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domenica 31 maggio 2026

Bob 84: L'Insostenibile

Ahimè, è uscita un po’ di roba in fumetteria proprio quando ero impegnato altrove. Quindi posso parlarne solo adesso confidando nella clemenza dei miei lettori che mi perdoneranno se non ho potuto stare “sul pezzo”. Ma so che i miei lettori sono clementi. Tutti e cinque.

Aspettavo con trepidazione questo secondo capitolo della serie e per meglio prepararmi al giorno fatidico mi sono riletto il bellissimo primo episodio. A sfogliare L’Insostenibile, pur già intuendo di cosa avrebbe parlato, sono rimasto alquanto deluso. Manga, solo manga, ancora manga, fortissimamente manga. Dopo una lunga sequenza muta iniziale che, attingendo dalle fonti iconografiche più varie, ricostruisce il dramma di Hiroshima (come se Filosa sottintendesse che il Giappone è stato giustificato nel colonizzare culturalmente il mondo dopo quello che ha subito) inizia la storia che per fortuna non è così semanticamente sigillata come temevo. Non del tutto, diciamo.

Come anticipato dal riassunto in quarta di copertina (che però parla anche di cose che nel fumetto non si vedono, o che comunque non sono affatto evidenti), lo spietato killer è sopravvissuto al bagno nel fiume Edo cui lo aveva convinto l’ispettore Ventura con il viatico di qualche pallottola in corpo. Il suo nuovo bersaglio è un mangaka e per avvicinarlo si avvale dello charme di una sua fan, o che per tale si spaccia. Ma una donna in calzamaglia e occhiali scuri difende il mangaka e intesse con Bob 84 un balletto di morte che si protrae per tutto il resto dell’albo, puntellato di citazioni dal mondo del gekiga e quindi da un profluvio di volti, copertine, manifesti, scorci, ricordi che accenderanno più di una lampadina nel lettore di manga e che a me non hanno detto assolutamente nulla. La ninja mi ha ricordato Irma Vep, tanto più che biascica qualcosa in francese, ma immagino che sia anch’essa una citazione nipponica. L’ambiguità del primo episodio viene mantenuta e anzi è ancora più accentuata: chi siano i rispettivi mandanti non lo sapremo mai o almeno non viene rivelato in questa sede. Ma, appunto, quello che interessa a Filosa è inanellare citazioni su citazioni, comprensive anche di termini ed espressioni giapponesi e di tavole di manga di cui non fornisce alcuna traduzione. Fino a un imprevisto cliffhanger finale in cui torna in scena Ventura. Appuntamento quindi tra cinque anni per vedere come prosegue la storia.

Ora, è chiaro che una struttura del genere è pensata anche per mettere in mostra i virtuosismi di Bacilieri (qui supportato alle matite da Andrea Mastroeni e Pietro Ghinelli) che si trova a gestire lunghe sequenze mute concentrandosi su una regia che sa essere coinvolgente ma anche dettagliata. Il problema è che ha scelto di fare ricorso anche a tavole doppie. E nel formato pocket piccolo ma spesso risulta ancora più disastroso spalancare le pagine che non con un formato più grande – dove sarebbe stato comunque fastidioso. La vendetta è mia era rilegato e cucito sul dorso, L’Insostenibile no. Non ho dubbi sul fatto che le tavole doppie siano spettacolari ma non me la sento di smembrare il volumetto per godermele appieno.

Se la cornice fosse stata quella della Francia degli anni ’70 con uno pseudo-Moebius al posto dello pseudo-Kikatsoè avrei gradito di più questo episodio? Impossibile dirlo. Intanto ingollo fino in fondo l’amaro calice e confido, non troppo speranzoso a dire il vero, nel prossimo riassestamento della serie.

lunedì 23 settembre 2024

Joker: Il Mondo


Versione dell’operazione già realizzata con Batman dedicata stavolta al suo arcinemico. Mai capito il fascino e nemmeno il senso del Joker. È tanto difficile eliminare un matto vestito da pagliaccio senza superpoteri? Boh.

Sia come sia, dopo un prologo/epilogo a opera di Geoff Johns e Jason Fabok (proprio bravo Fabok) comincia il nuovo giro del mondo realizzato da autori congruenti con le varie tappe.

