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lunedì 10 febbraio 2020
martedì 3 dicembre 2019
Stirpe di Pesce: Abissi e il numero 4
Ultima tornata di recensioni del
materiale acquistato a Lucca. Finiamo in bellezza.
A sorpresa allo stand della
Spianelli
ho trovato Abissi, un albo fuori
serie di cui ignoravo l’esistenza, uscito a marzo 2019 sicuramente in occasione
di qualche fiera. Di foliazione e costo proporzionatamente inferiori rispetto
al resto della saga (34 pagine a 6 euro), è una parabola sulla diversità e
l’integrazione, ovviamente sempre calata nel contesto di sirene e tritoni. Invece
che dai colori, le tavole sono arricchite da suggestive sfumature di grigio.
Il volume comprende anche un
racconto illustrato, impostato come un fumetto ma è un racconto illustrato, di
Simone Delladio: molto suggestivo e soprattutto disegnato splendidamente come
se si trattasse di una serie di incisioni.
In appendice il racconto Nessun Animale di Leonardo Moretti, uno
degli autori di Sine Requie:
pur nella drammaticità della situazione evocata mi sembra che sia riuscito a
infilarci dei begli spunti umoristici. La copertina di Abissi è opera di Davide Gianfelice.
Il quarto numero di Stirpe di Pesce era presente con due cover
diverse: una regular e una variant realizzata da Tony Sandoval
venduta a un prezzo un po’ maggiorato (10 euro contro i canonici 8).
Bellissima, certo, ma io ho preferito quella psichedelica della Spianelli anche
per dare continuità alla collezione. E poi l’illustrazione della variant è
riprodotta anche in fondo alla versione regolare.
Questo quarto volume contiene tre
nuovi capitoli in cui i nodi cominciano a sciogliersi. Ritroviamo più di un
personaggio che apparentemente si era perso per strada, e la Spianelli stavolta
unisce al suo afflato lirico un bel po’ d’azione: l’aspettativa per sapere come
si concluderà la saga è stata montata con efficacia. In queste 62 pagine (lo so
che è impossibile che un albo brossurato non conti un numero di pagine
divisibile per 16, eppure è così! Anche Abissi
ha proprio 34 pagine) viene anche ospitata una storia “satellitare” di Simone
Delladio strettamente legata a quanto letto nei capitoli precedenti,
un’occasione per approfondire il mondo di Stirpe
di Pesce con nuovi elementi. In appendice c’è poi un racconto in prosa sul
tema del pacifismo scritto da Mauro Muroni, che ha anche realizzato la cover
del racconto inchiostrata dalla Spianelli. Molto interessante l’editoriale in
cui la Spianelli spiega la genesi del progetto.
I colori degli episodi di Stirpe di Pesce sono stati realizzati da
Daniela Barisone (con il supporto di Irene Villata), almeno fin dove c’è il colore:
probabilmente per una scelta stilistica congruente con quanto succede nella
storia, da pagina 39 la storia procede in bianco e nero. Le tinte della
Barisone sono forse un po’ livide e a metà del capitolo 11 diventano
evanescenti come se si trattasse di un flashback, ma comunque il risultato è
suggestivo.
La qualità di stampa mi sembra
meno buona che in precedenza, ma sempre su livelli accettabili.
Etichette:
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venerdì 29 novembre 2019
Intervista a Laura Spianelli
A differenza di quello che avevi scritto sul tuo blog questo quarto
volume di Stirpe di Pesce non sarà
l’ultimo.
No, non è l’ultimo: è una delle
libertà che mi sono presa e uno dei motivi per cui sono contenta che sia
un’autoproduzione. E anche per questo non sono con una casa editrice e questo
perché posso permettermi ad esempio di sviluppare un personaggio se ha bisogno
di più spazio. In questo quarto volume ritorna Purple, gli altri personaggi la
ritrovano, la vedono, però cosa le è successo nel frattempo mentre la serie
procedeva con altre avventure? Non potevo risolvere la questione in sole tre o
quattro pagine, era importante darle spazio, per cui ho deciso (o meglio si è
deciso parlandone con Simone Delladio, con cui ci confrontiamo sempre per Stirpe di Pesce) che questo quarto
volume non sarebbe stato l’ultimo. Bisognava darle più spazio, sottolineare la
sua importanza. Per cui in questa avventura… ma forse è meglio se non faccio
spoiler!
Già, meglio di no! Io il volume l’ho appena preso e devo ancora
leggerlo. Se magari puoi dire qualcosa senza anticipare troppo…
Ci provo: diciamo che l’avventura
portante ovviamente continua, ma c’è un punto in cui ci sarà una svolta importante
che ovviamente non anticipo ma a cui era importante dare più spazio.
Posso chiederti il perché di questa copertina così particolare, diversa
dalle altre?
Il quarto volume l’ho fatto
uscire in due versioni per Lucca Comics. C’è la versione normale disegnata da
me che è quella a cui fai riferimento: è appunto molto anni ’70, con i colori
acidi; e poi c’è una variant cover di
Tony Sandoval, di cui ne ho fatte solo 250 copie numerate.
Da qui è nata anche l’esigenza di
non fare a gara a quale potesse essere più bella con un soggetto che fosse
simile: figuriamoci se voglio mettermi in competizione con Sandoval. Per cui
sono andata completamente all’opposto creando una copertina acida che fosse
acida anche perché è così che me la sentivo, perché quelle sono proprio le mie
tonalità: a me piace, è totalmente pazza. E allo stesso tempo si discosta da
quella di Sandoval ma è anche diversa da tutte quelle precedenti, un altro
motivo per cui è diversa è che raffigura il primo personaggio su una copertina
a non essere né un tritone né una sirena, lui è un umano: un “asciutto”, come
vengono chiamati nella storia.
250 copie per una tiratura limitata di un progetto indipendentemente
non mi sembrano poi così poche.
