uscita del nuovo libro di Murakami. Ma è solo uno scherzo (amaro e rassegnato: interrompere il calcio per la cultura? Giammai!) dell’ormai familiare giornalista Eliza Kazan.

Doppelgänger: variazione sul tema del doppio, solo che qui di doppi ce ne sono troppi! Simpatico.

Il cadavere ingombrante: apparentemente sembrerebbe ispirarsi a Il Cuore Rivelatore di Poe, ma in realtà è una storia virata di più sul surreale e l’onirico. Molto carina.

La piccola Sally e la giustizia: la ragazza a cui è intitolata la storia è contemporaneamente un fulgido esempio di bontà e la vittima di un mondo crudele che richiede sforzi immani per procurarsi le cure per i parenti malati. Una notte sente dei passi che la inseguono: inutile tentare di fuggire, capisce che è predestinata. La morale della storia ce la dice il mostro che la ucciderà.

Variazione sulla macchina del tempo: il titolo dice tutto. Interessante però come in sole quattro pagine partendo da basi scientifiche e attraversando un disagio esistenziale si finisca con dello humour nerissimo che mi ha strappato una bella risata.

Scendendo: un giovane impiegato incappa nella collega di cui è innamorato e coglie l’occasione offerta dall’ascensore occupato per scendere le scale con lei. Solo che queste benedette scale non finiscono mai e sembrano scendere all’infinito, mentre in sottofondo si sente ogni tanto un rumore metallico e le porte d’accesso ai piani spariscono nel nulla. Tornare sui propri passi non serve che a ingarbugliare ulteriormente la matassa. La vicenda è molto intrigante ma purtroppo quando alla fine i due arriveranno nell’enorme stanza in cui si muovono gli ingranaggi (del palazzo o di tutto l’universo?) la storia rimarrà sospesa come la loro decisione se rimettere o no a posto il perno che facendo uscire dalla sua sede un ingranaggio ha causato questa situazione. Stavolta niente battuta fulminante risolutiva, quindi, ma forse una disquisizione sul libero arbitrio (servita però all’interno di un contesto molto suggestivo).

L’apparenza: fulminante boutade interamente muta in cui, se ho capito bene, non è presente tanto una critica all’urgenza borghese di ostentare che tutto va bene quanto un puro orrore sovrannaturale.

Così d’istinto direi che questo è il miglior numero della serie letto finora, oltretutto reso splendidamente dalle eccezionali tavole di Davide Furnò, che per i colori ha avuto il supporto di Giulia Brusco.

giovedì 14 agosto 2025

Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi n. 31 - I Racconti di Domani 4: Varie ed eventuali

Come promesso nello scorso numero Dylan Dog torna in scena, in maniera un po’ originale riavvolgendo apparentemente il nastro della serie stessa e rivivendo (modificati) i primi passi che lo hanno portato da Safarà.

Nel primo racconto, Il Treno, un automobilista si trova invischiato in una situazione surreale, bloccato in una coda interminabile con una miriade di altre persone a causa di un passaggio a livello. Ma questo benedetto treno che tiene in ostaggio gli automobilisti passerà o non passerà? Finale prevedibile ma godibilissimo, valido sia per farsi una risata macabra che per azzardare qualche considerazione sulla vita.

Anche ne L’Elastico si sorride amaramente, chiedendosi magari se il valore della vita non sia sopravvalutato.

Diversa la struttura di Oltre l’Orizzonte, non più un apologo o una trovata estemporanea ma una vera storia articolata. Nel Messico precolombiano un giovane azteco vuole scoprire cosa si nasconde oltre l’orizzonte, cosa tabù per la sua religione. A malincuore la sua amata lo denuncia presso il sommo sacerdote per evitare che porti a compimento il suo proposito scellerato ma alla fine, nonostante i guerrieri lanciati al suo inseguimento siano innaturalmente veloci, scoprirà davvero cosa c’è (o meglio non c’è) là fuori, e il lettore con lui. Anche questo colpo di scena si è visto altrove, ma la curiosità che ha saputo accendere Sclavi e la frenesia con cui è raccontata la vicenda rendono la storia appassionante e piacevole.

