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domenica 8 febbraio 2026

Passo (anzi ho già passato)

È già uscito e occhieggiava da un po’ in fumetteria, ma stavolta salto l’acquisto del nuovo Blake e Mortimer. In effetti sono rimasto un po’ scottato dalla mezza truffa di Floc’h, ma chiaramente non voglio scaricare su altri autori le colpe di uno. È che L’Enigma di Atlantide mi è sempre sembrato uno degli episodi meno interessanti della saga, anche se per me il peggiore rimane La Diabolica Trappola. Magari se avessero pensato al seguito di un’altra storia. Anche perché tutte le altre storie classiche erano ottime, per me. Mah, vedremo. Intanto non ho ordinato nemmeno i nuovi annunciati episodi di Thorgal (“nuovi” per l’Italia, ovviamente).

martedì 10 dicembre 2024

Blake e Mortimer 30: Firmato Olrik


Fa una certa impressione pensare che questo non sarà solo l’ultimo episodio della saga a essere disegnato da André Juillard, ma proprio il suo ultimo fumetto. Ma bando alla malinconia.

Nonostante il titolo, Olrik non è il protagonista di questo volume ma come al solito ha il ruolo dell’arcinemico del duo. Peccato, perché come credo di aver già detto da qualche parte per me il vero eroe della serie è lui: lo sconfiggono, lo usano come cavia, gli fanno il lavaggio del cervello ma non si arrende mai e torna sempre sulla scena. Stavolta è in prigione tormentato da incubi forse presaghi della sua prossima esecuzione, quando per i tagli del budget delle galere inglesi deve condividere la cella con due tizi che fanno parte del Free Cornwall Group, organizzazione terroristica per l’indipendenza della Cornovaglia che da innocui atti dimostrativi sta passando ad attentati veri e propri.

Allertata la sicurezza nazionale, Blake viene inviato a indagare sul posto proprio mentre Mortimer vi dovrà giungere per presentare la sua nuova invenzione: un escavatore sotterraneo in grado di perforare qualsiasi tipo di roccia (la Cornovaglia ha un’antica tradizione mineraria risalente a due millenni prima di Cristo) che, a quanto è trapelato alla stampa, ha dei comandi molto simili all’Espadon.

La casualità è in effetti il motore principale di questo episodio. Non solo i due terroristi si lasciano sfuggire i piani degli indipendentisti in presenza del loro compagno di cella nonostante si siano raccomandati di non farlo, ma guarda caso una delle poche persone al mondo che sa guidare un Espadon (quindi in teoria anche la “Talpa” di Mortimer) è proprio Olrik. E così anche lui sarà cooptato dal “Grande Druido” che vuole ritrovare la mitica Avalon dove riposerebbero i resti di Re Artù col suo favoleggiato tesoro, ritrovamento che ringalluzzirebbe i conterranei ancora indecisi se unirsi o no al suo movimento. E, sempre guarda caso, la metà perduta delle indicazioni su come rintracciare Avalon viene rinvenuta fortuitamente proprio quando i protagonisti entrano in azione.

Firmato Olrik è un episodio di stampo spionistico e investigativo con qualche vaga spruzzata fantasy, giustificata però scientificamente se l’iridio di cui era composta Excalibur è realmente il metallo più resistente del mondo. La “spiegazione” di come Olrik si salvi la pellaccia è invece del tutto inverosimile, ma magari è stata solo una sua boutade canzonatoria all’indirizzo dei due protagonisti titolari – eh, sì: anche se i riflettori non sono del tutto puntati su di lui, alla fine avrà la sua bella soddisfazione.

Peccato però che l’identità segreta del Grande Druido non mi abbia riservato alcuna sorpresa nonostante le false piste (un certo armadio non avrebbe dovuto essere così spalancato) e che la “Talpa” sia un po’ troppo fantascientifica – poi magari negli anni ’50 era possibile munire un mezzo già incredibile di suo di tutti quei gadget, ma l’impressione che mi ha trasmesso è questa.

Con questo episodio Yves Sente ha voluto probabilmente anche riallacciarsi un po’ all’attualità. Basandosi sicuramente su dati storici, ha infatti trattato il fenomeno dello spopolamento della Cornovaglia a seguito dei lutti di guerra e dell’emigrazione verso le grandi città, cosa che determinò la necessità di ripopolare la zona con lavoratori stranieri presi dalle colonie: politica osteggiata da parecchi abitanti che però a quanto pare si guardavano bene dall’andare a lavorare nelle miniere.

Il processo di “juillardizzazione” dei disegni è continuato e la falsariga di Jacobs si vede ormai quasi esclusivamente nei volti dei tre protagonisti. La vedova di Juillard citava negli ultimi CaseMate gli interventi digitali concordati con il disegnatore per sopperire alle difficoltà nel disegno che la malattia gli aveva imposto per la copertina e le ultime tavole. Io non me ne sono assolutamente accorto e la qualità grafica si è mantenuta altissima, evidenziata anche dai colori di Madeleine Demille che avrebbero meritato di essere stampati su carta patinata per essere valorizzati a dovere.

