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martedì 3 dicembre 2019

Stirpe di Pesce: Abissi e il numero 4

Ultima tornata di recensioni del materiale acquistato a Lucca. Finiamo in bellezza.
A sorpresa allo stand della Spianelli ho trovato Abissi, un albo fuori serie di cui ignoravo l’esistenza, uscito a marzo 2019 sicuramente in occasione di qualche fiera. Di foliazione e costo proporzionatamente inferiori rispetto al resto della saga (34 pagine a 6 euro), è una parabola sulla diversità e l’integrazione, ovviamente sempre calata nel contesto di sirene e tritoni. Invece che dai colori, le tavole sono arricchite da suggestive sfumature di grigio.
Il volume comprende anche un racconto illustrato, impostato come un fumetto ma è un racconto illustrato, di Simone Delladio: molto suggestivo e soprattutto disegnato splendidamente come se si trattasse di una serie di incisioni.
In appendice il racconto Nessun Animale di Leonardo Moretti, uno degli autori di Sine Requie: pur nella drammaticità della situazione evocata mi sembra che sia riuscito a infilarci dei begli spunti umoristici. La copertina di Abissi è opera di Davide Gianfelice.
Il quarto numero di Stirpe di Pesce era presente con due cover diverse: una regular e una variant realizzata da Tony Sandoval venduta a un prezzo un po’ maggiorato (10 euro contro i canonici 8). Bellissima, certo, ma io ho preferito quella psichedelica della Spianelli anche per dare continuità alla collezione. E poi l’illustrazione della variant è riprodotta anche in fondo alla versione regolare.
Questo quarto volume contiene tre nuovi capitoli in cui i nodi cominciano a sciogliersi. Ritroviamo più di un personaggio che apparentemente si era perso per strada, e la Spianelli stavolta unisce al suo afflato lirico un bel po’ d’azione: l’aspettativa per sapere come si concluderà la saga è stata montata con efficacia. In queste 62 pagine (lo so che è impossibile che un albo brossurato non conti un numero di pagine divisibile per 16, eppure è così! Anche Abissi ha proprio 34 pagine) viene anche ospitata una storia “satellitare” di Simone Delladio strettamente legata a quanto letto nei capitoli precedenti, un’occasione per approfondire il mondo di Stirpe di Pesce con nuovi elementi. In appendice c’è poi un racconto in prosa sul tema del pacifismo scritto da Mauro Muroni, che ha anche realizzato la cover del racconto inchiostrata dalla Spianelli. Molto interessante l’editoriale in cui la Spianelli spiega la genesi del progetto.
I colori degli episodi di Stirpe di Pesce sono stati realizzati da Daniela Barisone (con il supporto di Irene Villata), almeno fin dove c’è il colore: probabilmente per una scelta stilistica congruente con quanto succede nella storia, da pagina 39 la storia procede in bianco e nero. Le tinte della Barisone sono forse un po’ livide e a metà del capitolo 11 diventano evanescenti come se si trattasse di un flashback, ma comunque il risultato è suggestivo.
La qualità di stampa mi sembra meno buona che in precedenza, ma sempre su livelli accettabili.

venerdì 29 novembre 2019

Intervista a Laura Spianelli

A differenza di quello che avevi scritto sul tuo blog questo quarto volume di Stirpe di Pesce non sarà l’ultimo.

No, non è l’ultimo: è una delle libertà che mi sono presa e uno dei motivi per cui sono contenta che sia un’autoproduzione. E anche per questo non sono con una casa editrice e questo perché posso permettermi ad esempio di sviluppare un personaggio se ha bisogno di più spazio. In questo quarto volume ritorna Purple, gli altri personaggi la ritrovano, la vedono, però cosa le è successo nel frattempo mentre la serie procedeva con altre avventure? Non potevo risolvere la questione in sole tre o quattro pagine, era importante darle spazio, per cui ho deciso (o meglio si è deciso parlandone con Simone Delladio, con cui ci confrontiamo sempre per Stirpe di Pesce) che questo quarto volume non sarebbe stato l’ultimo. Bisognava darle più spazio, sottolineare la sua importanza. Per cui in questa avventura… ma forse è meglio se non faccio spoiler!

Già, meglio di no! Io il volume l’ho appena preso e devo ancora leggerlo. Se magari puoi dire qualcosa senza anticipare troppo…

Ci provo: diciamo che l’avventura portante ovviamente continua, ma c’è un punto in cui ci sarà una svolta importante che ovviamente non anticipo ma a cui era importante dare più spazio.

Posso chiederti il perché di questa copertina così particolare, diversa dalle altre?

Il quarto volume l’ho fatto uscire in due versioni per Lucca Comics. C’è la versione normale disegnata da me che è quella a cui fai riferimento: è appunto molto anni ’70, con i colori acidi; e poi c’è una variant cover di Tony Sandoval, di cui ne ho fatte solo 250 copie numerate.
Da qui è nata anche l’esigenza di non fare a gara a quale potesse essere più bella con un soggetto che fosse simile: figuriamoci se voglio mettermi in competizione con Sandoval. Per cui sono andata completamente all’opposto creando una copertina acida che fosse acida anche perché è così che me la sentivo, perché quelle sono proprio le mie tonalità: a me piace, è totalmente pazza. E allo stesso tempo si discosta da quella di Sandoval ma è anche diversa da tutte quelle precedenti, un altro motivo per cui è diversa è che raffigura il primo personaggio su una copertina a non essere né un tritone né una sirena, lui è un umano: un “asciutto”, come vengono chiamati nella storia.

250 copie per una tiratura limitata di un progetto indipendentemente non mi sembrano poi così poche.