Posso dire una parolaccia? Noi
pisciamo molto in lungo [ride, ndr]. Insomma, diciamo che io guardo molto in
lungo, che è uno dei vantaggi che ti danno le autoproduzioni, perché tu con le
autoproduzioni inizi proprio dal piccolo per poi cercare di crescere e di far
conoscere il prodotto a più lettori possibili. Invece se lavori con una casa
editrice è chiaro che loro hanno altre esigenze di stampa, magari ti mandano in
stampa anche 4000 volumi (butto lì una cifra) ma a quel punto è esaurito il tuo
prodotto.
No, perché hai avuto il tuo
lancio in libreria e poi il prodotto si esaurisce. Io invece quello che voglio,
e che spero, è che il prodotto cresca. E per questo continuo a farlo conoscere:
e intendo che continuo a promuoverlo sin dal primo volume.
A proposito di questo discorso, tu frequenti molto le fiere dove
presenti Stirpe di Pesce. È quindi un
buon sistema per promuovere il tuo prodotto?
Sì, è un ottimo sistema per farsi
conoscere, ma è anche un sistema per conoscere
il pubblico. L’autoproduzione ti permette anche questo: di avere un contatto
diretto con il pubblico con cui puoi parlare alle fiere. Per cui alla fine non
sei soltanto un lettore o una lettrice, diventi parte del fumetto. Perché mi
vedi e, grazie ai social, mi vedi quando lo creo. Anche quando magari sbaglio e
poi cerco di rimediare a un errore. Per cui tutto questo processo creativo, in
qualche modo condiviso, fa sì che sia un qualcosa per cui tu non sei più
soltanto lettore, ne fai proprio parte.
martedì 26 novembre 2019
Intervista a Gabriel Bà e Fabio Moon
Che tipo di formazione avete avuto?
Siamo andati alla scuola d’arte,
ma in Brasile non sono granché. Non ti insegnano a disegnare ma più che altro
ti fanno ragionare su quello che vuoi fare. Pensando alle scuole d’arte pensiamo
sempre all’Italia.
Il fumetto è arrivato tardi o come nel caso di molti fumettisti avete
cominciato a disegnarli sin da giovani?
I fumetti li facevamo fin da
bambini, sempre insieme.
Ma in concreto come avete iniziato?
Abbiamo iniziato facendoci la
nostra autoproduzione in Brasile. All’epoca il Brasile stava attraversando una
crisi economica, la prima fanzine l’abbiamo fatta alle scuole superiori, poi
pubblicammo su un giornale che però poi chiuse. Ma è stata una bella esperienza
vedere le nostre cose pubblicate. Poi ci siamo divisi e abbiamo fatto due
scuole d’arte differenti, e a quell’epoca abbiamo fatto la nostra seconda
autoproduzione.
Abbiamo anche fatto prove su
prove per i supereroi ma non ci siamo riusciti, abbiamo fallito a farci
pubblicare negli Stati Uniti perché noi amiamo raccontare una storia mentre un
supereroe è solo una pin up senza una storia dietro.
Così abbiamo cominciato a fare
storie quotidiane, di quelle che si vedono nei romanzi o nei film ma non nei
fumetti. Era il 1997. All’epoca in Brasile si stava verificando una rivoluzione
nel mercato fumettistico: nelle edicole c’erano tantissimi prodotti su licenza
perché non c’era abbastanza materiale prodotto in Brasile e quindi il mercato interno
si spostò in libreria dove i volumi hanno una vita più lunga, una maggiore
esposizione.
Al contempo andammo in America,
al San Diego Comicon dove volevamo vendere un nostro prodotto ma non ce la
facemmo: almeno avevamo visto che c’era tutto un fumetto esterno ai supereroi.
Due anni dopo, nel 1999, portammo il nostro volume tradotto e da lì cominciò
veramente la nostra carriera.
Le nostre storie sono ambientate
in Brasile perché è quello che conosciamo, e questa onestà è quello che ci ha
fatto apprezzare in tutto il mondo.
Domanda obbligata: cosa pensate della serie tv tratta da Umbrella Academy?
Con tutte le serie televisive che
vengono prodotte oggigiorno ce ne sono un sacco di brutte. Umbrella Academy invece è fatta molto bene, abbiamo delle ottime
persone che lavorano con noi, tutti gli aspetti sono molto curati. Anche gli
effetti speciali, che sono tanto migliori quanto non ti accorgi che ci sono.
sabato 23 novembre 2019
Comics&Science: The Leonardo Issue
Quest’anno mi sono dimenticato di
prendere il nuovo numero di Comics&Science… ma posso comunque recuperare ordinandolo dall’Anteprima, spero. Invece per fortuna ho potuto mettere le mani su
questo bello specialino che veniva dato in omaggio (insieme a un paio di
segnalibri e a una cartolina in tema con l’uscita di quest’anno) alla
conferenza di presentazione.
Commissionato dalla Centrale
dell’Acqua di Milano, il fumetto Le cose
portate dall’acqua di Giovanni Eccher e Giuseppe Palumbo vede Leonardo da
Vinci nel ruolo di consulente per le indagini su un omicidio in cui il cadavere
è stato ritrovato appunto grazie allo scorrere dell’acqua.
La storia si muove rapida e
coinvolgente come un giallo procedurale storico, con del fisiologico infodump che però non pesa sulla
credibilità e la fluidità dei dialoghi, spesso infarciti di citazioni dirette
di Leonardo opportunamente adattate. Palumbo disegna e colora da par suo realizzando
delle tavole bellissime e molto evocative.
Oltre alla consueta intervista di
prassi agli autori del fumetto, i redazionali contemplano un sunto di “Leonardo
500” (la
serie di iniziative milanesi per celebrare Leonardo da Vinci, redatto
dall’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo Del Corno), una storia
del rapporto di Milano con l’acqua a cura di Stefano Polesello e un’intervista
di Francesco Memo a Claudio Salsi in merito alla permanenza milanese di
Leonardo.
