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martedì 13 maggio 2025

I Cugini Meyer

Quest’ultima avventura di Max Fridman si riassume rapidamente: a seguito dell’Anschluß l’Austria è stata annessa alla Germania e anche lì cominciano le persecuzioni agli ebrei. Tra gli altri ci sono i Meyer: la figlia di mezzo è al sicuro perché impalmata a un nobile intoccabile, ma il patriarca medico Franz deve pensare a proteggere gli altri due figli e la moglie preda della demenza mentre la stretta delle leggi razziali si fa sempre più opprimente. Rassegnato infine ad abbandonare il Paese, Franz Meyer scopre quanto sia difficile andarsene: i nazisti fanno di tutto per complicare le procedure di espatrio e le altre nazioni non ne vogliono sapere di accogliere profughi. Il fumetto è strutturato in due parti distinte e così, dopo la prima in cui il protagonista non compare mai, Max Fridman si trova coinvolto in una missione personale per portare i Meyer, lontani cugini della madre, in Svizzera.

Una trama semplice, dicevo, ma incredibilmente appassionante. Nella parte in cui sono di scena i Meyer si assiste ovviamente alla fisiologica sistemazione dei pezzi sulla scacchiera ma soprattutto viene reso con grande efficacia il progressivo deterioramento delle condizioni degli ebrei austriaci, in una spirale di soprusi e vessazioni che tiene incollati alle pagine in attesa della mossa risolutiva che dia il la all’entrata in scena del protagonista.

La seconda parte è più lunga ed è un drammatico e avvincente conto alla rovescia per vedere se Fridman riuscirà veramente a procurare i documenti e il passaggio necessario alla famiglia per abbandonare l’Austria. Non mancano quelle che più che sottotrame sono delle situazioni satellitari: l’oberführer Von Trudhof corteggia la figlia nubile di Meyer, il paranoico responsabile del controspionaggio Schminck (chi si rivede!) crede che Fridman sia in missione per la Ditta, Max Fridman riassapora il contatto con la vecchia fidanzata Myriam Meyer. Ma il vero nocciolo della questione è un altro: riuscirà Fridman a salvare i Meyer? Qualcuno lo tradirà? I Meyer riusciranno a sopravvivere tutti?

Al di là di questo, è come se venissero sciolti dei nodi allacciati sin dalla Rapsodia Ungherese di oltre quarant’anni fa. I Cugini Meyer è anche una sfilata di vecchi personaggi e di rimandi ad altre storie. Non è difficile cogliere i riferimenti, visti i soli cinque volumi di Max Fridman. Ho avuto un momento di defaillance con la figura di Myriam di cui si intuisce un importante trascorso ma di cui non ho trovato traccia nemmeno ne L’Avventuriero prudente. Ma è normale: sarà un flashback a spiegarci il suo ruolo e le sue origini.

Oltretutto Giardino reinterpreta qui il famoso aneddoto di quando, ingegnere in missione nell’Est Europa (non ricordo se in Polonia o in Ungheria), sudò freddo quando dei gendarmi lo fermarono. Per segnalargli che aveva una ruota sgonfia che lo aiutarono a cambiare…

Nonostante il contesto molto teso (o forse proprio a causa di questo, che per reazione spinge a sdrammatizzare) non manca qualche rara spruzzata di cinico umorismo, ma forse sono io che l’ho voluto cogliere.

Sui disegni c’è poco da dire: gli anni non hanno compromesso né le qualità estetiche né le capacità espressive di Giardino. Al massimo si può rimanere un po’ spiazzati dalla costruzione delle tavole che a volte presentano un senso di lettura non immediato, con vignette centrali a destra più alte di quella di sinistra che vanno lette prima. Ma ci saranno due o tre casi in tutto il volume. Di certo lo sfoggio della documentazione (poster, scorci, vestiti, interni ma anche libri e persino nozioni di Diritto) è un ulteriore motivo di fascino del volume.

Lo scanner continua imperterrito a rivelare le asperità della carta per acquerello e forse la stampa avrebbe potuto essere più nitida. Ma tanto ormai nessuno sa più stampare come una volta ed è già un miracolo che si pubblichi ancora un bel fumetto come non se ne fanno più.

La prima parte dura 78 pagine, più di un volume di quelli belli che si facevano una volta, e con la seconda fanno un totale di 164 pagine a fumetti. A queste si aggiungono una breve introduzione dell’autore, un suo intervento sul Convegno di Evian e una generosissima sezione di schizzi di una ventina di tavole. Anche prima di conoscere queste caratteristiche pensavo che il prezzo dichiarato di 20 euro fosse un errore perché troppo basso, ma vedo che la copia che ho preso io è già la seconda edizione quindi la strategia della Rizzoli Lizard si è rivelata vincente.

venerdì 11 aprile 2025

Ricevo e diffondo

 

Vittorio GIARDINO con PAOLO RUMIZ

Ven 11/04/25 18:00

presenta I cugini Meyer. Una nuova avventura di Max Fridman - Rizzoli. 

 

In questa nuova avventura, la prima dopo quasi vent’anni, l’agente segreto creato da Vittorio Giardino vivrà sulla propria pelle gli orrori del nazismo.

 

12 marzo 1938 le truppe tedesche invadono l’Austria. In aprile, dopo un plebiscito, il paese diventa una provincia del terzo reich e la vita degli ebrei si fa ogni giorno più penosa. Molti di quelli che ne hanno la possibilità decidono di andarsene, anche se espatriare è complicato, costoso e pieno di incognite. Per gli altri, la situazione continua ad aggravarsi; fra questi ultimi ci sono i Meyer di Vienna, lontani cugini dei Fridman di Parigi. Le drammatiche notizie della loro condizione raggiungono ben presto i parenti francesi, perciò è inevitabile che anche Max Fridman, lo voglia o no, ne resti coinvolto.

 

Vittorio Giardino (1946) è il più raffinato autore di fumetti italiano. Il suo segno meticoloso e impeccabile gli permette di spaziare tra i generi, con incursioni nel poliziesco, l’eros, la spy story e il romanzo di formazione che hanno conquistato il pubblico internazionale.

In dialogo con Paolo Rumiz.


https://www.librerielovat.com/ev/event/vittorio-giardino/

sabato 12 febbraio 2022

Tratti in salvo - Storie brevi, illustrazioni, perle ritrovate

Celebrazione della carriera più che quarantennale dell’Ingegnere del fumetto italiano, la parte del leone di questo volume la fanno le illustrazioni mentre i fumetti occupano una parte minoritaria, per quanto abbastanza consistente, né potrebbe essere altrimenti visto che la sua produzione a fumetti non è purtroppo molto corposa e le opere più famose e meno rare sono già state variamente ristampate.

Oltretutto viene presentata nuovamente La Pratica AB, che non sarà certo facilissima da trovare ma che è già stata ristampata in altre occasioni oltre al volume Indagine nell’Altroquando che a dispetto del mito che lo circonda non è così difficile da reperire. E con le sue 20 tavole questo esordio moebiusiano occupa in pratica un quarto dello spazio dedicato ai fumetti, visto che spesso il resto dei lavori si risolve anche in una sola tavola! Fortunatamente ogni storia è l’occasione per una breve introduzione dello stesso Giardino.

In linea di massima basta scartabellare la propria collezione di Comic Art, Il Grifo più qualche rivista francese e qualche catalogo per ricostruire il corpus presentato in Tratti in salvo, ma non manca qualche isolata e piacevolissima sorpresa come I Mandanti, prova generale di Piombo di Mancia che non credevo fosse stata nemmeno completata dopo gli aggiustamenti di tiro suggeriti da Bepi Zancan che avrebbero portato al Sam Pezzo definitivo.

Prezioso anche l’inserimento della tavola per la collettanea francese Tribolo l’incroyable aventure, una delle pochissime occasioni in cui Giardino non ha scritto i testi da solo, come nel caso de La Menzogna del Cavolo in cui Daniele Panebarco si è limitato (Dio sia lodato!) a fare la sceneggiatura – progetto di cui rimangono comunque solo queste cinque tavole, né mi pare che la scansione delle vignette di Giardino si sposasse bene con i ritmi narrativi di Panebarco.

Al di là di questo, dicevo, c’è una marea di illustrazioni che comprende anche omaggi ad altri fumettisti e, in appendice, sezioni dedicate al cinema, alla natura, al vino, alla musica e alle ceramiche. Probabilmente tra queste ce ne sono alcune di quelle per cui Luigi Bernardi accusava Giardino di trascurare il fumetto.

Al di là della divisione tematica delle ultime immagini, in Tratti in Salvo si respira una piacevole atmosfera caotica e bulimica, pieno zeppo com’è di opere realizzate con strumenti (ma anche stili) diversi, in epoche differenti e per le destinazioni più varie come manifesti di festival. Inoltre il fatto che molte immagini non siano recenti e di conseguenza vengano riprodotte da altre fonti, per la gioia dei collezionisti che possiedono gli originali, ci risparmia quell’antipatico effetto della scansione per cui le asperità della carta per acquerelli sono visibili in stampa. Cosa che purtroppo succede invece con la bella copertina inedita.

