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domenica 7 giugno 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Wolf (1980)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Wolf

Notte di tempesta nel bosco di Magenham. Uno sciacallo (l’unico mai avvistato in Inghilterra) si contende la scena con una lupa mentre un druido osserva insieme alla sua accolita quello che sta succedendo: dei vichinghi danesi stanno dando la caccia a una donna incinta e al guerriero che l’accompagna. Il nascituro è figlio di re Marlin del Wessex, testé assassinato, e una profezia vuole che se diverrà adulto farà suonare la campana a morte per i Danesi. Motivo più che sufficiente perché i vichinghi vincano le loro paure e si inoltrino nel bosco che si dice stregato. Ma uccidere la donna non sarà affatto facile: avrà pure rinunciato ai suoi poteri di “donzella del bosco” per congiungersi con un umano, ma la sua guardia del corpo Alfred è un fine stratega che conosce bene la zona. E anche gli elementi naturali intervengono per salvare il bambino, con folgori ben piazzate – o sono proprio il druido Rorgan e la sua assistente Fiona a evocarle? La donna riesce così a partorire in un luogo consacrato, morendo nel dare alla luce un bambino che come intuibile dal titolo sarà allevato dalla lupa di cui sopra insieme al druido e alla sua accolita.

Torna quindi il topos per eccellenza di Robin Wood: il giovane spossessato in cerca di vendetta, ma stavolta con una variante molto originale: passati dieci anni il ragazzo-lupo non vuole affatto vendicarsi o riscattare il suo regno, ma disprezza tanto i Danesi quanto i consanguinei Sassoni, non comprendendo perché gli uomini si scannino per quelle che a lui (che si sente un lupo) appaiono come idiozie. Un bel distacco dagli stereotipi del genere avventuroso, che invece saranno ancora alla base del Dago che esordirà l’anno successivo.

Wolf è una serie di stampo avventuroso, con punte epiche e anche sequenze molto drammatiche. Quella pochissima ironia che affiora col contagocce è comunque efficacissima, uno degli esempi migliori di Wood. C’è una continuity, ma come nelle migliori serie di Wood è una continuity “rilassata”: la lotta contro l’usurpatore vichingo Ragnar e il rapporto amoroso con sua figlia Mette sono sempre presenti, ma al momento opportuno finiscono sullo sfondo perché Wood preferisce accantonarli in favore di soggetti più interessanti. Magari inserisce anche qualche imbeccata sugli sviluppi futuri, come il rinvenimento del tempio in cui si trovano le armi e i fondi con cui ribellarsi in futuro agli oppressori, ma sempre senza fretta e senza impegno.

È incredibile come da argomenti tutto sommato già abbondantemente sfruttati Wood sia riuscito a imbastire storie interessanti trovando soggetti sempre nuovi e originali, bilanciando perfettamente Storia e fantasia – anche se la seconda ha un ruolo molto più incisivo. Oltre a scrivere una saga avvincente e originale, Robin Wood è riuscito a gestire bene l’equilibrio tra gli elementi reali e quelli fantastici: in sostanza l’eventuale intervento di questo ultimi è lasciato all’interpretazione del lettore e il druido Rorgan potrebbe benissimo generare certi fenomeni come semplicemente esserne solo testimone. Certo, si intravedono folletti e gnomi (pure un hobbit!) ma non interagiscono mai con gli umani e compaiono solo in quelle che potremmo considerare semisoggettive, quindi potrebbero essere “visti” solo da coloro che ci credono. Questa conturbante ambiguità è facile da mantenere in una storia breve, ma farlo per due dozzine di episodi lo è molto di meno e riesce solo ai grandi professionisti come Wood.

Tornando a Wolf, lo vediamo diventare adulto sempre con la mamma lupa al suo fianco. Da quanto apprendo, un lupo in natura non sopravvive solitamente oltre i 10 anni, quindi evidentemente lei gode di eccellente salute. Ma per quanto il protagonista voglia sempre stare al margine delle lotte tra gli uomini, non può sfuggire al suo destino: gli invasori cessano di litigare tra di loro e sotto la guida di Harald Sigurdsson (che dovrebbe essere Harald III di Norvegia) stanno per soggiogare definitivamente l’Inghilterra. Ragnar, l’arcinemico di Wolf, non vuole sottomettersi a un potere superiore al suo e ciò offre il destro per ulteriori sottotrame. Ma non serve a molto: il mondo di Wolf sembra destinato a sparire sotto l’impeto dei vichinghi uniti da Harald e il valente protagonista, che almeno è riuscito a tranciargli una mano, viene esiliato nello Jutland. Alcuni personaggi importanti vengono uccisi, le varie sottotrame si intrecciano, la saga ingrana la quinta e si prospettano sviluppi interessantissimi con una piratessa scandinava. E Wood abbandona la serie.