Posso dire una parolaccia? Noi pisciamo molto in lungo [ride, ndr]. Insomma, diciamo che io guardo molto in lungo, che è uno dei vantaggi che ti danno le autoproduzioni, perché tu con le autoproduzioni inizi proprio dal piccolo per poi cercare di crescere e di far conoscere il prodotto a più lettori possibili. Invece se lavori con una casa editrice è chiaro che loro hanno altre esigenze di stampa, magari ti mandano in stampa anche 4000 volumi (butto lì una cifra) ma a quel punto è esaurito il tuo prodotto.

Non ti seguono più.

No, perché hai avuto il tuo lancio in libreria e poi il prodotto si esaurisce. Io invece quello che voglio, e che spero, è che il prodotto cresca. E per questo continuo a farlo conoscere: e intendo che continuo a promuoverlo sin dal primo volume.

A proposito di questo discorso, tu frequenti molto le fiere dove presenti Stirpe di Pesce. È quindi un buon sistema per promuovere il tuo prodotto?

Sì, è un ottimo sistema per farsi conoscere, ma è anche un sistema per  conoscere il pubblico. L’autoproduzione ti permette anche questo: di avere un contatto diretto con il pubblico con cui puoi parlare alle fiere. Per cui alla fine non sei soltanto un lettore o una lettrice, diventi parte del fumetto. Perché mi vedi e, grazie ai social, mi vedi quando lo creo. Anche quando magari sbaglio e poi cerco di rimediare a un errore. Per cui tutto questo processo creativo, in qualche modo condiviso, fa sì che sia un qualcosa per cui tu non sei più soltanto lettore, ne fai proprio parte.

martedì 26 novembre 2019

Intervista a Gabriel Bà e Fabio Moon

Che tipo di formazione avete avuto?

Siamo andati alla scuola d’arte, ma in Brasile non sono granché. Non ti insegnano a disegnare ma più che altro ti fanno ragionare su quello che vuoi fare. Pensando alle scuole d’arte pensiamo sempre all’Italia.

Il fumetto è arrivato tardi o come nel caso di molti fumettisti avete cominciato a disegnarli sin da giovani?

I fumetti li facevamo fin da bambini, sempre insieme.

Ma in concreto come avete iniziato?

Abbiamo iniziato facendoci la nostra autoproduzione in Brasile. All’epoca il Brasile stava attraversando una crisi economica, la prima fanzine l’abbiamo fatta alle scuole superiori, poi pubblicammo su un giornale che però poi chiuse. Ma è stata una bella esperienza vedere le nostre cose pubblicate. Poi ci siamo divisi e abbiamo fatto due scuole d’arte differenti, e a quell’epoca abbiamo fatto la nostra seconda autoproduzione.
Abbiamo anche fatto prove su prove per i supereroi ma non ci siamo riusciti, abbiamo fallito a farci pubblicare negli Stati Uniti perché noi amiamo raccontare una storia mentre un supereroe è solo una pin up senza una storia dietro.
Così abbiamo cominciato a fare storie quotidiane, di quelle che si vedono nei romanzi o nei film ma non nei fumetti. Era il 1997. All’epoca in Brasile si stava verificando una rivoluzione nel mercato fumettistico: nelle edicole c’erano tantissimi prodotti su licenza perché non c’era abbastanza materiale prodotto in Brasile e quindi il mercato interno si spostò in libreria dove i volumi hanno una vita più lunga, una maggiore esposizione.
Al contempo andammo in America, al San Diego Comicon dove volevamo vendere un nostro prodotto ma non ce la facemmo: almeno avevamo visto che c’era tutto un fumetto esterno ai supereroi. Due anni dopo, nel 1999, portammo il nostro volume tradotto e da lì cominciò veramente la nostra carriera.

Le vostre storie sono accolte bene in U.S.A.?

Le nostre storie sono ambientate in Brasile perché è quello che conosciamo, e questa onestà è quello che ci ha fatto apprezzare in tutto il mondo.

Domanda obbligata: cosa pensate della serie tv tratta da Umbrella Academy?

Con tutte le serie televisive che vengono prodotte oggigiorno ce ne sono un sacco di brutte. Umbrella Academy invece è fatta molto bene, abbiamo delle ottime persone che lavorano con noi, tutti gli aspetti sono molto curati. Anche gli effetti speciali, che sono tanto migliori quanto non ti accorgi che ci sono.

sabato 23 novembre 2019

Comics&Science: The Leonardo Issue

Quest’anno mi sono dimenticato di prendere il nuovo numero di Comics&Science… ma posso comunque recuperare ordinandolo dall’Anteprima, spero. Invece per fortuna ho potuto mettere le mani su questo bello specialino che veniva dato in omaggio (insieme a un paio di segnalibri e a una cartolina in tema con l’uscita di quest’anno) alla conferenza di presentazione.
Commissionato dalla Centrale dell’Acqua di Milano, il fumetto Le cose portate dall’acqua di Giovanni Eccher e Giuseppe Palumbo vede Leonardo da Vinci nel ruolo di consulente per le indagini su un omicidio in cui il cadavere è stato ritrovato appunto grazie allo scorrere dell’acqua.
La storia si muove rapida e coinvolgente come un giallo procedurale storico, con del fisiologico infodump che però non pesa sulla credibilità e la fluidità dei dialoghi, spesso infarciti di citazioni dirette di Leonardo opportunamente adattate. Palumbo disegna e colora da par suo realizzando delle tavole bellissime e molto evocative.
Oltre alla consueta intervista di prassi agli autori del fumetto, i redazionali contemplano un sunto di “Leonardo 500” (la serie di iniziative milanesi per celebrare Leonardo da Vinci, redatto dall’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo Del Corno), una storia del rapporto di Milano con l’acqua a cura di Stefano Polesello e un’intervista di Francesco Memo a Claudio Salsi in merito alla permanenza milanese di Leonardo.
Il fascicolo è spillato e meno corposo degli altri volumetti della serie (e vorrei ben vedere, se viene distribuito gratuitamente) e nel complesso è un ottimo prodotto sia dal punto di vista divulgativo che fumettistico.