Il fascicolo è spillato e meno
corposo degli altri volumetti della serie (e vorrei ben vedere, se viene
distribuito gratuitamente) e nel complesso è un ottimo prodotto sia dal punto
di vista divulgativo che fumettistico.
giovedì 21 novembre 2019
Anser 2: Gli Immobilisti e Un Becchino da Bambino a Torino
Seconda ricognizione sugli
acquisti Q Press di Lucca.
Il secondo episodio di Anser
vede la famigliola composta da padre, nonno e figlio gallinacci arrivare nei
pressi di un presidio di tacchini. Il Gymus modificato ha reso questi volatili
antropomorfi dei burocrati estremi, cosa che ha portato la loro società a una
stagnazione sonnolenta. Uno solo resiste a questo destino e spiega ad Hans i
retroscena della storia. Il secondo episodio di Anser inizia come una satira di costume, sfocia nella commedia ma
diventa presto un dramma kafkiano per poi concludersi in un finale esplosivo
con un’amara chiusura sarcastica. Le speranze di poter vedere un giorno il
seguito (Anser 2 è uscito nel 2014)
non sono poi così disperate: tra l’uscita del primo e del secondo sono
trascorsi sei anni. Sei anni in cui Armin Barducci è maturato tantissimo e ha
sviluppato uno stile più morbido e modulato (quindi più espressivo) che ben si
adatta a questa storia. E poi un terzo episodio, Leucò e i Cigni, è già in programma.
Un Becchino da Bambino a Torino è un prodotto meno canonico, quasi
un libro d’arte o comunque un esperimento editoriale non nuovo alle corde di
Giuseppe Peruzzo (vedi Partigiano di me
stesso e il recente Sfumature,
che non c’entrano niente con il Becchino
ma testimoniano l’eclettismo dell’autore/editore). Un po’ filastrocca e un po’
apologo, Bruno Munari ne sarebbe stato orgoglioso: stampato su carta
martellata, per godere del libro bisogna toccarlo, ruotarlo, avvicinarci lo
sguardo, lasciarsi trasportare dagli accostamenti di colore… Delizioso, anche
se temo che non conoscendo il poeta Nino Costa di cui viene citata una poesia non
abbia potuto godermelo al 100%.
domenica 17 novembre 2019
Apocalisse
A giudicare dalle prime pagine,
il titolo Apocalisse potrebbe essere
stato scelto come testimonianza della rassegnazione verso quello che il ricorso
al computer ha fatto al fumetto. A pagina 15 un errore di formattazione (o
quello che diavolo è) ha fatto debordare dalla sua didascalia un testo dal
carattere troppo grande, a pagina 17 il… boh, word processor?... ha scambiato
una virgola per un punto rendendo poco chiaro il testo, che di suo è oscuro ma
immagino non sgrammaticato. Per fortuna questi intoppi si concentrano solo
nelle primissime pagine del fumetto e comunque l’arte di Corrado Roi non ne
viene minimamente intaccata. Cioè, una volta che si fa l’occhio al lettering e
agli effettini aerografati di alcuni balloon.
Il fumetto, più racconto
illustrato che fumetto, è la trasposizione dell’opera omonima di Giovanni, che
potrebbe essere l’evangelista come un altro autore. Alfredo Castelli lascia
trasparire sia nell’introduzione che nell’appendice (entrambe molto ricche e
interessanti) quanto sia stato difficile adattare a fumetti un testo così
delirante, simbolico e ripetitivo, tanto da necessitare (come detto nell’incipit
che rimanda al testo originale) di tagliare e modificare qualcosa. Non che
importi molto, tutto sommato: questa Apocalisse
l’avrei presa principalmente per i disegni di Corrado Roi, che si annunciavano
splendidi. E splendidi lo sono davvero, anche oltre le aspettative. Il lavoro
di Roi è evocativo ed elaboratissimo, ma anche espressivo e persino più
narrativo del testo che illustra. Ma descriverlo è superfluo, va gustato in
prima persona. Segnalo solo la
particolare scelta di Roi di ricorrere a certi simboli essenziali. Quando si
parla di abiti, ad esempio, compaiono delle t-shirt stilizzate, così come le
stelle, che ricorrono molto spesso nell’Apocalisse,
sono rappresentate con la comune forma schematica a cinque punte, anche quando
sono calate in contesti realistici.
Dal punto di vista del testo, la
fedeltà è stata in realtà forse eccessiva, con tanto di ripetizioni nell’ultima
parte – sempre che il computer non c’abbia messo lo zampino pure lì. Come trip è un po’ pesantino, anche perché
inevitabilmente non può esserci corrispondenza tra i disegni e un testo che
parla di mostri con sette teste e dieci corna, impossibili da disegnare sulla base
di questa descrizione che sfida la logica. Nell’appendice Castelli paragona
appunto il lavoro di Giovanni a quello di Lovecraft. C’è quindi un’inevitabile
scollatura tra parte testuale e parte grafica, non potendo quest’ultima
assecondare degli elementi che per loro natura non possono avere una forma
definita. Roi ha provveduto non tanto a rendere in immagini certi passaggi
quanto a evocarne l’atmosfera, anche con il ricorso alle figure stilizzate che
ricordavo sopra. Sicuramente va riconosciuto a Castelli il merito di aver
tentato di movimentare un po’ la “narrazione” con degli inserti in cui Isaac
Newton, Aleister Crowley e Jorge Luis Borges (ognuno con l’assist di un altro
personaggio più o meno eccellente) parlano della loro esperienza con l’Apocalisse. Anche questo espediente,
però, finisce per sottolineare la scarsa forza narrativa di un testo che
nasceva con lo spirito del pamphlet e
non del racconto. Rassegnato davanti a questa constatazione, arrivo all’ultima
tavola, proprio dove Apocalisse è
diventato un vero fumetto, pensando che tutto sommato ho goduto degli splendidi
disegni di Roi, ancora più belli di quanto preventivato. E in definitiva era
proprio quello che volevo. Ed è lì, a metà dell’ultima tavola, che Castelli stupisce
con un colpo di scena geniale, assolutamente inaspettato e perfettamente congruente
con l’epoca e l’ambientazione della cornice. Un tocco di classe che ha riscattato
tutte le pesanti pagine precedenti e ha proiettato l’opera in un contesto inaspettato.
