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domenica 23 giugno 2019

Autoproduzioni da Palmanova

Sì, sono belli e quindi li recensisco. I numeri 0 e 1 di Fulgoris Umbra sono delle raccolte di storie edite dall’omonima associazione culturale triestina già nel 2013 (forse il numero 0 anche prima, non è datato). Gli autori di questi primi due numeri si mantengono costanti e danno quindi un senso di continuità all’operazione, dai numeri successivi ho notato che ad affiancarli, e forse in alcuni casi a sostituirli, sono intervenuti altri autori dal tratto meno convincente e più manga e lo stesso Gianluca Chicconi mi ha confermato che quelli disegnati meglio sono questi primi due, quindi non mi sono spinto più in là con l’acquisto. Oltretutto, i numeri successivi costavano più dei 2,50 € di questi.
I contenuti: lo 0 si apre con Untitled Journey di Julio Reyna. Visto che cita il suo alias («Fulgor ») immagino che sia il suo vero nome. La storia è interessante, anche se narrata con uno stile da racconto illustrato che non amo, ma soprattutto i disegni sono molto validi. Lo stile è caricaturale, ma molto curato ed elegante: il fatto che Reyna non abbia ripassato a china toglie un po’ di profondità alle tavole di cui a volte non si capisce quali elementi dobbiamo “leggere” per primi, ma il risultato è molto buono ed evocativo.
Lost Kevin di Valeria Kasyanova («Yozhka») è meno valido e più dilettantesco. Le basi ci sono, ma l’autrice deve ancora crescere. Inoltre si tratta solo della prima parte, 7 tavole, di una storia più lunga di cui non si vedrà il seguito sul numero 1.
Gattin è addirittura meglio di Untitled Journey. L’autore o l’autrice è S. F. alias Lantern che sfoggia uno stile cartoonesco molto maturo ed efficace. Non è il mio genere, ma questo fumetto (oltretutto utile per i Fumettisti d’invenzione) è veramente molto bello; anche la storia di questo gattino che cerca ispirazione per un fumetto incontrando gli stereotipi dei vari generi è molto simpatica.
Conclude il fascicolo Neko Fever di Gianluca Chicconi alias Umbra. Vorrebbe essere un manga, anche nel senso di lettura, ma in realtà vi confluiscono diversi stili. L’autore è probabilmente partito dall’osservazione dei suoi due gatti per imbastire una storia fantasy che rimanda, da quello che posso capirne io, a un immaginario mutuato dai videogiochi e dagli anime. Lo stile di Chicconi è qui ancora acerbo, anche la trama avanza inanellando ammiccamenti al lettori e sfondamenti della quarta parete, risorse a cui di solito si ricorre quando si naviga a vista e non si sa bene che pesci pigliare.
Il numero 1 di Fulgoris Umbra continua in meglio quanto si è visto nello 0: anche l’applicazione umanizzata che introduceva i singoli fumetti nel numero precedente qui è resa in digitale e il risultato è più efficace. Al gruppo si sono unite tal Silvia B., che firma lo stringatissimo editoriale, ed Elisabetta Steffè che ha fornito il «supporto tecnico grafico». In terza di copertina ci sono degli sponsor e alcune pagine sono addirittura a colori.
Sogno a Matreshka è il suggestivo contributo di Julio Reyna, una storia muta (tranne che per alcuni dialoghi che però sono in spagnolo!) e simbolica. Decisamente buono, ma forse il suo fumetto precedente lo era di più.
Lost Kevin non continua e a sostituirlo c’è un acquerello dell’autrice con cui giustifica l’assenza a causa dell’esame di maturità.
S. F. stavolta si butta su un tema più realistico e recupera la leggenda della Bestia che fornì l’ispirazione anche al film Il Patto dei Lupi. I suoi disegni cartooneschi si sposano meglio con una trama umoristica, ma anche qui i risultati sono notevolissimi, e oltretutto è anche brava/o a giocare con le aspettative del lettore.
