È senz’altro il socio più
prestigioso del club del 25% di sconto
ma purtroppo ciò non ne fa il migliore.
Un Drago a forma di Nuvola è evidentemente il riciclo di una
sceneggiatura cinematografica per il fumetto e nonostante la presunta
familiarità di Ettore Scola col fumetto, attribuitagli ingenuamente per “osmosi”
dalle vignette umoristiche che faceva al pari di Fellini, il ritmo della storia
e alcune delle trovate che la caratterizzano non riescono a esprimere compiutamente
il loro potenziale una volta tradotte in nuvolette.
Il libraio parigino Pierre
conduce placido la sua esistenza e la sua attività dedicandosi alla cura amorosa
della figlia Albertine, che un incidente avvenuto quando aveva 4 anni ha
paralizzato costringendola a vivere attaccata a un respiratore artificiale. Tra
i vari personaggi pittoreschi che gravitano attorno alla libreria (come si fa a
rendere nella staticità di un fumetto il tic alla spalla di cui soffre uno dei
clienti?) un giorno compare una ragazza esuberante e confusa, che aprirà una
breccia nel cuore di Pierre diventando così una rivale per le attenzioni
rivolte ad Albertine. Dopo la “lima nella pagnotta”, come la chiamava Suso
Cecchi D’Amico, che fa svoltare un film a metà e che si manifesta con
precisione quasi svizzera alla cinquantunesima tavola delle 95 che compongono
il fumetto, le vicende dei personaggi si chiariranno.
Gerard Depardieu torna a recitare
per Ivo Milazzo dopo Il Boia Rosso, e
forse in Tony c’è un magro Massimo Troisi, mentre nei volti delle due presenze
femminili non ho individuato le fattezze di nessuna attrice in particolare.
La storia, intimista e originale,
avrebbe potuto fare faville anche in un medium come il fumetto se fosse stata trasposta
pensando appunto ai limiti e alle potenzialità specifici delle nuvolette. Mi è
sembrato invece che a Milazzo sia stato dato il trattamento di partenza così
com’era, senza nessuna elaborazione pensata appositamente. Probabilmente il
supporto di uno sceneggiatore di fumetti professionista (la versione originale
è opera anche di Furio Scarpelli e Silvia Scola) avrebbe evitato certi passaggi
critici e avrebbe valorizzato di più alcune sequenze. La “voce” di Albertine
che solo il lettore può udire nelle didascalie funziona bene anche così (e
offre l’occasione per ottimi contrappunti umoristici) ma la presenza di un “ace
in the hole” così evidente è un po’ troppo scolastica, così come il
macchiettismo esasperato tipico di Scola difficilmente può esprimersi nella
staticità della carta.
Non è un brutto fumetto,
tutt’altro, ma alla fine mi è sembrato un’occasione sprecata e mi ha quasi
fatto vergognare dell’insistenza con cui ho chiesto di mettere pure lui tra
quelli scontati dopo che ci gironzolavo attorno da tempo.
Restano i disegni stupendi di Ivo
Milazzo, veramente su un altro pianeta rispetto all’ultimo episodio di Ken Parker
e certamente non solo per l’uso del colore.
Non è certo il capolavoro C’eravamo tanto amati, né pretendevo che
lo fosse, e non è nemmeno Ballando
Ballando (dio ce ne scampi e liberi) ma rimango dell’idea che con un
maggiore lavoro di adattamento da un medium all’altro avrebbe potuto brillare
di più.