David Rubín confeziona un apologo disperato sulla decadenza politica e sociale che secondo lui vigerebbe in Spagna. Avrà le sue ragioni per essere incazzato ma mi pare che abbia esagerato (dopo una delle sue “burle” omicide Joker torna a casa perché i suoi crimini passano inosservati in un Paese così immorale) e comunque non mi pare questa la sede giusta per fare un apologo. Anche i disegni sono troppo “alieni” per Batman, e troppo caricaturali per rendere veramente incisivo l’apologo.

La tappa tedesca è scritta da un comico locale, Torsten Sträter, che si inventa una trama più classica, che perlomeno è una trama vera e propria: Joker sente di una scoperta scientifica tedesca che permette di modificare il clima e vola alla volta di quello Stato per rubarla e incasinare Gotham City. La storia è molto simpatica e ben congegnata. I disegni di Ingo Römling tendono un po’ troppo al caricaturale in alcuni punti ma il risultato è comunque valido. E poi non sono niente di traumatico rispetto a certi eccessi statunitensi.

Arriva il piatto forte, quello per cui mi sono avvicinato questa antologia: l’episodio italiano disegnato nientemeno che da Paolo Bacilieri e ambientato nella Bologna del 1977. Ai testi Enrico Brizzi, ai colori Vincenzo Filosa. Sospeso tra cronistoria e apologo anche questo, non mi ha per nulla catturato (e anche Bacilieri non mi è sembrato a suo agio nel formato comic book), fino al geniale colpo di scena finale che ha rilanciato il tutto alla grande. Non so quanti lettori statunitensi avranno colto tutte le citazioni, peggio per loro.

Si passa poi al Brasile, e qua le citazioni (se ci sono) non le ho capite io. L’Arkham Asylum apre una filiale vicino a Barbacena, sede di una «Città dei Matti». L’arrivo di Joker viene salutato con un trionfo di folla festante, perché i brasiliani sono fatti così. Saputo di un orribile eccidio di Stato (reale o presunto non saprei) Joker scappa ma si consegna volentieri a Batman per tornare alla rassicurante “normalità” di Gotham. Felipe Castilho lancia lo stesso messaggio di Rubín: vivo in un Paese di merda. Qui almeno un po’ di trama c’è, ma i disegni di Tainan Rocha (colorato da Mariane Gusmão) sono del tutto inadatti a una storia tragica dall’impronta almeno in parte realistica.

L’episodio messicano è uno di quelli che mi hanno convinto di più, ma da qui in poi è stato un florilegio di piccoli gioielli. Mostra un elemento caratteristico ma riconoscibile del Paese (i luchadores) senza banalizzarlo, la trama è ben costruita e non è solo uno spot turistico e poi si tratta effettivamente di una storia “di” Joker, in cui è effettivamente lui sotto i riflettori senza andare alla ricerca di elementi esterni per giustificare la sua presenza nel volume. L’unico rammarico è che il soggetto di Alvaro Fong Varela (anche lui una figura esterna ai fumetti) avrebbe potuto essere utilizzato per costruirci sopra una miniserie. I disegni di Oscar Pinto che mckeaneggia con il computer non sono forse i più ispirati dell’antologia, ma rispetto ad altri si fanno apprezzare.

Neanche i cechi Štĕpán Kopřiva e Michal Suchánek sono precipuamente autori di fumetti. La loro storia è fantastica, per me la migliore: a Praga si stanno tenendo delle audizioni per decidere chi sarà il Joker ceco – non so se sia una cosa inventata sul momento o già esistente nella continuity, forse l’idea è ripresa dall’episodio brasiliano. Sfilano dialoghi folgoranti e commenti divertenti sugli stereotipi cechi. Bel finale e disegni decisamente più digeribili rispetto ad altri, anzi piuttosto buoni pur senza essere spettacolari.

Anche quella turca è un’ottima prova: ambientata al crepuscolo dell’Impero Ottomano alla fine del XIX secolo mette in scena un proto-Joker locale con un piano per contrastare i civilizzati invasori infedeli. Eventuali rivalse nazionaliste sono stemperate dall’ironia, dall’introduzione di un’affascinante variante di Batman e dal fatto che in fondo la Storia andò proprio così. I disegni di Ethem Onur Bilgiç sono molto belli, i più realistici tra tutti quelli dell’antologia. Lo sceneggiatore Metin Akdülger è l’ennesimo attore prestato al fumetto.