Neko Fever procede col capitolo Nuove Scoperte, introdotto da alcune pagine in cui viene spiegato come si leggono i manga e l’autore lascia trapelare la sua frustrazione per l’impaginazione del numero scorso (che però è come quella di questo…). Graficamente Chicconi è cresciuto rispetto alla sua prova precedente, il testo è abbastanza simpatico ma chissà quanti riferimenti ai videogiochi o ai manga mi sono perso.
Edito invece da Fame! Comics, Tempora – La Notte dei Benandanti è un volumetto unico basato sul folklore locale. Su 36 pagine solo 30 sono a fumetti e il resto è occupato, oltre che dalle gerenze, da un articolo di approfondimento sul tema della storia. Francesca nasce a San Vito al Tagliamento avvolta nel sacco amniotico come Alan Moore: “nata con la camicia”, è predestinata a diventare una benandante, una figura a metà tra il guerriero e lo stregone, che nelle notti di tempora (periodi di digiuni religiosi) difende i raccolti dagli assalti dei malandanti, ovviamente votati al male. La trama segue il suo progressivo “risveglio” attraverso sogni molto realistici, innescato da una sua zia che appartiene all’altro schieramento. La Notte dei Benandanti sembra quasi l’introduzione a una serie vera e proprio, inoltre il McGuffin con cui Francesca scopre le trame della zia viene inserito un po’ disonestamente dallo sceneggiatore Roberto Romani, che non ne aveva mai fatto cenno prima; comunque il fumetto si legge con piacere alternando momenti concitati ad altri più rilassati e scanzonati. I disegni di Tiziana De Piero sono carini, sia nel senso che sono validi sia nel senso che seguono un’estetica “kawaii”. Pur con qualche occasionale imprecisione, ad esempio nelle mani o in alcuni profili, svolgono diligentemente sia l’aspetto estetico che quello narrativo. Purtroppo la disegnatrice, che mi è stata descritta come pigra, non è passata per Palmanova a fare dédicaces e quindi non ho nessun disegnino suo.
Visto che c’era, Romani mi ha regalato il secondo numero di Diaborikku, la versione manga di Diabolik (dovrei avere da qualche parte il primo, o almeno ricordo di averlo letto) datato 2004.
Dopo un’introduzione di Mario Gomboli in persona e una lunga intervista a Emanuele Barison, che probabilmente confidando sulla scarsa diffusione del volumetto non si risparmiò qualche considerazione sin troppo sincera sul fumetto italiano, viene presentata una sfilza di storie brevi parodiate con stile manga.
…La materia di cui sono fatti i sogni di Belinda Bortolo è una simpatica inversione degli stereotipi di genere. Pur non essendo un intenditore di questo stile di disegno, non mi sembra che la Bortolo abbia azzeccato il volto di Diabolik/Diaborikku, ma la sua rimane la prova grafica più convincente.
Casa Diaborikku è una divertente storiellina scritta da Gianfranco Camin con un arrapato Diaborikku e una Eva-chan recalcitrante. I disegni di Violet Nevriskin sono però poca cosa, e mi sembra che non siano nemmeno stati pensati per questo formato tascabile.
Diaborikku vs. Yakuza è una storia (di Andrea Sossai) piacevole ma un po’ confusa, sospesa tra thriller e comicità. Ai disegni Andrea Meneghin azzarda uno stile umoristico che esula dal manga, ma che risulta piuttosto rigido.
Gianfranco Camin scrive anche Invito a cena con delitto, bella prova di humour nero disegnata in maniera incostante (certi volti sono proprio brutti) da Miyu Seed.
Ma la palma per il peggior disegnatore se la aggiudica Gomets con l’ultima storia, La vendetta di Eva (il soggetto di Stefano Ratti con una gelosissima Eva-chan sarebbe anche simpatico): tempo dieci anni e sarebbe diventato il grande Paolo Francescutto di Dragonero!
In totale quest’anno a Palmanova ho speso in fumetti 15 euro, mettendo nel conto anche un albetto con variant cover di Volt per farmelo dedicare.