Il soggetto de La Macchina del Tempo è intuibile dal titolo ma si tratta di una variazione sul tema molto originale, se non altro perché la vicenda è inserita in un contesto psicanalitico, e non solo concettualmente visto che la terapia ha degli effetti concreti nella realtà.

Molto simpatica la fulminante storiellina Porsche 356, da leggersi però preferibilmente a distanza non troppo ravvicinata rispetto al Color Fest 53.

Chiude il volumetto I Testimoni di…, simpatica e fulminante scenetta in cui l’identità dell’entità testimoniata dai due baldi giovanotti è lasciata alla fantasia del lettore.

Sergio Gerasi fa un ottimo lavoro, anche se bisogna un po’ farci l’occhio a questo stile non del tutto realistico. Una menzione particolare la merita il colorista Emiliano Tanzillo, che arricchisce molto le tavole con effetti digitali ben più efficaci di quelli con cui molti pasticciano di solito.

Nel complesso mi pare che questi Racconti di Domani siano i migliori letti finora, per quanto la lettura si esaurisca fisiologicamente in tempi molto rapidi. Quasi nessuna delle idee viste apparirà geniale a un lettore scafato ma Sclavi ha saputo infiorettarle tanto da renderle molto gustose.

martedì 15 luglio 2025

Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi 30 - I Racconti di Domani 3: Brevi cenni sull'universo e tutto il resto

 

Che figuraccia, parlare del secondo albetto da edicola de I Racconti di Domani dopo settimane che era uscito. Per ovviare questo lo recensisco un giorno prima, così posso anche permettermi di darvi un suggerimento: leggete l’ultima storia per prima, altrimenti come me potreste avere l’impressione di un crollo verticale nella serie.

Si comincia con L’Incubo, la cui trama era praticamente svelata nella quarta di copertina dello scorso numero. Suggestiva ma inconcludente e forse autocommiserativa.

L’Anomalia è più originale e articolata, ma non tanto da suscitare entusiasmi. E forse non è nemmeno poi tanto originale.

Molto bella Favola Vudu, storia d’amore oltre la morte con un finale consolatorio ma non patetico. Ottima l’alternanza tra il massiccio uso delle didascalie e sequenze interamente mute. E i ghirigori di Pontrelli qui trovano senso.

Da metà albo in poi inizia una raffica di storie brevi o brevissime, con un’unica lunga eccezione.

Gli Alieni è carina e forse autobiografica, ma lo spunto è così interessante che appare sprecato in queste poche pagine.

Zapping è molto intrigante e si termina la lettura con un sorriso sulle labbra, anche se è un sorriso perplesso.

La verità sull’Area 51 è moderatamente lunga (11 tavole), non è nulla di particolarmente originale ma si fa apprezzare per la documentazione che Sclavi vi ha profuso – o ha finto di profondervi, l’effetto è lo stesso.

La Felicità è una perla di cinismo sulla vecchia URSS che può essere presa ad apologo della meschinità generale dell’umanità tutta.

Paura è solo un flash, la descrizione di un attimo o meglio l’inizio di una storia che non parte.

Svegliati rischiava di essere lo stesso, ma è nobilitata dal finale a sorpresa (sì, ma il corpo del bambino dov’è nell’ultima vignetta?).

Si chiude quindi con Tigì, surreale comunicazione metanarrativa col lettore e storia che avevo suggerito di leggere per prima. Che poi a rileggere i commenti alle storie non è che ci sia stato alcun «crollo verticale», semplicemente questo terzo volume è talmente eterogeneo e frammentario che sembrava confezionato alla meno peggio con tutto quello che usciva dai cassetti di Sclavi: nei fatti è un Hellzapoppin’ che vuole essere incoerente e sconclusionato, e che come tale mi ha ricordato certi film a episodi degli anni ’60 e ’70, in particolar modo Signore e signori, buonanotte (che l’annuncio della partita di cui si sa già il risultato venga proprio da lì? Così su due piedi non ricordo). Solo che leggendo Tigì per ultima si scopre troppo tardi il senso dell’operazione e si rischia di prendere Brevi cenni sull’universo e tutto il resto troppo seriamente.