Della produzione di Sente e Juillard io continuo a preferire il dittico dei Sarcofagi del Sesto Continente, ma pur con le particolarità che ho evidenziato sopra questo episodio è per me uno dei migliori. Considerando le derive di certa altra produzione recente questo potrebbe essere il volume giusto per congedarsi dalla serie.

martedì 19 dicembre 2023

Un'Avventura di Blake e Mortimer a New York: L'Arte della Guerra

Come talvolta accade, a prepararsi al peggio (e i segnali c’erano tutti) si finisce meno delusi del previsto. Anche se non ci troviamo di certo di fronte a un capolavoro.

Blake e Mortimer prendono parte alla conferenza di pace indetta dall’ONU in un anno non specificato; da alcuni dettagli mi par di capire che potrebbe essere il 1953. Durante la loro permanenza nella Grande Mela avviene però un curioso episodio: un frenastenico ha sfregiato una stele egizia del Metropolitan Museum, cercando di incidervi quello che sembra essere un messaggio indirizzato proprio alla coppia. Rasato della barba, l’esagitato si rivela essere (ma guarda un po’!) nientemeno che Olrik, affetto dall’ennesimo controllo mentale con conseguente amnesia della sua vita. I due protagonisti cercano di vederci chiaro, tanto più che la loro vecchia conoscenza scappa dal manicomio in cui era stato internato, ma ci si mettono di mezzo anche un colonnello russo e un magnate stile Howard Hughes sparito dalla scena dopo che un suo prototipo di aereo invisibile ai radar si è rivelato un disastro.

L’Arte della Guerra è una discreta storia spionistica che richiede una grande sospensione dell’incredulità per accettare il machiavellico piano del cattivo di turno (indovinate chi è…), puntellata però di rare battute che ne rendono piacevole la lettura. Ma dalle dichiarazioni tracotanti di Floc’h risulta difficile attribuire i meriti della scrittura visto che il disegnatore ha rimaneggiato la sceneggiatura originale. Le proverbiali didascalie della serie, per dire, sono quasi del tutto assenti.

La parte più debole di questo volume fuori collana è quella grafica. Floc’h infatti ha lavorato su una struttura che prevede poche vignette per tavola, con frequenti primi piani (e poi sono i francesi a prendere per il culo i fumetti Bonelli chiamandoli «talking heads»). La sua inchiostrazione è grassa e pesante, non so se preferirla al cachettico tratto che aveva ne L’Appuntamento a Sevenoaks visto che l’espressività dei personaggi è compromessa o congelata in maniera bizzarra, vedi l’agente O’Rourke che sembra sempre sorridere come uno scemo – e non è il solo. I dettagli sono poi del tutto assenti e i campi lunghi e le panoramiche non presentano nessun particolare da cogliere o almeno da apprezzare; anzi, le chiome degli alberi e alcuni mezzi sembrano proprio disegnati svogliatamente. Persino il Baldazzini più schematico è più espressivo e dinamico (e sicuramente più elegante) di Floc’h. Sicuramente certe immagini (quelle in cui Floc’h non sfoggia anatomie strambe o strani tagli degli abiti) farebbero un figurone su un poster, sull’etichetta di una bottiglia, sulla pagina pubblicitaria di un giornale o in una galleria di Pop Art, ma non in un fumetto. Con buona pace di quelle anime candide che pensano che sia la quantità di tratteggi (di un Toppi, un Eleuteri Serpieri, un Sicomoro…) a essere l’ago della bilancia per decretare se un fumetto tenda o meno all’illustrazione. Oltretutto non capisco perché optare per un volume dalla foliazione doppia rispetto al solito se poi lo si è riempito di pagine con poche vignettone dal tratto pesantemente marcato. Rimpicciolite e montate diversamente si sarebbero benissimo toccate le canoniche 62 pagine. Che però non avrebbero giustificato l’esborso di una trentina di euro…

In definitiva, non certo una porcheria, ma si sente un po’ l’odore dell’occasione mancata. Certe sequenze si sarebbero prestate a uno spettacolare dinamismo che qui è del tutto assente. Il finale è simpatico (anche questo, da attribuirsi a Bocquet e Fromental o a Floc’h?) ma trattandosi di un’opera fuori collana si sarebbe potuto osare di più come fece Schuiten e magari sorprendere i lettori con la morte dei loro beniamini! Non dico che ci speravo ma sarebbe stato un bel colpo di scena.

martedì 6 dicembre 2022

Blake e Mortimer 29: Otto ore a Berlino

Gli ultimi episodi apocrifi della saga non sempre mi hanno entusiasmato e a volte mi hanno anche un po’ deluso. Questo volume in cui esordiscono ai testi Bocquet e Fromental non si discosta purtroppo dall’andazzo generale.