L’appendice l’ho letta con un sorriso sulle labbra.
Sine Requie Anno XIII: Decussis Sanguinis
Nuovo manuale dedicato al filone
delle società segrete del mondo di Sine Requie. Ma dopo aver già affrontato le
tre ambientazione di base, Cortini e Moretti non si sono spinti nelle Terre
Perdute, men che meno nel Regno di Osiride o negli Stati Uniti, ma sono tornati
a parlare del Sanctum Imperium. Stavolta sotto i riflettori ci sono i Decussis
Sanguinis, un gruppo a metà strada tra esoterismo e malavita che offre i
servigi dei suoi sicari sovrannaturali, noto infatti anche come “Cosca del Re
Nero”.
La caratteristica principale di
questa società segreta, oltre al suo pittoresco capo non-morto, è l’utilizzo
della terminologia scacchistica per determinare il rango e il ruolo dei suoi
appartenenti: i pezzi bianchi e neri non sono in conflitto fra di loro ma semplicemente
i primi sono reclutati per le loro doti comunicative e sono inseriti nella
società fornendo una facciata credibile alla setta, mentre i secondi lavorano
nell’ombra.
Dopo una ricognizione sulla
struttura e la diffusione dei Decussis Sanguinis (con tanto di regole per
interpretare un personaggio della setta) si parla di un nuovo tipo di
Scannatrici, le Tenebrifere, e viene offerta una rapida panoramica sui nemici
della setta, cioè quei pochi che sono venuti più o meno a conoscenza della sua
esistenza. In appendice viene ospitata una lunga avventura che all’occorrenza
può anche essere utilizzata come atlante per la nuova città di Novara.
Questo manuale è però come al
solito anche un ulteriore tassello in quell’enorme romanzo in continua
evoluzione che è il mondo di Sine Requie. Nello specifico, viene sviluppato il
rapporto tra il Re Nero Duccia Malaspina e la Regina Bianca Caterina, con un
esito piuttosto inaspettato – io almeno non avrei pensato che sarebbe finita
così, anche se le illustrazioni a inizio e fine del volume sono molto
rivelatrici.
Chi volesse avere qualche indizio
aggiuntivo sui motivi del Risveglio rimarrà deluso: vengono semplicemente
riproposte certe immagini e suggestioni che già si sono viste negli ultimi
manuali, a cominciare da quel Braccamorte
che diede origine alla serie sulle sette segrete. La parte su Susanna
Bentivoglio cita ancora una volta «l’erba [che] non è erba» e le altre bizzarrie,
e poco altro viene aggiunto altrove: anche nelle parti sulla Tenebrifera 100 e su
“Charlotte” vengono riproposti elementi già intravisti altrove, ma stavolta con
una certa attenzione alla croce rossa che si troverebbe sopra una torre nel
mondo “oltre la Soglia”, simbolo dei Decussis Sanguinis.
Non mancano i refusi, talvolta
tanto più insidiosi quanto non rilevabili dal correttore automatico in quanto
parole di senso compiuto: proprio per questo motivo può sorgere un po’ di
confusione nel lettore che legge «secco» invece di «secchio» a pagina 57 e che
a pagina 62 si vede citare delle «regine» che in realtà sono la «regione»
Sicilia. Stessa cosa per i requisiti della professione del Cavallo Bianco copiaincollati
da quelli per il Pedone Bianco: è un errore o effettivamente sono gli stessi?
C’è poi un errore, ammesso che lo
sia, piuttosto madornale: dalla descrizione di Italia Dalla Valle si
evince(rebbe) che siamo nel 1965, avendo lei 19 anni ed essendo nata nel 1946
(la sua descrizione dice esplicitamente dopo il Risveglio, che è avvenuto nel
1944). Però nella parte dedicata a Don Raffaè viene detto che lui ha 79 anni ed
è nato nel 1878, quindi torniamo alla timeline
canonica e siamo ancora, almeno nella sua parte, nell’anno XIII, ovvero il
1957. Non ho dubbi sul fatto che gli autori sappiano far di conto: vuoi vedere
che a nostra insaputa stanno portando avanti più linee temporali negli stessi
manuali?
Al di là di questi errorini e
degli scarsissimi indizi sulle origini del Risveglio, Decussis Sanguinis si segnala anche per dei testi narrativi d’accompagnamento
secondo me a volte superflui. Tutto sommato che bisogno c’è di sentirsi
descrivere da un testimone oculare le abilità di una Scannatrice che abbiamo
già letto nella sua descrizione? Ma tra i tanti testi ce n’è anche uno in cui
ci viene vagamente svelata la condizione attuale di Carlitos, oltretutto con
qualche riferimento (se ho ben interpretato quella parte) ai tre arcangeli che
si aggirerebbero per le Terre Perdute.
Cortini e Moretti sono più che
giustificati nel presentarsi con un volume così “rilassato” essendo oberati di
lavoro con Serpentarium che proprio a Lucca ha presentato un nuovo gioco di
ruolo, L’Ultima Bomba, come se non
bastassero i già tanti che devono curare.