Data la particolarità del volume, ricchissimo di immagini pur se non offre alcun fumetto inedito (ma tra questi c’è qualche chicca), il prezzo è veramente basso: solo 19 euro a fronte di ben 256 pagine su carta patinata. A volergli proprio trovare un difetto, il formato 19x26 sembra un po’ piccolo se confrontato con quello dei “vecchi” volumi Lizard o Milano Libri, ma tanto ormai pare sia diventato un formato standard.

lunedì 11 novembre 2019

Storie da dimenticare

Il titolo di questo volume è ingannevole. Io, almeno, gli avevo attribuito tutt’altro senso: invece non si tratta di un eccesso di modestia da parte di Vittorio Giardino (o meglio di pudore nei confronti delle sue prime prove), ma del nome che aveva in origine la serie di fumetti brevi qui raccolti: storie “da dimenticare” in quanto testimonianze della barbarie umana, con al centro, cito testualmente dall’introduzione dello stesso autore, «il progetto […] di esplorare la Storia dell’Umanità dalle Origini ai Giorni Nostri attraverso il racconto dei Genocidi».
Seguendo quindi un criterio cronologico, sfilano le crudeltà che i Cartaginesi inflissero a una popolazione africana (Da territori sconosciuti), il risultato che la Pax Romana ebbe sulla popolazione dei Daci, l’incontro assai infelice di una nave di Mori con una di Crociati (Ritorno felice), la repressione degli ebrei testimoniata da Paolo Uccello (La predella di Urbino), la calcolata violenza dei Conquistadores (Encomiendero), il valore che la Compagnia delle Indie attribuiva agli schiavi neri (Un cattivo affare) e infine la vergognosa sorte dei nativi americani (Al circo). Quest’ultima storia è rimasta inedita per tutti questi anni, almeno in Italia, visto che il supplemento a fumetti de La Città Futura in cui sarebbe dovuta comparire era stato chiuso prima che potesse vedere la luce. Come ricorda lo stesso Giardino nell’interessante introduzione, proprio le dimensioni di quel supplemento (di sole 16 pagine) furono alla base delle dimensioni di questi fumetti, tra le 3 e le 5 tavole.
La struttura di base delle storie è molto simile, con un personaggio che ricorda o rievoca lo snodo portante dell’episodio. Un po’ di didascalismo è inevitabile, ma le storie sono lo stesso appassionanti e coinvolgenti, tanto più apprezzabili in quanto talvolta percorse da un amaro sarcasmo. Lo stile grafico di Giardino era molto diverso da quello di oggi, anche se già piuttosto maturo. Al posto della linea chiara per cui è conosciuto e apprezzato, qui utilizzava uno stile ricco di tratteggi e sfumature. Coraggioso, anche se non sempre riuscito, il ricorso al completamento amodale, ovvero il risalto dato a una figura non circoscritta dagli altri elementi che si trovano dietro o accanto a essa. Anche volendoli cercare per forza, non ci sono difetti marcati nelle anatomie, nelle espressioni e nella composizione delle tavole. Certo, è un Giardino molto diverso da quello di oggi, di cui si può ravvisare qualche seme al massimo in alcuni volti femminili.
Il volume (brossurato con alette) è stampato su carta povera, forse per rievocare la pubblicazione originaria delle storie. La qualità di stampa è perfetta, tanto che le “croste” di nero compatto risaltano lucide come se fossero stampate su patinata. Nell’introduzione Giardino lamenta il mancato reperimento delle tavole originali di Un cattivo affare, scusandosi indirettamente per la loro resa. Giustificazioni preventive (chiaramente l’introduzione è stata scritta prima dell’uscita del volume) assolutamente immotivate, perché la qualità della riproduzione di quella storia è perfetta. Tutt’al più sono le altre storie ad essere stampate troppo bene, per quanto paradossale possa sembrare: in Ritorno felice si intravede parte della balaustra sotto il balloon della seconda vignetta, mentre il titolo di Encomiendero è palesemente una pecetta per coprire quello sottostante. Nulla di fastidioso (anzi, sono dei piacevoli dietro le quinte) ma è chiaro che si tratta di elementi che non erano pensati per figurare in stampa. Resto però con la curiosità di sapere cos’erano quei simboli in basso a destra che si intravedono sotto le tavole, solo parzialmente visibili. Indicazioni per la prima pubblicazione? Rimasugli di firme di Giardino?
Il volume costa 18 euro (ma Mauro Paganelli allo stand me lo ha fatto a 15) per un totale di 56 pagine di cui solo 30 a fumetti. Chiaramente la spinta principale all’acquisto è vedere qualcosa di inedito di Giardino, ma vista la qualità dei fumetti posso suggerire di acquistarlo a prescindere dalla notorietà dell’autore.

mercoledì 30 maggio 2018

Ricevo e pubblico



COMUNICATO STAMPA

MASTERCLASS SULLA CRITICA E SUL GRAPHIC JOURNALISM AL FESTIVAL DEL GIORNALISMO DI RONCHI DEI LEGIONARI

Le masterclass saranno ospitate all’auditorium comunale di Ronchi dei Legionari, sono gratuite e aperte a tutti e la prenotazione può essere anticipata fino al giorno 8 giugno compreso.

Il giorno 8 giugno (Piazzetta Francesco Giuseppe, ore 18.30) saranno ospiti del Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari, alcuni dei principali esponenti del graphic journalism italiano: Claudio Calia (“Porto Marghera. La legge non è uguale per tutti”, 2007; “È primavera. Intervista a Antonio Negri”, 2008; “Caro Babbo Natale…”, 2008; “Dossier TAV. Una questione democratica”, 2014; “Piccolo Atlante Storico Geografico dei Centri Sociali Italiani”, 2014; “Kurdistan. Dispacci dal fronte iracheno”, 2017), Gianluca Costantini e Elettra Stamboulis (“L’ammaestratore di Istanbul”, 2009; “A cena con Gramsci”, 2011; “Pertini fra le nuvole”, 2013; “Arrivederci Berlinguer”, 2013; “Diario segreto di Pasolini”, 2015; “Fedele alla linea. Il mondo raccontato dal graphic journalism”, 2017). Saranno moderati nell'occasione da Matteo Stefanelli, responsabile del più importante web magazine quotidiano italiano dedicato al fumetto.
A margine dell'incontro il Festival promuove per la mattinata del 9 giugno, a partire dalle 11, due masterclass (incontri di approfondimento), dedicate al ruolo della critica e alle sue trasformazioni nella società “tecnologica”contemporanea e all’importanza dell’impegno diretto nel mondo esterno per la restituzione illustrata dei fatti.
Le due masterclass saranno tenute da Matteo Stefanelli, docente di linguaggi audiovisivi presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Histoire de la bande dessinée italienne e Théories de la bande dessinée presso l'Ecole Européenne Supérieure de l'image di Angoulême, nonché direttore del web magazine “Fumettologica”, la pagina forse più importante dedicata in Italia all’informazione e alla cultura del fumetto e alle sue propagazioni, e da Claudio Calia, fumettista, attivo da anni per la casa editrice BeccoGiallo.
Le masterclass saranno ospitate all’auditorium comunale di Ronchi dei Legionari.
Le masterclass sono gratuite e aperte a tutti.
Le prenotazioni possono essere anticipate fino al 8 giugno compreso, inviando una email ad Associazione culturale ETRA,  info@culturaeticaetra.com.
Si prega di specificare nel testo la masterclass a cui si vuole assistere. È ammessa la prenotazione contemporanea ad entrambe le masterclass.



COMUNICATO VITTORIO GIARDINO 6/7 giugno 2018

Mercoledì  6 giugno 2018, ore 18.00
Incontro con  Vittorio Giardino, “La memoria sbiadita della frontiera. Il libraio di Praga” (organizzato dall’Associazione culturale ETRA di Monfalcone, che cura l’evento per Leali delle notizie).
Il giorno 6 giugno, alle ore 18.00, presso l’auditorium comunale di Ronchi dei Legionari, quale evento collaterale alla quarta edizione del Festival, sarà ospite Vittorio Giardino, uno dei maestri indiscussi del fumetto italiano e internazionale.
L’autore affronterà nell’occasione i temi a lui più cari: il racconto per immagini, l’impegno documentaristico, approfondendo contemporaneamente i fatti storici e le tematiche che hanno dato spunto alle storie narrate.
Il contesto in cui si sviluppano le narrazioni di Giardino sono le principali vicende del Novecento: l’antisemitismo, la Guerra di Spagna, la Primavera di Praga, gli Anni di Piombo.  I suoi lavori, sempre sorretti da sceneggiature letterarie e dialoghi colti, sono caratterizzati da un disegno che rielabora la tradizione della linea chiara franco-belga, di cui Giardino è in Italia forse il principale esponente.

In collaborazione con il Festival, Vittorio Giardino sarà anche ospite giovedì 7 giugno, alle ore 18.00, della Libreria Lovat di Trieste (Viale XX settembre, 20). L’incontro porterà a conclusione i temi trattati con l’autore nella giornata del 6 giugno, permettendo, nell’idea degli organizzatori, di garantire al pubblico una disamina approfondita dell’autore e del suo testo, affrontata sotto punti di vista molteplici. Se a Ronchi dei Legionari verranno approfondite le vicende storiche e politiche correlate alla trama del testo, a Trieste verrà approfondita l’attività quarantennale dell’autore nel panorama del fumetto internazionale, approfondendo la costruzione del suo ultimo lavoro.
I due incontri costituiranno di fatto un incontro unico, a beneficio della narrazione attenta e speculativa dell’autore.
A dialogare con l’autore in entrambi i contesti Alessandro Mezzena Lona.
A coordinare gli incontri Roberto Franco dell’Associazione culturale ETRA di Monfalcone


Vittorio Giardino
E’ uno dei più importanti autori del fumetto italiano.
Nato nel 1946 a Bologna, già ingegnere elettronico, a trent’anni abbandona la professione per dedicarsi al fumetto.
Tre anni dopo le sue opere cominciano ad essere tradotte all'estero e gli valgono i primi riconoscimenti internazionali come il premio "Yellow Kid" di Lucca, il "Saint Michel" di Bruxelles, i premi di Sierre, Reims, Lugano, Solliès-Ville, Charleroi, ecc.
Nel 1995 con Jonas Fink-"L'Enfance" vince il premio per il miglior album straniero al festival di Angoulême in Francia e l’Harvey Award al festival di San Diego in California.
Lavora da sempre anche nel campo dell'illustrazione e dell'affiche, ma il suo interesse principale resta il fumetto. I suoi lavori sono stati tradotti in 14 lingue e pubblicati in 18 paesi.
In Italia ha collaborato a quotidiani come il Corriere della Sera, La Repubblica, il Messaggero, l'Unità, a periodici come L'Espresso, Vogue, etc.
Tra i suoi volumi pubblicati in Italia si possono ricordare: Sam Pezzo-Un detective, una città (Rizzoli  Lizard), Rapsodia ungherese (Edizioni Lizard), La Porta d'Oriente (Edizioni Lizard), Little Ego (Edizioni Comic Art), Vacanze fatali (Rizzoli Lizard), Viaggi inquieti (Edizioni Lizard), Viaggi di sogno (Edizioni Lizard), Jonas Fink-L'infanzia e Jonas Fink-L'adolescenza (Edizioni Lizard), Max Fridman (Gruppo Editoriale L’Espresso), Eva Miranda (Edizioni Lizard), No pasarán (Rizzoli Lizard), L’avventuriero prudente (SCM edizioni).
Inoltre per approfondire la sua arte di illustratore e disegnatore: Lusso-Calma-Voluttà (Edizioni Di), La metà seducente (Edizioni Di), Cad Girl (Edizioni Di), Tratti d’autore (Edizioni Di).
Nel 2018 esce in Italia, per Rizzoli Lizard, “Una vita sospesa", volume che raccoglie l’intera saga dedicata a Jonas Fink, assieme alla sua inedita parte conclusiva intitolata “Il libraio di Praga”. 