giovedì 21 novembre 2019

Anser 2: Gli Immobilisti e Un Becchino da Bambino a Torino

Seconda ricognizione sugli acquisti Q Press di Lucca. Il secondo episodio di Anser vede la famigliola composta da padre, nonno e figlio gallinacci arrivare nei pressi di un presidio di tacchini. Il Gymus modificato ha reso questi volatili antropomorfi dei burocrati estremi, cosa che ha portato la loro società a una stagnazione sonnolenta. Uno solo resiste a questo destino e spiega ad Hans i retroscena della storia. Il secondo episodio di Anser inizia come una satira di costume, sfocia nella commedia ma diventa presto un dramma kafkiano per poi concludersi in un finale esplosivo con un’amara chiusura sarcastica. Le speranze di poter vedere un giorno il seguito (Anser 2 è uscito nel 2014) non sono poi così disperate: tra l’uscita del primo e del secondo sono trascorsi sei anni. Sei anni in cui Armin Barducci è maturato tantissimo e ha sviluppato uno stile più morbido e modulato (quindi più espressivo) che ben si adatta a questa storia. E poi un terzo episodio, Leucò e i Cigni, è già in programma.
Un Becchino da Bambino a Torino è un prodotto meno canonico, quasi un libro d’arte o comunque un esperimento editoriale non nuovo alle corde di Giuseppe Peruzzo (vedi Partigiano di me stesso e il recente Sfumature, che non c’entrano niente con il Becchino ma testimoniano l’eclettismo dell’autore/editore). Un po’ filastrocca e un po’ apologo, Bruno Munari ne sarebbe stato orgoglioso: stampato su carta martellata, per godere del libro bisogna toccarlo, ruotarlo, avvicinarci lo sguardo, lasciarsi trasportare dagli accostamenti di colore… Delizioso, anche se temo che non conoscendo il poeta Nino Costa di cui viene citata una poesia non abbia potuto godermelo al 100%.

domenica 17 novembre 2019

Apocalisse

A giudicare dalle prime pagine, il titolo Apocalisse potrebbe essere stato scelto come testimonianza della rassegnazione verso quello che il ricorso al computer ha fatto al fumetto. A pagina 15 un errore di formattazione (o quello che diavolo è) ha fatto debordare dalla sua didascalia un testo dal carattere troppo grande, a pagina 17 il… boh, word processor?... ha scambiato una virgola per un punto rendendo poco chiaro il testo, che di suo è oscuro ma immagino non sgrammaticato. Per fortuna questi intoppi si concentrano solo nelle primissime pagine del fumetto e comunque l’arte di Corrado Roi non ne viene minimamente intaccata. Cioè, una volta che si fa l’occhio al lettering e agli effettini aerografati di alcuni balloon.
Il fumetto, più racconto illustrato che fumetto, è la trasposizione dell’opera omonima di Giovanni, che potrebbe essere l’evangelista come un altro autore. Alfredo Castelli lascia trasparire sia nell’introduzione che nell’appendice (entrambe molto ricche e interessanti) quanto sia stato difficile adattare a fumetti un testo così delirante, simbolico e ripetitivo, tanto da necessitare (come detto nell’incipit che rimanda al testo originale) di tagliare e modificare qualcosa. Non che importi molto, tutto sommato: questa Apocalisse l’avrei presa principalmente per i disegni di Corrado Roi, che si annunciavano splendidi. E splendidi lo sono davvero, anche oltre le aspettative. Il lavoro di Roi è evocativo ed elaboratissimo, ma anche espressivo e persino più narrativo del testo che illustra. Ma descriverlo è superfluo, va gustato in prima persona. Segnalo solo la particolare scelta di Roi di ricorrere a certi simboli essenziali. Quando si parla di abiti, ad esempio, compaiono delle t-shirt stilizzate, così come le stelle, che ricorrono molto spesso nell’Apocalisse, sono rappresentate con la comune forma schematica a cinque punte, anche quando sono calate in contesti realistici.
Dal punto di vista del testo, la fedeltà è stata in realtà forse eccessiva, con tanto di ripetizioni nell’ultima parte – sempre che il computer non c’abbia messo lo zampino pure lì. Come trip è un po’ pesantino, anche perché inevitabilmente non può esserci corrispondenza tra i disegni e un testo che parla di mostri con sette teste e dieci corna, impossibili da disegnare sulla base di questa descrizione che sfida la logica. Nell’appendice Castelli paragona appunto il lavoro di Giovanni a quello di Lovecraft. C’è quindi un’inevitabile scollatura tra parte testuale e parte grafica, non potendo quest’ultima assecondare degli elementi che per loro natura non possono avere una forma definita. Roi ha provveduto non tanto a rendere in immagini certi passaggi quanto a evocarne l’atmosfera, anche con il ricorso alle figure stilizzate che ricordavo sopra. Sicuramente va riconosciuto a Castelli il merito di aver tentato di movimentare un po’ la “narrazione” con degli inserti in cui Isaac Newton, Aleister Crowley e Jorge Luis Borges (ognuno con l’assist di un altro personaggio più o meno eccellente) parlano della loro esperienza con l’Apocalisse. Anche questo espediente, però, finisce per sottolineare la scarsa forza narrativa di un testo che nasceva con lo spirito del pamphlet e non del racconto. Rassegnato davanti a questa constatazione, arrivo all’ultima tavola, proprio dove Apocalisse è diventato un vero fumetto, pensando che tutto sommato ho goduto degli splendidi disegni di Roi, ancora più belli di quanto preventivato. E in definitiva era proprio quello che volevo. Ed è lì, a metà dell’ultima tavola, che Castelli stupisce con un colpo di scena geniale, assolutamente inaspettato e perfettamente congruente con l’epoca e l’ambientazione della cornice. Un tocco di classe che ha riscattato tutte le pesanti pagine precedenti e ha proiettato l’opera in un contesto inaspettato. L’appendice l’ho letta con un sorriso sulle labbra.

