Ultimo volume per ora della saga
di Fabian Gray (e stando alle date
originali di pubblicazione riportate in seconda di copertina credo che una
nuova raccolta non la vedremo prima di sei mesi almeno), che conclude l’arco
narrativo Coste Perdute iniziato nel
numero precedente.
La conclusione è veramente
rapidissima e concitata e si legge in una manciata di minuti. Forse se questi
due episodi fossero stati accorpati al ciclo di cui fanno parte avrebbero fatto
una migliore figura, sarebbero stati percepiti come il giusto climax finale: così invece la lettura mi
ha lasciato un po’ perplesso, tanto più che ancora una volta Fabian Gray non riesce a salvare la sorella e si
torna punto e a capo.
Più interessante il ciclo di
cinque capitoli Uomini e Mostri raccolto
nella sua interezza: il protagonista si spinge in Romania per liberare l’amico
Sebastian rapito dai membri della Cabala. Il villaggio in cui si ritrova è però
vittima di una maledizione che viene attribuita a una antica leggenda ma che in
realtà è causata da un mad doctor che
quella stessa leggenda sfrutta per i propri fini. Non è un’idea originalissima
ma è ben pensata, e inoltre data l’ambientazione compare come coprotagonista
nientemeno che Abraham Van Helsing; oltretutto il Conte Dracula imposterà un nuovo
rapporto col suo ospite Fabian Gray ritagliandosi uno spazio che agli altri
quattro Fantasmi non è ancora concesso.
Abbastanza stimolante anche la
rivelazione che lo scienziato pazzo non è Frankenstein come avevo pensato in un
primo momento ma un altro protagonista della letteratura fantastica. A parte
queste infiorettature, comunque, anche Uomini
e Mostri si rivela una lettura un po’ troppo rapida e tutto sommato
inconcludente. È pur vero che la continua iterazione di un medesimo schema di
base è alle radici della letteratura popolare che Frank J. Barbiere vuole
omaggiare, però a confronto con altri fumetti dal taglio più moderno questa
impostazione mostra la corda.
I disegni di Chris Mooneyham
cominciano a stufarmi. La sua stilizzazione è assoluta e totale e, per dire, il
protagonista è sempre immusonito o ha la bocca spalancata, tertium non datur. Al dinamismo delle tavole ha poi sacrificato la
logica e l’eleganza. Come non è in fondo raro nei comics statunitensi, i
muscoli risaltano anche sotto i pantaloni e i soprabiti: alla fine tanta
ipertrofia sfocia nel ridicolo. E a dirla tutta mi sembra che stavolta
Mooneyham se la sia presa comoda approfittando del fatto che alcune sequenze
giustificate dalla trama potevano essere rese rapidamente a matita senza
ripassarle a china.
Se il lettore si presta al gioco
alla fine questo Fabian Gray può
essere anche gradevole, però lo trovo brutto come congedo da un format (i
volumi 19x26 che presentavano BéDé) che ormai la Cosmo ha abbandonato o è in
procinto di abbandonare.