Le informazioni specifiche su tutti gli appuntamenti del Festival e il programma completo sono consultabili all’indirizzo:
festivaldelgiornalismoronchi.wordpress.com
per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito:
lealidellenotizie.wordpress.com
o seguire la pagina facebook dell'Associazione.

mercoledì 21 marzo 2018

Jonas Fink: Una Vita sospesa

Prima di procedere a parlare del fumetto, un paio di prediche nel deserto. Sono lunghe e noiose, pertanto le metto dopo una riga vuota per evidenziarle e agevolarne il salto.

PREDICA 1. Gli acquerelli vengono prodotti mescolando i pigmenti con dei leganti opacizzanti. Quindi, indipendentemente dalla tipologia di colore ad acquerello che viene usato e dalla sua marca (anche se ci sono delle differenze, ovviamente) quello che tecnicamente viene chiamato “medium”, cioè il mezzo tramite cui si può usare questa tecnica, è l’acqua. Come per gli acrilici e le tempere. Solo che a differenza di altri tipi di tecniche di pittura, che mantengono una matericità più o meno marcata, la caratteristica principale degli acquerelli è di essere trasparenti e di venire veicolati dal medium stesso che ne consente l’utilizzo, senza il quale rimarrebbero inerti. I colori a olio hanno bisogno dell’olio per reagire tra di loro, la gouache potrebbe anche essere spalmata sulla tela così com’è, quello che invece nell’acquerello è sia medium che colore stesso è l’acqua. La china colorata si può anche usare così com’è, come i lumacolor e le ecoline, ma gli acquerelli necessitano di acqua per sciogliere il pigmento solidificato nei panetti e trasformarlo in quella che sostanzialmente è acqua colorata.
A meno che non si usino tubetti di acquerelli liquidi, ma il discorso non cambia e ci porta sempre lì: la tecnica dell’acquerello necessita di una carta particolare per essere impiegata a dovere, a meno che non si vogliano ottenere effetti diversi da quelli canonici. Se applicata su una carta molto leggera, come ad esempio quella comune usata per le stampanti, l’acqua trasuderà da parte a parte rovinando tutto e al massimo (a meno che non si sia passato il pennello quasi secco) rimarrà una vaga traccia screpolata del colore, e una carta ondulata una volta asciugata. Se non sbaglio, Milazzo buttò via la versione a colori di un episodio di Ken Parker proprio perché aveva dato i colori su carta da fotocopie che, deformata dall’azione dell’acqua, non combaciava più con i disegni delle tavole originali. Un po’ diverso il discorso per una carta di tipo lucido: in quel caso, a seconda della grammatura, la pennellata rimarrà sospesa ancora liquida come le gocce sul lavello dopo che avete lavato i piatti, e si asciugherà molto lentamente cagionando gli stessi problemi, illustrati sopra, di quella leggera.
La carta per dipingere con gli acquerelli deve essere insomma spessa e porosa, perché l’acqua deve essere assorbita. In commercio le marche più importanti offrono delle cartelle specifiche prodotte in serie, ma a volte anche queste possono rivelarsi troppo sottili o leggere. La carta per acquerello per eccellenza è quella che le cartolerie e i negozi specializzati vendono al metro o in apposite cartelle in cui i singoli fogli sono incollati tra di loro e devono essere scollati con un tagliacarte. Beninteso, dei fogli ruvidi Fabriano o Schoeller possono senz’altro offrire un buon campo di prova, ma se uno vuole correggere in corso d’opera un acquerello o abbondare con l’acqua per ottenere degli effetti particolari, deve utilizzare questa carta particolare.
Questo tipo di carta viene realizzato estraendo le fibre dalla cellulosa, da vecchi stracci pressati e soprattutto (almeno così dicono) dal cotone, il tutto amalgamato e fatto pressare per bene nelle macchine continue in tondo. Proprio la presenza del cotone e di altri elementi dona a questi fogli di carta il caratteristico colore leggermente brunito, invece che il candore tipico delle altre carte. Questo procedimento serve a garantire all’acquerellista il massimo controllo su una tecnica che per sua natura è istintiva, immediata e potenzialmente soggetta al caso: non solo una pennellata meno umida di un’altra genera un effetto diverso, ma l’acqua potrebbe anche reagire diversamente a temperature differenti. Il risultato finale è che questa carta presenta sulla sua superficie tutta una serie di ondulazioni a volte molto marcate, con occasionali pezzetti di stoffa che riemergono qua e là a testimonianza del procedimento necessario per realizzarla. Non è un caso che in epoche più civilizzate della nostra, quando i colori dei fumetti non si facevano col computer, vigesse l’abitudine delle “blu” (o “grigie” a seconda del caso): fotocopie ridotte delle tavole originali in bianco e nero realizzate proprio su questo tipo di carta, o comunque su una non lucida, perché per il disegnatore sarebbe stato impossibile, o comunque molto difficoltoso, disegnare con il pennino su una carta così ruvida e porosa.
Quando Laura Battaglia, Patrizia Zanotti o lo stesso Giardino coloravano le tavole originali opportunamente fotocopiate sulla carta giusta non sorgevano problemi in fase di fotocomposizione e stampa analogica: delle macchine appositamente create fotografavano le tavole e poi le scomponevano nei quattro colori primari per produrre le relative pellicole che sovrapposte avrebbero ricreato l’effetto d’insieme (o ci sarebbero andate vicine il più possibile). Questo procedimento è di fatto identico alla fotografia dei quadri nei musei: sottoposta a una pioggia di fotoni, la superficie fotografata rivela solo le sfumature della sua patina esterna senza che vengano rilevate le asperità della carta o della tela come i grumi di colore e ogni altro eventuale effetto estemporaneo: se l’autore voleva che una superficie fosse di un bianco compatto, non appariranno gli eventuali difetti che potrebbero inquinarlo, fosse anche solo la trama della tela.
Purtroppo, come avevo già intuito da L’Avventuriero prudente, Vittorio Giardino non si affida più al vecchio metodo di fotocomposizione, ma produce in prima persona la scansioni da sottoporre agli editori. Anzi, fa addirittura lui in prima persona le prove di colore a seconda della carta da usare per i libri, come ha recentemente detto in un’intervista su Fumo di China. Purtroppo così facendo la luce che serve a imprimere le immagini non è più frontale e diretta (o non più solo frontale) ma a quanto pare è anche radente, e così tutte quelle asperità della carta per acquerello di cui ho parlato prima si vedono in maniera inequivocabile. Un po’ come il vecchio giochetto della matita passata sulla carta per far risaltare la moneta messa sotto il foglio. Un risultato che andrebbe anche bene per un catalogo di acquerelli, dove intuiremmo il “dietro le quinte” del lavoro dell’autore, ma che non è adatto a un fumetto.
Questo effetto non è forse evidente per chi non abbia confidenza con la cosa, ma proprio la raccolta in volume rende lampante la differente resa tipografica tra i primi due capitoli di Jonas Fink e l’ultimo. In pratica il colore compatto e uniforme non c’è più, per quanto fosse quello l’effetto voluto in origine. Curiosamente, questo difetto a volte può anche tornare utile: i muri, ad esempio, sembrano essere volutamente sgranati a simulare un intonaco ruvido. Tutto il resto, però, ne soffre terribilmente: il vetro perde ogni trasparenza, la ceramica non è più lucida, così come nemmeno il metallo. Gli abiti, i capelli, la stessa pelle dei personaggi: tutto marmorizzato. I cieli, poi, sono spesso pesantissimi e incombono con le loro sgranature non volute, come l’acqua dei fiumi e delle pozzanghere, che l’acquerello dovrebbe invece rendere limpida. È come se le tavole fossero state coperte da un vetro smerigliato – certo, la resa finale è migliore di quella che ho evocato con questo paragone, ma l’impressione è quella. Che sia un effetto voluto, a simulare di aver sfumato certi dettagli con le matite colorate? Ne dubito. Prendiamo le vignette centrali di pagina 250 o quelle nella parte più bassa di pagina 263: siccome le scene si svolgono rispettivamente di notte e all’interno dell’abitacolo di una vettura, Giardino ha fatto ricorso a un ulteriore passaggio di colore (su quello “naturale” sottostante) per materializzare le ombre sui personaggi e sui decor. Ma la scansione che ne deriva non ha generato il colore compatto che avrebbe dato drammaticità (o almeno una maggiore profondità) ai soggetti rappresentati: al contrario, sembra che siano immersi in acque torbide.
Altro problema: rilevando impietosamente lo scanner le asperità della carta, vengono registrate anche le diverse altezze sul foglio di carta (per quanto minime) a cui si trovano i tratti del disegno a china una volta riprodotto su questa carta speciale. Come ricordato sopra, le tavole in bianco e nero vengono infatti realizzate su carta liscia, dove il pennino scorre senza intoppi e dove la china non viene assorbita ma rimane sospesa sul foglio cristallizzandosi e producendo quindi un effetto di maggiore nitidezza. Una volta che le fotocopie colorate vengono scansione, questo si traduce in un leggero tremolio più evidente nei tratti più sottili, anche se pure quelli più marcati presentano delle ondulazioni indesiderate. Non siamo ai livelli delle pixellature ormai onnipresenti, ma comunque è un peccato e non rende giustizia alla minuziosa precisione di Giardino.
PREDICA 2. Nella già citata intervista su Fumo di China Giardino ha detto che i responsabili editoriali della Casterman hanno ritenuto opportuno ristampare in Francia i primi due capitoli in un solo tomo per accompagnare l’uscito del terzo e conclusivo. La Rizzoli Lizard si è spinta ancora più in là, facendo direttamente un integrale! Apprendo da Bedetheque che la Casterman ha pubblicato i suoi volumi in un “autre format” rispetto al solito e spero vivamente che non si tratti di una versione più grande del classico 20x30 ma che li abbiano stampati piccoli come ha fatto la Rizzoli Lizard. “Piccoli” relativamente, perché si tratta pur sempre del 19x26 con cui venne già riproposto No Pasaran, che faceva la sua brava figura anche se un po’ rimpicciolito. E d’altra parte, proprio come nel caso dell’edizione precedente di No Pasaran, non sarebbe stato piacevole trovarsi con volumi cartonati di grandi dimensione ma di altezze diverse visto che nell’arco di tempo che Giardino aveva impiegato a finire tutti e tre quegli episodi di Max Fridman, la Rizzoli Lizard aveva nel frattempo cambiato tipografia.
È anche vero che avendo lo stile di Giardino parecchie affinità con la ligne claire si presta molto facilmente, proprio come i fumetti di Hergé e di Jacobs, a essere ingrandito o rimpicciolito senza particolari traumi. Il suo segno, in questo integrale, si legge benissimo e non è affatto sacrificato. Ma stiamo parlando di Vittorio Giardino: in Italia i suoi lettori sono veramente così pochi da sconsigliare all’editore di uscire con un volume dal formato standard (che probabilmente per il cambio di tipografia che ho ricordato sopra non sarebbe stato proprio uguale, ma almeno lo sforzo ci sarebbe stato) attirandolo invece con una “offerta promozionale”, perché l’integrale un po’ lo è? E se anche i calcoli della Rizzoli Lizard fossero stati così corretti, e sicuramente l’editore ha più elementi di me per dirlo, non avrebbe potuto pubblicare, oltre a questo integrale, un volume come quelli vecchi, cartonati con sovraccoperta, in tiratura limitata per i pochi (pochi?) appassionati che già possiedono i primi due? È innegabile che la scelta dell’integrale invita naturalmente a una lettura organica, la stessa che ho fatto io, così come è vero che per una mera considerazione economica sia molto vantaggioso per un lettore spendere 29 euro per godere di oltre 300 tavole di Giardino, ma io avrei sicuramente comprato un eventuale volume singolo, fosse anche costato un po’ di più. Anche perché lo spazio dedicato all’introduzione avrebbe potuto essere gestito meglio, valorizzando le immagini e posizionando il testo in maniera più ariosa, come succede nei precedenti due volumi pubblicati dalla Lizard.
Certo, di questi tempi è già tanto che Jonas Fink non l’abbiano pubblicano in formato bonellide (sono l’unico a trovare paradossale che negli ultimi anni molti editori si siano affannati a uscire con proposte 16x21 quando la Bonelli stessa sta sondando il mercato con altri formati?) ma l’annunciato integrale di Blacksad, ordinato prima di Jonas Fink ma non ancora arrivato, dovrebbe essere in un bel 24x32. Per la Rizzoli Lizard produrre anche quest’ultimo Giardino in quel formato sarebbe stato veramente tanto più dispendioso? Ci sono forse degli accordi con le tipografie o con gli editori esteri per uniformare il formato?
Il volume della Rizzoli Lizard comprende anche un’introduzione di Giardino, che mi sembra più che altro un aggiornamento di quanto scrisse su Il Grifo oltre 25 anni fa, nove pagine di contenuti extra (schizzi, appunti e parte della documentazione usata) e due pagine con bibliografia e nota biografica.