La storia è ambientata nel 1963, quando il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy passerà otto ore a Berlino dove terrà il suo famoso discorso in prossimità del celebre Muro. Ma quello che la Storia ci ha tramandato non è quello che è successo veramente: Francis Blake, inviato sul posto per proteggere “Prince” (cioè il presidente), scoprirà un’incredibile macchinazione grazie ovviamente all’aiuto (fortuito) dell’inseparabile amico Mortimer. Lo scienziato giunge infatti in Russia dove una sua vecchia amica sta effettuando degli scavi per trovare la città perduta di Arkaim, la prima testimonianza di insediamento umano. Qui però rinvengono anche degli inquietanti cadaveri a cui è stata asportata la faccia. Scontrandosi con la diffusa omertà di regime, Mortimer indaga e scopre che in un vecchio “sanatorio” (dove a venir curato era il dissenso politico) lo scienziato pazzo Julius Kranz, le cui teorie aveva già avuto modo di confutare, sta conducendo degli esperimenti sull’ippocampo per condizionare gli uomini e soggiogarli alla propria volontà. Le sue cavie indossano tutte una maschera bianca e recitano Shakespeare, e anche stavolta spunta fuori Olrik, la cui presenza in un primo momento mi è sembrata quasi fuori luogo: un villain degno di questo nome c’era già.

Otto ore a Berlino si inserisce quindi nel filone spionistico della serie e va detto che le sequenze relative a Blake sono appassionanti e ben riuscite, con una grande profusione di documentazione (com’è nella natura della saga), delle scene molto animate e soluzioni azzeccate come l’editore cubano che aiuta Blake.

La parte relativa a Mortimer è invece un po’ inverosimile e addirittura ridicola quando vediamo materializzarsi la sua “parte cattiva”, resa graficamente in stile cartoonesco e poi con la regressione animalesca. Poco importa che anche lo stesso Edgar Pierre Jacobs si fosse abbandonato a cose del genere, penso ad esempio ad alcune sequenze de La Diabolica Trappola che infatti è tra gli episodi che mi piacciono di meno. Tra l’altro Mortimer non ci fa nemmeno una gran bella figura: pur avendo criticato pubblicamente Kranz (che rimpiango non sia stato chiamato Otto Krunz), alla fine ha dovuto constatare che i suoi metodi in realtà funzionano.

La coppia di sceneggiatori si abbandona a un massiccio citazionismo, Alfred Hitchcock fa una comparsata e assistiamo alle riprese del film Ztracena tvar (che però in Italia è noto come Faccia persa, non Il volto perduto), oltre a un sacco di altri dettagli che credo autoreferenziali e che potrei forse scoprire se andassi a riguardarmi la mia collezione di albi disegnati da Floc’h. Di per sé non sarebbe necessariamente una cosa negativa, se non fosse che lascia una certa impressione di déja vu, come la “cura” a cui è sottoposto Mortimer presa di peso da Arancia Meccanica e che la trama del fumetto sia dichiaratamente ispirata al film di Pavel Hobl.

L’umorismo nero dei due autori (assai limitato, anzi forse me lo sono solo immaginato) non mi ha convinto molto e inoltre verso il finale mi è sembrato che la concitazione dell’azione fosse dovuta più che altro alla necessità di finire nelle canoniche 62 tavole. Ci sarebbe poi la forzatura della scoperta di Arkaim (che riporto così e senza dieresi come nel fumetto: siamo italiani e la pronuncia è univoca) che è stata anticipata di un quarto di secolo, mais glissons.

Va comunque dato atto a Bocquet e Fromental di aver usato in maniera molto avveduta il buon vecchio Olrik che non si limita a timbrare il cartellino come in altre occasioni ma condiziona pesantemente, e coerentemente col personaggio, lo sviluppo degli eventi.

Ai disegni Antoine Aubin offre un’ottima prova, ben diversa da quella deludente che aveva dato qualche anno fa forse per la necessità di rispettare le scadenze o forse per il subentro di un altro disegnatore. Solo le nuche dei personaggi mi hanno lasciato un po’ perplesso, per il resto è riuscito a rispettare lo stile calligrafico della saga pur introducendo degli apprezzabili elementi più realistici e dinamici. Inoltre ha saputo rendere con grande maestria le figure femminili.

martedì 7 dicembre 2021

Blake e Mortimer 28: L'Ultimo Espadon

Dopo gli ultimi exploit non certo entusiasmanti della collana “apocrifa” dedicata ai personaggi di Edgar Pierre Jacobs stavo quasi pensando di abbandonarne l’acquisto. L’impellenza di dover uscire ogni anno con un volume mi sembrava avesse tolto fiato agli autori (tra cui, ai disegni, non si segnalano più fuoriclasse) e non costituiva nemmeno più un’occasione speciale. Questo episodio mi ha fatto desistere dal proposito