Sine Requie Anno XIII: Decussis Sanguinis

Nuovo manuale dedicato al filone delle società segrete del mondo di Sine Requie. Ma dopo aver già affrontato le tre ambientazione di base, Cortini e Moretti non si sono spinti nelle Terre Perdute, men che meno nel Regno di Osiride o negli Stati Uniti, ma sono tornati a parlare del Sanctum Imperium. Stavolta sotto i riflettori ci sono i Decussis Sanguinis, un gruppo a metà strada tra esoterismo e malavita che offre i servigi dei suoi sicari sovrannaturali, noto infatti anche come “Cosca del Re Nero”.
La caratteristica principale di questa società segreta, oltre al suo pittoresco capo non-morto, è l’utilizzo della terminologia scacchistica per determinare il rango e il ruolo dei suoi appartenenti: i pezzi bianchi e neri non sono in conflitto fra di loro ma semplicemente i primi sono reclutati per le loro doti comunicative e sono inseriti nella società fornendo una facciata credibile alla setta, mentre i secondi lavorano nell’ombra.
Dopo una ricognizione sulla struttura e la diffusione dei Decussis Sanguinis (con tanto di regole per interpretare un personaggio della setta) si parla di un nuovo tipo di Scannatrici, le Tenebrifere, e viene offerta una rapida panoramica sui nemici della setta, cioè quei pochi che sono venuti più o meno a conoscenza della sua esistenza. In appendice viene ospitata una lunga avventura che all’occorrenza può anche essere utilizzata come atlante per la nuova città di Novara.
Questo manuale è però come al solito anche un ulteriore tassello in quell’enorme romanzo in continua evoluzione che è il mondo di Sine Requie. Nello specifico, viene sviluppato il rapporto tra il Re Nero Duccia Malaspina e la Regina Bianca Caterina, con un esito piuttosto inaspettato – io almeno non avrei pensato che sarebbe finita così, anche se le illustrazioni a inizio e fine del volume sono molto rivelatrici.
Chi volesse avere qualche indizio aggiuntivo sui motivi del Risveglio rimarrà deluso: vengono semplicemente riproposte certe immagini e suggestioni che già si sono viste negli ultimi manuali, a cominciare da quel Braccamorte che diede origine alla serie sulle sette segrete. La parte su Susanna Bentivoglio cita ancora una volta «l’erba [che] non è erba» e le altre bizzarrie, e poco altro viene aggiunto altrove: anche nelle parti sulla Tenebrifera 100 e su “Charlotte” vengono riproposti elementi già intravisti altrove, ma stavolta con una certa attenzione alla croce rossa che si troverebbe sopra una torre nel mondo “oltre la Soglia”, simbolo dei Decussis Sanguinis.
Non mancano i refusi, talvolta tanto più insidiosi quanto non rilevabili dal correttore automatico in quanto parole di senso compiuto: proprio per questo motivo può sorgere un po’ di confusione nel lettore che legge «secco» invece di «secchio» a pagina 57 e che a pagina 62 si vede citare delle «regine» che in realtà sono la «regione» Sicilia. Stessa cosa per i requisiti della professione del Cavallo Bianco copiaincollati da quelli per il Pedone Bianco: è un errore o effettivamente sono gli stessi?
C’è poi un errore, ammesso che lo sia, piuttosto madornale: dalla descrizione di Italia Dalla Valle si evince(rebbe) che siamo nel 1965, avendo lei 19 anni ed essendo nata nel 1946 (la sua descrizione dice esplicitamente dopo il Risveglio, che è avvenuto nel 1944). Però nella parte dedicata a Don Raffaè viene detto che lui ha 79 anni ed è nato nel 1878, quindi torniamo alla timeline canonica e siamo ancora, almeno nella sua parte, nell’anno XIII, ovvero il 1957. Non ho dubbi sul fatto che gli autori sappiano far di conto: vuoi vedere che a nostra insaputa stanno portando avanti più linee temporali negli stessi manuali?
Al di là di questi errorini e degli scarsissimi indizi sulle origini del Risveglio, Decussis Sanguinis si segnala anche per dei testi narrativi d’accompagnamento secondo me a volte superflui. Tutto sommato che bisogno c’è di sentirsi descrivere da un testimone oculare le abilità di una Scannatrice che abbiamo già letto nella sua descrizione? Ma tra i tanti testi ce n’è anche uno in cui ci viene vagamente svelata la condizione attuale di Carlitos, oltretutto con qualche riferimento (se ho ben interpretato quella parte) ai tre arcangeli che si aggirerebbero per le Terre Perdute.
Cortini e Moretti sono più che giustificati nel presentarsi con un volume così “rilassato” essendo oberati di lavoro con Serpentarium che proprio a Lucca ha presentato un nuovo gioco di ruolo, L’Ultima Bomba, come se non bastassero i già tanti che devono curare. Decussis Sanguinis non è affatto male, ma io l’avrei visto come manuale da PlayModena, con tutto il rispetto per quella magnifica fiera, mentre a Lucca mi sarebbe piaciuto prendere qualcosa di più corposo come un nuovo atlante geografico.
Come nel caso di Gladiatori, anche questo volume viene venduto con una scheda promo allegata, a sostituzione della dédicace di un illustratore, ma dal paraculo che sono mi sono fatto fare comunque un disegnetto da Leonardo Moretti.
Rimane purtroppo il dubbio, anzi la certezza, che tra quarantanove anni starò ancora qui a lamentarmi del fatto che gli autori non abbiano ancora spiegato cosa diede origine al Risveglio e cosa si trova “oltre la Soglia”.

sabato 16 novembre 2019

Intervista a Mirka Andolfo

Contronatura è stato un bel successo anche in U.S.A. se non sbaglio.