Ottimo lavoro anche dai Sudcoreani Inpyo Geon e Jaekwnag Park (dal ricco e pastoso stile quasi franco-belga): riprendendo forse un’idea dall’episodio brasiliano, a cui potrebbe essersi ispirato anche quello ceco, un detective della polizia locale deve vedersela con degli imitatori di Joker fino al drammatico e sorprendente finale/non finale.

Altro bellissimo episodio è quello argentino, in cui un giovane ultrà abituato sin da bambino alla violenza diventa il capo del suo club di hooligan proprio ispirandosi a Joker. La storia di Matías Timarchi è cruda e violenta e, non fosse per il vago elemento supereroistico, non avrebbe sfigurato a suo tempo su L’Eternauta o Metal Hurlant o Alter. I disegni di Germán Peralta sono magnifici, se ha usato il computer invece degli acquerelli ha saputo fingerli molto bene. Purtroppo non ho trovato traccia di ispirazione ai grandi Mastri delle historietas, c’è solo l’omaggio a Ruben Meriggi cui è stato intitolato uno stadio. Ma ribadisco che i disegni sono meravigliosi pur se non ricordano Zanotto o Mandrafina o Breccia.

Anche nell’episodio camerunense il protagonista non è Joker (non direttamente) ma un suo fan/imitatore, un pagliaccio stufo delle umiliazioni che un libro libera dalle inibizioni. Vagamente interessante, questo fumetto confezionato da Zebra Comics (nella fattispecie Ejob Gaius, Bertrand Mbozo’o Zeh ed E. N. Ejob) non regge il confronto con molti degli altri qui raccolti, soprattutto per quel che riguarda la parte grafica.

Tomasz Kołodziejczak si inventa un gruppo di supereroi polacchi di cui il corrispettivo locale di Batman impedisce a Joker (che finalmente torna in scena in un volume che porta il suo nome nel titolo) di rubare un quadro dedicato a un buffone di corte di rara saggezza, unico a intuire il declino del suo Paese nel XVI secolo. Peccato che la storia non sia stata sviluppata ulteriormente, e soprattutto che il disegnatore Jacek Michalski abbia adottato uno stile molto caricaturale, un po’ sulla scia di Rand Holmes o degli illustratori di Mad.

Si finisce in bruttezza con un manga di Satoshi Miyagawa e Keisoku Gotou, addirittura montato secondo il senso di lettura giapponese. Joker deve vedersela con un Batman tornato neonato (!), ma sembra solo l’abbozzo di una storia ridicola che non rimpiangerei affatto se non venisse mai realizzata.

A rileggere quello che avevo scritto della precedente antologia mi pare che questa dedicata a Joker sia mediamente migliore. Non a caso il personaggio titolare compare raramente o comunque in versioni molto diverse.

giovedì 9 novembre 2023

Materia Degener3

L’impressione che mi ha fatto questa terza uscita del progetto/collana Materia Degenere non è stata affatto buona. Ma dopo il primo e il secondo mi pareva brutto non prendere anche questo volume. I segnali della delusione c’erano tutti, e avrei dovuto coglierli. Al di là di un aspetto grafico poco o per nulla accattivante, mi sembra che non ci sia stata in molte autrici la volontà di creare dei veri fumetti, cioè delle storie, quanto dedicarsi a esperimenti più grafici che narrativi a ruota libera assai velleitari. Forse la colpa è anche un po’ di Paolo Bacilieri che ha preso il testimone di Marco Galli e Tuono Pettinato: non ha infatti proposto dei soggetti come i suoi predecessori ma ha semplicemente imposto che le “storie” si svolgessero a Milano o la coinvolgessero in qualche modo.

Ultrafragola di Giulia Ratti è una storia originale e simpatica: un impiegato bisessuale acquista lo specchio di design del titolo, opera di Ettore Sottsass che in effetti è un po’ un simbolo di Milano. Se ne innamora perché fantastica sull’avere rapporti col suo stesso riflesso. Quando però il suo nuovo capo dichiara di averne anche lui uno e gli instilla il dubbio che forse la sua copia non è perfetta subentra la crisi.

Apparentemente i disegni sono i migliori del mazzo, ma la colorazione sbriluccicante e i vari effetti di cui sono riempite le tavole non bastano a nascondere le carenze anatomiche della Ratti e la sua difficoltà nel personalizzare i singoli personaggi.