Decussis Sanguinis non è affatto male,
ma io l’avrei visto come manuale da PlayModena, con tutto il rispetto per
quella magnifica fiera,
mentre a Lucca mi sarebbe piaciuto prendere qualcosa di più corposo come un
nuovo atlante geografico.
Come nel caso di Gladiatori,
anche questo volume viene venduto con una scheda promo allegata, a sostituzione
della dédicace di un illustratore, ma
dal paraculo che sono mi sono fatto fare comunque un disegnetto da Leonardo
Moretti.
Rimane purtroppo il dubbio, anzi
la certezza, che tra quarantanove anni starò ancora qui a lamentarmi del fatto
che gli autori non abbiano ancora spiegato cosa diede origine al Risveglio e
cosa si trova “oltre la Soglia”.
sabato 16 novembre 2019
Intervista a Mirka Andolfo
Contronatura è stato un bel successo anche in U.S.A. se non
sbaglio.
Sì, non so quante ristampe e quante variant cover hanno
fatto finora!
C’è un po’ di mistero
sul tuo nuovo progetto…
Non posso anticipare troppo, non
vorrei fare spoiler… Posso dirti che il titolo, Mercy, non è il nome della protagonista, che è Lady Hellaine ed è
un personaggio che ho in mente da tempo, è già tantissimo tempo che la
disegnavo anche se ha subìto molte modifiche nel corso degli anni: per un certo
periodo ad esempio la disegnavo con le orecchie a punta.
A questo si unisce anche la mia passione per l’horror.
A vedere le anteprime
sembra che questo fumetto sarà ambientato nel passato.
Mi piace molto questa
ambientazione! Adoro Penny Dreadful,
l’epoca Vittoriana è un periodo che amo. Proprio a livello visivo: gli abiti,
le architetture…
Tu lavori per vari editori internazionali ma questo sarà il tuo primo
(o uno dei pochi) fumetto personale in cui non ci sono animali protagonisti.
Sì, è stata una bella sfida! Però
all’interno della storia c’è un animaletto che ha un ruolo importante. Ma
ancora una volta non voglio spoilerare nulla.
Mi pare di capire che
Mercy sarà un volume singolo.
No, sarà una trilogia proprio
come Contronatura. Non so perché ma
quella dei tre volumi è la dimensione in cui mi trovo meglio!
Il secondo volume arriverà
prestissimo, la Panini lo annuncerà a breve forse già nel corso di Lucca ma
adesso [l’intervista è stata raccolta il 29 ottobre, ndr] è ancora presto per
parlarne.
venerdì 15 novembre 2019
Intervista a Jeff Grubb
Lei è veramente un autore di lungo corso, se non ricordo male
pubblicava su Dragon (all’epoca forse
ancora The Dragon) sin dai primi anni
’80, e fece parte del pool di autori chiamati a realizzare Dragonlance nel 1982 – poi uscito nel 1984. Come è cambiato il
mondo dei giochi di ruolo in tutti questi anni?
Spesso si dice, a ragione, che i
giochi di ruolo siano facilissimi da giocare mentre è difficile spiegare di
cosa si tratta a chi non lo sa già. Adesso è più facile imparare a giocare, ad
esempio con i tutorial su Youtube.
Dragonlance fu un lavoro
collettivo organizzato a tavolino dalla TSR a partire da alcune idee di Tracy
Hickman, che aveva notato come in Dungeons
& Dragons c’erano un sacco di dungeon ma ben pochi draghi. Mentre per Forgotten Realms lavorò fianco a fianco
con Ed Greenwood che aveva ideato l’ambientazione ancora negli anni ’70, come è
stato lavorare a quei progetti?
Di Dragonlance io fui il terzo designer coinvolto, quindi feci parte
dello staff sin dall’inizio. Gli dèi di Krynn (Takhisis, Paladine, ecc.) sono
farina del mio sacco, perché provenivano dalla campagna che giocavo all’epoca. Io
sono un ingegnere civile e questo si riflette in un altro aspetto di Dragonlance che ho introdotto io, cioè i
Tinker Gnomes, quegli gnomi che fanno delle invenzioni apparentemente geniali
che però non funzionano quasi mai.
Per Forgotten Realms aiutavo il suo ideatore Ed Greenwood, un
bibliotecario canadese che aveva ideato quell’ambientazione. All’epoca non
c’erano internet e le mail, e non usavamo molto nemmeno i fax, ricordo che Ed
mi spediva un sacco di materiale incellofanato e imbustato in strati e strati
di pesantissima carta canadese, c’erano pagine e pagine di dattiloscritti e
mappe disegnate a mano…
Fra cui immagino ci fossero quelle delle città in cui i “brothels”
venivano convertiti dalla TSR in “festhalls”.
Esatto [ride, ndr]. Io dei Forgotten Realms sono stato un po’ una
sorta di vigile che dirige il traffico: quella linea di prodotti aveva un sacco
di diramazioni e collaboratori e io coordinavo i vari team che lavoravano alle
varie zone geografiche.
Tra le tante opere che ha realizzato di quali è più orgoglioso, quali
sono i progetti a cui ha collaborato con maggior interesse o che le hanno dato
maggior soddisfazione?
Sicuramente i miei libri, i
romanzi ambientati nei Forgotten Realms che scrivo insieme a mia moglie Karen
Novak. Ma anche Il Manual of the Planes
con l’introduzione della Grubbian Physics [concetto solitamente legato a Spelljammer, ndr], e sono molto
orgoglioso del mio lavoro su Marvel
Superheroes: parliamo della prima licenza che la Marvel abbia mai dato per
produrre qualcosa al di fuori della casa madre. Ho un grande ricordo anche di Al-Qadim, per cui facemmo delle lunghe e
interessantissime ricerche sulle Mille e Una Notte e la cultura araba. Poi Spelljammer e tutte le sue stranezze, e
tra le cose recenti The Expanse, a
riprova che i giovani che giocavano sono cresciuti e adesso sono diventati
autori, e mi inorgoglisce vedere che usano meccaniche che avevo ideato io.