Sì, non so quante ristampe e quante variant cover hanno fatto finora!

C’è un po’ di mistero sul tuo nuovo progetto…

Non posso anticipare troppo, non vorrei fare spoiler… Posso dirti che il titolo, Mercy, non è il nome della protagonista, che è Lady Hellaine ed è un personaggio che ho in mente da tempo, è già tantissimo tempo che la disegnavo anche se ha subìto molte modifiche nel corso degli anni: per un certo periodo ad esempio la disegnavo con le orecchie a punta.
A questo si unisce anche la mia passione per l’horror.

A vedere le anteprime sembra che questo fumetto sarà ambientato nel passato.

Mi piace molto questa ambientazione! Adoro Penny Dreadful, l’epoca Vittoriana è un periodo che amo. Proprio a livello visivo: gli abiti, le architetture…

Tu lavori per vari editori internazionali ma questo sarà il tuo primo (o uno dei pochi) fumetto personale in cui non ci sono animali protagonisti.

Sì, è stata una bella sfida! Però all’interno della storia c’è un animaletto che ha un ruolo importante. Ma ancora una volta non voglio spoilerare nulla.

Mi pare di capire che Mercy sarà un volume singolo.

No, sarà una trilogia proprio come Contronatura. Non so perché ma quella dei tre volumi è la dimensione in cui mi trovo meglio!
Il secondo volume arriverà prestissimo, la Panini lo annuncerà a breve forse già nel corso di Lucca ma adesso [l’intervista è stata raccolta il 29 ottobre, ndr] è ancora presto per parlarne.

venerdì 15 novembre 2019

Intervista a Jeff Grubb

Lei è veramente un autore di lungo corso, se non ricordo male pubblicava su Dragon (all’epoca forse ancora The Dragon) sin dai primi anni ’80, e fece parte del pool di autori chiamati a realizzare Dragonlance nel 1982 – poi uscito nel 1984. Come è cambiato il mondo dei giochi di ruolo in tutti questi anni?

Spesso si dice, a ragione, che i giochi di ruolo siano facilissimi da giocare mentre è difficile spiegare di cosa si tratta a chi non lo sa già. Adesso è più facile imparare a giocare, ad esempio con i tutorial su Youtube.

Dragonlance fu un lavoro collettivo organizzato a tavolino dalla TSR a partire da alcune idee di Tracy Hickman, che aveva notato come in Dungeons & Dragons c’erano un sacco di dungeon ma ben pochi draghi. Mentre per Forgotten Realms lavorò fianco a fianco con Ed Greenwood che aveva ideato l’ambientazione ancora negli anni ’70, come è stato lavorare a quei progetti?

Di Dragonlance io fui il terzo designer coinvolto, quindi feci parte dello staff sin dall’inizio. Gli dèi di Krynn (Takhisis, Paladine, ecc.) sono farina del mio sacco, perché provenivano dalla campagna che giocavo all’epoca. Io sono un ingegnere civile e questo si riflette in un altro aspetto di Dragonlance che ho introdotto io, cioè i Tinker Gnomes, quegli gnomi che fanno delle invenzioni apparentemente geniali che però non funzionano quasi mai.
Per Forgotten Realms aiutavo il suo ideatore Ed Greenwood, un bibliotecario canadese che aveva ideato quell’ambientazione. All’epoca non c’erano internet e le mail, e non usavamo molto nemmeno i fax, ricordo che Ed mi spediva un sacco di materiale incellofanato e imbustato in strati e strati di pesantissima carta canadese, c’erano pagine e pagine di dattiloscritti e mappe disegnate a mano…

Fra cui immagino ci fossero quelle delle città in cui i “brothels” venivano convertiti dalla TSR in “festhalls”.

Esatto [ride, ndr]. Io dei Forgotten Realms sono stato un po’ una sorta di vigile che dirige il traffico: quella linea di prodotti aveva un sacco di diramazioni e collaboratori e io coordinavo i vari team che lavoravano alle varie zone geografiche.

Tra le tante opere che ha realizzato di quali è più orgoglioso, quali sono i progetti a cui ha collaborato con maggior interesse o che le hanno dato maggior soddisfazione?

Sicuramente i miei libri, i romanzi ambientati nei Forgotten Realms che scrivo insieme a mia moglie Karen Novak. Ma anche Il Manual of the Planes con l’introduzione della Grubbian Physics [concetto solitamente legato a Spelljammer, ndr], e sono molto orgoglioso del mio lavoro su Marvel Superheroes: parliamo della prima licenza che la Marvel abbia mai dato per produrre qualcosa al di fuori della casa madre. Ho un grande ricordo anche di Al-Qadim, per cui facemmo delle lunghe e interessantissime ricerche sulle Mille e Una Notte e la cultura araba. Poi Spelljammer e tutte le sue stranezze, e tra le cose recenti The Expanse, a riprova che i giovani che giocavano sono cresciuti e adesso sono diventati autori, e mi inorgoglisce vedere che usano meccaniche che avevo ideato io.

Mi sembra che lei sia sempre rimasto fedele alla TSR e alle sue varie incarnazioni, mentre molti altri designer hanno tentato la strada dell’autoproduzione o di diventare editori in prima persona.

Sì, per tutta la vita sono stato un “corporate creator” [designer interno a una casa editrice e non freelance, ndr]. Certo, non beneficio dei diritti d’autore (se non sui miei romanzi) ma ho la copertura sanitaria con una grossa compagnia, il che in America è molto importante.