La storia si basa su fatti realmente accaduti che Van Hamme sintetizza in una breve introduzione. Ispirandosi ai contatti tra IRA e IV Reich lo sceneggiatore immagina che dei ribelli irlandesi in combutta con transfughi nazisti vogliano impossessarsi di un Espadon e usarlo per attaccare Buckingham Palace! Ma i cinque Espadon rimanenti sono ancora nella base segreta di Makran, dove Mortimer deve recarsi per riprogrammare il codice di accensione dei micidiali velivoli anfibi, senza il quale sono inutilizzabili. Scampato a un agguato e infine fatto prigioniero insieme al fido Nasir (che in questo episodio ha un ruolo di rilievo e più profondità del solito), Mortimer attende lo sviluppo degli eventi mentre Blake si industria per liberarlo e sventare l’attentato. Indovinate un po’ chi era che stato assoldato per rubare l’Espadon…

Non si tratta di un episodio del filone fantascientifico ma di quello spionistico, cionondimeno l’ho gradito molto: la storia è documentata, appassionante e molto articolata, con parecchia azione. Lo stile di scrittura di Van Hamme è quello saputello del suo primo episodio, solo un tantino più controllato, ma anche stavolta ci tiene a far vedere che si è riletto Il Segreto dell’Espadon riprendendo dei dettagli che manco Jacobs avrebbe ricordato e riempiendo ogni buco di continuity presente e futura (questo episodio è ambientato nel 1948). Cionondimeno, questo citazionismo non è così invasivo come ne Il Caso Francis Blake e soprattutto Van Hamme condisce la storia con una certa ironia anche metanarrativa, ad esempio citando la presunta omosessualità dei protagonisti e mettendo alla berlina i frequentatori (e il cuoco) del Centaur Club. L’unico colpo di scena è facilmente intuibile, mentre quelli che avevo subodorato come tali non lo sono: all’inizio Mortimer e Blake litigano veramente, non era una strategia per ingannare eventuali spioni; e la talpa nell’MI5 è proprio chi doveva essere, non Mrs. Morrisson – quella sì che sarebbe stata una sorpresa!

Gli ingredienti non sono niente di ricercato od originale (i nazisti comparivano già in un dittico di Van Hamme, La Maledizione dei Trenta Denari, e l’Espadon rispunta con una certa frequenza) ma il cuoco ha saputo cucinarli in maniera creativa e innovativa: non ricordo scene tanto drammatiche o addirittura sanguinolente nei precedenti volumi.

Nulla da eccepire sui disegni e i colori di Teun Berserik e Peter Van Dongen, se non il solito rimpianto in merito al fatto che ad autori anche affermati venga imposto di seguire solo quello che si ritiene essere lo stile più caratteristico di Edgar Pierre Jacobs, che in pratica ha disegnato ogni storia di Blake & Mortimer in modo diverso. Quasi a prendersi una piccola rivincita (ma piccola piccola) ecco che per rendere i pinnacoli del deserto a pagina 22 la coppia ha sfumato la pietra con la matita, cosa che a suo tempo era vietato al creatore della saga per ragioni meramente tecniche.

giovedì 17 dicembre 2020

Blake e Mortimer 27: L'Urlo del Moloch

Questo nuovo tassello della saga si ricollega al precedente episodio scritto da Jean Dufaux; per fortuna un provvidenziale riassunto scritto ci rinfresca la memoria dopo sette anni.

La navicella rinvenuta grazie all’intervento dell’Onda Septimus non era la sola mandata in avanscoperta sulla terra. Delle sette inviate, un’altra ospitava ancora un sopravvissuto, che è stato prontamente catturato e viene studiato dal Professor Scaramian, che in precedenza aveva dato del filo da torcere ai protagonisti ma adesso chiede l’aiuto di Mortimer. L’alieno ostile, il Moloch del titolo, riesce a fuggire grazie alla sua abilità di “abitare” i corpi umani e Londra comincia a riempirsi di geroglifici che altro non sono che le istruzioni che Moloch impartisce alla nave ammiraglia degli invasori alieni affinché comincino ad attaccare la Terra.

Nel mentre Olrik è stato parzialmente liberato dallo stato catatonico in cui versava a causa dell’Onda Mega (grazie alla formula del Faraone Abdel Razek!) e Blake indaga sul caso parallelo della scomparsa di Lady Rowana, che ovviamente si ricollegherà alla vicenda di Mortimer. Questa si conclude con la prevedibile sconfitta dei cattivi grazie al meno prevedibile intervento risolutivo di Olrik.

