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venerdì 5 giugno 2026

Eternity 8: La ricerca di Dio al tempo dei paradisi del discount

E dopo il più classico dei classici passo al più moderno dei moderni, profittando del fatto che la Bonelli ne abbia posticipato l’uscita risparmiandomi la figuraccia del Filosa-Bacilieri.

Apparentemente non ci sono molti legami con l’episodio precedente ma in realtà alcuni fili verranno riannodati.

La storia ruota principalmente attorno all’operatrice di una ONG che tornata in Italia dal Kamen (?) mostra una dentatura ferina e predica la crudeltà e la violenza. Costituita una vera setta, organizza quello che sembra un suicidio rituale che proprio Alceste Santacroce impedisce grazie e un’azione eroica (un miracolo, a detta di alcuni) che Bilotta non ci mostra. Non penso si tratti solo dell’intervento provvidenziale dei carabinieri, perché più di una fazione vorrebbe farsi attribuire la concessione di questo misterioso potere dato ad Alceste: la cricca dell’Apparitivo cui appartiene Livia, il direttore hikikomori del giornale per cui scrive e ovviamente la Chiesa stessa.

Tra i molti altri ingredienti che Bilotta getta nella pentola il più succoso è la proposta fatta ad Alceste di diventare il testimonial di un grosso progetto immobiliare intriso di misticismo vista la sua fama di miracolato sopravvissuto alle ferite riportate alla fine del sesto volume. «Lo squallido gossipparo che sappiamo» vorrebbe declinare l’offerta, ma la possibilità di collaborare con Livia, la ex-pornostar conosciuta nello scorso numero, gli fa cambiare idea.

Finale aperto, come il cranio del cane che Alceste investe con l’auto.

Il disegnatore Leonardo Marcello Grassi ha saputo riprendere con una certa maestria certi stilemi del titolare Sergio Gerasi (che ha firmato la copertina) con cui lo si potrebbe quasi confondere a una prima sfogliata distratta.

Soliti colori pazzerelli di Adele Matera: fuori registro programmati, masse di luce alla Fiorucci, occasionali ripassi in bianco (!) dei contorni.

venerdì 11 luglio 2025

Eternity 7: L’impresa un po’ presuntuosa della resurrezione

Cominciare a leggere una serie di Bilotta in medias res? E perché no, magari ci si capisce più che non altrove. Che poi non saremmo proprio in medias res perché, come evidente dal titolo e sempre che io abbia capito bene, con questo settimo volume inizia una nuova stagione o comunque si risolve una situazione che apre una nuova fase nella serie.

Alceste Santacroce, giornalista gossipparo, è poco più che un vegetale su una carrozzella dopo gli eventi degli scorsi numeri; leggendo nell’introduzione di Bilotta delle sue spericolate vicende giovanili da funambolo sui balconi pensavo per una caduta, ma non è così. L’impresa un po’ presuntuosa della resurrezione segue la sua progressiva guarigione tra fisioterapia, vernissage a lui dedicati, lettura di fumetti d’invenzione, visite a veggenti con aperitivo annesso, discoteche, ecc. Sempre con la sigaretta in bocca. Non mancano scenette molto divertenti nel loro cinismo.

A un terzo circa del volume si cambia tono: una volta rimessosi in piedi Alceste comincia a frequentare un gruppo di sostegno per persone che dopo gravi traumi hanno trovato Gesù. Ma ovviamente non è il misticismo quello che cerca: ha riconosciuto nei partecipanti una pornostar che ha scoperto la fede e che adesso potrebbe essere impantanata in un brutto giro, anticipazione di ulteriori sviluppi futuri.

Nonostante le tavole siano organizzate a blocchi di massimo sei vignette (e non manchino silenzi carichi di significato) Bilotta è riuscito a infilare un bel po’ di sostanza in queste 60 pagine. Contrariamente a quello che sospettavo, e che pareva essere riassunto dalla battuta di una comparsa («Ma dai! È Alceste… chi vuole impazzire a capirci qualcosa?!»), la storia è molto ben strutturata e perfettamente comprensibile, ben calibrata tra momenti descrittivi, umorismo (nerissimo, certo) e la mezza trama di detection di cui sopra.