Secondo me il suo marchio di fabbrica è una certa ironia sottotesto, o comunque una grande colloquialità nello scrivere sia avventure che manuali. Ricordo ad esempio che in Spelljammer i “terrestri” e i navigatori dello spazio difficilmente si capiscono perché «they lack a common ground», mentre nell’avventura per Ravenloft Neither Man nor Beast c’erano delle strizzatine d’occhio (molto utili peraltro) al master. Questo stile un po’ umoristico le ha mai dato problemi a farsi accettare del materiale in TSR?

Quando facevo i moduli li facevo come se mi trovassi al bar e spiegassi agli altri come si gioca: per questo c’è una grande colloquialità. Per questo l’interpellazione diretta e le strizzatine d’occhio ci sono anche in Neither Man Nor Beast. Steve Winter, editor di molti prodotti della TSR e master della campagna in cui giocavo, capiva perfettamente questo spirito e me lo lasciava fare.

Passando a cose più recenti, cosa può dirci in merito alle sue nuove mansioni di manager per Amazon Studios?

È ancora tutto in divenire, ci sono parecchie persone coinvolte, non posso dire nulla… preparatevi a grandi cose, comunque.

Domanda stupida: qual è la sua classe di personaggio preferita?

Il guerriero. Mi piace fare un personaggio forte e che sia di aiuto al gruppo. Siccome sono anche un po’ brontolone, faccio spesso il nano. Nella campagna di Steve Winter che stiamo facendo adesso ho anche fatto un guerriero mezzorco e uno draconico.

giovedì 14 novembre 2019

Il mangione

Il mangione si inserisce nel filone nato parecchi anni fa in Francia del connubio tra uno scrittore di successo e un disegnatore di fumetti altrettanto importante nel suo ambito. Da quello che ho letto finora, mi pare che Tonino Benacquista sia quello che meglio di altri ha saputo adattarsi alla transizione da un linguaggio all’altro. Di solito (Pennac con Tardi, Charyn con Frezzato e all’inizio con Boucq, Klotz/Cauvin con Cabanes) lo scrittore si abbandona a situazioni eccessive e a personaggi sopra le righe (“ehi, è un fumetto!”) oppure (Charyn con Loustal) non capisce che si tratta di un fumetto e realizza un racconto illustrato. In tutti gli esempi riportati la mira sarebbe stata corretta nei lavori successivi (Pennac con la Cestac, le ultime ottime produzioni Charyn-Boucq) ma Benacquista azzecca lo spirito giusto al primo colpo, sin dall’inizio della storia. Le tavole 3 e 4 da Il mangione, ad esempio, sono interamente mute.
Il protagonista di questo fumetto è un ispettore di polizia obeso con un discreto caratteraccio, a cui il medico ha predetto un anno o al massimo due di vita se non si deciderà a moderarsi nel mangiare. Richard Selena è però estremamente competente e il ritrovamento di un indizio del tutto sfuggito ai suoi sottoposti gli permette di trovare una plausibile pista da percorrere in un intricato caso di omicidio. Ma Selena non usa la sua intuizione per risolvere il caso quanto per costringere la sospettata a cenare con lui ogni sera dalle 21 alle 23. Un rito apparentemente insensato che funge da percorso di guarigione, anzi di redenzione, per l’ispettore. Rivelare di più sarebbe criminale, e forse ho già detto troppo. Certo, la soluzione del filone principale d’indagine si risolve molto presto, ma il vero snodo della vicenda (umana) è un altro. Un noir coinvolgente con risvolti psicologici originali e molto ben strutturato, in cui tout se tient, anche se il lettore dovrà fare un po’ di attenzione ad alcune sequenze, che per quanto apparentemente satellitari non sono affatto messe lì a caso.
Le tavole sono state ridotte[1] per adattarle al formato standard Q Press e sono state stampate in bianco e nero. E nemmeno stampate benissimo, ma chi se ne frega: ai disegni c’è Jacques Ferrandez. Ottimo acquarellista, egli stesso si rende conto della povertà delle sue tavole a fumetti e in almeno un’intervista (così a memoria BoDoï 42) ha dichiarato di voler cercare un metodo per renderle più accattivanti. In effetti non mi capacito del successo che evidentemente ha avuto in Francia e Belgio con il suo tratto scarno e monocorde, le sue fisionomie che ogni tanto cambiano di vignetta in vignetta, le sue inquadrature fisse e poco fantasiose e una tecnica di colorazione dei volti che si limita a due standard senza variazioni di nota.
Ma qui almeno abbiamo un’ottima storia, avvincente e originale e narrata con un ritmo perfetto.


[1] Una scuola di pensiero sostiene che ogni tavola stampata sia una riduzione dell’originale, ma è chiaro che i fumettisti lavorano pensando al formato di stampa in cui comparirà il loro lavoro.

mercoledì 13 novembre 2019

Intervista ad Alex Alice

Domanda obbligata: partiamo da quelle che sono state le sue influenze. A me sembra di vedere parecchio fumetto americano in alcuni suoi lavori, almeno agli inizi.

Sì, i comics mi hanno influenzato, ma come primi fumetti su cui mi sono formato ci sono i Disney italiani, oltre ovviamente i classici franco-belgi come Tintin, Asterix, ecc.
Quando avevo 15 anni ci fu però una rivoluzione: uscirono Watchmen, il Batman di Frank Miller e Akira. Fu un grande choc estetico.

Qual è il suo rapporto con gli sceneggiatori?

Il Castello delle Stelle l’ho fatto da solo, l’ho scritto e disegnato interamente io. Sono stato fortunato a esordire con Xavier Dorison che era molto organizzato e mi ha un po’ insegnato il mestiere. Tieni presente che Il Terzo Testamento lo abbiamo cosceneggiato insieme, è stata un’esperienza importante per capire come appropriarsi dei tempi della narrazione e come creare il giusto ritmo. Oggi farei molta fatica a disegnare senza dominare il ritmo. È stato importante per me avere qualcun altro con cui discutere degli aspetti della storia e del disegno, quando lavoro da solo mi manca un partner con cui confrontarmi.
A proposito di sceneggiatori, Il Castello delle Stelle avrà uno spin-off che si occuperà di Venere. Ci saranno una nuova epoca, una nuova ambientazione e… anche un nuovo sceneggiatore: Alain Ayroles[1].