Questo fatidico terzo e ultimo episodio di Jonas Fink, dunque. Giardino mi aveva espresso tre Lucche fa il suo timore (anzi, la sua fondata certezza) che non sarebbe piaciuto. Non so come è stato accolto da altri, io l’ho trovato stupendo.
È un po’ difficile ripercorrere sinteticamente 161 tavole, e anche ingiusto per chi non ha ancora letto Il Libraio di Praga, tanto più che si tratta di una lettura impegnativa che richiede un tempo di lettura molto lungo, anche senza volersi soffermare tutti i particolari di cui è saturo. Le pagine sono molto dense anche se apparentemente “non succede nulla”: in realtà è solo un artificio narrativo splendidamente usato da Giardino per rendere ancora più deflagrante la brusca sterzata che prenderanno la storia dei protagonisti e la Storia del XX secolo verso la centesima tavola.
Jonas è subentrato a Pinkel nella gestione della libreria e sembra aver trovato un po’ di pace, anche grazie a un’affascinante ragazza vietnamita. Il destino di suo padre è finalmente svelato, ma la nuova situazione avrà a sua volta frustranti strascichi burocratici anche in questa “nuova Cecoslovacchia” in cui il vento riformista vuole riparare agli errori passati. In un magistrale gioco di specchi (che riflette la realtà storica) i persecutori adesso sono i perseguitati e i molti personaggi che abbiamo conosciuto nei capitoli precedenti sono coinvolti in un balletto di avvicinamento e allontanamento in cui i ruoli sembrano invertirsi, ma sempre con la costante di una pervasiva paranoia. Più che giustificata: qualcuno si sta muovendo nell’ombra e la fatidica Primavera di Praga del 1968 non durerà ancora a lungo.
Jonas ha un ulteriore grattacapo: dalla Russia è tornato il suo primo amore, che si è veramente fatta donna mentre al termine de L’Adolescenza era ancora ritratta come poco più di una bambina. Gli eventi precipiteranno e il vecchio Gruppo Odradek verrà preso di mira dalla restaurata autorità.
Jonas non è un eroe, ma è una persona reale (persino un po’ bruttino), è evidente che la sua vicenda e certi suoi comportamenti siano stati ispirati a Giardino dalla conoscenza di prima mano di persone che furono testimoni o protagonisti di vicende analoghe.
La storia è sospesa tra malinconica rassegnazione (apprendiamo anche la sorte della madre di Jonas Fink) e la leggerezza che probabilmente respiravano i giovani nella Praga dell’agosto 1968. Curiosa una certa deriva da commedia pecoreccia in un paio di situazioni che coinvolgono l’idraulico Slavěk, che a ben guardare c’era già in sottotraccia nei capitoli precedenti. D’altra parte era necessario bilanciare la tensione di certe sequenze con altre più lievi. Il tutto, ovviamente, fino al momento che, come in un musical, il lettore avvertito si aspetta e sa già che dovrà manifestarsi per determinare le sorti dei personaggi. Ma a differenza di un musical, il finale non sarà altrettanto gioioso.
Giardino scrive in maniera coinvolgente ma non risparmiando dove sia necessario una certa ironia, che anzi viene sparsa generosamente. Probabilmente è l’unico a scrivere ancora delle didascalie come «infatti» e «più tardi», ma non si tratta di passatismo, bensì di un sapiente uso del linguaggio fumettistico, visto che quelle didascalie contrappuntano sarcasticamente due situazioni che dovrebbero essere concordanti e invece si contraddicono. Non mancano anche momenti di grandissimo lirismo e la sequenza nella galleria degli specchi (omaggio a Orson Welles?) è qualcosa di memorabile. Tatjana Gostrova, poi, si candida a essere il personaggio femminile più affascinante che Giardino abbia mai creato.
L’unica critica che posso muovere a Il Libraio di Praga (ma giusto per dire qualcosa) è che il cameo di Francesco Guccini è un po’ stonato, fuori posto. Certo, ne Il Libraio di Praga compare anche Vincenzo Mollica (e chissà quanti altri volti noti che non sono riuscito a identificare), ma lui ha solo prestato volto e stazza a uno dei personaggi. Guccini, seppure non nominato, è proprio lui. Sulle prime ho pensato che fosse parte della documentazione e che Giardino avesse scoperto che il cantautore si trovava a Praga proprio in quel periodo, e d’altronde Primavera di Praga è una delle canzoni più famose di Guccini, ma Giardino lo disegna così com’è oggi e non 50 anni fa, oltre a fargli accennare L’Avvelenata che avrebbe composto solo una decina di anni dopo.
Se l’unico appunto che posso fare ai testi de Il Libraio di Praga è questa sciocchezzuola, dal punto di vista dei disegni l’ultimo capitolo di Jonas Fink è semplicemente inattaccabile. Ricordo che gli ultimi di Max Fridman[link] mi avevano un po’ colpito per una certa semplificazione grottesca che aveva vagamente intaccato la proverbiale eleganza di Giardino, così come l’uso del pennino mi era sembrato più marcato, a volte un po’ grossolano nel definire contorni e volumi. Evidentemente si trattava solo di una fase passeggera, perché ne Il Libraio di Praga la proverbiale meticolosità dell’autore è coniugata a una realizzazione quanto mai felice e riuscita.
Ogni tavola è un profluvio di dettagli che meritano di perdere ore a farsi gustare. Nell’ammirare l’espressività dei volti si può ben giustificare tutti gli anni che Giardino ci ha fatto sospirare per questo ultimo capitolo.
Una cura maniacale, oltre che quella proverbiale per i dettagli apparentemente più insignificanti, viene riservata alle mani, incredibilmente espressive: quanto tempo avrà speso Giardino in schizzi e schizzi prima di trovare la tensione giusta, la posizione più narrativa… e il dinamismo delle sue figure… io ho sempre avuto l’impressione che nelle scene d’azione Giardino volesse mettersi alla prova, rendere evidente quanto avesse padroneggiato la capacità di far correre o saltare in maniera naturale e realistica i suoi personaggi. E anche stavolta c’è riuscito: senza ricorrere a linee cinematiche, ha reso a meraviglia (un esempio su tanti) la falcata di Jonas che si spinge in avanti sotto la minaccia dei carri armati russi, mantenendo sempre le proporzioni corrette e senza un tratto che non sia al posto giusto, con i lembi della giacca sollevati esattamente come dovrebbero essere.
Il Libraio di Praga merita di essere ricordato come l’evento fumettistico del 2018. Oltre alla qualità eccellente di testo e disegni, è veramente la chiusura di un cerchio – per quanto sia una formula abusata. Con questo fumetto Giardino non ha solo concluso definitivamente le vicende del suo protagonista, ma in qualche modo ha anche reso drammaticamente tangibili i mutamenti di una società che inevitabilmente faranno riflettere il lettore su cosa è successo nel mondo nell’ultimo scorcio del XX secolo, e nella sua vita tra la prima apparizione di Jonas Fink e questo volume.
Il Libraio di Praga offre insomma un grande coinvolgimento, un protagonista vero, dei comprimari eccezionali, una ricostruzione scrupolosissima e una sensazione di malinconico rimpianto.
Nel mio caso, anche per gli anni in cui i fumetti erano fotocomposti e stampati in grande formato.