Giorgio Pontrelli (colorato da Sergio Algozzino) non è Mari, c’è poco da fare, e il suo stile graffiato e ostentatamente impreciso toglie pathos ad alcune storie o ne ridicolizza altre (quei nasi!). Parlavo di ghirigori, sopra. In effetti Pontrelli usa riempire i dettagli di vari elementi (vestiti, tappeti, lenzuola, ecc.) con elementi più decorativi che descrittivi, e questo allontanamento dal realismo crea un ulteriore “stacco” tra il lettore e le storie.

mercoledì 9 luglio 2025

Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi 29 - I Racconti di Domani 2: Della morte e del cielo

Non credo abbia molto senso recensire un prodotto da edicola uscito già da qualche settimana, se non per sottolineare la mia insipienza dovuta all’età che avanza. Ma comunque.

Questo secondo volumetto de I Racconti di Domani è una raccolta di storie brevi (come il primo, immagino), genere che Sclavi ha dimostrato in svariate occasioni di amare molto. In effetti in alcune sequenze ho avvertito una sensazione di déjà vu (o meglio déjà lu) ma è chiaro che non si può pretendere l’originalità assoluta nella dimensione di una manciata di pagine. Il primo approccio non è stato affatto entusiasmante e già subodoravo la noia e l’apologo ma poi la seconda metà abbondante del volumetto ha confermato la geniale esuberanza dello sceneggiatore.

Come venne l’amore per il professor Tristezza è a malapena una “storia”, cioè non c’è uno sviluppo o una situazione da dirimere ma quasi solo una lunga descrizione e poi una mezza morale finale. Forse in origine era pensato per essere un racconto scritto e non “fumettato”? Un professore scettico e amareggiato dalla vita (ma più che altro indifferente a essa) viene visitato dal fantasma della collega che lo amava in silenzio, morta proprio mentre lo inseguiva per convincerlo a partecipare alla sua festa di compleanno. E così muore a sua volta, ma felice per aver conosciuto l’amore. Fine.

Ancora peggio con Gli ultimi cinque secondi: la sequenza iniziale (bellissima) della fuga di gas nervino in un laboratorio è solo lo spunto per delle riflessioni di Dylan Dog.

Ma, come dicevo, da metà albo in poi l’operazione decolla. Eccezionale Lo straniero, ambientato nel 1961 in quel di Buffalora. In un ospedale-lager gestito da Adolfo Celi e un manipolo di suore inquietanti è stato ricoverato un giovanotto che non ricorda niente del suo passato e parla in maniera desueta. Parrebbe essere il sopravvissuto a uno schianto aereo, solo che del suo velivolo non c’è più traccia perché è stato disintegrato e lui è stato ritrovato nudo con pochissimi effetti personali. Sclavi ha giocato magistralmente con le aspettative del lettore e il finale a sorpresa è godibilissimo.

Forse addirittura meglio la fulminante Il Mostro, perla di humour nerissimo.

Si chiudono le danze con L’Arrivo, in cui giungono ufficialmente degli alieni sulla terra. La vicenda rimane sospesa e serve più che altro a stigmatizzare un certo atteggiamento di scetticismo pregiudiziale o forse l’assuefazione alle stranezze che già Ennio Flaiano denunciò in quel suo racconto che ruotava proprio attorno a un marziano. Sì, non è ci sia neanche qui una vera “storia” ma preferisco questo raffinato cinismo al patetismo del professor Tristezza.

Nicola Mari (efficacemente colorato da Giovanna Niro) fa un lavoro egregio. Sarà che l’ho gradito, oltre che per la magistrale sequenza muta de Gli ultimi cinque secondi, perché Dylan Dog compare poco o nulla; in genere infatti non mi convince molto la sua resa dell’Indagatore dell’Incubo, e le storie dovrebbero essere suoi sogni – o forse storie raccontate da un simil-Nosferatu o forse racconti tratti da un libro.