Passando ai disegni, Jorge Zaffino era già uscito dall’ala protettrice della studio dei Villagran esordendo da solo qualche anno prima su Nippur di Lagash per poi realizzare la prima decina di episodi di Kayan. Agli albori degli anni ’80 non è ancora il maestro del chiaroscuro e dei fitti tratteggi che diverrà in seguito né persiste nelle ipertrofie anatomiche che avevano caratterizzato i succitati fumetti, ma (quando si ricorda di disegnare i piedi) produce già delle ottime cose con uno stile ricco di dettagli ma molto leggibile e dinamico. D’accordo, Zaffino non è il colmo della precisione storica: i vichinghi indossano gli elmi con le corna che in realtà non portarono mai (anche sulle armature ci sarebbe da ridire) e i castelli inglesi sembrano usciti da un libro di favole piuttosto che da una guida turistica del Wessex. E in un paio di occasioni Rorgan e Fiona sono abbigliati in maniera veramente ridicola. Poco importa: sono comunque disegnati bene.

Occasionalmente Zaffino viene sostituito da Eduardo Barreto che ogni tanto si firma Simon Gneiss. O almeno vorrebbe farlo: curiosamente questa sua scelta non viene sempre rispettata dalla Columba che lo segnala col suo vero nome nella prima pagina mentre lui firma le tavole con lo pseudonimo. Barreto o Gneiss che sia, comunque, la differenza rispetto a Zaffino si nota, eccome se si nota. Pur senza mai toccare livelli stratosferici, saprà rifarsi in seguito ma qui è ancora rudimentale e non lo aiuta il fatto di aver usato foto (soprattutto di donne) come base, visto che risultano fuori contesto; d’altro canto la Columba avrà pur avuto bisogno di un “velocista” che mettesse una toppa laddove Zaffino non poteva consegnare in tempo, anche se dalle date di alcune firme intuiamo che gli episodi di Wolf venissero realizzati con largo anticipo. Curiosamente, in una delle occasioni in cui si firma col suo cognome Barreto vi aggiunge anche «Ferreyra»: dubito si trattasse di un assistente e men che meno dello sceneggiatore Luis, semplicemente il nome completo di Barreto è Luis Eduardo Barreto Ferreyra. Zaffino dal canto suo in un’occasione firmerà insieme a tal “Lilian”, forse appartenente alla casistica delle compagne/collaboratrici dei disegnatori.

Come detto, Wood abbandona la serie sul più bello, per la precisione col 23° capitolo – che comunque ha l’aria di essere un riempitivo, tanto più che fu disegnato da Barreto sette mesi prima della pubblicazione. Se non erro, all’epoca era ancora sposato con la danese Anne-Mette e scrivere un fumetto in cui i suoi connazionali erano i cattivi avrebbe potuto turbare la quiete domestica. Scherzi a parte, la serie continuò ancora per altri 10 anni e un centinaio di episodi a testimonianza del gradimento di cui godeva – meritatissimo, se non si fosse capito. I testi passarono al semper fi Armando Fernandez, che già aveva scritto il decimo episodio, in incognito dietro alcuni dei suoi vari pseudonimi (e con qualche rara sostituzione alla fine della serie da parte di Daniel Sinopoli). “Ned Patton”/“Gonzalo Bravo”/“Denny Robson” risolse l’incombenza con grandissima professionalità, dando seguito e conclusione al ciclo che aveva impostato Wood e sviluppando nuove idee e nuovi scenari, talvolta anche ricollegandosi a elementi dei primi episodi. A mio gusto, un difetto di Fernandez è che elimina l’ambiguità sugli elementi sovrannaturali della serie, avvalorando la loro effettiva esistenza (in alcuni casi è impossibile darne una giustificazione razionale). Ma lo perdono volentieri visto che, udite udite!, darà alla saga un finale degno di questo nome, peraltro molto bello.

Alla sua ottima prova si accompagna uno Zaffino che sviluppa sempre di più il suo stile fino a diventare il Maestro che sarà riconosciuto in seguito. Le sue masse nere e il suo tratto graffiato e materico daranno vita a figure granitiche ma al contempo dinamiche ed espressive. Anche lui però dovette passare la mano e a sostituirlo in maniera abbastanza stabile fu un giovane ma già molto bravo Ruben Meriggi, che in alcune occasioni si farà assistere da Walter Alarcon. Ho scritto «abbastanza stabile» perché anche nel caso di Meriggi non mancheranno dei disegnatori-ospiti, oltre all’occasionale ritorno di Zaffino, che produrranno a loro volta delle tavole molto valide: Fabian Slongo (che firma insieme a «Estela Marisa») e Victor Toppi (anche quest’ultimo veniva dalla fucina di talenti che fu lo studio dei Villagran). L’ultima ventina di episodi fu invece realizzata da un Sergio Ibañez ancora piuttosto acerbo e confuso.