giovedì 11 agosto 2011

Intervista a Vittorio Giardino

Ai redattori della rivista francese Bodöi non sarà sembrato vero di ricevere una segnalazione per la rubrica “Les Pinailleurs” (sorta di Blob che elencava le “papere” di sceneggiatori e disegnatori di fumetti) che riguardava Vittorio Giardino. Vittorio Giardino è noto infatti per la precisione quasi maniacale con cui realizza i suoi fumetti, quella precisione che gli fa disegnare le cartine dell’Europa esattamente com’erano nei periodi in cui sono ambientate le sue storie, che lo costringe a estenuanti giri da rigattieri per trovare le 10.000 lire che dovrà ritrarre in un suo racconto e che lo spinge a fare lunghe ricerche per verificare che una particolare funivia fosse in funzione durante quel mese del 1938.

Milo Manara ne parla così a pagina 40 del lungo libro-intervista Vita e Donnine di Milo Manara: «Giardino è un ingegnere e si vede proprio per quanto è rigoroso nel disegno. Oltre alla caratteristica della “linea chiara”, Vittorio appartiene a quella scuola di autori rigorosi che disegnano prima la piantina di una stanza in cui sanno che si svolgerà una certa sequenza, e collocano i personaggi in modo che poi, a seconda dei vari punti di vista, abbiano sempre il giusto sfondo».
Certo, è vero che Giardino proviene da tutt’altro background e che si è dedicato professionalmente al fumetto relativamente tardi, a 32 anni, ma agli intervistatori che gli chiedono ossessivamente il perché di questa apparente bizzarria (e a cui lui risponde sempre pazientemente) andrebbe ricordato che tutto sommato non è proprio una rarità: Sergio Staino divenne fumettista che di anni ne aveva quasi 40. E poi come ha detto Giardino «progettare un circuito elettronico e inventare una storia è una cosa molto simile».  Dopo le prime prove sul supplemento a fumetti della rivista Città Futura, catalogate oggi alla voce «Storie Da Dimenticare» nel suo sito ufficiale, partecipa al volume collettivo Indagini dell’Altroquando (L’Isola Trovata, 1978) con una storia ispirata a un racconto di Franz Kafka. Tra suggestioni moebiusiane e fitti tratteggi a coprire le incertezze degli esordi, si nota comunque qualcosa di buono. “Qualcosa” che riaffiorerà anche nei suoi lavori successivi.
Nel 1979 compare sulla rivista Il Mago (ma è stata realizzata, o almeno inziata, alla fine del 1978 come specifica la firma di Giardino) la prima avventura di Sam Pezzo, un omaggio al genere hard boiled che però trasporta la scuola dei duri nella Bologna dei tardi anni ’70: «Nella misura in cui sono funzionali al potere di merda sono oggettivamente provocatori, cazzo.» dice una comparsa di quella prima storia, Piombo di mancia. L’inchiostrazione è ancora piuttosto incerta, le anatomie e le fattezze dei personaggi tendono al caricaturale e forse per darsi un po’ di coraggio Giardino sovraccarica le tavole di dettagli, dalla carta da parati dell’ufficio del detective Sam Pezzo alla descrizione minuziosa di ogni singolo giornale nelle edicole. Fino alle etichette dei liquori nei bar, riprodotte quasi nel dettaglio una per una.
Sam Pezzo continua e si notano costanti miglioramenti: intervengono un dosaggio più sapiente del nero, una maggiore confidenza con le anatomie e un buon dinamismo, che si intuisce faticosamente conquistato. Finché arriviamo alla lunga storia Merry Christmas, in cui finalmente riusciamo a intravvedere quello che sarà il “vero” Giardino. Ora il tratto è decisamente più “bello”, ma è anche funzionale alla narrazione e, vivaddio, si cominciano a intuire quelle conturbanti figure femminili che saranno poi una caratteristica distintiva del Giardino illustratore e fumettista. Merry Christmas è datata 1980, ma poco più di un anno la separa dalla seminale Piombo di mancia: come diligentemente riportato nella prima tavola è stata infatti realizzata nel gennaio 1980, Piombo di mancia era del dicembre 1978.
Vittorio Giardino in una foto apparsa su Orient Express n° 4

La parabola ascendente dello stile di Vittorio Giardino è insomma davvero vertiginosa e nel 1982 appare sulla rivista Orient Express un’opera che gli spalanca le porte del mercato francobelga (comunque già toccato grazie a Glénat): Rapsodia Ungherese. Si tratta di un fumetto dal formato anomalo, poichè consta di ben 90 tavole ma benché sia un “corpo estraneo” anche per il mercato francofono (in cui da qualche anno stava prendendo piede il formato dei “romanzi a fumetti” di (A Suivre)/Casterman che però non prevedeva il colore) ottiene un enorme successo, tanto che a tutt’oggi viene costantemente ristampato. 

In Rapsodia Ungherese, che Luigi Bernardi pubblica su rivista in sole quattro uscite risparmiando ai lettori lo stillicidio di una lettura più diluita), esordisce Max Fridman, che sta a Vittorio Giardino come Corto Maltese sta a Hugo Pratt e Giuseppe Bergman sta a Milo Manara: «Facciamo fumetti anche per motivi psicoterapeutici: vivere con la fantasia le avventure che avremmo voluto vivere nella realtà». Di Sam Pezzo Giardino «non sa molto», ma di Max Fridman conosce alla perfezione gli studi, le vicende infantili, perfino la madre. Rapsodia Ungherese varrà al suo autore lo Yellow Kid alla Fiera del Fumetto di Lucca nel 1982.
La carriera di Giardino è sfolgorante e non si ferma certo qui. Nel 1984 esordisce per Glamour la sua parodia brillantemente erotica del Little Nemo di Windsor McCay: Little Ego, in cui l’eleganza e la sintesi del tratto di Giardino raggiungono lo zenit, così come i suoi colori (benché quella della riproduzione dei colori su rivista sia un cruccio per Giardino, e non solo per lui ovviamente). Nel 1985 la rivista Corto Maltese della Rizzoli Milano Libri pubblica la seconda avventura di Max Fridman: La Porta d’Oriente, che per qualità estetiche e scioltezza della narrazione è addirittura superiore a Rapsodia Ungherese.
Lo stile pienamente maturo di Vittorio Giardino viene spesso accostato alla scuola belga della ligne claire, ovvero quella particolare corrente che privilegia la sintesi stilizzata e la pulizia del segno e che ha in Hergé il suo patriarca. L’accostamento, assolutamente giustificato a una prima ricognizione, non è dei più esatti a una attenta analisi: nelle tavole di Giardino il tratto è modulato, nè mancano all’occorrenza tratteggi, pointillisme o fitte campiture di nero, e soprattutto la sua tecnica di colorazione tende a un risultato realistico, non decorativo. Ma in quegli anni l’onda lunga (presto infranta e che comunque quasi non lambì l’Italia) del lavoro di Chaland e Swaarte, maestri della “nuova” ligne claire che faceva furore all’epoca, e che proprio a Hergé e a Edgar Pierre Jacobs facevano riferimento, portava a vedere tracce di “linea chiara” un po’ dovunque, persino in Daniel Torres. Addirittura una prozine dell’epoca sarebbe stata battezzata Linea Chiara. Il parallelo quindi, per quanto non campato in aria, è un po’ forzato e Giardino stesso parlerà infatti di «fratellanza» in riferimento al suo rapporto con Hergé, e non di «filiazione»: è stata probabilmente la suggestione e la rielaborazione degli stessi stimoli avuti in comune a determinarne la somiglianza, non l’ispirazione diretta a lui (a tal proposito rimando al fondamentale saggio-intervista Il mio Giardino di Gianni Brunoro, che ringrazio per l’aiuto determinante in questa intervista).
Nelle interviste di metà anni ’80, ad esempio su L’Eternauta 44, comincia a circolare voce di una terza storia di Max Fridman che si svolgerà durante la Guerra Civile spagnola. Dovremo aspettare 15 anni per vederla, o meglio per vedere solo il primo capitolo di quella che sarà una trilogia che si concluderà nel 2008.
Durante gli anni ’80 la produzione fumettistica di Giardino si diversifica ulteriormente e ormai non teme più il formato del “libero”, la storia breve autoconclusiva che nel succitato testo di Brunoro aveva detto di non sapere ancora gestire bene. Per i supplementi (estivi ma non solo) de Il Messaggero e L’Espresso nascono delle deliziose storie poi ristampate su riviste e in albi in versione ampliata. Anche questo lavoro di bricoleur che rimonta ed espande le sue stesse tavole denota la perizia certosina di Giardino.
Gli anni ’90 vedono la nascita di un nuovo personaggio ospitato sul primo numero (aprile 1991) della rivista Il Grifo: Jonas Fink, protagonista di «una storia dall’altra parte della frontiera. Quando la frontiera esisteva ancora». La pubblicazione subisce un brusco arresto, pienamente giustificato dagli sforzi realizzativi: Giardino spiega su Il Grifo 28 che «È stato necessario [...] controllare le fonti degli archivi, in gran parte segreti, confrontarne le notizie con le scarse testimonianze ancora disponibili (i protagonisti di allora sono quasi tutti scomparsi), effettuare i sopralluoghi necessari».
La storia di Jonas Fink ospitata sulla rivista è la prima parte di una trilogia che oltre a L’Infanzia conta al momento anche il volume dedicato a L’Adolescenza (1998) e che attende la sua conclusione nel prossimo volume La Maturità.