Gerasi è sempre Gerasi, e anche se ha cercato le angolazioni più strane e ostentato certe deformazioni o volti lombrosiani non è riuscito a nascondere il suo talento. Unico appunto: forse ha scansionato direttamente le matite e così l’effetto dell’ombra sotto il mento dell’abbondante Megulia sembra una barbetta.

I colori di Adele Matera sono frastornanti come mi era già stato anticipato. Tanto per aumentare lo straniamento nel lettore certi contorni sono ripassati in bianco, ci sono figure geometriche sui punti di luce e anche dei fuori registro troppo marcati per non pensare che non siano voluti. Se l’obiettivo era quello di abbacinare e confondere il lettore mi pare che ci sia riuscita anche troppo bene.

lunedì 30 ottobre 2023

Gli Uomini della Settimana Volume 2

Dopo oltre due anni dall’uscita del primo volume è lecito che non mi ricordi tutti i particolari e i personaggi in gioco, dai. Sì, insomma, non è che l’Uomo della Settimana che pensavo fosse stato eliminato lo sia stato davvero, anche se poi alla fine qui è sparito sul serio…

Andiamo con ordine.

Nel primo episodio, Non si può fare l’imitazione del silenzio, l’Ispirazione e il Mimo azzardano la seduzione di Diamante, figlia del loro arcinemico Don Baltico, di cui non ricordavo nemmeno l’esistenza (è quello che ha consacrato come arte l’opera di Puah! vanificandone quindi la sua carica iconoclasta). Ma il prete/critico d’arte mangia la foglia e riesce a eliminare dal quadro il Mimo sfruttando il suo punto debole, cioè vedere la sua vera faccia. Quindi il Mimo non poteva guardare le vetrine per paura del suo riflesso e nemmeno guardarsi in uno specchio quando si truccava da qualcun altro? Vabbè, inutile farsi domande.

Frattanto Da Da Da, ancora vittima della malia di Mancinella che le fa perdere venti minuti, apprende dal redivivo Aquila che in realtà la sua morte era solo una messinscena. Visto che c’è, Aquila le spiega anche come non ci sia più nulla di concettuale e le idee siano state sostituite da idoli. E Puah! viene tratto in arresto, solo che non è Puah! ma un fan di Carolina Rotante (l’icona virtuale recentemente dileggiata da Puah!) che non sa come sia finito al suo posto.

La morte non è niente: Da Da Da apprende da Aquila che il cadavere spacciato per suo era in realtà quello di un calciatore della Lazio, Mario Romeo, di cui nessuno si ricorda più. Aquila ha accesso a un intero obitorio pieno di persone dimenticate. Aquila pontifica sull’evanescenza di miti e segni nell’epoca contemporanea. Alla fine sia lui che il ragazzino incastrato come Puah si incontrano in un capannone dismesso: da lì era stato messo online il sito che potrebbe aver condizionato la mente del fan, ed era anche lo studio della rete televisiva che aveva trasmesso il programma in cui si parlava di Mario Romeo, sull’unico canale visibile da Aquila durante un guasto tecnico – e quindi forse parte di un complotto teso a fargli scegliere proprio quel cadavere.

Non pensare al numero sei: vengono narrate le origini dell’Ispirazione, che coi suoi poteri riesce ad avvicinarsi a Diamante e quindi a Don Baltico, che pare sapere veramente quali sono i punti deboli di tutti gli Uomini della Settimana. Lo scontro col prete/critico d’arte si risolve con la scoperta che gli Uomini della Settimana catturati finiscono in un limbo/grand hotel da cui non hanno ovviamente molta fretta di uscire. Ma a quanto pare era solo un sogno dell’Ispirazione.

Di carne al fuoco ce n’è tanta (e in questo volume non è nemmeno comparso Alter), ma quali saranno le informazioni realmente importanti per lo sviluppo della trama generale e cosa invece solo fumo negli occhi? Inutile farsi domande, appunto. Aspettiamo il gran finale che se tanto mi dà tanto uscirà tra non meno di due anni.