Marmellata di è una di quelle uscite velleitarie che infestano la collana sin dal primo numero. Un flusso di coscienza si sussegue senza fornire appigli al lettore per capire di cosa diavolo si stia parlando. Il tè ai fiori del Madagascar sarà un prodotto tipico milanese? Poi certe soluzioni grafiche di Maria Giulia Chistolini non sono neanche male, ma sono assolutamente inadatte per un fumetto, le vedrei meglio come scenografie o come storyboard.

Troiella 2000 di Giorgia Rachel Donnan è forse il contributo migliore. Si tratta di una storia muta (a parte le visualizzazioni di uno smartphone) con protagonista una lesbica erculea che ha qualche problema con la legge, forse perché è una serial killer. Non è che i disegni siano bellissimi, ma va riconosciuto all’autrice lo sforzo di raccontare per immagini. E poi la bestemmia come targa dell’auto è un gran tocco di classe.

Anche Margherita Morotti sceglie Sottsass come simbolo di Milano: il suo Ciao. Vado. Ettore. è una raccolta “fumettata” di brani espunti da varie fonti citate alla fine, e si concentra principalmente sui difficili esordi dell’architetto/designer. Anche se non manca una certa suggestione, resta un’operazione tutto sommato facile e poco originale. I disegni e le soluzioni grafiche non sono male, ma inevitabilmente sono anch’essi molto derivativi. Per un’antologia che dovrebbe offrire lo sguardo personale delle autrici mi è sembrato decisamente un corpo estraneo.

Chiude le danze Giusto.X di Claudia Bumbica: una finta rivista enigmistica “invasa” da fotografie di riviste pornografiche modificate e da parti solo scritte che vorrebbero raccontare ben tre “storie” (la prima riguarda una ragazza innamorata e il ricordo del suo psicologo, le altre due la linea 14 del tram, forse sono tutte e tre collegate). Come idea è anche simpatica, anche se non originalissima, nei fatti risulta una cosa indigesta e pretenziosa. Ma magari sono solo frustrato perché non ho risolto un rebus che fosse uno.

A mo’ di frontespizi alcune tavole di Bacilieri introducono le singole storie, e a volerle interpretare in tal senso almeno qui possiamo trovare un minimo di trama.

sabato 25 settembre 2021

Bob 84: La vendetta è mia

Era uno dei fumetti che più attendevo del 2021 e non mi ha deluso.

Un flashback ambientato nel 1974 ci introduce alla figura dell’ispettore Lino Ventura, che oltre al nome condivide con l’attore omonimo anche la fisionomia. Un micidiale killer internazionale dall’aspetto di Frank Sinatra (citato anche come pseudofumetto degli stessi autori) uccise il partner di Ventura dopo essere stato catturato e da allora è diventato l’ossessione dell’ispettore. Nel 1985 un fatto di cronaca apparentemente banale, la morte dell’attore Sean Flannery sul set di una pubblicità che si gira a Cinecittà, riapre la caccia di Ventura, che andrà fino a Tokyo (il regista dello spot è giapponese) per affrontare il killer e i suoi fantasmi.

Il formato è quello dei tascabili come Diabolik (solo qualche millimetro più grande), che viene omaggiato insieme a una marea di tantissimi altri riferimenti più o meno pop: sfilano anche un sacco di architetture, scorci e personaggi di una Milano e di una Roma che furono. L’affastellamento delle tavole ricorda quello del primo Zeno Porno di Bacilieri visto su Blue, quello in cui il suo stile avrebbe dato i primi segni di evoluzione verso la pulizia odierna dopo il tratto sporco di Barokko che a sua volta seguiva le prime prove pseudo-manariane. Qui l’horror vacui è più marcato e nelle edicole sono ammonticchiate anche riviste di periodi diversi, seguendo evidentemente l’estro e i ricordi del disegnatore: per quanti ritardi facesse il Metal Hurlant della Nuova Frontiera, quel numero era uscito anni prima. Così come alcuni fatti di cronaca (l’omicidio Calvi, Chernobyl…) sono retrodatati o posticipati. Ma in fondo se qui Sean Connery si chiama Flannery è ovvio che ci troviamo in un mondo alternativo.