L’Urlo del Moloch non partirà da una base originale (quanti altri alieni o uomini del futuro hanno già sfilato nella saga?) e Dufaux infarcisce la storia di technobabble, ma è un fumetto avvincente che si legge con interesse e non mancano sequenze molto suggestive. Inoltre la spacconeria tipica dello sceneggiatore si traduce in dialoghi briosi e divertiti – anche le didascalie seguono questo andazzo interpellando ogni tanto il lettore. Certo, bisogna stare al gioco (quanti poteri ha quel benedetto Moloch? E come fa, gigantesco, a nascondersi in corpi più piccoli del suo? E poi basta che non metta la sua firma agli ordini per fermare lo sterminio?!?!) ma il gioco vale la candela. Oltretutto finalmente viene data piena dignità a quello che secondo me è il vero protagonista della saga, cioè Olrik. Lo sconfiggono, lo picchiano, gli fanno il lavaggio del cervello, lo usano come cavia ma lui non si arrende mai e torna sempre. Ci sono anche un omaggio a Edgar Pierre Jacobs e camei di Winston Churchill e della giovane Regina Elisabetta, per chi ama queste cose.

Quello che invece non mi ha convinto (non del tutto, almeno) sono i disegni. Se non erro Schréder era quello che era subentrato ad Aubin nell’altro volume di Dufaux facendolo deragliare. Qui è stato coadiuvato da Christian Cailleaux e il risultato non è così sciatto come nell’altro caso, ma comunque la qualità non mi è sembrata paragonabile a quella degli altri disegnatori moderni della saga. È proprio vero che la Ligne Claire non perdona: basta sforare di un millimetro o poco più un mento o una fronte perché il disegno non stia più in piedi come avrebbe dovuto. Un ruolo fondamentale in questo volume lo rivestono i colori visto che i geroglifici non sono contornati. La colorista Laurence Croix ha però scambiato la Corsica e la Sardegna per delle nuvole nella panoramica spaziale di pagina 39!