Un appunto a Bilotta: la citazione di Zucchero-De Gregori nel primo episodio mi è sembrata troppo poco criptica. Mi ricordo che sul lato B di quel 45 giri (non che io sia un fan di Zucchero, ma da bambino quel disco girava per casa) c’era un’atra bella canzone, che da buon lato B non so se sia mia stata riproposta in album: Come il sole all’improvviso. Se Bilotta avesse citato quella, allora sì che sarebbe stata una strizzatina d’occhio elitaria.

Come consolazione alla perplessità che lasciano i testi ci sarebbero i disegni di Ponchione, che però ha continuato a pulire il suo tratto sino a renderlo piuttosto schematico, i contorni delle figure e poco più. Non a caso anche al colorista Nicola Righi viene riconosciuta dignità di coautore, visto che gli è stata demandata la creazione di vari dettagli. Se però i suoi colori non fossero stati digitali magari la resa di stampa sarebbe stata migliore.

Simpatiche le onomatopee.

lunedì 25 settembre 2023

? ... !

L’annuncio su Anteprima 385 dell’uscita del secondo volume de Gli Uomini della Settimana mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti di questo fumetto. Sono considerazioni che sicuramente chiunque avrà fatto, cionondimeno le condivido lo stesso.

LA CITAZIONE

«L’arte dice al fumetto: “ Per esistere lei deve eliminarmi ed è per questo che è stato sempre odiato; a me, invece, per esistere basta che lei rimanga alla debita distanza, questa è la differenza”. Il fumetto colto di sorpresa, risponde qualcosa e in quel momento si accorge di poter esistere anche lui autonomamente. L’arte allora...»

DICHIARAZIONE D’INTENTI

Nel primo volume compare un David di Donatello vinto da Aquila, a suffragare la teoria che i protagonisti non sono supereroi ma attori o performerE il primo premio come scopritore dell’acqua calda va a… [rullo di tamburi] Luca Lorenzon! Forza, Luca, non essere timido, vieni sul palco e dicci qualcosa. «Io… ecco… era davvero così evidente?» [risate sguaiate dal pubblico]ma con un importante dettaglio: è privo di genitali. Al di là del fatto che questo svuota di ogni significato i paragoni con Watchmen, dove il Dottor Manhattan se ne andava in giro nudo senza problemi, è evidente che si tratta di una scelta precisa degli autori.

Da una parte è come se Bilotta dicesse «Non ho le palle», cioè dichiarasse apertamente di non avere il coraggio di fare qualcosa di rivoluzionario o anche semplicemente diverso da quello a cui i lettori sono abituati, dall’altra è come se dicesse «Non ho coglioni», ovvero non ha semplicemente la voglia di fare qualcosa di rivoluzionario o anche semplicemente diverso da quello a cui i lettori sono abituati.

LA GRANDE SFIDA DA DA

 
Uno dei personaggi più caratteristici de Gli Uomini della Settimana è Da Da Da, un po’ sorella Kessler dark e un po’ Crazy Jane di Grant Morrison (non c’entra niente, è giusto per dare qualche coordinata a chi legge supereroi) ha il potere di cambiare la posizione delle lettere nei balloon dei personaggi creando nuovi significati. Esiste un paese friulano il cui nome è oggetto di frustrazione (o vanto, a seconda dei casi) da parte dei residenti per l’unico suo anagramma possibile che la vulgata gli attribuisce: Codroipo. Ma in realtà di anagrammi di “CODROIPO” se ne possono fare moltissimi, riuscite voi a trovarne alcuni senza ricorrere al vostro dialetto? Qui di seguito alcune delle soluzioni possibili: ma attenzione che la grande sfida è un’altra!

ODO PORCI (avverto la presenza di suini)

DIRÒ POCO (non mi dilungherò)

COPRO ODI (metto un telo sopra un libro di Carducci che contiene nel titolo la parola «barbare»)

DOPO CIRO (…la Persia non è stata più la stessa!)