Oltre a continuare il filone delle storie brevi di varia committenza cominciato anni prima, Giardino prosegue anche a realizzare illustrazioni. In particolare, è molto incisiva la sua presenza sulle copertine della rivista Cad.Lab News della casa editrice Il Rostro, che realizza tra il 1994 e il 1998. Forse può sembrare strano che un disegnatore col suo stile morbido, elegante e colorato presti il suo pennino per decorare riviste che alla mente rimandano subito freddi cavi e transitor, ma vale la pena ricordare che anche l’ipertrofico e carnale Tanino Liberatore fece da copertinista per Consulenza, ovvero una «rivista di informazioni e commenti operativi per l’azienda». Ed entrambi faranno giustamente notare quanto questa attività collaterale al fumetto consenta una certa tranquillità economica.
Nel 2005 Vittorio Giardino riprende e sviluppa un personaggio precedentemente apparso sull’ultimo numero di Comix nel 1997: Eva Miranda. Stavolta ai testi non c’è solo lui, ma soggetto e sceneggiatura vengono realizzati insieme a Giovanni Barbieri: si tratta di un caso unico nella sua carriera. Sono rarissime le altre occasioni in cui Giardino ha collaborato con uno sceneggiatore, e spesso si tratta di occasioni celebrative o comunque speciali: una tavola di Martin Mystere e una storia di Diabolik scritte da Alfredo Castelli, una tavola della lunga storia a più mani Welcome to Rome sceneggiata da Roberto Dal Pra’ su soggetto di Renato Nicolini, un’altra tavola unica di un lavoro collettivo (Tribolo, l’incroyable Aventure) scritto da Jean-David Morvan, il racconto La giacca stregata tratto da Buzzati e sceneggiato da Benoît Marchon e La terza verità su testi di Pierfrancesco Prosperi.
Sono tre anni, dall’uscita del terzo volume di No Pasáran, che non leggiamo un fumetto di Vittorio Giardino, ma almeno possiamo consolarci con le sue splendide illustrazioni che in tempi recenti sono state raccolte in volumi e sketchbook da Edizioni Di/Grifo Edizioni.

(per la cronaca, il “pinailleur” di Giardino nel numero 51 di Bodöi era riferito al terzo volume di Max Fridman: in una vignetta sua figlia Esther legge un volume a colori di Tintin, Le Lotus Bleu. Ma ne legge la versione a colori che sarebbe uscita solo nel 1946 mentre la storia di Giardino è ambientata nel 1938. Roba da veri pervertiti, insomma, più che da appassionati di fumetto)

Quale considera la Sua storia d’esordio? In alcune interviste vengono citate ad esempio una storia di fantascienza, una versione dell’Odissea con episodi apocrifi e persino un fumetto comico con delle formiche[1].

Quelli che cita sono proprio i primi esperimenti. L’esordio invece è quello che viene effettivamente pubblicato. Nel mio caso le prime storie degli esordi sono quelle che nel mio sito vengono indicate come «Storie Da Dimenticare», pubblicate da Luigi Bernardi nel supplemento a fumetti della rivista Città Futura.

A proposito di Luigi Bernardi: lui e Beppi Zancan sembrano essere state delle figure molto importanti per la Sua carriera di fumettista. C’è qualcosa in particolare che ricorda di loro?

Non so se “ricordare” sia il termine giusto... cercando di sintetizzare al massimo: Luigi è un grande conoscitore di fumetti e anche un grande intellettuale, che ormai ha quasi abbandonato il campo del fumetto per dedicarsi alla letteratura, all’insegnamento e alla scrittura.
Bonafede e Curcio citano polemicamente Bernardi su Eureka
Luigi ha proposto iniziative editoriali che  erano in anticipo sui gusti del pubblico (di quello italiano, almeno) e queste iniziative le propose sempre senza avere alle spalle nessun finanziamento. Purtroppo quasi tutte queste iniziative hanno avuto vita relativamente breve, ma è già un miracolo che siano esistite. In fondo Bernardi creò quella che era un’editoria indipendente per i fumetti che ebbe un’enorme importanza da un punto di vista culturale (e anche di formazione degli autori) e una notevole risonanza fra i lettori più avvertiti.
Beppi Zancan fu il primo direttore di una rivista di una casa editrice importante, la Mondadori, a darmi fiducia e quindi a pubblicare pagine che venivano pagate. Certo, anche Luigi Bernardi pagava gli autori, ma ovviamente con compensi assai diversi perché le condizioni delle case editrici che lui guidava non gli permettevano di largheggiare. Il ricordo di Beppi Zancan è legato soprattutto a quello di un direttore di una rivista, Il Mago, a diffusione nazionale che osava pubblicare perfetti sconosciuti o addirittura debuttanti. Potrebbe sembrare normale, per un direttore, invece non lo è.
Beppi Zancan non fu solo direttore editoriale de Il Mago ma vi svolse occasionalmente anche l'attività di illustratore

Da notare che Beppi Zancan, a parte me, ha “scoperto” personaggi come Silver o come Filippo Scozzari, che sorprendentemente (pochi lo sanno) i primi fumetti li ha pubblicati proprio su Il Mago.
Zancan aveva un occhio notevole per riconoscere i talenti, anche quelli che magari erano più lontani dalle sue personali preferenze. Aveva grande capacità critica e grande coraggio editoriale, visto che pubblicava autori che all’epoca non erano assolutamente nessuno e su cui rischiava. Comportamento anomalo, tanto è vero che dopo un certo numero di anni (neanche troppi) la Mondadori decise di chiuderlo, Il Mago.

In merito alle riviste “coraggiose” di Bernardi Lei faceva riferimento più al supplemento di Città Futura o a Orient Express?

Beh, il supplemento della Città Futura fu coraggioso dal punto di vista culturale ma non dal punto di vista finanziario, perché non era prodotto da Luigi Bernardi. Invece di Orient Express era anche editore; qualche anno prima aveva fondato la casa editrice L’Isola Trovata (che cominciò pubblicando libri) e poi si lanciò nell’avventura assai impegnativa di un mensile. Sicuramente fu un’iniziativa più coraggiosa e più rischiosa, e anche forse più importante, però uno che avesse avuto lo sguardo acuto avrebbe visto un direttore editoriale, un conoscitore di fumetti e un intellettuale notevole già dalla scelta delle cose che pubblicò sul supplemento della Città Futura. Bisogna ricordare che, pur giovanissimo e senza soldi, riuscì a pubblicare racconti inediti di Moebius e Tardi.

Per quel che riguarda gli autori che Lei leggeva, si è letto spesso nelle interviste la Sua passione per Barks e Gottfredson però unitamente a questa c’è anche la stima verso Pratt, Moebius, Pazienza e per altri autori contemporanei. Lei che fumetti leggeva da ragazzino o da bambino?

prima tavola di A Nord-Est di Bamba-Issa, omaggio a Carl Barks
Solo Paperino.

Solo Paperino?!

Praticamente quasi solo Paperino. La scoperta dei fumetti franco-belgi è avvenuta per lo meno da ragazzo, non da bambino. Da bambino leggevo i fumetti che erano più comuni e più disponibili nelle edicole anche perché all’epoca (stiamo parlando degli anni ’50) i fumetti erano una cosa preziosa, costavano cari. Era l’Italia del dopoguerra e non è che si potesse andare in edicola e comprarne molti, la mia famiglia almeno non poteva permetterselo. Prevalentemente erano le pubblicazioni Disney, ma con incursioni anche in altri fumetti italiani come potevano essere quelli del Vittorioso. Però la presenza più costante, più profonda è stata quella dei grandi autori Disney.

Dal punto di vista tecnico Lei con quali strumenti lavora?

Diciamo che lavoro con gli strumenti normali del disegnatore che lavora a mano, senza ricorrere ad alcun ausilio elettronico.


Visto che ha introdotto l’argomento: cosa pensa dell’utilizzo del computer per la realizzazione dei fumetti?

Io sinceramente non ho nessuna preclusione teorica, anzi. Sono molto incuriosito e felice di vedere tante opere realizzate da miei colleghi, soprattutto giovani, utilizzando mezzi elettronici. Personalmente amo troppo la parte manuale del mio lavoro, l’acqua, i pennelli, la china... tutta questa parte di lavoro manuale mi piace molto e non voglio assolutamente rinunciarvi. No, io preferisco lavorare “pastrocchiando” con le mani.
Però sono convinto che quelli informatici siano strumenti che saranno sempre più usati e produrranno opere sempre più interessanti.

Quindi per colorare Lei utilizza acquerelli, ecoline o quale altra tecnica?

Acquerelli, perché mi piace molto l’acqua, e poi perché mi piace la trasparenza del colore e la velocità dell’esecuzione. Anche se sembra un po’ strano detto da me, dato che ho la fama di essere un autore molto lento; il che è in parte vero, ma non a causa di un’esecuzione troppo elaborata, al contrario. Di solito nell’esecuzione sono abbastanza veloce.