mercoledì 12 febbraio 2020

L'Ultimo Faraone

Non è stato facile[1] ma alla fine anch’io ho potuto leggere questo episodio fuori serie della saga di Edgar Pierre Jacobs sontuosamente disegnato da François Schuiten. La vicenda è ambientata in un anno imprecisato, gli abiti e gli automezzi sembrano ispirati agli anni ’70, ma la presenza diffusa di computer negli uffici fa pensare di più agli anni ’80 – e alla fine si parla anche di server, ma si sa che i militari dispongono di tecnologia in anticipo sui tempi. L’Ultimo Faraone nasce come enorme (ben 85 tavole) depliant pubblicitario del Palazzo di Giustizia di Bruxelles e di altri monumenti ed edifici della capitale belga, e anche se 12 – L’Amata partiva da un impulso simile qui il “product placement”, chiamiamolo così, è più evidente.
Mortimer si trova a indagare proprio nel Palazzo di Giustizia, preda di incubi che lo tormentano da anni, vestigia della sua avventura nella Grande Piramide. Qui trova tracce di geroglifici e mette in azione una misteriosa fonte di energia che annulla ogni funzionamento degli apparecchi elettrici e meccanici in un raggio molto ampio, facendo regredire Bruxelles a uno stadio pre-tecnologico. Per evitare l’espansione del fenomeno oltre i confini di Bruxelles Mortimer progetta una gabbia di Faraday con cui rivestire il Palazzo di Giustizia. La città viene fatta evacuare, ma alcuni anarchici o ambientalisti o derelitti o semplicemente delusi dalla società ci vanno a vivere di propria volontà.
La minaccia di regressione sembra espandersi al resto del mondo, e l’ONU delibera a favore di un piano per risolvere il problema alla radice: lanciare delle testate nucleari al trizio con cui distruggere il Palazzo di Giustizia e quindi tutta Bruxelles. Blake si oppone a questa soluzione estrema e confida che il vecchio amico sappia risolvere la situazione recandosi sul posto, ma a quanto viene accennato nei dialoghi le forze militari (in cui Blake non è riuscito a fare carriera) non hanno più una grande opinione di lui.
In effetti sono rimasto un po’ male nel vedere come sono stati trattati i protagonisti: Blake non gode più della considerazione di prima nell’esercito (anche se ha facile gioco a convincere un giovane tecnico a ritardare il lancio) mentre Mortimer è tratteggiato come un mezzo rincoglionito ormai sconfessato dalla comunità scientifica a causa dell’abuso di medicinali a cui ricorre per tenere a bada i suoi incubi ricorrenti. Non è che questi aspetti vengano sottolineati più di tanto, ma comunque mi hanno fatto pensare che forse Schuiten, Van Dormael e Gunzig avrebbero potuto realizzare la loro storia senza chiamare in causa per forza Blake e Mortimer, ma l’aggancio con Il Mistero della Grande Piramide è fondamentale e sarebbe stato difficile adattarlo ad altri personaggi. Che oltretutto non avrebbero avuto ovviamente la stessa presa commerciale.
Mortimer giunge quindi a Bruxelles, dove scopre un mondo isolato, una sorta di comunità hippie che vive con quello che la natura (che nel frattempo si è rimpossessata della città) ha da offrire. Incontra anche una persona che provenendo dall’Egitto conosce il sistema per sedare e interpretare i suoi incubi. Seguendo la profezia che vuole che l’Ultimo Faraone imponga l’ultimo sigillo per liberare l’energia, ritorna al Palazzo di Giustizia magnificandone le bellezze anche se corrose dal tempo e dall’incuria: qui rivede una vecchia conoscenza e scopre un mare sotterraneo. Il retroscena della storia viene svelato, ma non tutti i personaggi in gioco sono dalla sua parte, e assisteremo a qualche voltafaccia. Purtroppo assistiamo anche a più di un “ritorno a effetto” di personaggi che di logica avrebbero dovuto essere usciti dal quadro. Certo, è un meccanismo abbastanza comune nella letteratura popolare per sorprendere il lettore e far evolvere la trama, ma questi ritorni mi sono sembrati inverosimili senza uno straccio di spiegazione.
Fin qui L’Ultimo Faraone è un più che dignitoso fumetto forse non originalissimo ma avvincente e ben scritto, che trasmette un notevole sense of wonder. Poi arriviamo al finale e la storia deflagra con la splendida soluzione con cui Mortimer “salva” il mondo. Data la natura del nuovo status quo è evidente che quello in cui è ambientata questa storia è un mondo alternativo rispetto a quello canonico della saga (Mortimer ne fa forse un cenno metanarrativo nell’ultimo dialogo). Ovviamente trattandosi di un’interpretazione non canonica della saga era lecito aspettarselo, ma lo stesso mi ha sorpreso piacevolmente: insomma, proprio una conclusione ben architettata e originale. Non fosse che mi è arrivato così tardi[2] un posticino nel Meglio del 2019 lo avrebbe trovato.
I disegni di Schuiten sono spettacolari, e in teoria non ci si sarebbe dovuti aspettare di meno. In effetti dalle immagini che avevo visto in anteprima mi era sembrato che non fosse stato in grado di interpretare correttamente i protagonisti, soprattutto Blake, invece per fortuna non è così. Purtroppo l’eccellente lavoro di Schuiten è stato in parte vanificato dalla colorazione digitale di Laurent Durieux. È paradossale che un’opera che racconta (e un po’ esalta) il ritorno a un mondo preindustriale sia stata un po’ rovinata dall’uso del computer. Il colorista ha quel brutto vizio di colorare anche i tratteggi e le campiture del disegnatore, definendo così una gerarchia, che si spera concordata con l’artista, di quello che il lettore deve “leggere”. Così però si vedono delle vignette in cui i personaggi risaltano su sfondi pastello spesso dettagliatissimi, che così si perdono e passano anche metaforicamente in secondo piano. Inoltre Durieux cerca di far suo lo stile di Schuiten e si inventa dei tratteggi colorati dove di logica il disegnatore non li aveva messi. Ma d’altra parte quando non ricorre a questa tecnica i suoi colori sono a volte tagliati con l’accetta, ad esempio senza seguire le logiche pieghe che dovrebbero avere i vestiti, o le sfumature delle nuvole… inoltre spesso i colori scelti mi sono sembrati troppo accesi, gli accostamenti azzardati e le sottolineature semplicemente pacchiane (il McGuffin con cui Mortimer risolve la situazione dà quasi fastidio per l’evidenza che gli viene data nelle scene che in teoria dovrebbero essere buie).
Nel complesso comunque nulla di proprio imperdonabile, ma sono sicuro che in bianco e nero avrebbe reso di più. Probabilmente molto di più.
A proposito di McGuffin, speravo che il cane di Mortimer avrebbe avuto un qualche ruolo, invece non ha nemmeno un nome…


[1] «Non ti è ancora arrivato il Blake e Mortimer di Schuiten?»
«Sì, certo, me ne sono arrivate diverse copie.»
«E non me lo hai messo da parte?!»
«Erano tutte rovinate, ho dovuto restituirle ma mi torna prestissimo.»
Questo prima di Natale.
[2] «Non ti è ancora arrivato il Blake e Mortimer di Schuiten?»
«Sì, certo, me ne sono arrivate diverse copie.»
«E non me lo hai messo da parte?!»
«Erano tutte rovinate, ho dovuto restituirle ma mi torna prestissimo.»
Questo prima di Natale.

sabato 14 dicembre 2019

Blake e Mortimer 26: La Valle degli Immortale 2 - Il millesimo braccio del Mekong