Mi sembra che lei sia sempre rimasto fedele alla TSR e alle sue varie
incarnazioni, mentre molti altri designer hanno tentato la strada
dell’autoproduzione o di diventare editori in prima persona.
Sì, per tutta la vita sono stato
un “corporate creator” [designer interno a una casa editrice e non freelance,
ndr]. Certo, non beneficio dei diritti d’autore (se non sui miei romanzi) ma ho
la copertura sanitaria con una grossa compagnia, il che in America è molto
importante.
Secondo me il suo marchio di fabbrica è una certa ironia sottotesto, o
comunque una grande colloquialità nello scrivere sia avventure che manuali.
Ricordo ad esempio che in Spelljammer i
“terrestri” e i navigatori dello spazio difficilmente si capiscono perché «they
lack a common ground», mentre nell’avventura per Ravenloft Neither Man nor Beast c’erano delle strizzatine d’occhio (molto
utili peraltro) al master. Questo stile un po’ umoristico le ha mai dato
problemi a farsi accettare del materiale in TSR?
Quando facevo i moduli li facevo
come se mi trovassi al bar e spiegassi agli altri come si gioca: per questo c’è
una grande colloquialità. Per questo l’interpellazione diretta e le strizzatine
d’occhio ci sono anche in Neither Man Nor
Beast. Steve Winter, editor di molti prodotti della TSR e master della
campagna in cui giocavo, capiva perfettamente questo spirito e me lo lasciava
fare.
Passando a cose più recenti, cosa può dirci in merito alle sue nuove
mansioni di manager per Amazon Studios?
È ancora tutto in divenire, ci
sono parecchie persone coinvolte, non posso dire nulla… preparatevi a grandi
cose, comunque.
Domanda stupida: qual è la sua classe di personaggio preferita?
Il guerriero. Mi piace fare un
personaggio forte e che sia di aiuto al gruppo. Siccome sono anche un po’
brontolone, faccio spesso il nano. Nella campagna di Steve Winter che stiamo
facendo adesso ho anche fatto un guerriero mezzorco e uno draconico.
giovedì 14 novembre 2019
Il mangione
Il mangione si inserisce nel filone nato parecchi anni fa in
Francia del connubio tra uno scrittore di successo e un disegnatore di fumetti
altrettanto importante nel suo ambito. Da quello che ho letto finora, mi pare
che Tonino Benacquista sia quello che meglio di altri ha saputo adattarsi alla
transizione da un linguaggio all’altro. Di solito (Pennac con Tardi, Charyn con
Frezzato e all’inizio con Boucq, Klotz/Cauvin con Cabanes) lo scrittore si
abbandona a situazioni eccessive e a personaggi sopra le righe (“ehi, è un
fumetto!”) oppure (Charyn con Loustal) non capisce che si tratta di un fumetto
e realizza un racconto illustrato. In tutti gli esempi riportati la mira
sarebbe stata corretta nei lavori successivi (Pennac con la Cestac, le ultime
ottime produzioni Charyn-Boucq) ma Benacquista azzecca lo spirito giusto al
primo colpo, sin dall’inizio della storia. Le tavole 3 e 4 da Il mangione, ad esempio, sono
interamente mute.
Il protagonista di questo fumetto
è un ispettore di polizia obeso con un discreto caratteraccio, a cui il medico
ha predetto un anno o al massimo due di vita se non si deciderà a moderarsi nel
mangiare. Richard Selena è però estremamente competente e il ritrovamento di un
indizio del tutto sfuggito ai suoi sottoposti gli permette di trovare una plausibile
pista da percorrere in un intricato caso di omicidio. Ma Selena non usa la sua
intuizione per risolvere il caso quanto per costringere la sospettata a cenare
con lui ogni sera dalle 21 alle 23. Un rito apparentemente insensato che funge
da percorso di guarigione, anzi di redenzione, per l’ispettore. Rivelare di più
sarebbe criminale, e forse ho già detto troppo. Certo, la soluzione del filone
principale d’indagine si risolve molto presto, ma il vero snodo della vicenda
(umana) è un altro. Un noir coinvolgente
con risvolti psicologici originali e molto ben strutturato, in cui tout se tient, anche se il lettore dovrà
fare un po’ di attenzione ad alcune sequenze, che per quanto apparentemente
satellitari non sono affatto messe lì a caso.
Le tavole sono state ridotte[1] per
adattarle al formato standard Q Press e sono state stampate in bianco e nero. E
nemmeno stampate benissimo, ma chi se ne frega: ai disegni c’è Jacques
Ferrandez. Ottimo acquarellista, egli stesso si rende conto della povertà delle
sue tavole a fumetti e in almeno un’intervista (così a memoria BoDoï 42) ha dichiarato di voler cercare
un metodo per renderle più accattivanti. In effetti non mi capacito del
successo che evidentemente ha avuto in Francia e Belgio con il suo tratto
scarno e monocorde, le sue fisionomie che ogni tanto cambiano di vignetta in
vignetta, le sue inquadrature fisse e poco fantasiose e una tecnica di
colorazione dei volti che si limita a due standard senza variazioni di nota.
Ma qui almeno abbiamo un’ottima
storia, avvincente e originale e narrata con un ritmo perfetto.
[1] Una
scuola di pensiero sostiene che ogni tavola stampata sia una riduzione
dell’originale, ma è chiaro che i fumettisti lavorano pensando al formato di
stampa in cui comparirà il loro lavoro.
mercoledì 13 novembre 2019
Intervista ad Alex Alice
Domanda obbligata: partiamo da quelle che sono state le sue influenze.
A me sembra di vedere parecchio fumetto americano in alcuni suoi lavori, almeno
agli inizi.