Tra le serie di Wood inedite in Italia Wolf è probabilmente la migliore, e più in generale la metterei nel novero dei suoi capolavori tout court. Anche a livello grafico si mantiene su buoni livelli pur con le defaillance di Barreto e Ibañez. Peccato che non sia mai stata pubblicata da noi, avrebbe fatto un figurone su Lanciostory o Skorpio. Probabilmente ha pesato il cambio di sceneggiatore, che a parte rari casi era un tabù per l’Eura.

martedì 24 marzo 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Or-Grund (1977)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Or-Grund

Or-Grund è il più forte e più abile cacciatore della sua tribù di uomini primitivi stanziati tra i ghiacci del nord. Ah, quindi quella serie «sull’evoluzione dall’uomo animale, all’uomo intelligente» che Wood aveva detto di voler fare nello Speciale Eura di Lucca Fumetto 1994 in realtà l’aveva già fatta? Macché: come sarà presto evidente ci troviamo in un contesto prettamente fantasy, come sottolineano anche alcuni nomi ripresi (forse involontariamente) da Tolkien.

La wanderlust comune a molti personaggi di Wood viene innescata stavolta dai vaticini di una vecchia su favoleggiati paesi in cui il suolo è verde, dove gli uomini vivono in “capanne d’argento” più grandi della montagna di Volkan (il saggio locale), dove ci sono uomini dalla pelle scura e laghi ghiacciati con città che vi galleggiano sopra. A ciò si aggiunge poi la visione di una donna dai capelli neri che starebbe aspettando Or-Grund da qualche parte fuori dal suo mondo ghiacciato. Comincia quindi il lungo peregrinare di Or-Grund che incontra diverse altre tribù nonché gruppi umani più civilizzati – e tutti parlano la stessa lingua, tra l’altro. Ma il piatto forte di questo fumetto sono le molteplici creature fantastiche che incontra sul suo cammino, tra cui yeti (vabbeh, un “baram”, ma il concetto è quello), animali giganti, dinosauri, licantropi con poteri telepatici, pietre senzienti e omicide, scienziati alieni umanoidi, creature cthulhoidi, stregoni, donne alate, draghi, armature animate, esseri che trasmigrano da un corpo all’altro, gargoyle con quattro braccia, ombre viventi, uomini con arti metallici, alieni incorporei carnivori, antiche civiltà rettiliformi, leviatani, fate, morti viventi, scimmioni dall’animo buono, ciclopi, triclopi telepatici, satiri, cristalli sognanti, le norne della tradizione norrena, vampire, ecc.

Il protagonista si relaziona con questi pericoli sempre alla stessa maniera, ovvero con la violenza eventualmente supportata dall’agilità o dall’istinto animale, e Wood sottolinea quanto Or-Grund sia stupido e perennemente affamato – e quando finalmente mangia rutta generosamente. Ed è tutt’altro che cortese col gentil sesso.

Gli episodi possono essere letti in qualsiasi ordine, non c’è nemmeno una logica geografica: in un episodio l’azione può svolgersi in una foresta lussureggiante, in quello dopo in un deserto e in quello dopo ancora in un bosco innevato o in una palude. La frammentarietà della saga è un po’ una pecca perché ogni incontro è un fenomeno usa e getta che avrebbe potuto invece arricchire una trama orizzontale che invece è del tutto assente. In uno degli episodi in cui viene catturato, cioè praticamente metà della serie, Or-Grund incontra anche un gobbo con cui si sarebbe potuta formare una versione della coppia Nippur-Hattusil. Ogni tanto Wood butta lì qualche riferimento al fatto che Or-Grund sia un eletto e possieda caratteristiche uniche, ma ovviamente è impossibile dire se si trattasse della prova che c’era veramente un disegno preciso nella saga o se fossero solo riferimenti generici dati in pasto al lettore per mantenerne vivo l’interesse e fargli credere che ci fosse una pianificazione dietro tutto.

Oltre metà della serie, quasi ai due terzi dei 46 episodi scritti tutti da Wood, e dopo qualche rarissimo e vago rimando ai dettagli del primo episodio, si intravede finalmente una direzione. Vengono introdotti i Primordiali, e non saranno delle presenze effimere come quegli altri esseri presi un po’ da tutti i contesti e dai nomi a volte impronunciabili se non ridicoli (Xhipeuz…).