venerdì 30 maggio 2025

Dylan Dog Gigante N. 24 - Daryl Zed: Il Cacciatore di Mostri

Dritto dal 2020 giunge questo volumetto, che non è una ristampa ma proprio quello che sarebbe dovuto uscire cinque anni fa dopo la prima pubblicazione sotto forma di albi. «Fumetto di un fumetto nel fumetto che, a sua volta, contiene un altro fumetto» lo definisce Roberto Recchioni nell’introduzione, e in effetti questa miniserie si basa su una serie di ardite mise-en-abyme riprendendo un fumetto-nel-fumetto del numero 69 della collana regolare creato appositamente per controbattere alla campagna diffamatoria dell’epoca contro i fumetti dell’orrore. Io però mi ricordo che Daryl Zed era anche il fumetto di successo di uno dei tre avatar di Sclavi in uno dei suoi romanzi (mi pare Non è successo niente), e coesisteva come fumetto con Dylan Dog: la cosa è perfettamente congruente perché il protagonista è anche confidente di Tiz, un altro degli avatar di Sclavi di quel romanzo che appunto trae spunto dalle storie di Daryl per scrivere Dylan Dog.

Il gioco di questo esperimento è il ribaltamento dei canoni della serie originale. Daryl Zed è quasi la versione speculare dell’Indagatore dell’Incubo: non crede nella bontà dei “mostri” e nella possibilità di una loro redenzione ma anzi dà loro la caccia per guadagnarsi da vivere, un po’ detective e molto cacciatore di taglie. Inoltre indulge nell’alcol, è molto sprezzante, non si abbandona a malinconie filosofiche e ama la violenza. La sua battuta caratteristica è «Giosafatte salterino», che ha tutta l’aria di essere un omaggio al «jumpin’ Jehosaphat» di Jonathan Cartland. E ripensandoci, hai visto mai che pure «Giuda ballerino» non fosse una citazione di quella serie, che Sclavi presentò generosamente (ma invertendone gli episodi, se ben ricordo) sul suo Pilot?

L’ambientazione è una specie di distopia pulp in cui varie tipologie di mostri, alieni o umani col dna corrotto, scorrazzano tra la gente comune. Un fantasma (anzi, un vampiro) torna dal passato di Daryl Zed ma la vera minaccia si rivelerà un’associazione tanatofoba che vuole eliminare i “mostri” con un virus appositamente creato. Viste le premesse mi aspettavo che la vicenda finisse con una rivelazione come quella de L’Uomo di Wolfland di Barreiro e Saudelli e infatti così è stato.

Il Cacciatore di Mostri è un fumetto scatenato e fracassone e Tito Faraci ha ben gestito la deriva metanarrativa in cui Daryl Zed incontra Dylan Dog, entrambi il personaggio dei fumetti preferito l’uno dell’altro: si dilungano in disquisizioni teoriche un po’ avulse dal contesto, ma quella scena avrà una sua giustificazione ironica nel finale. Ciò detto, il vero piacere per l’appassionato di Dylan Dog sarà vedere le varie citazioni dalla serie regolare e la trasformazione di molti punti fermi invertiti di senso: si comincia con un Johnny Freak che qui è un omicida telecinetico, un po’ come il Ken Parker “cattivo” del film muto che guardava Marvin il Detective avrà divertito gli appassionati di Lungo Fucile.

I disegni sono affidati a tre disegnatori diversi (i tre albi originali duravano 64 pagine) e chi più chi meno ha visto il proprio lavoro rovinato da quei fastidiosissimi retini colorati che a Sclavi devono piacere tanto, vedi le copertine del suo Pilot. Lo schematico Nicola Mari non ne esce troppo devastato, ma Angelo Stano che già di suo aveva inserito degli “effetti speciali” nelle sue tavole risulta molto mortificato e poco leggibile. Caso vuole che l’anemico Werther Dell’Edera abbia deciso di darci dentro coi tratteggi proprio per questo fumetto (oltretutto lasciandoli a matita, se ho ben capito) rendendo il tutto ancora più impastato e meno leggibile.