venerdì 19 aprile 2019

Caedes: Il Tempio dei Primigeni

Albetto amatoriale spillato di 64 pagine trovato in fumetteria insieme ad altri, tra cui un ulteriore episodio dello stesso personaggio, che non presenta nessun titolo. Siccome non c’è nessuna indicazione sull’anno di pubblicazione e nemmeno un numero progressivo delle avventure di Caedes, ho preso quello che mi sembrava disegnato meglio.
Il protagonista è un avventuriero maledetto che deve recuperare la spada Antares e portarla nel Tempio dei Primigeni per resuscitare (se ho capito bene il flashback iniziale) un suo vecchio amore. Nel suo viaggio incontra una cacciatrice di taglie con cui dovrà giocoforza allearsi, visto che il suo bersaglio si trova proprio nel Tempio. Sul posto ha fatto la sua base un negromante, contro cui Antares non è molto efficace visto che succhia la vita dai vivi e contro gli zombie è una spada normale. Nel mentre un sacerdote e un nano si mettono alla ricerca di Caedes dopo che ha rubato la spada. Sullo sfondo ci sono molti altri elementi solo accennati che testimoniano quanto l’autore abbia curato e definito la sua ambientazione.
La storia è in sostanza un mix di classici luoghi comuni fantasy, come è giusto che sia in un genere che trae la sua forza dagli stereotipi. Probabilmente la vicenda di Caedes inizia nell’altro volume (visto che essendo disegnato meno bene probabilmente viene prima, quando Riosa non era ancora così maturo) ma Il Tempio dei Primigeni è leggibile a se stante, pur con la certezza che fa pare di un disegno più ampio – e il finale lascia intendere futuri sviluppi. Giulio Riosa scrive in maniera frizzante e coinvolgente, la storia è piena di azione e i dialoghi sono ben scritti. Pochissimi i refusi, tra l’altro. È curioso come abbia scelto di non mostrare quella che in teoria avrebbe dovuto essere la scena madre della storia, cioè il furto della spada, ma semplicemente la dia per scontata.
I disegni, come dicevo, mi sono sembrati migliori rispetto all’altro volumetto senza titolo e in effetti da La Rosa e il Lago Riosa è molto maturato, arrivando alle soglie del professionismo. Pur con qualche fisiologico calo (sono pur sempre oltre 60 tavole molto dettagliate) le anatomie e le inquadrature sono tutte molto curate, in particolare è molto bravo a rendere gli sfondi e i paesaggi. Oltretutto, pur essendo anche lo sceneggiatore (e quindi potendo evitarsi simili rotture di scatole) non si fa spaventare da architetture elaborate e mostri vegetali costituiti da fitti rami intricatissimi. Tanto di cappello, quindi. Due aspetti ancora da migliorare sono le onomatopee realizzate a mano (sempre meglio di quelle impersonali fatte col computer, comunque) e i contrasti chiaroscurali, soprattutto sui volti: invece che tagliarli in maniera netta li sfuma con dei tratteggi che sporcano il disegno e gli tolgono espressività.
Nel complesso si tratta di un’ottima autoproduzione, che sarebbe stata degna di figurare in qualche spazio istituzionale, se ancora ne esistessero. Anche la confezione non è male, per quanto la carta non patinata non permetta di godere al massimo dei disegni (o sono le scansione a non essere perfette?). Quello che lascia interdetti è la dabbenaggine a livello di cura editoriale e, diciamo così, di public relations. Oltre all’intestazione, al nome dell’autore e al titolo dell’avventura, in copertina non viene riportato nient’altro, nemmeno il prezzo (io l’ho pagato 4 euro). In seconda di copertina c’è una specie di introduzione, che però non spiega nulla del progetto limitandosi a riassumere la trama generale di questo episodio, anticipandone oltretutto dei punti chiave! Stupisce insomma la mancanza di qualsiasi riferimento che permetta all’autore di presentare se stesso e il suo lavoro, visto che Caedes dovrebbe fungere anche da biglietto da visita. Nessun “manifesto programmatico”, insomma, ma in compenso sono presenti i riferimenti Social di Riosa e perfino il suo indirizzo mail, e forse oggigiorno questo basta e avanza e sono io a essere legato a modelli ormai desueti.

sabato 2 giugno 2012

La Rosa e il Lago


L’altro giorno dovevo giustificare la mia permanenza prolungata a Fantasylandia e mi è caduto l’occhio su un fascicolo spillato di grandi dimensioni targato Esaedro, stesso editore/produttore di Lions & Saints. La confezione era piuttosto elegante, da una rapida sfogliata sembrava vagamente interessante e in fondo erano solo 3,99€.
Che dire, non è certo un capolavoro ma si è rivelato una piacevole lettura. Per quel che riguarda la trama, rimando alla presentazione che apre il volume, in cui l’anonimo prefatore ha avuto la sconsiderata idea di anticipare il nodo fondamentale della storia e persino il finale:

Nonostante la genesi del fumetto sia da ricercarsi quindi nel tavolo da gioco, non si ha affatto l’impressione di leggere qualcosa di riservato ai pochi illuminati che lo capiscono nè di essere arrivati a spettacolo già iniziato. O meglio: la vicenda comincia programmaticamente ex abrupto, ma la narrazione è così avvincente e scorrevole che l’assenza di presentazioni non pesa affatto. E poi comunque una buona tavola di flashback comunica tutte le conoscenze pregresse necessarie.
Dal punto di vista dei disegni Giulio Riosa manifesta tutti i difetti di tutti gli esordienti di questo mondo: i personaggi cambiano ogni tanto volto di vignetta in vignetta, l’inchiostrazione è ancora incerta, i dettagli sono a volte un po’ affrettati. Niente di preoccupante, tutte cose che col tempo e l’applicazione sono destinate a scomparire.
Ma rispetto a tanti altri aspiranti Riosa può già esibire una buona resa dell’anatomia e soprattutto una grande capacità di raccontare, le sue tavole sono architettate veramente molto bene e sono pure strutturate in maniera originale senza perdersi in barocchismi. Molto azzeccata secondo me l’idea di inchiostrare in maniera differente i diafani elfi protagonisti (con un tratto pulito e poco marcato) e i loro rozzi antagonisti (con pennellate più pesanti e “rinforzando” il segno con vari passaggi). E trovo anche ammirevole la pazienza con cui ha disegnato i folti capelli della protagonista e i singoli anelli della sua cotta di maglia senza apparentemente ricorrere all’ausilio del computer. Niente male per un ventiquattrenne autodidatta.
La Rosa e il Lago è stampato in maniera accettabile, ma non proprio ottima, su carta patinata a bassa grammatura e consta di 24 pagine di fumetto, molte delle quali doppie, su 28 totali. Il formato è 21x29,7, praticamente un A4, e la scelta di colorare di rosso alcuni elementi dei disegni contribuisce a rendere la lettura suggestiva. Secondo me 4 euro li vale abbondantemente.