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mercoledì 22 aprile 2020

Jupiter's Circle

Mah, alla fine è meglio lo spin off della serie-madre, almeno della sua seconda (forse conclusiva) parte. Secondo uno schema già visto e stravisto negli ultimi anni, Jupiter’s Circle si concentra sulla Golden Age di questo universo supereroistico, sugli anni in cui sono avvenute alcune cose eventualmente solo accennate nella serie portante. Mark Millar ha diviso gli archi narrativi della prima miniserie in tre blocchi da due e si è concentrato su argomenti scomodi come l’omosessualità e l’adulterio per mettere alla berlina il mondo bigotto dell’America anni ’50.
Il gioco funziona bene, perché Millar tesse delle belle trame in cui la risoluzione dei rovelli in cui si trovano coinvolti i protagonisti sono importanti tanto e più degli argomenti “sensibili”. I personaggi sono molto ben caratterizzati e le battute piacevolmente pungenti senza scadere nella facile provocazione caratteristica dello sceneggiatore scozzese («Lo sanno tutti che Liberace è un dongiovanni!»).
I disegni sono lontani dallo standard di Quitely, più stilisticamente che a livello qualitativo: laddove Quitely è modernissimo, Wilfredo Torres disegna con quello stile tipico di Darwyn Cooke e degli altri disegnatori che si rifanno ai comic book anni ’50 e ’60 (ma veramente i fumetti si disegnavano così in quegli anni?). Non lo conosco e non so se sia il suo stile abituale, sicuramente è stata una scelta redazionale per catturare l’atmosfera desiderata, insomma viste certe forzature anatomiche penso che sia stato costretto a farlo. Così come il suo sostituto (ma quasi titolare: su sei numeri ne ha disegnati due e mezzo!) Davide Gianfelice, che ha prodotto delle tavole molto scarne e abbozzate dopo aver fatto un figurone sul numero 3, dove i suoi inserti si staccavano nettamente per qualità dalle parti di Torres. Ma è probabile che ci siano state di mezzo delle scadenze impellenti e quindi la necessità di consegnare le tavole (impossibilitato Torres a farlo) nel minor tempo possibile.
Il secondo arco di storie di Jupiter’s Circle è un po’ più canonico, incentrato maggiormente sui protagonisti di questo affresco supereroistico che non sulla società che li circonda (ma comunque ci sono molteplici riferimenti alla seconda metà degli anni ’60, con svariate comparsate di persone realmente esistite, tra cui un Rockfeller che vorrebbe Utopian come padre surrogato). La scrittura è densa e coinvolgente, i personaggi molto approfonditi e alcuni elementi della trama di Jupiter’s Legacy[link] abbondantemente sviscerati in modo da far capire che tout se tient. Tutto sommato una buona prova da parte di Millar, per quanto navighi (ottimamente) su acque già battute e non scriva nulla di rivoluzionario: ma va benissimo così, e magari tutti i suoi fumetti fossero come questo.
I disegni rimangono il punto debole di Jupiter’s Legacy anche nel volume 2 (uscito due mesi dopo il primo: che senso ha avuto distinguere due “stagioni”?): non che siano “brutti”, ma mi pare che i vari disegnatori siano stati costretti ad adottare forzatamente quello stile vintage, e soprattutto anche stavolta c’è stato un avvicendamento frenetico nel comparto grafico che lascia intendere una scarsa avvedutezza produttiva, o forse poca serietà da parte dei disegnatori titolari che hanno abbandonato il progetto per lidi più remunerativi o hanno demandato la realizzazione finale ai loro collaboratori. Wilfredo Torres riesce a disegnare da solo tutto il primo numero ma ecco che già dal secondo gli tocca farsi aiutare dal “solito” Gianfelice e da Rick Burchett; l’arrivo dell’elegante Chris Sprouse alle matite con numero 3 lascerebbe sperare in una certa stabilità (oltre che nel prestigio del suo nome) ma non è affatto così: oltre tre quarti dell’albo sono solo abbozzati da lui e rifiniti da Walden Wong che fraintende le sue matite e sottolinea esageratamente il mento di tutti i personaggi! Questo andazzo si protrae per qualche numero e il 5 deve finirlo Ty Templeton, a conti fatti il disegnatore che mi è piaciuto di più, mentre il figliol prodigo Wilfredo Torres torna per il finale! Un discreto casino che fa pensare a una certa improvvisazione da parte della Image Comics (o di chi per essa) e di cui forse i disegnatori non hanno responsabilità.
Anche le copertine di Bill Sienkewicz (nel primo arco di sei erano di Quitely) mi sono sembrate a volte un po’ generiche e poco rappresentative dei contenuti, per quanto belle.