Al di là della confezione demodé e del massiccio citazionismo, la narrazione è molto moderna. La sceneggiatura di Vincenzo Filosa è molto evocativa e coinvolgente nelle prime pagine dedicate al 1974, mentre a mano a mano che ci addentriamo nell’indagine sembra farsi vivo lo spettro di Paul Auster, con situazioni apparentemente (o volutamente) poco credibili che si accavallano a storie parallele che non troveranno chiarimenti. Perché “Sinatra” lasciò in vita Ventura quando aveva la possibilità di ucciderlo (sì, ok, ci viene parzialmente spiegato ma in un delirio dell’ispettore)? Alla fine la morte di Flannery è stato solo un omicidio su commissione della moglie? Lavinia, una delle figlie di Ventura, si droga veramente? Tutti elementi che però contribuiscono al fascino barocco del fumetto. Non meno barocchi sono i retini che Bacilieri ha profuso con eccessiva generosità, e che sovrapposti ai tratteggi con cui ha riempito certe figure portano a un fastidioso, ma forse voluto, effetto caleidoscopico.

Tra la densità di scrittura e la meticolosità del disegno, il tempo di lettura è decisamente lungo. Ancora più lungo visto che invita alla rilettura per cogliere quei particolari che possono essere sfuggiti a una prima lettura (tra questi il titolo stesso Bob 84, che non ho capito a cosa faccia riferimento).

Da leggersi solo dopo il fumetto l’introduzione di Sandrone Dazieri, anzi meglio non leggerla proprio; ci ho messo un po’ per capire quale fosse l’omaggio a Magnus che cita, e ce l’avevo sotto gli occhi in bella evidenza.

Può lasciare perplessi il fatto che il costo di questo tascabile in bianco e nero di 160 pagine è lo stesso del volume a colori Batman: Il Mondo, ma per questo fumetto si può fare uno sforzo. Anzi, si deve.

lunedì 3 giugno 2019

Ulysse

Che bello, adesso finalmente anch’io so come finisce l’Ulysse di Lob e Pichard. A suo tempo ci rimasi un po’ male quando scoprii che la pubblicazione sui primi Alterlinus non continuava dagli episodi lasciati in sospeso su Linus ma ripartiva da capo. E visto che nella fumetteria di Alessandro a Bologna non mi spinsi a comprare che i primi numeri della prima annata la lettura rimase monca.
Il fumetto è ovviamente una versione dell’Odissea, aggiornata alle urgenze iconoclaste e libertine sessantottine: Omero diventa un cronista di guerra, gli dei sono figure ipertecnologiche (e forse è stato un errore spiegare la loro natura aliena privandole del fascino dell’indeterminato) e laddove possibile, cioè molto spesso, affiora tutto l’erotismo che ci si poteva permettere all’epoca, decisamente più accattivante nella parte realizzata nei primi anni ’70.
Gli episodi salienti del poema epico vengono riproposti abbastanza fedelmente, seppure filtrati attraverso l’immaginario ideato da Lob: Polifemo, ad esempio, è un enorme robot. Nella prima parte l’umorismo è un po’ più marcato e la narrazione procede placida, facendosi leggere in maniera spedita. La seconda parte ha invece una maggiore densità di scrittura, credo dovuta al fatto che la serializzazione originale prevedeva blocchi di sole quattro pagine a episodio. Il finale architettato da Lob, un po’ amaro ma anche intriso di idealismo, è veramente molto bello e suggestivo.
I disegni di Pichard sono decisamente psichedelici: le sue donne sono congelate in pose pop dal tratteggio o dal pointillisme, i loro abiti dimostrano una grande conoscenza della moda dell’epoca (poco importa che di vignetta in vignetta cambino, tanto devono mettere in evidenza quello che “coprono”), ci sono frequenti inserti op art e il lettering è integrato nei disegni con effetti simili a quelli dei poster di Rick Griffin. È probabile che alla base di questo risultato ci sia stato semplicemente il puro caso: all’epoca della realizzazione di Ulysse Pichard non era certo un ragazzino e probabilmente se ne fregava delle influenze grafiche che venivano, quando venivano, da Berkeley (come testimoniato dalle sue classiche figurine caricaturali sullo sfondo, retaggio dei suoi dessins de presse); il suo stile un po’ debitore delle xilografie si sposava però molto bene con gli stilemi di quell’estetica pop, mimetizzandosi alla perfezione con la psichedelia dell’epoca. En passant, la cura editoriale della Rizzoli Lizard è ottima e non si avverte troppa artificialità nel ricostruire le onomatopee in italiano. Per cui lode al grafico Roberto La Forgia (con assist, parrebbe, di Paolo Bacilieri e Vincenzo Filosa), quindi, ma adesso mi è venuta voglia di confrontare questa versione con quella di Alterlinus.
La qualità di stampa sarebbe ineccepibile, se non fosse che all’inizio della seconda parte (saranno una decina di pagine, forse una ventina scarsa) l’effetto è quello di una riproduzione realizzata a partire da pellicole “bruciate” che impastano e smangiucchiano i segni. Sicuramente il problema è a monte e anche la versione francese ha dovuto basarsi su materiali di partenza non ottimali.
In appendice, con ogni probabilità esclusiva dell’edizione italiana impreziosita da un disegno di Bacilieri, una lunga e suggestiva postfazione di Boris Battaglia e Paolo Interdonato, che tra le altre cose ricostruisce la temperie culturale in cui nacque Ulysse, oltre che le sue vicissitudini editoriali che furono a loro volta quasi un’Odissea.
Conoscendo la Rizzoli Lizard, non escludo che Ulysse fosse stato annunciato con un formato più grande e/o a un prezzo più basso (non sono andato a controllare) ma questo bel volume cartonato vale assolutamente i 22 euro ai quali viene venduto.