Sì, i comics mi hanno influenzato, ma come primi fumetti su cui mi sono
formato ci sono i Disney italiani, oltre ovviamente i classici franco-belgi
come Tintin, Asterix, ecc.
Quando avevo 15 anni ci fu però
una rivoluzione: uscirono Watchmen,
il Batman di Frank Miller e Akira. Fu un grande choc estetico.
Qual è il suo rapporto con gli sceneggiatori?
Il Castello delle Stelle l’ho fatto da solo, l’ho scritto e
disegnato interamente io. Sono stato fortunato a esordire con Xavier Dorison
che era molto organizzato e mi ha un po’ insegnato il mestiere. Tieni presente
che Il Terzo Testamento lo abbiamo
cosceneggiato insieme, è stata un’esperienza importante per capire come
appropriarsi dei tempi della narrazione e come creare il giusto ritmo. Oggi
farei molta fatica a disegnare senza dominare il ritmo. È stato importante per
me avere qualcun altro con cui discutere degli aspetti della storia e del
disegno, quando lavoro da solo mi manca un partner con cui confrontarmi.
A proposito di sceneggiatori, Il Castello delle Stelle avrà uno spin-off
che si occuperà di Venere. Ci saranno una nuova epoca, una nuova ambientazione
e… anche un nuovo sceneggiatore: Alain Ayroles[1].
Uso tecniche standard, disegno
sulla carta e coloro con gli acquerelli. Secondo me per fare un libro di carta
bisogna disegnare su carta. Il computer può tornare utile per la documentazione
e la progettazione di alcuni particolari come il pianeta Marte e i veicoli
spaziali e gli edifici del Castello delle
Stelle. Nell’800 ci fu l’equivoco dei canali di Marte che diede origine alla leggenda dei marziani.
Grazie al computer io ho potuto prendere delle illustrazioni d’epoca di quella
che si credeva essere la geografia di Marte coi suoi “canali” e l’ho
sovrapposta a quella corretta che conosciamo oggi e ne ho fatto un modello 3D
che ho utilizzato in fase di disegno.
Il fumetto ti permette di fare
tanto, dare tante emozioni con pochi mezzi. I fumettisti “barano”, hanno la
vita facile perché non essendoci il suono né il movimento l’immaginazione ce la
mette il lettore.
Certo che c’è un bello stacco tra il realismo e il dramma de Il Terzo Testamento e del suo spin-off Julius e Il Castello delle Stelle.
Il motivo è che io ho voluto
realizzare un fumetto per ragazzi: nel 2009 sono stato al New York Comicon e ho
visto che non c’erano bambini ma cosplayer trentenni obesi (di cui faccio parte
anch’io, beninteso!), nonostante i supereroi siano indirizzati a un pubblico
giovane. Mi sono reso conto che anche in Francia c’era questo rischio, perché
all’epoca uscivano quasi solo albi raffinatissimi e costosi, che non potevano
attirare un pubblico giovane. In America si sono “salvati” grazie ai film
tratti dai supereroi che hanno portato molti lettori giovani, io ho modificato
il progetto originario del Castello delle
Stelle, senza banalizzarlo, per avvicinare lettori. In Francia il settore
dei fumetti per ragazzi languiva: gli editori mi dicevano “Non c’è pubblico!” ma
io rispondevo “Sì che c’è!”.
Sì, la mia ispirazione è Jules
Verne: intendevo proprio la grande avventura per ragazzi. E con lo steampunk è
più facile da fare.
Una domanda tecnica: lei ha detto di usare gli acquerelli per colorare
le tavole, ma lo fa en couleur directe,
direttamente sulle tavole originali, oppure come si usava una volta colora
delle fotocopie su carta speciale?
Couleur directe, come un vero uomo! Eh, già, perché così non si può
sbagliare… Ma confesso che se mi capita di rovinare una vignetta o un
particolare non rifaccio tutta la tavola: mi limito a rifare quella vignetta e
poi la metto nella tavola.
[1] Sceneggiatore tra gli
altri di Garulfo, De Cape et de Crocs e del volume Nelle Indie perigliose presentato da
Rizzoli Lizard proprio in occasione di Lucca 2019.
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martedì 12 novembre 2019
Ale & Cucca 7 e 8
Dopo il vertiginoso cliffhanger con cui si era concluso il numero 5 (il 6 era una raccolta di flashback)
finalmente si riannodano i fili della saga. L’insano gesto di Ale ha
ripercussioni sulle vite di tutti i personaggi che costituiscono questo mosaico
sulla gioventù contemporanea, alcune situazioni torneranno apparentemente al
punto di partenza mentre si svilupperanno rapporti inediti e matureranno (forse)
amicizie impensabili. Il flashforward
del capitolo 30 sviluppa certi elementi della vita di Ale e soprattutto ci
permette di collocare temporalmente la storia.
Elisabetta Cifone è molto abile a
far montare la tensione e a far appassionare il lettore. Come al solito i suoi
protagonisti si esprimono con un misto di slang giovanile e frasi che sembrano
prese da libri stampati, ma questa ormai è la sua cifra stilistica. E tutto
sommato questo vezzo fa capire come abbia studiato la materia, sperando per lei
che non abbia sperimentato in prima persona queste situazioni! Data l’aria
pesante che aleggia su questi numeri non c’è lo spazio per siparietti
umoristici, che effettivamente sarebbero sembrati fuori luogo.