L’albo è integrato da finte pubblicità dell’immaginario giornalino e del merchandising di Daryl Zed e da una striscia dedicata a Dylan Dog realizzata da Sergio Algozzino (non molto esilarante, a dire il vero). Algozzino è anche autore dei colori, ma sono sicuro che la scelta dei fottuti retini sia stata un’imposizione dall’alto. Forse dallo stesso supervisore che non si è accorto che una scena che avrebbe dovuto svolgersi prima dell’alba è stata colorata come se fosse pieno giorno.

lunedì 10 febbraio 2025

Vita da cani

Volumone che raccoglie i 37 episodi della serie di Sclavi e Gavioli transitata su Il Giornalino. La cura editoriale è quella a cui ci ha abituati Allagalla: oltre all’introduzione di Guarino & Pollone vengono presentate due testimonianze di Claudio Nizzi e dello stesso Sclavi e un’analisi della serie a cura di Dino Aloi. L’attenzione filologica contempla anche il recupero, tra le altre cose, di un cruciverba dedicato alla serie e un omaggio grafico di Franco Oneta, oltre che la cronologia di tutti gli episodi da cui si evince che la serie ebbe una vita editoriale tormentata e una pubblicazione eclettica: ai tempi del suo esordio nel 1984 venne presentata con frequenza per poi fare solo sporadiche apparizioni finché nel 1990 ne venne ripresa massicciamente la pubblicazione con una raffica di 14 puntate consecutive, rimandando gli ultimi due episodi solo al 1992. Non ne viene svelato il motivo, ma immagino che la serie rimase congelata per un po’ come testimonierebbe anche una citazione/parodia di Drive In nel 1992, quando la trasmissione di Antonio Ricci non era più d’attualità.

Il protagonista è Bobò, un cagnone randagio con berretto e scarpe da ginnastica. Tra i primi comprimari figurano Ciompo, cane attempato che lascia a metà le perle di saggezza che vorrebbe ammannire, il cane barzellettiere Valerio a cui viene sempre impedito di raccontare la barzelletta del portiere e Guglielmo, che fraintende le domande e va con la memoria a fatti lontani.

Gli episodi ruotano attorno ai tentativi di Bobò di trovarsi un lavoro ma possono anche contemplare altri temi come un piano per farsi adottare da una famiglia oppure il ritrovamento di un cucciolo o ancora le inconsuete usanze canine della Città Vecchia. Non mancano personaggi umani, sempre visti ad altezza di cane, come l’industriale Signor Tubi e l’impiegato dell’ufficio di collocamento. Ammiccamenti al lettore sono comuni e non mancano trovate deliziosamente surreali come una fabbrica che produce sia automobili che dolci, con i prevedibili effetti indesiderati se si scambiano gli “ingredienti”.

Vita da cani si basa su uno schema abbastanza fisso e soprattutto sulla ciclicità dell’interazione dei personaggi, tanto che Nizzi nella sua introduzione si rammarica di quanto una serie basata su tormentoni come questa avrebbe beneficiato di una pubblicazione più ravvicinata che non le venne concessa.

Progressivamente, però, qualcosa cambia. Gli umani spariscono dal quadro (eccezion fatta per marito e moglie che commentano da casa le bizzarrie dei cani battibeccando tra di loro) e arrivano nuovi personaggi quali il colonnello Bravacci intriso di retorica militarista, il vu cumprà Timbuctù, il russo (che poi non lo è) Vassili mentre figure prima sullo sfondo come il «deficiento» Michelangelo acquistano maggiore rilevanza. Valerio riesce addirittura a raccontare per intero le sue barzellette, e Ciompo non ripete più «ma va’ là».

Da circa metà serie le storie non si possono quasi più definire tali, ma sono solo un accumulo di gag senza soluzione di continuità. Anche il desolato Bobò confida ogni tanto al lettore che rinuncia a capirci qualcosa. Si ride ancora, ma purtroppo Vita da cani diventa ripetitiva tanto più che Sclavi ricicla le stesse battute e addirittura lo stesso titolo in episodi diversi. Come ricordavo sopra, la serie conobbe una pubblicazione che alternò momenti di presenza continuativa ad altri in cui quasi sparì dalle pagine de Il Giornalino. Ignoro se altri impegni di Gavioli possano aver influito sulla sua realizzazione o se come a volte succede certe tavole finirono sepolte nei cassetti della redazione per poi rispuntare fuori anni dopo (il caso del cane Vassili presentato ufficialmente solo molti episodi dopo la sua comparsa effettiva farebbe propendere per questa ipotesi) ma potrebbe anche darsi che al Giornalino non avessero gradito questa accelerazione verso il nonsense e solo grazie al prestigio dato dal successo di Dylan Dog avessero poi deciso di dare seguito a Vita da cani.