O RIDO O PC (quando lavoro al computer sono serissimo)

RIDO POCO (sono un tipo serio)

ODIO CROP (il termine inglese per designare il raccolto mi sta sulle balle)

RODI COOP (ti piace rosicchiare le cooperative di coonsumatori)

ORCO DI PO (babau fluviale)

OP, CORI: DO! (forza, gruppi di cantanti, intonate la prima nota)

COPI D’ORO (il creatore della Donna Seduta era proprio un persona fantastica)

COPIO ROD (Steward o Steiger potrebbero citarmi per plagio)

O, PC, ODORI! (quanto puzzi, personal computer – ma anche: toh, hai imparato ad annusare)

DO PROCIO (ti consegno uno degli uomini che hanno invaso la tua Itaca, Ulisse)

DIPO ROCO (l’animale di compagnia di John Difool ha la raucedine)

Come detto nella parte nascosta dopo i due punti, la vera sfida era un’altra: scoprire che in realtà Da Da Da non modifica affatto le parole degli altri ma inventa di sana pianta nuove frasi senza che siano anagrammi di quelle originali. Ciò si ricollega quindi alla dichiarazione d’intenti delineata sopra sul non “aver coglioni”, altresì rappresentabile con la frase «Voja de lavorà sarteme addosso – e anvedi da sbajà mira.»

I COLPEVOLI

Nella recensione al primo numero, in un patetico tentativo di fare dell’umorismo (già, perché stavolta, invece…) additavo due eccellenti figure della Repubblica Italiana come colpevoli della sparizione di Aquila. In effetti i colpevoli sono proprio loro! Solo che il loro delitto non riguarda Aquila ma un altro personaggio che è uscito dal quadro al termine del secondo capitolo. Nella splash page della sua comparsa si può infatti cogliere un dettaglio: un numero di quattro cifre che evidentemente è il suo punto debole (ogni Uomo della Settimana ne ha uno). Orbene, questo numero è facilmente ricavabile moltiplicando e sommando alcuni dati che si trovano nelle biografie dei due illustri personaggi. Mi pare evidente. Ci ho messo un’ottantina di tentativi (basandomi su date di nascita, durata dei mandati, cambi lettere/numeri…) per far tornare il numero giusto ma è evidente che è così. A voi il piacere di scoprirlo a vostra volta.

IL GRANDE RIMPIANTO

Ma perché Bilotta invece di Alessandro non si chiama Oirotare? Questa la vita del blogger: una frustrazione dopo l’altra.

domenica 27 giugno 2021

Gli Uomini della Settimana Volume 1

Fumetto bizzarro che si bea del suo ostentato surrealismo concentrandosi al momento quasi solo a introdurre i personaggi. I protagonisti sono sei celebrità che vengono definite «supereroi» solo in quarta di copertina: nel fumetto non vengono mai chiamati così e sono più che altro dei performer o dei presenzialisti che si fanno vedere alle inaugurazioni o in televisione (più o meno: le telecamere sono spente e non c’è pubblico in studio, ma c’è un perché). La loro notorietà e il titolo della serie si devono al fatto che le loro vicende, di qualsiasi tipo fossero, sono state ospitate su una rivista che uscì per soli sette giorni – e l’ultima volta con una copertina bianca. L’ombra lunga e inquietante del metafumetto avanza minacciosa e un brivido mi corre lungo la schiena al pensiero che alla fine tutto finirà con un’implosione come mi pare sia avvenuto con La Dottrina. Ma è presto per fasciarsi la testa. I segnali non devono necessariamente condurre in quella direzione. Spero.

Gli Uomini della Settimana sono Alter (che può fare delle copie di sé stesso e ha una relazione con una biondona che si finge stupida), il Mimo (bravo a travestirsi, acquista anche le capacità di chi imita), l’Ispirazione (che trasmette agli altri per empatia il suo umore), Puah! (col potere di riempire oggetti e persone di pallini neri come enormi retini tipografici – metafumetto?), Da Da Da (che frequenta un uomo qualunque e può modificare la disposizione delle lettere nei balloon degli altri o usarle come armi – argh, metafumetto!) e Aquila, che muore all’inizio e forse era l’unico a fare veramente l’eroe, o perlomeno a impersonarlo: la scena d’apertura lascerebbe pensare più a una messinscena che a qualcosa di realmente avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale, se non altro per il tedesco fintissimo dei dialoghi.