Purtroppo il ritmo è quello dei
manga, quindi ci sono parecchie divagazioni e l’approfondimento psicologico dei
personaggi toglie spazio all’evoluzione della trama, ma Ale & Cucca è così: prendere o lasciare. Anche se ogni volta si
resta con la voglia di sapere come andrà a finire la storia.
lunedì 11 novembre 2019
Storie da dimenticare
Il titolo di questo volume è
ingannevole. Io, almeno, gli avevo attribuito tutt’altro senso: invece non si
tratta di un eccesso di modestia da parte di Vittorio Giardino (o meglio di
pudore nei confronti delle sue prime prove), ma del nome che aveva in origine
la serie di fumetti brevi qui raccolti: storie “da dimenticare” in quanto
testimonianze della barbarie umana, con al centro, cito testualmente
dall’introduzione dello stesso autore, «il progetto […] di esplorare la Storia
dell’Umanità dalle Origini ai Giorni Nostri attraverso il racconto dei
Genocidi».
Seguendo quindi un criterio
cronologico, sfilano le crudeltà che i Cartaginesi inflissero a una popolazione
africana (Da territori sconosciuti),
il risultato che la Pax Romana ebbe
sulla popolazione dei Daci, l’incontro assai infelice di una nave di Mori con
una di Crociati (Ritorno felice), la
repressione degli ebrei testimoniata da Paolo Uccello (La predella di Urbino), la calcolata violenza dei Conquistadores (Encomiendero), il valore che la
Compagnia delle Indie attribuiva agli schiavi neri (Un cattivo affare) e infine la vergognosa sorte dei nativi
americani (Al circo). Quest’ultima
storia è rimasta inedita per tutti questi anni, almeno in Italia, visto che il
supplemento a fumetti de La Città Futura
in cui sarebbe dovuta comparire era stato chiuso prima che potesse vedere la
luce. Come ricorda lo stesso Giardino nell’interessante introduzione, proprio
le dimensioni di quel supplemento (di sole 16 pagine) furono alla base delle
dimensioni di questi fumetti, tra le 3 e le 5 tavole.
Il volume (brossurato con alette)
è stampato su carta povera, forse per rievocare la pubblicazione originaria
delle storie. La qualità di stampa è perfetta, tanto che le “croste” di nero
compatto risaltano lucide come se fossero stampate su patinata.
Nell’introduzione Giardino lamenta il mancato reperimento delle tavole
originali di Un cattivo affare,
scusandosi indirettamente per la loro resa. Giustificazioni preventive
(chiaramente l’introduzione è stata scritta prima dell’uscita del volume)
assolutamente immotivate, perché la qualità della riproduzione di quella storia
è perfetta. Tutt’al più sono le altre storie ad essere stampate troppo bene, per quanto paradossale
possa sembrare: in Ritorno felice si
intravede parte della balaustra sotto il balloon della seconda vignetta, mentre
il titolo di Encomiendero è
palesemente una pecetta per coprire quello sottostante. Nulla di fastidioso
(anzi, sono dei piacevoli dietro le quinte) ma è chiaro che si tratta di
elementi che non erano pensati per figurare in stampa. Resto però con la
curiosità di sapere cos’erano quei simboli in basso a destra che si intravedono
sotto le tavole, solo parzialmente visibili. Indicazioni per la prima
pubblicazione? Rimasugli di firme di Giardino?
Il volume costa 18 euro (ma Mauro
Paganelli allo stand me lo ha fatto a 15) per un totale di 56 pagine di cui
solo 30 a
fumetti. Chiaramente la spinta principale all’acquisto è vedere qualcosa di
inedito di Giardino, ma vista la qualità dei fumetti posso suggerire di
acquistarlo a prescindere dalla notorietà dell’autore.
domenica 10 novembre 2019
Serpentarium Nerdzine #1
Quasi emozionante questa raccolta
di avventure per i giochi di ruolo targati Serpentarium, che riporta alla
memoria i tempi gloriosi di Rune, Exc e di E. L. Avventura. Il fascicolo di 48 pagine su carta patinata è
interamente realizzato dagli autori di Sine
Requie, L’Ultima Torcia, ecc.
ovvero Leonardo Moretti e Matteo Cortini a cui si è aggiunto in tempi recenti Fabio
Passamonti. Ognuna delle sei avventure viene presentata con una grafica
personalizzata che immagino (non avendo tutti i giochi di ruolo in oggetto) rifletta
quella dei giochi per cui è ideata. Chiaramente l’occasione è servita anche da
viatico per pubblicizzare l’ultimo nato, il postatomico (ma ci sono pure gli
elfi!) L’Ultima Bomba uscito proprio
in occasione di Lucca.
Anche se apparentemente le avventure
non sono troppo complesse (dovendo presentare anche delle illustrazioni e delle
mappe a tutta pagina lo spazio per il testo non è tanto) la loro struttura più
narrativa che esplorativa dovrebbe permettere delle sessioni molto lunghe.
Inoltre anche chi non segue i prodotti Serpentarium potrà avere qualche ragione
per acquistare Serpentarium Nerdzine,
visto che le mappe e gli spunti possono venire riciclati in altri ambiti. Tra
tutte, l’avventura per Anime e Sangue
si segnala per originalità e follia. Ma anche quella per Alba di Cthulhu è decisamente particolare.
A integrare le avventure, oltre
ai redazionali di prammatica, ci sono la testimonianza di un organizzatore di
eventi live per Sine Requie e due
interviste a illustratori che collaborano ai prodotti Serpentarium: Alberto
Bontempi e Matteo Spirito.
Non viene indicata una
periodicità per la testata, che a questa prima uscita costa 9,95 €, ma immagino
che uscirà (sperando che esca ancora) in occasione delle principali fiere di
settore, cioè a Lucca e a Modena. L’impressione è che la Nerdzine sia stata confezionata con l’entusiasmo di una fanzine, ma
coi mezzi di una grossa casa editrice. Gli unici difetti che ho riscontrato in
questo primo numero, fatti salvi alcuni refusi fisiologici, sono il carattere
utilizzato per i redazionali (quello inelegante che imita una macchina per
scrivere) e una copertina più adatta a un catalogo che a una rivista. Anche
migliorare la carta della copertina (il fascicolo è un autocopertinato) non
sarebbe una cattiva idea.
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