I disegni di Gino Gavioli sono molto schematici e per nulla modulati, rimandando un po’ all’estetica dei cartoni animati di Hannah e Barbera. Il risultato non è affatto male, però, anche in virtù delle soluzioni grafiche adottate per gli sfondi – vedi gli alberi, come ricordato da Aloi.

La qualità di stampa non è ottimale (come detto nell’introduzione di Guarino & Pollone, la riproduzione è stata fatta a partire da precedenti edizioni: Il Giornalino e uno speciale ricolorato) ma sicuramente più soddisfacente che in altri casi. Più che altro sono i colori a risultare un po’ sacrificati, anche se non mancano occasionali tratti pixellati, per fortuna non così diffusi.

domenica 4 agosto 2024

Dylan Dog Color Fest 50: Groucho (fuori di) sesto

Raccolta di tre episodi con protagonista Groucho: i primi sono ristampe di due albetti allegati agli speciali estivi, il terzo è uno di quelli del Grouchonomicon.

La cosa misteriosa che vive dietro il frigorifero sarebbe tratto da un episodio reale: la gatta di Sclavi si era messa a fissare lo spazio tra frigorifero e parete. Proprio su un caso analogo Groucho viene incaricato di indagare mentre nella Londra prossima alle elezioni si verifica lo strano fenomeno di un piccione parlante che vuole incontrare il Primo Ministro uscente.

Pur se le mattane di Groucho si prendono lo spazio dovuto, la storia ha una trama abbastanza articolata e un finale che dona un senso a tutto. Sclavi ci andava giù pesantissimo coi politici.

Anche se in incognito per la vergogna di confezionare una storia così strampalata, Horrorpoppin’ è opera degli stessi autori, Sclavi e Piccatto. Esperimento metanarrativo senza capo né coda (o meglio con troppi capi e troppe code), è ovviamente un omaggio dichiarato a Hellzapoppin’ ma non mancano altre citazioni tra cui la più evidente è quella a Little Annie Fanny di Harvey Kurtzman che qui diventa la fidanzata di Groucho. Come specifica Sclavi (il rimpallo tra personaggi e autori è costante, roba da Fumettisti d’invenzione) lui non copia: cita.

A seconda dell’umore del momento, una storia da leggersi tutta d’un fiato o a piccolissime dosi.

I due vecchi allegati sono stati colorati appositamente da Erika Bendazzoli: un lavoro più che dignitoso, ma non mi pare così «magnifico» come detto da Barbara Baraldi nell’editoriale, visto che ha dovuto/voluto colorare anche qualche china di Piccatto e certi effetti digitali (l’alone di un televisore, gli effetti di uno sparo, ecc.) mi sono sembrati dei corpi estranei.

Luigi Piccatto gestiva benissimo sia il registro realistico che quello caricaturale. E chissà quante prove e disegni dal vero avrà fatto per rendere al meglio il gatto.

Lo stacco temporale e stilistico tra le prime due storie e la terza, Una scatola di polvere, è nettissimo. Non solo perché compaiono aggeggi elettronici vari e degli ambienti più moderni, ma soprattutto per una narrazione più asciutta e gestita in maniera più manifestamente razionale (bella forza, rispetto a Horrorpoppin’, ma comunque si avverte l’urgenza di creare una vicenda in cui tout se tient, magari anche ricorrendo ai dialoghi per chiarire certi passaggi). Mi verrebbe da dire che si avverte anche un sottotesto malinconico, ma quello c’era già anche nella prima storia.

Stavolta Groucho deve sfrattare un fantasma invadente che però infesta la casa sbagliata a causa di uno scambio nelle urne cinerarie che scaraventerà i due in una vicenda necrofora/criminosa. Mi pare che il soggetto ideato da Francesco Artibani sia simpatico e originale, i disegni sono di Cavazzano e quindi ottimi. I colori, anch’essi validissimi, sono opera di Alessia Nocera.

lunedì 3 giugno 2024

Steve Vandam

Gli scavi archeologici nel fumetto italiano di Allagalla stavolta riportano alla luce una serie durata solo quattro episodi, misconosciuta sia per la rivista effimera in cui comparve (SuperGulp!) che per la sua scarsa rappresentatività nel curriculum dei due illustri autori.