Il motore della trama è proprio l’uccisione di Aquila tramite l’unica cosa a cui è vulnerabile: ogni Uomo della Settimana ha infatti un punto debole segreto. L’omicidio avviene a ridosso del suo compleanno e ovviamente diventa occasione per una nuova performance e la conseguente disquisizione sul ruolo degli artisti, degli spettatori, ecc. Apparentemente sembra una citazione o un omaggio a Watchmen (o a Bratpack, o a chissà quanti miliardi di altri comic book con premesse simili) ma Bilotta sembra usare questo incipit come viatico per parlare d’altro, principalmente di popolarità, apparenza, visione del mondo e soprattutto di arte contemporanea. Magari pecco di ipercodifica, ma mi sembra che la misteriosa erede di cui nessuno conosceva l’esistenza e l’assistente-schiava di Puah! siano dei riferimenti a Gino De Dominicis e anche il “caso” del terzo capitolo con la scomparsa di un oggetto inesistente potrebbe rimandare al cubo invisibile di De Dominicis che venne regolarmente recapitato con corriere all’acquirente (o così si dice). E poi, dai: la tavola con gli oggetti accumulati a pagina 66 è troppo ostentata per non essere una citazione dei piatti appesi alle pareti di Daniel Spoerri.

Magari gli Uomini della Settimana sono una trasfigurazione all’amatriciana (la storia è ambientata a Roma) degli Young British Artists. L’Ispirazione come Tracy Emin, può starci. Non ho capito invece chi potrebbe rappresentare il Nodista, anche se la relazione tra lui e il gallerista/curatore porta alla mente i dibattiti su quale delle due figure sia oggigiorno il vero artista.

Attorno alla trama portante orbitano altri personaggi e sottotrame: il prete/critico d’arte Don Baltico, la presunta conduttrice televisiva Mancinella, la diva Carolina Rotante dichiaratamente inesistente ma cionondimeno amatissima dai suoi seguaci, una specie di Diabolik invecchiato e soprattutto la minaccia incombente dell’Invisibile, ovvero l’entità che avrebbe determinato lo scioglimento degli Uomini della Settimana. E che spero vivamente non sia una cosa tipo il lettore di fumetti, il mercato dei fumetti, il gradimento del pubblico, lo stesso Bilotta o una cosa così…

La storia si sviluppa in capitoli da 24 tavole, come se fosse la raccolta in volume di tre comic book. Non è per insultare gli autori che ho fatto un parallelo col fumetto USA: oltre al formato 17x26 la struttura è proprio quella, con i credit all’inizio di ogni capitolo e un cliffhanger finale. Il formato ideale per la pubblicazione sarebbe stato quello di un fascicolo mensile (o magari settimanale!) visto che il ritmo è incalzante e si rimane incollati alle pagine. Tanto più che come in Watchmen ogni capitolo termina con un elemento grafico extra-fumetto che porta un po’ avanti la trama o almeno riassume quello che è successo nel singolo capitolo: in appendice a un’eventuale versione in fascicoletti ci sarebbe stato proprio bene. Mi rendo conto però che, al di là delle altre considerazioni produttive, un formato di questo tipo avrebbe forse comportato un costo maggiore. Così però ci troviamo alla fine di questo primo volume con un cliffhangerone micidiale e chissà quando vedremo il seguito.

Lo stile di Bilotta è, come dicevo, molto appassionante e riesce a incuriosire il lettore. Non sempre il suo umorismo colpisce nel segno, ma sa usare alla perfezione le possibilità usate dal fumetto senza perdersi in barocchismi. E poi già l’ambientazione italiana per una storia del genere mi sembra una trovata simpatica.