È la raccolta della documentazione che Le porta via più tempo?

Più che altro l’ideazione della storia... è una cosa che ho già ripetuto varie volte, posso ripeterlo una volta di più anche perché trovo che sia utile ribadirlo: la mia grande aspirazione (e presunzione, magari non giustificata) è quella di fare fumetti che abbiano, diciamo così, la dignità e lo spessore dei romanzi, dei romanzi scritti.

Dunque: nessuno si meraviglia se per scrivere un romanzo, senza nemmeno fare un disegnino, uno scrittore impiega un paio d’anni. Invece,  non si sa perché, è opinione corrente che per realizzare un fumetto basti un tempo infinitamente più breve. Accettare questa opinione significa, secondo me, anche accettare un’inesorabile diminuzione di valore dell’opera da parte degli autori stessi. Attenzione: sono il primo a riconoscere (figurarsi!) le ragioni economiche che sottendono tutto ciò. Il fumetto normalmente è pagato agli autori molto poco e quindi c’è bisogno di produrre molto per sopravvivere. 
Però resta il fatto che, avendo la fortuna di pubblicare libri a fumetti in vari Paesi (perché se fosse solamente per l’edizione italiana non me lo potrei permettere), io tento di realizzare  fumetti come romanzi. E l’ideazione di un romanzo, come l’ideazione di un fumetto, come l’ideazione di un film, l’ideazione di una qualunque opera espressiva, richiede un tempo di maturazione (un tempo di ideazione, ripeto) abbastanza lungo. Poi magari  può succedere quello che racconta Eduardo parlando di Filumena Marturano, che si scrive tutto in una notte; sì, però prima di quella notte ci sono forse mesi passati a pensare.
So che questo modo di lavorare è un privilegio, e sono molto contento di potermelo permettere. Ma l’ho inseguito intensamente e non voglio rinunciarci, anche se gli editori mi spingono a produrre di più. Cerco di evitare il rischio, che temo molti fumetti corrano, di ripetere storie già note, di seguire schemi narrativi e schemi ideativi supercollaudati (l’eroe, il cattivo, la bella...), tutta una struttura di tipo canonico che, sinceramente, a me interessa fino a un certo punto.

C’è però forse da considerare che il fumetto è fortemente legato alla serialità e anche nel mercato franco-belga le opere che vengono pensate appunto come romanzi (quindi molto lunghe) devono essere divise in più parti, anche per ragioni cartotecniche.

Il discorso si farebbe assai complicato e temo che sia un po’ difficile trattarlo in modo esauriente in poche righe. Probabilmente (però non ho nessuna certezza in proposito) questa ambiguità è un peccato originale del fumetto. Da quel che so, il fumetto nasce sui quotidiani americani come forma di comunicazione per i semianalfabeti, soprattutto immigrati, persone che conoscevano male l’inglese; con l’aiuto delle figure e una lingua semplificata si mettevano in condizione anche queste persone di leggere, e contemporaneamente di istruirsi e di imparare l’inglese.
Ecco, questa caratteristica del fumetto come mezzo di lettura semplificata rispetto alla scrittura tout-court è qualcosa che resta ancora oggi, anzi direi che è predominante. Poi naturalmente c’è un secondo livello di analisi, approfondito soprattutto negli ultimi vent’anni. Studi recenti hanno mostrato che in realtà il modo di decifrare la lettura di un fumetto è assai più complicato di quello che sembra.

Perchè bisogna far agire in concerto l’emisfero destro del cervello col sinistro, come ha rilevato anche Alan Moore.

Non conosco abbastanza la fisiologia per addentrarmi in questo argomento. Di sicuro il linguaggio del fumetto è piuttosto complicato, tant’è vero che di solito chi non ha letto fumetti da bambino non li legge mai più. Si sa che la capacità di apprendimento nella prima infanzia segue percorsi mentali e forse anche fisiologici molto speciali, cioè coinvolge parti del cervello che nell’età adulta non agiscono più altrettanto bene, tant’è vero che lo studio delle lingue nei primi anni dell’infanzia dà una conoscenza così profonda e radicata che nessuno studio da adulto può più produrre.

C’è stato nella Sua carriera anche l’episodio che apparentemente è rimasto isolato di Eva Miranda. Avrà un seguito?

Temo di no. In realtà avrebbe dovuto averlo: nel progetto iniziale era prevista fin dall’inizio una seconda parte e forse addirittura anche una terza, perché essendo stata concepita come una telenovela era previsto di continuarla fino allo sfinimento. L’idea era quella di fare dell’ironia sui linguaggi televisivi popolari, eventualmente aggiornandola ai generi narrativi della televisione: all’epoca, quando uscì Eva Miranda, andavano molto le telenovelas. Oggi probabilmente, se dovessi continuare Eva Miranda, mi rivolgerei piuttosto alla struttura delle cosiddette “fiction”, che sembrano diverse ma tutto sommato sempre alle telenovelas rimandano.
Fatto sta (questa è una cosa molto interessante, che da una parte mi dispiace ma dall’altra realmente mi interessa) che Eva Miranda ha avuto un successo di pubblico praticamente uguale a zero.
Questo a dimostrazione che non esistono rendite di posizione, nel senso che Eva Miranda è uno degli ultimi libri che ho fatto e io non sono più un esordiente, però a tutt’oggi (e non parlo solo dell’Italia ma di tutto il mondo) vende di più Rapsodia Ungherese, che è un libro uscito nel 1982 e che viene ancora ristampato, rispetto a Eva Miranda che è un libro del 2005.

Ora, evidentemente i lettori non hanno apprezzato quel libro. Anch’io naturalmente vivo in questo mondo e quando un libro dà un risultato commerciale talmente deludente io non posso obbligare un editore a pubblicarne il seguito. Quando l’editore mi dice “Guarda che questo è un disastro, è una perdita secca e ha venduto pochissime copie” non si può insistere.
Anche perché, tra parentesi, ho ancora tante altre cose (o mi illudo di avere tante altre cose) da raccontare oltre Eva Miranda. Anzi, forse il pubblico aveva ragione, forse in realtà quel tipo di fumetto non è nelle mie corde.

Beh, però era pur sempre disegnata da Vittorio Giardino, io oltre alle donnine mi ricordo tutti i vestiti con gli ananas che erano stupendi. Quindi Eva Miranda non mancava di attrattive almeno dal punto di vista iconografico.

Quelle toilettes strampalate nascevano dal fatto che per un periodo di due o tre anni  avevo fatto illustrazioni in Francia per Vogue, quindi ero entrato in contatto con il mondo della moda (anche se molto da esterno), che è un mondo assolutamente pazzesco. Comunque ne ero rimasto influenzato ed Eva Miranda ne porta le tracce proprio in questa ossessione per la cura degli abiti.

Lei ha introdotto il discorso del Suo pubblico: Lei come molti altri autori italiani guarda più che altro al mercato franco-belga, il Suo sito tra l’altro ha anche una sezione in olandese quindi immagino che Lei abbia un bacino d’utenza molto ampio anche in Olanda. Oppure i Suoi fumetti non hanno un pubblico d’elezione e anche l’Italia è un Suo riferimento adesso?

Un argomento alla volta. In tutta onestà quando lavoro a una storia non penso a nessun pubblico se non a me stesso come pubblico, cioè cerco di fare (finora almeno) le cose che mi sarebbe piaciuto leggere: se per caso le avesse fatte un altro io non le avrei fatte. Non faccio mai qualcosa pensando al pubblico, anche perché non credo di conoscere i gusti del pubblico: Eva Miranda ne è una dimostrazione. È difficile conoscere i gusti del pubblico; mirare a un target è una cosa da pubblicitari, io non ne son capace.
Detto questo, la ragione del fatto che magari i miei fumetti si vendono di più in Francia che in Italia non dipende da me, non è che io lo faccia apposta. Io ho fatto, ripeto, le cose che mi sarebbe piaciuto leggere, poi però è un fatto che io abbia  più lettori in Francia che in Italia. Può darsi che ci siano delle ragioni precise, ad esempio il fatto che io mi senta molto più europeo che italiano, e quindi che le mie storie abbiano un taglio meno locale e più internazionale, è possibile che favorisca l’apprezzamento da parte di un pubblico appunto europeo.

Quanto al discorso del mio sito, che è quadrilingue e la quarta lingua è il fiammingo, la ragione è molto semplice: quel sito non lo curo io ma un mio lettore, che a questo punto è diventato anche un mio amico, che vive a Bruges. Ecco perché la quarta lingua è il fiammingo; questo spiega anche perché ci sono errori di italiano nella parte in lingua italiana. Io mi limito a tenerlo al corrente delle iniziative, non avrei mai il tempo per potere seguire un mio sito.
Come può immaginare, ricevo continuamente offerte di pagine di FaceBook oppure di aprire un blog o cose del genere.  Non ci penso neanche di lontano, perché altrimenti va a finire che non lavoro più. Creare delle storie, anche solo scrivere delle sceneggiature, richiede tempo e concentrazione. Io il computer lo accendo la sera, e nemmeno tutti i giorni: controllo la posta elettronica ma non passo più di dieci minuti al giorno, forse meno (e son già troppi), davanti allo schermo.
In quanto invece al mio “pubblico d’elezione”, devo dire che, pur non cercandolo in modo esplicito, effettivamente esiste. I miei lettori in media si connotano per  caratteristiche un po’ particolari,  l’ho visto nel corso dei festival durante gli incontri con i lettori. Ci sono caratteristiche comuni e una, ahimè, per quanto possa sembrare un vanteria (ma non lo è), è una caratteristica che forse è un limite, se non addirittura un difetto: i miei lettori in generale  sono persone colte. Del resto i miei fumetti sono pieni di riferimenti, per cui se uno non ha almeno un minimo di cultura fa fatica a leggerli. Non voglio esagerare, ma almeno un minimo è necessario.

Quindi in questo senso la cultura del lettore diventa un “limite”.