Come si scoprirà, pur con qualche incongruenza nella loro storia, i Primordiali hanno ben donde di chiamarsi così: erano presenti sulla Terra prima dell’uomo ma una catastrofe li fece sprofondare nelle viscere del pianeta da cui adesso vogliono uscire per governare nuovamente sul pianeta e da lì su tutto il cosmo. La loro meta principale sarà la Città del Crepuscolo, quella intravista da Or-Grund oltre una trentina di episodi prima, ovvero nientemeno che Atlantide.

Finalmente, a dieci episodi dalla fine, abbiamo la conferma che il lungo viaggio di Or-Grund era una prova, un’ordalia che anche altri furono chiamati a tentare ma che solo lui stava effettivamente portando a termine sconfiggendo quei mostri che erano gli emissari dei Primordiali appositamente creati (a parte gli alieni, immagino). E quindi viene anche giustificata la presenza di tutte le mostruosità viste finora pur se il pianeta in cui si svolge la serie è dichiaratamente la Terra.

E con l’introduzione di Atlantide la serie decolla. Dopo circa 40 episodi ma finalmente decolla. Wood spiazza Or-Grund (e i lettori) svelando che la donna della visione, Anhala, non aveva chiamato solo lui, e questo si sapeva, ma non aveva nemmeno un interesse romantico verso i potenziali eletti, bensì voleva trasformarli in uomini-pesce per attaccare i Primordiali nelle profondità marine! E finalmente la natura barbara di Or-Grund, mai evoluta nel corso della serie nonostante qualche vaga promessa, acquisisce un senso e diventa un motore per far progredire la storia non senza un tocco di ironia. A Or-Grund non gliene frega nulla di Atlantide, però vuole Anhala per sé e vuole portarsela nel suo paese innevato. Però capisce che non potrà mai “averla” davvero se con la mente tornerà sempre alla patria perduta, per cui tanto vale salvare Atlantide!

Non anticipo altro (quello che ho riassunto avviene in due soli frenetici episodi), se non che la natura barbara di Or-Grund, da accessorio ripetitivo e quasi fastidioso che era fino a quel momento, diventa un ottimo contraltare all’arrendevolezza “civilizzata” degli atlantidei che come unica soluzione davanti alla prossima disfatta pensano di scappare nello spazio affondando Atlantide. E gli episodi, da frammentari che erano, diventano strettamente collegati. Or-Grund non diventa un uomo-pesce e la storia si sviluppa in tutt’altra maniera. Alla fine i buoni vincono, a voler interpretare come una vittoria quello che succede alla fine, ma a carissimo prezzo. I titoli dei due episodi conclusivi, Holocausto e Genesis, dovrebbero già far intuire la conclusione. E così Or-Grund raggiunge l’olimpo delle serie di Wood, quel club molto esclusivo delle opere che hanno avuto un vero finale.

I disegni di Ricardo Villagran e del suo studio sono decisamente buoni a livello tecnico ma meno a livello, diciamo così, concettuale. All’inizio il viso del protagonista può ricordare a tratti quello di uno scimmione, per poi stabilizzarsi alle volte in quello di un bambino paffuto. Ben poco eroico, insomma, soprattutto se accompagnato dalle didascalie in cui Wood ricorda quanto Or-Grund sia stupido. C’è poi da rilevare che Or-Grund viene descritto come un omone gigantesco, ma per quanto Villagran lo faccia corpulento non è questa l’impressione che trasmette la sua sagoma a confronto con quella di altri personaggi con cui divide la scena. I collaboratori con diritto di firma che hanno contribuito ai disegni sono Victor Toppi e Carlos Villagran.

Ma quindi, in definitiva, com’è questo Or-Grund? Secondo me è invecchiato male, principalmente la prima lunga parte. È vero però che all’interno della cosmologia di Robin Wood riveste un ruolo fondamentale e per un fan della Leyenda è pressoché obbligatorio leggerlo: i Primordiali, arcinemici anche di Gilgamesh, nascono qui. La lettura merita poi anche per togliersi la curiosità di leggere qualcosa di diverso rispetto al Wood canonico, laddove però per diverso dal solito si intende un personaggio monolitico e senza ironia. Il mio consiglio è di tenere duro fino alla conclusione, magari leggerlo a piccole dosi, perché tutto sommato alla fine ne varrà la pena.

Visto il finale assolutamente soddisfacente risulta particolarmente innecessario il seguito affidato nel 1984, quattro anni dopo la conclusione della saga, ad Armando Fernandez. Dai commenti dei lettori argentini risulta che sia meglio tenersene bene alla larga.