Si conclude la poco entusiasmante avventura asiatica di Blake e Mortimer cominciata nello scorso volume. Mortimer è stato catturato insieme al doppiogiochista che gli riassume il resto degli scritti di Sho e Blake parte al suo inseguimento. Per farlo non ricorre tanto al suo intuito quanto alla fortuna sfacciata che arride ai due, che fa incontrare loro i personaggi e gli indizi giusti al momento giusto.
La politica più brutale si sposa con il mito quando al campo di prigionia del generale Xi-Li Mortimer (trattato come Robert De Niro ne Il Cacciatore) è costretto a partire alla ricerca della mitica Valle degli Immortali dove magari troverà il rimedio magico per il redivivo amico Nasir, mentre il suo accompagnatore/ricattatore ha mire ben più materiali.
Il millesimo braccio del Mekong si muove tra realismo e leggenda, intrecciando una trama abbastanza coinvolgente ma senza giustificare mai quel paio di elementi sovrannaturali sparsi per il volume. Yves Sente si inventa un sistema elegante (niente di originale, comunque) per giustificare la presenza dei “draghi”, che campeggiano anche nella suggestiva copertina, ma poi finisce per mandare tutto in vacca con il solito abusato trucchetto del fatto che “era tutto un sogno” anche se alla fine quello che Mortimer cercava l’ha ottenuto, senza approfondire minimamente come possa averlo fatto e senza avanzare spiegazioni che non siano soprannaturali. Oltre che un meccanismo banale mi pare poco in linea con lo stile dei fumetti di Blake e Mortimer. Sì, ok, c’è anche Il Mistero della Grande Piramide, ma lì se ben ricordo c’è solo lo snodo finale che potrebbe essere sovrannaturale, e comunque non esclude una spiegazione razionale.
Inoltre in alcune occasioni si sfiora il ridicolo: la citazione di Odilon Verjus del volume precedente qui diventa una presenza concreta con un peso ben maggiore. Per quel poco che lo conosco, adoro Odilon Verjus, ma che c’azzecca con Blake & Mortimer? L’aggressione dei panda, poi… oltretutto disegnati con uno stile più realistico, poco amalgamato col resto.
L’avventura si conclude con una battaglia aerea forse un po’ affrettata, utile comunque a spiegare perché dello Skylantern non ci sia traccia nel resto della saga di Blake e Mortimer (La Valle degli Immortali si svolge subito dopo Il Segreto dell’Espadon) e per ribadire quanto questo dittico vada letto come un’avventura leggera da gustarsi con tutti gli stereotipi del genere senza farsi troppe domande. Vedi il travestimento di Olrik… Può darsi che sia anche servita da pretesto per Yves Sente per omaggiare l’Esercito di Terracotta con tutto il significato simbolico che si porta dietro, o che comunque gli attribuisce alla fine. Ma questa è solo una mia ipotesi.
L’edizione Alessandro è molto curata, segnalo solo che in un necrologio un caro estinto era… «armato» da tutti.
I disegni di Berserik e Van Dongen non mi hanno convinto. La loro linea chiara mi sembra più adatta per un contesto umoristico piuttosto che per una storia di Blake e Mortimer. Tra l’altro, ogni tanto si prendono qualche deroga dall’anatomia e ho notato che occasionalmente posizionano degli elementi di contorno come mattoni o nuvole o foglie in maniera “sbagliata”, cioè accanto alla testa dei personaggi, come se fossero quei tratteggi o quelle gocce stilizzate che servono a evocare tensione o risentimento.
Questo secondo episodio è migliore del precedente, in cui succedeva poco o nulla, e a voler sospendere opportunamente l’incredulità è abbastanza simpatico. Ma per me questo dittico è il punto più basso tra quanto prodotto per i “nuovi” Blake e Mortimer, anche peggio dell’Onda Septimus in cui tra le varie sciocchezze affioravano anche spunti originali.