I disegni di Sergio Ponchione mi hanno invece un po’ deluso: non che siano brutti, ma ha molto lesinato sui tratteggi, ha usato un’inchiostrazione piuttosto corposa e il risultato alla fine è un po’ stilizzato. Certe vignette sembrano ingrandimenti di immagini più piccole. Certo, è abbastanza espressivo ma non può esserlo più di tanto con protagonisti e comparse che indossano maschere totali o si atteggiano sempre a impassibili o al contrario devono sorridere forzatamente. La stampa non sempre nitidissima, poi, non aiuta. Oltretutto non si riesce nemmeno a leggere cosa c’è scritto in alto a destra nel manifesto de Il Nido dell’Aquila (che fa pensare ad Aquila più come attore che come eroe) e magari era un indizio importante. O forse è una strategia precisa per suggerire, come vediamo nella stessa splash page, che i colpevoli siano Mattarella e Pertini.

Poco da dire sui colori di Nicola Righi: in generale si conformano alla maniera supereroistica per poi deflagrare in quei pochi punti dove è necessario.

lunedì 30 ottobre 2017

Mercurio Loi 6: A passeggio per Roma

Mai letto nulla finora di Mercurio Loi, ma la particolarità di questo sesto episodio mi ha spinto all’acquisto. A passeggio per Roma è una specie di librogame, o meglio una di quelle storie a bivi che venivano pubblicate su Topolino.
La prima volta che l’ho letto sono “morto” subito mentre il percorso che ho scelto per la seconda lettura si è rivelato quello più soddisfacente tra le varie alternative. La storia è comunque leggibile tutta d’un fiato dall’inizio alla fine senza prendere una diramazione piuttosto che un’altra, anche se per giustificare certe reiterazioni Bilotta ha dovuto fare ricorso a mezzucci come un ipnotizzatore e un’allucinazione da abbiocco.
La trama offre più filosofia che azione o intrighi (sin dai redazionali a pagina 4: ma Bilotta scrive tutte le introduzioni così?) e attorno ad alcuni nuclei tematici più rilevanti, cioè la condanna del fratello di un vescovo e l’esibizione funambolica di un vecchio insegnante di Mercurio Loi, si sviluppano delle riflessioni su come le nostre scelte condizionino la nostra vita e di conseguenza sul libero arbitrio, forse solo un’illusione. In chiave umoristica l’argomento era già stato trattato da Moreno Burattini in una storia a bivi di Cattivik, che era appunto una critica alla falsa libertà di cui godrebbe il lettore di librogame, anche se qui Bilotta introduce la possibilità di mandare volontariamente in loop certe sequenze per godersele all’infinito.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque, ma scritto con grande gusto e un’architettura narrativa quasi perfetta – a tal proposito, a pagina 21 nella seconda vignetta la testa del bastone di Mercurio Loi forma il numero 4: è solo un caso oppure una cosa voluta per rimandare il lettore all’introduzione di pagina 4 e quindi alle elucubrazioni dell’autore? Il finale è molto buono, a maggior ragione se viene letto come l’ho letto io dopo esserci incappato per sbaglio una prima volta, ma il piglio metanarrativo che affiora in molti punti finisce presto per stufare.
Pur non conoscendo nulla dell’universo narrativo della serie, non mi è stato difficile prendere familiarità con i personaggi e calarmi nell’atmosfera, nonostante Bilotta non abbia adottato per fortuna l’antipatica abitudine di far parlare meccanicamente i protagonisti a beneficio del lettore neofita riassumendo le loro caratteristiche e i rapporti che li uniscono. E credo di aver capito che l’arcinemico di Mercurio Loi, Pasquino, sia Camillo Scaccia, anche se il passaggio da pagina 87 a 88 apparentemente rende la cosa impossibile (tutto sta nel capire da quando inizia l’allucinazione).
I disegni di Sergio Ponchione sono molto buoni, non solo a livello estetico ma anche registico. Se Bilotta ha curato al millimetro il meccanismo della trama, il disegnatore ha dato delle grandi prove con il montaggio alternato delle tavole 28 e 29 e con le varie panoramiche dall’alto che ha inserito nel fumetto.
Anche i colori di Nicola Righi sono buoni e non si limitano a riempire banalmente le vignette ma contribuiscono a creare i volumi e ad arricchire l’atmosfera. È un peccato che anche in questo caso la qualità della carta vanifichi in parte il lavoro degli autori rendendolo un po’ evanescente.