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mercoledì 3 febbraio 2021

The Doomsday Machine #6: Microcosmo!

Con il sesto numero arriva il capolinea per questo progetto che ha rappresentato per me una delle migliori proposte del 2020. A differenza dei precedenti, questo comprende cinque storie collegate tra di loro. Discorso alla nazione accende la miccia introducendo uno scenario in cui un presidente statunitense simil-Nixon registra il discorso che prima o poi dovrà fare, in merito a un probabile “incidente” atomico. E infatti ecco che si espande un virus, a cui nemmeno il presidente sembra immune. Ma lui ha già preparato un piano d’emergenza. Buoni i testi di Mauro Di Stefano, non male i disegni di Daniele Caviglia.

In Aringa Rossa si fanno i preparativi per salvare il salvabile: il presidente vuole colonizzare il pianeta Kepler 442B e manda in avanscoperta il suo fedele cagnolino sottoponendolo a un rigido addestramento! La divertente trama di Barbara Giorgi viene ulteriormente nobilitata da un bel colpo di scena finale, che prepara il terreno per le altre storie. Il soggetto umoristico giustifica lo stile molto semplificato di Andrea Forti che però, dannazione, avrebbe dovuto lo stesso impegnarsi di più.

In War Pigs sta avvenendo la colonizzazione terrestre di Kepler, al prezzo dell’eccidio dei suoi nativi insettoidi, gli zhuko. Dato l’argomento e i paralleli che si possono fare con situazioni reali, i testi di Giacomo Mogini sono molto tesi e drammatici; i disegni di Angelo Cannata sono schizofrenici: molto curati in alcune parti, un po’ tirati via in (poche) altre.

Lacrime è la storia più bella del fascicolo: nel 1959 gli Stati Uniti non esistono più come tali ma sono una colonia della Russia. Un soldato di colore porta la figlia dell’ambasciatore a sballarsi come si fa in questo mondo, cioè iniettandosi negli occhi un prodotto ricavato dagli zhuko (il cui pianeta nel frattempo si è rivelato inabitabile!). La distopia beatnik creata da Luca Vanzella è molto suggestiva, ma la forza di questa storia sta nel finale a sorpresa e nel lirismo disperato dei testi. Ottimi i disegni di Paolo Antiga.

Per finire Tutti giù per terra della consolidata coppia Roy-Vyles: in un montaggio alternato sfilano personaggi e situazioni tratti da altre storie di questo sesto numero (ma tornano anche altri volti noti), fino al finale suggestivo ma prevedibile. Vyles si dimentica che gli zhuko hanno quattro braccia e non due, ma per il resto il suo stile cartoonesco ben si presta a chiudere questo numero con un tono più leggero – per quanto l’argomento lo consenta!

Il progetto The Doomsday Machine si chiude quindi in grande stile e confermando sia la qualità della proposta che la serietà della casa editrice che, oltre a presentare questo ultimo numero più corposo allo stesso prezzo, è riuscita a portare a termine il progetto – cosa per niente scontata nemmeno per realtà più grosse di Leviathan Labs.

Come annunciato nell’editoriale di Roy, a raccogliere il testimone di The Doomsday Machine sarà un progetto dedicato al weird western.

domenica 13 settembre 2020

The Doomsday Machine #2

La seconda uscita di questa interessante rivista atompunk mantiene le promesse della prima, anche se l’impatto grafico mi ha inizialmente spiazzato.
Hero, scritto da Massimo Rosi e disegnato da Giulio Ferrara, apre le danze. La storia vede un guerriero postatomico difendere il suo prezioso tesoro di un’epoca passata da un’orda di predoni che invadono la sua villa. L’idea è abbastanza carina ma i disegni troppo espressionisti finiscono per diventare confusi. Sicuramente i volti sono espressivi, ma la lettura ne risente. Persino un negazionista dello storytelling come me deve ammettere che la sequenza in cui il protagonista si becca una freccia non è “narrata” bene, perché il disegno non dà il giusto risalto alla ferita che sarà alla base di un importante dialogo finale. Nella vignetta conclusiva non si capisce nemmeno bene cos’è il misterioso tesoro, disegnato con questo stile – e questo dovrebbe essere il colpo di scena finale! Lo humour nero di Rosi non fa comunque rimpiangere la lettura.
A seguire Wassup, Doc?, i cui disegni pupazzosi (anche se virati sul dark e a volte simili a xilografie) non promettevano niente di buono. In realtà sono funzionali alla trama, anzi quasi necessari, perché la storia è una rivisitazione in chiave postatomica dei cartoni animati della Warner Bros. Un ragazzo che vive nel sottosuolo vuole raggiungere Wonderland, un parco divertimenti di un’era passata. Il suo elmetto, i suoi atteggiamenti e altri dettagli lo rendono molto simile a Bugs Bunny; il Doc del titolo è la papera giocattolo con cui parla e si muove. Molto bello il finale che a seconda dell’umore del lettore può essere visto in chiave positiva o disperata. Gli autori hanno usato degli pseudonimi per firmare Wassup, Doc?, forse ulteriori omaggi ai cartoni: «Roy» per i testi e «Vyles» per i disegni.
Per finire Humanity, scritto da Giovanni Barbieri (quello che si firmava «l’anemico» su Fumo di China?) e splendidamente disegnato a mezzatinta da Francesco Biagini. In un mondo devastato dall’arrivo di mostri che l’hanno piegato in pochissimo tempo e che nessuno ha visto Barry incontra Hope e insieme cercano di lasciare la città per trovare rifugio altrove. Per chi ha confidenza col fumetto “modello Lanciostory” il colpo di scena finale è abbastanza intuibile, Humanity è comunque godibile e appagante anche grazie alla bellissima prova di Biagini.
Nel complesso una lettura più che valida, spero che nei prossimi numeri la qualità rimanga su questi livelli.