E per quel che riguarda le tecniche di disegno, quali usa? Utilizza anche il computer?

Uso tecniche standard, disegno sulla carta e coloro con gli acquerelli. Secondo me per fare un libro di carta bisogna disegnare su carta. Il computer può tornare utile per la documentazione e la progettazione di alcuni particolari come il pianeta Marte e i veicoli spaziali e gli edifici del Castello delle Stelle. Nell’800 ci fu l’equivoco dei canali di Marte che diede origine alla leggenda dei marziani. Grazie al computer io ho potuto prendere delle illustrazioni d’epoca di quella che si credeva essere la geografia di Marte coi suoi “canali” e l’ho sovrapposta a quella corretta che conosciamo oggi e ne ho fatto un modello 3D che ho utilizzato in fase di disegno.
Il fumetto ti permette di fare tanto, dare tante emozioni con pochi mezzi. I fumettisti “barano”, hanno la vita facile perché non essendoci il suono né il movimento l’immaginazione ce la mette il lettore.

Certo che c’è un bello stacco tra il realismo e il dramma de Il Terzo Testamento e del suo spin-off Julius e Il Castello delle Stelle.

Il motivo è che io ho voluto realizzare un fumetto per ragazzi: nel 2009 sono stato al New York Comicon e ho visto che non c’erano bambini ma cosplayer trentenni obesi (di cui faccio parte anch’io, beninteso!), nonostante i supereroi siano indirizzati a un pubblico giovane. Mi sono reso conto che anche in Francia c’era questo rischio, perché all’epoca uscivano quasi solo albi raffinatissimi e costosi, che non potevano attirare un pubblico giovane. In America si sono “salvati” grazie ai film tratti dai supereroi che hanno portato molti lettori giovani, io ho modificato il progetto originario del Castello delle Stelle, senza banalizzarlo, per avvicinare lettori. In Francia il settore dei fumetti per ragazzi languiva: gli editori mi dicevano “Non c’è pubblico!” ma io rispondevo “Sì che c’è!”.

Però a me pare che fumetti jeunesse non manchino in Francia, tutt’altro… i primi che mi vengono in mente sono Les Sisters, o Cedric, poi c’è anche Titeuf… forse lei intende i fumetti d’avventura per ragazzi?

Sì, la mia ispirazione è Jules Verne: intendevo proprio la grande avventura per ragazzi. E con lo steampunk è più facile da fare.

Una domanda tecnica: lei ha detto di usare gli acquerelli per colorare le tavole, ma lo fa en couleur directe, direttamente sulle tavole originali, oppure come si usava una volta colora delle fotocopie su carta speciale?

Couleur directe, come un vero uomo! Eh, già, perché così non si può sbagliare… Ma confesso che se mi capita di rovinare una vignetta o un particolare non rifaccio tutta la tavola: mi limito a rifare quella vignetta e poi la metto nella tavola.


[1] Sceneggiatore tra gli altri di Garulfo, De Cape et de Crocs e del volume Nelle Indie perigliose presentato da Rizzoli Lizard proprio in occasione di Lucca 2019.

martedì 12 novembre 2019

Ale & Cucca 7 e 8

Dopo il vertiginoso cliffhanger con cui si era concluso il numero 5 (il 6 era una raccolta di flashback) finalmente si riannodano i fili della saga. L’insano gesto di Ale ha ripercussioni sulle vite di tutti i personaggi che costituiscono questo mosaico sulla gioventù contemporanea, alcune situazioni torneranno apparentemente al punto di partenza mentre si svilupperanno rapporti inediti e matureranno (forse) amicizie impensabili. Il flashforward del capitolo 30 sviluppa certi elementi della vita di Ale e soprattutto ci permette di collocare temporalmente la storia.
Elisabetta Cifone è molto abile a far montare la tensione e a far appassionare il lettore. Come al solito i suoi protagonisti si esprimono con un misto di slang giovanile e frasi che sembrano prese da libri stampati, ma questa ormai è la sua cifra stilistica. E tutto sommato questo vezzo fa capire come abbia studiato la materia, sperando per lei che non abbia sperimentato in prima persona queste situazioni! Data l’aria pesante che aleggia su questi numeri non c’è lo spazio per siparietti umoristici, che effettivamente sarebbero sembrati fuori luogo.
Purtroppo il ritmo è quello dei manga, quindi ci sono parecchie divagazioni e l’approfondimento psicologico dei personaggi toglie spazio all’evoluzione della trama, ma Ale & Cucca è così: prendere o lasciare. Anche se ogni volta si resta con la voglia di sapere come andrà a finire la storia.