Probabilmente seguendo le suggestioni di film o telefilm coevi, cioè degli ultimi anni ’70, Steve Vandam ha per protagonista un tenente di polizia newyorkese cinico e disincantato. Come giustamente sottolineato nell’introduzione, la mancanza dell’ironia tipica di Sclavi (una mancanza programmatica, comunque) porta a un prodotto poco identificabile col lavoro del creatore di Dylan Dog. Le storie sono sicuramente un ottimo esempio dell’abilità di intessere trame compiute riempiendo 10 o 11 tavole di azione, false piste, un pizzico di denuncia sociale e personaggi originali fino alla risoluzione finale che spesso è un riuscitissimo twist ending, ma per quanto padroneggi il genere da Sclavi ci si aspetta qualcosa di un po’ diverso. È probabile che i titoli dei singoli episodi siano delle citazioni (Il Grande Freddo e Un Caso di Coscienza quasi sicuramente) ma la “sclavità” termina qui.

È invece difficile concordare con le lodi che l’introduzione riserva ad Alessandrini, che qui non mi pare decisamente al top. La stoffa si intravede, ma il confronto con altre sue prove anche di poco precedenti non regge, forse ha pagato pegno al formato più piccolo su cui lavorò, anche se le automobili erano lo stesso la sua bestia nera.

La qualità di stampa non è affatto male considerando che è stata fatta a partire dalle scansioni delle vecchie copie di SuperGulp!. Oltretutto il mantenimento dei colori dell’epoca mostra quanto la psichedelia fosse ancora diffusa e anche come non sia sempre scontato ricordarsi che un personaggio ha i baffi (che oltretutto, quando il colorista se ne avvedeva, potevano cambiare colore di episodio in episodio).

Come detto sopra, è evidente che le tavole fossero state pensate per un formato più piccolo, immagino il classico 17x24: inevitabilmente ai margini compaiono degli spazi bianchi piuttosto ampi ma Allagalla ha fatto bene a non ingrandire ulteriormente le tavole di Alessandrini che probabilmente ne sarebbero risultate penalizzate. Nel complesso parliamo di 20 euro per un totale di 42 pagine a fumetti (certo, in un volume cartonato di gran formato e su carta patinata): ognuno valuti se il suo interesse per le “chicche” dimenticate e/o la sua passione per almeno uno dei due autori giustifichi l’esborso.

Dal canto mio, più che il fumetto in sé (comunque apprezzabile) ho gradito l’introduzione di Roberto Guarino e Matteo Pollone, che ricostruisce la storia della trasmissione e della rivista SuperGulp! e più in generale quella del fumetto per ragazzi dell’epoca non lesinando sugli aneddoti. Ospita anche una tavola del quinto episodio di Steve Vandam rimasto incompiuto e quindi inedito.

In appendice le schede biografiche degli autori curate da Luciano Marcianò.

giovedì 7 gennaio 2021

...è poi mai uscita?

Dall'intervista a Giampiero Casertano su Fumo di China 6/33 del "secondo semestre" del 1988:




domenica 14 gennaio 2018

Agente Allen

Lo avevo già adocchiato qualche settimana fa, ma solo l’altro giorno ho abbattuto le ultime reticenze e l’ho comprato. In effetti Agente Allen vale la pena e la spesa.
La serie era stata concepita per Il Giornalino, quindi con dei limiti ben precisi a livello di tematiche e di architettura delle storie, ma Sclavi ha saputo aggirare il problema approfittando di questi stessi limiti per sviluppare creativamente un certo taglio narrativo, all’inizio un po’ spiazzante.
Philip Allen è un ex agente dei servizi segreti britannici che si è riciclato come cuoco e gestore del ristorante «Elfo Rosso». Quando la divisione Strange si trova per le mani dei casi impossibili (dinosauri redivivi, fantasmi, viaggiatori del tempo, ecc.) lo contatta e lo costringe a tornare in servizio. Ad aiutarlo c’è il corpulento irlandese Burke O’Burke che vediamo costantemente impegnato in risse colossali. La struttura delle vicende rimane quasi invariata nel corso dei 23 episodi, così come le battute dei personaggi che diventano marchi di fabbrica con cui giocare una volta diventate familiari per il lettore.
Le dieci pagine in cui sono strutturate le puntate (più raramente nove, undici o dodici) sono ovviamente insufficienti a sviluppare compiutamente le trame, tanto più che si occupano di argomenti molto particolari e hanno dei retroscena complessi. Per ovviare a questa situazione Sclavi ha fatto ricorso a un uso massiccio delle didascalie in cui riassume a anticipa quello che non può essere “fumettato” per questioni di spazio, didascalie rese però scorrevoli da certi accorgimenti come il contrasto tra quanto scritto e quanto disegnato, e a un impianto “disonesto” per cui la soluzione dei singoli casi viene data alla fine senza che siano stati introdotti indizi che permettano ai lettore di arrivarci in autonomia. La verve dello sceneggiatore, per nulla mortificata dalla destinazione originaria di pubblicazione (anzi, forse resa più accessibile proprio dalla necessità di rivolgersi a un pubblico vasto e giovane), strappa più di un sorriso e rende ancora più gradevole la lettura, che raramente esaurisce il suo fascino con la risoluzione dell’enigma della puntata.
Pur con tutte le ingenuità e le semplificazioni giustificabili da una conoscenza non diretta degli argomenti, è incredibile come Sclavi sia riuscito ad anticipare certi elementi contemporanei come la realtà virtuale. E con tutti gli anni che sono passati dalla prima pubblicazione di queste storie, l’immagine stereotipata delle spie russe non risulta ridicola ma quasi affettuosa.
Malgrado Franco Spiritelli enumeri nell’introduzione i molti pregi e meriti del disegnatore Mario Rossi, mi sembra che qui non sia nulla di più che un onestissimo professionista senza guizzi memorabili, eccezion fatta per il raffinato virtuosismo con cui ha reso la trasparenza del fantasma nell’episodio Il Fantasma del British Museum.
Il volume è cartonato e stampato su bella carta patinata; la differenza di formato rispetto alla sede originaria di pubblicazione non si fa affatto sentire, né d’altra parte è molto marcata. La qualità di stampa non è perfetta e spesso i tratteggi più sottili di Rossi risultano smangiucchiati o evanescenti. Nelle gerenze viene spiegato che questa edizione è stata realizzata a partire delle tavole originali, laddove fossero accessibili, il che potrebbe spiegare alcuni neri un po’ diluiti (che coi metodi di stampa dell’epoca sarebbero risultati compatti). D’altra parte, però, il lettering sembra essere esattamente quello usato a suo tempo da Il Giornalino (compresi i rarissimi refusi), o comunque (vivaddio!) non è stato rifatto col computer. La struttura autoconclusiva dei singoli episodi ha offerto l’idea a saldaPress di inserire come ultimo episodio non quello che fu pubblicato per ultimo sulla rivista paolina ma una storia che anticipò vagamente Dylan Dog. Essendo una delle migliori, direi che la scelta è azzeccata e permette di concludere la lettura al top.
Bella la copertina variant per fumetterie realizzata da Fabrizio De Tommaso, che è quella che ho preso, anche se un po’ inquietante: sembra che il cappello da cuoco che porta Allen sia il suo cranio deformato.
In definitiva, un bel recupero di un gioiellino che merita di stare accanto a un altro classico del fumetto italiano per ragazzi, Il Maestro.

giovedì 26 ottobre 2017

La prima intervista a Tiziano Sclavi

Rileggendo alcuni vecchi numeri di Fumo di China del periodo Alessandro ho riletto un commento stizzito sul fatto che Sclavi, all’epoca notoriamente avverso alle interviste, ne avesse concessa una a Comic Art invece che alla prozine.
L’intervista è quella che segue, ospitata sul numero 18 della rivista (del gennaio 1986), che quindi si candida a essere la vera prima intervista a Sclavi, essendo questa più che altro una presentazione dell’autore.
Sempre che a rispondere alle domande fosse stato veramente Sclavi, dubbio che ironicamente avanzava anche Fumo di China.

sabato 7 gennaio 2012

La prima intervista a Tiziano Sclavi?


Più probabilmente il primo articolo che parla di lui. Da Sgt. Kirk 61 del maggio-giugno 1979 (ma uscito, pare, solo nel 1981).