domenica 16 ottobre 2016

Blake e Mortimer - Il realismo fantastico della Linea Chiara

Dato l’embargo autoimposto da Alessandro Editore i suoi volumi si trovano solo nel suo negozio di Bologna o si possono ordinare online, oppure riescono a raggiungere i canali canonici solo dopo mesi, come nel caso di questo volume (uscito nel 2015) di cui non sapevo nemmeno dell’esistenza.
Blake e Mortimer – il realismo fantastico della Linea Chiara è un’analisi scrupolosa della mitologia, oltre che dell’opera in senso stretto, della saga ideata da Edgar Pierre Jacobs. Andrea Sani ha organizzato il saggio in tre sezioni: nella prima accenna alla biografia dell’autore e sviscera la storia della Linea Chiara, nella seconda analizza uno a uno i singoli volumi realizzati da Jacobs e nella terza parla dei seguiti a opera dei diversi team selezionati da Dargaud, inserendo nel computo anche la parodia Les Aventures de Philip et Francis. Chiude il volume una corposa bibliografia.
È probabile che il saggio sia la traduzione di un’opera realizzata per il mercato francofono (dove Blake e Mortimer sono personaggi di culto e non di nicchia come in Italia), tanto più che occasionalmente la coniugazione “e” diventa “et” e la punteggiatura e gli a capo vengono gestiti secondo le regole della grammatica francese, quasi a testimoniare qualche rarissima svista nell’adattamento. L’apparato critico, però, non è per nulla francofilo (intendendo la Francia come patria della Semiologia e madre adottiva dello Strutturalismo): Andrea Sani, che pure abbraccia nelle sue analisi gli argomenti più vari come la Teoria della Relatività e la Storia del Cinema, adotta un approccio critico prettamente psicanalitico. D’altra parte l’aneddoto del trauma della caduta di Jacobs in un fosso all’età di 4 anni fornisce una lente interpretativa troppo ghiotta per essere ignorato – e a onor del vero si adatta perfettamente a molte considerazioni fatte da Sani.
Il volume si legge con grande piacere e interesse anche se l’aneddotica è ridotta al minimo (non sapevo che Forton fece le matite delle prime 12 o 20 tavole de L’Affaire du Collier): la passione dell’autore è evidente specialmente quando riassume le trame dei singoli episodi.
Il formato è un po’ curioso per un testo di saggistica visto che ha le dimensioni di un volume a fumetti francese, pur essendo brossurato: ma dalla grafica di copertina si evince che l’editore vuole suggerire al lettore di mettere questo Blake e Mortimer accanto ai volumi cartonati della serie a fumetti (che però paradossalmente non godono della carta patinata che invece impreziosisce questo volume). Una scelta in netta controtendenza per il mercato italiano, dove ormai la BéDé sembra essere accettata dal grande pubblico solo se rimpicciolita e mortificata.

venerdì 7 dicembre 2012

Era ora!



La ripresa delle avventure di Blake e Mortimer è stata una mossa coraggiosa ma geniale che si è rivelata tanto vincente da spingere alla costituzione di due team diversi per portare avanti la serie con maggiore intensità.
Ma le istruzioni date ai disegnatori nascono da un’idea sbagliata e limitata del lavoro di Edgar Pierre Jacobs. Jacobs ha praticamente disegnato ogni episodio di Blake e Mortimer con uno stile differente, anche i suoi protagonisti cambiano occasionalmente volto e corporatura di albo in albo. La sua linea chiara, nata per necessità e comunque non del tutto aderente ai dettami della scuola di Bruxelles (in Le Rayon “U” si vedono le matite che servivano a sfumare i disegni, ad esempio), si prende spesso delle deroghe fino ad arrivare all’estremo realismo de L’Affaire du Collier. Ciononostante, l’unico stile a cui hanno potuto ispirarsi i nuovi disegnatori è quello di Le Mystère de la Grande Pyramide e di Le Marque Jaune. È anche vero che quella linea chiara “pura” è ancora oggi seguita ed emulata da molti autori contemporanei, quindi farvi ricorso non è certo una cosa tanto strana (anzi, i francesi la adorano!), ma soprattutto nel caso di Juillard mi è sembrato che così facendo il disegnatore non potesse esprimersi al meglio delle sue capacità.
Il glaciale Ted Benoit sembrava nato per disegnare le storie di Blake e Mortimer con quello stile, su Sterne-De Spiegeleer-Aubin non mi pronuncio perchè non conosco altri loro lavori ma André Juillard, dannazione, lui poteva dare un’interpretazione più personale dei personaggi.
Juillard (che per Blake e Mortimer disegnava tre volte la stessa tavola! Chissà se lo fa ancora) ci ha comunque riservato qualche simpatica sorpresina nei suoi volumi, come le comparsate di altri suoi personaggi:
però mi è sempre sembrato che in quel contesto il suo talento fosse trattenuto, limitato. Finalmente, con Le Serment des Cinq Lords qualcosa si è mosso. O meglio: a riguardare gli altri volumi qualcosa era già in movimento, ma qui la personalità di Juillard comincia a manifestarsi più compiutamente. Le donne sono molto più personalizzate, così come anche gli uomini sono assai più realistici, Mortimer non ha quasi più le inquietanti pupille alla Little Orphan Annie, le venature del legno o della pietra spezzano la monotonia del disegno, il pointillesime per simulare detriti o il tipo di stoffa diventa occasione per sfumare i disegni, i contrasti chiaroscurali si fanno profondissimi. Ci sono addirittura dei tratteggi! Cosa veramente rivoluzionaria, e difatti limitata in questo volume quasi ai soli quadri che si notano ogni tanto negli sfondi. Andrebbe aggiunto che questi tratteggi sono parzialmente sacrificati alla colorazione che fa uso di retinature larghe, ma leggo che l’albo è «stampato a cura di Dargaud» quindi inutile recriminare.
Insomma, la strada imboccata secondo me è quella giusta e spero che questo nuovo capitolo della serie sia un assaggio di quello che André Juillard saprà offrire in futuro.
Ho riportato i titoli dei volumi in francese non perchè fa figo ma perchè editori italiani diversi li hanno tradotti in modi diversi. No, ok, anche perchè fa figo.