Non è che lo faccia apposta, devo essere sincero, ma non riesco a farne a meno, anche perché io mi nutro abbastanza (anzi, mi nutro tanto) di romanzi, di film, di saggi, per cui è inevitabile che quando racconto una storia ci siano degli influssi. Per dirne una, l’ultima storia che ho finito è No pasaran,  vicenda ambientata durante il conflitto spagnolo, e se uno non ha neanche una lontana idea che in Spagna c’è stata una guerra civile forse è una storia che non gli può interessare, ecco.
E devo dire sinceramente, anche perché attraverso le mie figlie ho delle informazioni dirette, che fra le giovanissime generazioni ci sono  grandi discontinuità culturali, nel senso che ci sono ragazzi preparatissimi e spesso più in gamba della mia generazione quando noi avevamo la loro età, ma ci sono anche tanti, tanti ragazzi che sono (magari non per loro colpa) di un’ignoranza tremenda, inimmaginabile.
Tanto per fare un esempio, che così ci capiamo subito: la guerra in Viet-Nam è un fatto molto importante per me (ovviamente data anche la mia età) ed è molto “scandaloso” scoprire che ci sono un’infinità di ragazzi che non sanno che c’è stata una guerra in Viet-Nam, tanto più scandaloso in quanto sembrano apprezzare gran parte di quella musica che trae origine anche da quel conflitto: Jimi Hendrix non sarebbe stato Jimi Hendrix se non ci fosse stata la guerra in Viet-Nam.

Una curiosità personale: Lei aveva fatto anche delle illustrazioni alla fine degli anni ’80 per un gioco di ruolo edito dalla casa editrice E. Elle, Holmes & Co., che riprendeva alcune immagini di Sam Pezzo più altre inedite: le aveva fatte Lei? Ho notato una certa discontinuità.

Dunque, questa è una storia un po’ strampalata... nel senso che dentro questo libro ci sono disegni miei e disegni non miei. Tutti i disegni miei sono editi e sono presi da libri di Sam Pezzo. I disegni inediti sono stati fatti da altri ma su mia autorizzazione. Gli autori di questo gioco di ruolo lo idearono fra amici e mi contattarono per avere il permesso di usare delle immagini di Sam Pezzo per giocarlo fra loro. Naturalmente io glielo diedi, senza nessun problema. Poi, qualche anno dopo, mi ricontattarono dicendomi che avevano trovato un editore per pubblicarlo e mi chiesero il permesso di usare nuovamente le stesse immagini, anzi mi chiesero di farne di nuove per questo libro. Io risposi di usare tranquillamente le immagini prese dai libri di Sam Pezzo, ma se volevano immagini nuove dovevano arrangiarsi perché io non avevo tempo per farle. Così le realizzarono loro, e devo dire, forse con un po’ di cattiveria, che in effetti si vede la differenza. Ecco come è nata la cosa, fu su mia autorizzazione, non fu un abuso.
Io invece ho realizzato i disegni per due libri illustrati per ragazzi della casa editrice E. Elle. Devo dire che è stata un’esperienza non felicissima.

Dice che non è stata un’esperienza felice a causa dei rapporti con la casa editrice o per altri motivi?

Sì, i rapporti sono diventati molto rapidamente burrascosi per una ragione molto semplice (e anche qui non sono pentito, cerco di capire le ragioni di tutti ma anche io ho le mie): ho scoperto che le illustrazioni di questo genere, ovvero sui libri per ragazzi di piccolo formato, sono pagate una miseria. Quando l’illustratore non è un personaggio di richiamo (perché probabilmente per le grandi firme è diverso) ma un professionista “normale”, le illustrazioni sono pagate pochissimo. Perciò o uno ne produce dieci in un giorno o non mangia. Di fronte a questa constatazione ho preferito semplicemente interrompere i rapporti.

Anche Pablo Echaurren aveva detto che le illustrazioni (o forse solo la copertina) di Porci con le ali gliele avevano pagate con buoni-sconto per i libri della casa editrice...

Beh, del resto io ho ritagliato un articolo pubblicato molti anni fa da Alberto Arbasino il cui titolo è «Se l’autore è un pizzaiolo». C’è questa strana idea che certi mestieri intellettuali vengano ripagati con l’ammirazione e con la fama ma non col denaro. Come se l’autore, scrittore, disegnatore di fumetti, ecc. campasse d’aria. Tutti chiedono normalmente di avere un disegno gratis, di avere un saggio, un’introduzione, un intervento, tutto a titolo gratuito, per cause anche nobili, ma nessuno si sognerebbe di chiedere delle pizze gratis a un pizzaiolo. Non si capisce per quale ragione in certe professioni intellettuali sembra che il vil denaro sia proprio una cosa vile di cui non si può parlare.

Io dico sempre ai miei giovani colleghi che mi chiedono come possono fare a parlare di soldi agli editori, perché soprattutto all’inizio non è mica facile (lo ricordo bene anch’io), che c’è un ragionamento molto semplice: se io, andando in edicola o in libreria, ricevo le riviste o i libri gratis, io posso lavorare gratis. Ma finché, andando in libreria o in edicola, io devo pagare, loro mi devono pagare. È molto semplice.
Del resto, gli editori non rispettano sempre il lavoro degli autori di fumetti. Non tutti, intendiamoci, ci sono editori che hanno atteggiamenti estremamente corretti, ad esempio Sergio Bonelli, forse perché anche lui è un autore, quindi sa che cosa vuol dire essere dall’altra parte del tavolo. Però ogni tanto ci sono editori che considerano effettivamente questo lavoro non come un “vero” lavoro.

O come i fan alle fiere che chiedono sempre il classico disegnino al disegnatore, che magari vorrebbe solo essere lasciato in pace per i fatti suoi...

Ma questo è comprensibile ed è anche giusto, in fondo può essere anche gratificante per un autore, a patto che si mantenga il senso del limite. Sennò, soprattutto nel caso di un autore veramente molto famoso, la cosa diventa pesante. Per esempio, tutte le volte che incontro Milo Manara in pubblico lui viene circondato da nugoli di fans che non gli lasciano neanche il tempo di respirare.

Attualmente a cosa sta lavorando? Illustrazioni? Jonas Fink?

Se vuole una risposta sincera e puntuale, sto facendo il capomastro: cioè sto lavorando nell’edilizia. Nel senso che sto riparando casa e quindi in un certo senso lavoro poco, però sto preparando un libro che dovrebbe uscire a Lucca sul personaggio Max Fridman. Non è un fumetto ma non è nemmeno un libro illustrato, è una strana cosa: è un libro in parte scritto, in parte disegnato che conterrà anche un certo numero di omaggi di colleghi al personaggio Max Fridman.
Sono rimasto sorpreso da quanti abbiano partecipato, perché io che ho fatto ogni tanto omaggi ad altri personaggi (come Corto Maltese, Tex o Paperino) so che a volte questi lavori possono essere una gran rottura di scatole. Ecco, io sono rimasto sorpreso e commosso nel vedere quanti colleghi hanno aderito a questa richiesta e hanno inviato all’editore le loro opere, alcune delle quali trovo davvero meravigliose. Sinceramente non me l’aspettavo, anche perché Max Fridman non è Corto Maltese, è un personaggio che non ha la stessa notorietà né lo stesso fascino.
Però, ecco, sarà un libro sul personaggio. Questo anche perché comincio ad avere un’età in cui mi sono reso conto che non avrò il tempo di realizzare tutte le storie di Fridman che ho in testa.

Sul Suo sito ci sono difatti anche delle immagini di un giovane Max Fridman.

Certo, non voglio nemmeno mettere limiti alla Provvidenza, allora ho deciso questo: che tutta la parte del passato di Fridman, prima cioè del primo libro, di Rapsodia Ungherese, la racconterò in questo libro, in parte scrivendo e in parte disegnando e parlando un po’ della sua storia, della sua infanzia, una specie di “giovinezza di Fridman”.
Io mi sto divertendo molto. Quando lei mi ha telefonato stavo finendo (e adesso vado a finirlo, se Dio vuole) un acquerello per questo libro che rappresenta le pipe predilette da Fridman, un’immagine che è una natura morta in realtà, perché Fridman non c’è: un tavolo, con delle pipe...

Vittorio Giardino a Lucca Comics 2010
Ce ne sono anche di schiuma?

Una sì. Naturalmente è ovvio che le pipe di Fridman sono una selezione delle mie[2], sono le mie pipe preferite, addirittura il Milano Pipa Club ha dedicato una pipa a Max Fridman, realizzandola per i propri soci. Anche questa ovviamente compare tra le preferite di Fridman.
D’altra parte questo fa parte di un gioco che credo appartenga a tutti gli autori di fumetti, cioè che alcuni dettagli, alcuni particolari della propria vita, del proprio ambiente finiscono nelle tavole a fumetti. Mia moglie, ad esempio, si lamenta spesso perché ogni tanto vede le sue scarpe dentro ai miei fumetti. Questo è abbastanza normale, tutti lo fanno, secondo me.

Come Pratt che metteva nelle storie i suoi amici: Bocca Dorata, il Dottor Steiner, tutti ispirati a persone veramente esistenti (o esistite, chissà quanti anni avranno adesso).

Anche alcuni dei miei personaggi hanno la faccia di alcuni miei amici, ma è quasi obbligatorio, come altro potrei fare, insomma? Attingo per forza anche e soprattutto dalla mia esperienza, e quindi dalla mia vita, però ho sempre cercato di evitare di fare dell’autobiografismo. Questo perché credo di non avere avuto una vita così interessante e avventurosa come Hugo Pratt, nulla che meriti di essere raccontato. Non interessa a nessun altro, se non a me e ai miei familiari, insomma.

Beh, anche ai suoi fan.




[1] Cfr. la rubrica “Nuvole Vere” di Luigi Bernardi su Comic Art 50, intitolata Un pezzo di bravura.
[2] A metà 1982 la collezione di pipe di Vittorio Giardino contava circa 100 esemplari (cfr. la rubrica “Ritratti” in Orient Express n° 4).