lunedì 11 novembre 2019

Storie da dimenticare

Il titolo di questo volume è ingannevole. Io, almeno, gli avevo attribuito tutt’altro senso: invece non si tratta di un eccesso di modestia da parte di Vittorio Giardino (o meglio di pudore nei confronti delle sue prime prove), ma del nome che aveva in origine la serie di fumetti brevi qui raccolti: storie “da dimenticare” in quanto testimonianze della barbarie umana, con al centro, cito testualmente dall’introduzione dello stesso autore, «il progetto […] di esplorare la Storia dell’Umanità dalle Origini ai Giorni Nostri attraverso il racconto dei Genocidi».
Seguendo quindi un criterio cronologico, sfilano le crudeltà che i Cartaginesi inflissero a una popolazione africana (Da territori sconosciuti), il risultato che la Pax Romana ebbe sulla popolazione dei Daci, l’incontro assai infelice di una nave di Mori con una di Crociati (Ritorno felice), la repressione degli ebrei testimoniata da Paolo Uccello (La predella di Urbino), la calcolata violenza dei Conquistadores (Encomiendero), il valore che la Compagnia delle Indie attribuiva agli schiavi neri (Un cattivo affare) e infine la vergognosa sorte dei nativi americani (Al circo). Quest’ultima storia è rimasta inedita per tutti questi anni, almeno in Italia, visto che il supplemento a fumetti de La Città Futura in cui sarebbe dovuta comparire era stato chiuso prima che potesse vedere la luce. Come ricorda lo stesso Giardino nell’interessante introduzione, proprio le dimensioni di quel supplemento (di sole 16 pagine) furono alla base delle dimensioni di questi fumetti, tra le 3 e le 5 tavole.
La struttura di base delle storie è molto simile, con un personaggio che ricorda o rievoca lo snodo portante dell’episodio. Un po’ di didascalismo è inevitabile, ma le storie sono lo stesso appassionanti e coinvolgenti, tanto più apprezzabili in quanto talvolta percorse da un amaro sarcasmo. Lo stile grafico di Giardino era molto diverso da quello di oggi, anche se già piuttosto maturo. Al posto della linea chiara per cui è conosciuto e apprezzato, qui utilizzava uno stile ricco di tratteggi e sfumature. Coraggioso, anche se non sempre riuscito, il ricorso al completamento amodale, ovvero il risalto dato a una figura non circoscritta dagli altri elementi che si trovano dietro o accanto a essa. Anche volendoli cercare per forza, non ci sono difetti marcati nelle anatomie, nelle espressioni e nella composizione delle tavole. Certo, è un Giardino molto diverso da quello di oggi, di cui si può ravvisare qualche seme al massimo in alcuni volti femminili.
Il volume (brossurato con alette) è stampato su carta povera, forse per rievocare la pubblicazione originaria delle storie. La qualità di stampa è perfetta, tanto che le “croste” di nero compatto risaltano lucide come se fossero stampate su patinata. Nell’introduzione Giardino lamenta il mancato reperimento delle tavole originali di Un cattivo affare, scusandosi indirettamente per la loro resa. Giustificazioni preventive (chiaramente l’introduzione è stata scritta prima dell’uscita del volume) assolutamente immotivate, perché la qualità della riproduzione di quella storia è perfetta. Tutt’al più sono le altre storie ad essere stampate troppo bene, per quanto paradossale possa sembrare: in Ritorno felice si intravede parte della balaustra sotto il balloon della seconda vignetta, mentre il titolo di Encomiendero è palesemente una pecetta per coprire quello sottostante. Nulla di fastidioso (anzi, sono dei piacevoli dietro le quinte) ma è chiaro che si tratta di elementi che non erano pensati per figurare in stampa. Resto però con la curiosità di sapere cos’erano quei simboli in basso a destra che si intravedono sotto le tavole, solo parzialmente visibili. Indicazioni per la prima pubblicazione? Rimasugli di firme di Giardino?
Il volume costa 18 euro (ma Mauro Paganelli allo stand me lo ha fatto a 15) per un totale di 56 pagine di cui solo 30 a fumetti. Chiaramente la spinta principale all’acquisto è vedere qualcosa di inedito di Giardino, ma vista la qualità dei fumetti posso suggerire di acquistarlo a prescindere dalla notorietà dell’autore.

domenica 10 novembre 2019

Serpentarium Nerdzine #1

Quasi emozionante questa raccolta di avventure per i giochi di ruolo targati Serpentarium, che riporta alla memoria i tempi gloriosi di Rune, Exc e di E. L. Avventura. Il fascicolo di 48 pagine su carta patinata è interamente realizzato dagli autori di Sine Requie, L’Ultima Torcia, ecc. ovvero Leonardo Moretti e Matteo Cortini a cui si è aggiunto in tempi recenti Fabio Passamonti. Ognuna delle sei avventure viene presentata con una grafica personalizzata che immagino (non avendo tutti i giochi di ruolo in oggetto) rifletta quella dei giochi per cui è ideata. Chiaramente l’occasione è servita anche da viatico per pubblicizzare l’ultimo nato, il postatomico (ma ci sono pure gli elfi!) L’Ultima Bomba uscito proprio in occasione di Lucca.
Anche se apparentemente le avventure non sono troppo complesse (dovendo presentare anche delle illustrazioni e delle mappe a tutta pagina lo spazio per il testo non è tanto) la loro struttura più narrativa che esplorativa dovrebbe permettere delle sessioni molto lunghe. Inoltre anche chi non segue i prodotti Serpentarium potrà avere qualche ragione per acquistare Serpentarium Nerdzine, visto che le mappe e gli spunti possono venire riciclati in altri ambiti. Tra tutte, l’avventura per Anime e Sangue si segnala per originalità e follia. Ma anche quella per Alba di Cthulhu è decisamente particolare.
A integrare le avventure, oltre ai redazionali di prammatica, ci sono la testimonianza di un organizzatore di eventi live per Sine Requie e due interviste a illustratori che collaborano ai prodotti Serpentarium: Alberto Bontempi e Matteo Spirito.
Non viene indicata una periodicità per la testata, che a questa prima uscita costa 9,95 €, ma immagino che uscirà (sperando che esca ancora) in occasione delle principali fiere di settore, cioè a Lucca e a Modena. L’impressione è che la Nerdzine sia stata confezionata con l’entusiasmo di una fanzine, ma coi mezzi di una grossa casa editrice. Gli unici difetti che ho riscontrato in questo primo numero, fatti salvi alcuni refusi fisiologici, sono il carattere utilizzato per i redazionali (quello inelegante che imita una macchina per scrivere) e una copertina più adatta a un catalogo che a una rivista. Anche migliorare la carta della copertina (il fascicolo è un autocopertinato) non sarebbe una cattiva idea.