domenica 12 febbraio 2012

Adiós muchachos



L’ho letto di straforo: preso per un amico e letto prima di passarglielo. Un volume fantastico, credo proprio che ne comprerò una copia anche per me.
Presentato come la storia di una ragazza cubana che vive con i mezzi di cui l’ha fornita la natura, è in realtà un racconto molto più complesso e articolato. E Alicia è solo uno dei tanti personaggi, nemmeno il più interessante.
Ora, della storia mi sa che è meglio non parlare, almeno non troppo nel dettaglio. Molto originale senza cadere nell’assurdo o nel ridicolo, è talmente piena di colpi di scena che una parola in più o in meno può rovinarne la lettura. Mi limito a dire che ci sono un po’ di neorealismo, una bella ambientazione, qualche stilettata sarcastica al Marxismo (ma l’«intrigante umorismo» promesso in quarta di copertina io non l’ho colto), dei personaggi molto ben caratterizzati e una trama articolata che procede per scarti, false piste, cambi di prospettiva e da cui a loro volta gemmano altre trame minori.
Quello che mi ha lasciato stupefatto è l’incredibile e perfetta corrispondenza tra testo e immagine, una osmosi che raramente ho trovato nei fumetti tratti da opere letterarie, in cui spesso il disegnatore di turno è costretto a illustrare il testo d’origine o poco più. Qui sembra proprio che certe tavole siano state ideate pensando allo stile di Bacilieri, così efficace nel rappresentare sia i dettagli che la confusione. Le sequenze mute sono eccellenti e la raffica di flashback a pagine 22 è roba da manuale. E Bacilieri è stato bravissimo a rendere ambiguo il suo tratto in una scena-cardine che mi ha spinto a rivedermi le tavole precedenti per vedere se effettivamente tutto filava. E in effetti è così, tutto torna alla perfezione; oltretutto rivedendo le pagine precedenti con la consapevolezza di quello che sarebbe successo di lì a poco ho potuto apprezzare l’ambiguità di certi particolari che mi erano sfuggiti in un primo momento (o meglio, a cui avevo attribuito il significato che suggeriva il disegnatore: qui si parla proprio delle basi del disegno a fumetti e spero che abbiate letto Daniele Barbieri per apprezzare la raffinatezza di Bacilieri). Ma ho detto anche troppo.
Un volume consigliatissimo, insomma, con le solite pecche produttive che il fumetto italiano vanta orgogliosamente dagli ultimi 10 anni o giù di lì. Oltre ai miei soliti fantasmi arterioscletorici, comunque mai così giustificati come in questo caso (il formato 17x24 non è il più adatto per godersi questi fumetti... i colori al computer sono freddi... la qualità di stampa non è più quella di una volta...) aggiungo anche che la Rizzoli Lizard avrebbe potuto piazzarlo a un paio di euro in meno, non solo in relazione alle caratteristiche cartotecniche: se è vero che Matz non è ancora la star che è in Francia (ok, non lo è ancora nemmeno in Francia ma ormai a brevissimo lo diventerà), la firma di Paolo Bacilieri ha una “solvibilità” quasi unica nel nostro paese visto che attira, potenzialmente, un pubblico molto vasto formato dai lettori che lo conoscono per le diverse opere e i diversi ambiti in cui lavora.