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martedì 18 ottobre 2016

Un Drago a forma di Nuvola

È senz’altro il socio più prestigioso del club del 25% di sconto ma purtroppo ciò non ne fa il migliore.
Un Drago a forma di Nuvola è evidentemente il riciclo di una sceneggiatura cinematografica per il fumetto e nonostante la presunta familiarità di Ettore Scola col fumetto, attribuitagli ingenuamente per “osmosi” dalle vignette umoristiche che faceva al pari di Fellini, il ritmo della storia e alcune delle trovate che la caratterizzano non riescono a esprimere compiutamente il loro potenziale una volta tradotte in nuvolette.
Il libraio parigino Pierre conduce placido la sua esistenza e la sua attività dedicandosi alla cura amorosa della figlia Albertine, che un incidente avvenuto quando aveva 4 anni ha paralizzato costringendola a vivere attaccata a un respiratore artificiale. Tra i vari personaggi pittoreschi che gravitano attorno alla libreria (come si fa a rendere nella staticità di un fumetto il tic alla spalla di cui soffre uno dei clienti?) un giorno compare una ragazza esuberante e confusa, che aprirà una breccia nel cuore di Pierre diventando così una rivale per le attenzioni rivolte ad Albertine. Dopo la “lima nella pagnotta”, come la chiamava Suso Cecchi D’Amico, che fa svoltare un film a metà e che si manifesta con precisione quasi svizzera alla cinquantunesima tavola delle 95 che compongono il fumetto, le vicende dei personaggi si chiariranno.
Gerard Depardieu torna a recitare per Ivo Milazzo dopo Il Boia Rosso, e forse in Tony c’è un magro Massimo Troisi, mentre nei volti delle due presenze femminili non ho individuato le fattezze di nessuna attrice in particolare.
La storia, intimista e originale, avrebbe potuto fare faville anche in un medium come il fumetto se fosse stata trasposta pensando appunto ai limiti e alle potenzialità specifici delle nuvolette. Mi è sembrato invece che a Milazzo sia stato dato il trattamento di partenza così com’era, senza nessuna elaborazione pensata appositamente. Probabilmente il supporto di uno sceneggiatore di fumetti professionista (la versione originale è opera anche di Furio Scarpelli e Silvia Scola) avrebbe evitato certi passaggi critici e avrebbe valorizzato di più alcune sequenze. La “voce” di Albertine che solo il lettore può udire nelle didascalie funziona bene anche così (e offre l’occasione per ottimi contrappunti umoristici) ma la presenza di un “ace in the hole” così evidente è un po’ troppo scolastica, così come il macchiettismo esasperato tipico di Scola difficilmente può esprimersi nella staticità della carta.
Non è un brutto fumetto, tutt’altro, ma alla fine mi è sembrato un’occasione sprecata e mi ha quasi fatto vergognare dell’insistenza con cui ho chiesto di mettere pure lui tra quelli scontati dopo che ci gironzolavo attorno da tempo.
Restano i disegni stupendi di Ivo Milazzo, veramente su un altro pianeta rispetto all’ultimo episodio di Ken Parker e certamente non solo per l’uso del colore.
Non è certo il capolavoro C’eravamo tanto amati, né pretendevo che lo fosse, e non è nemmeno Ballando Ballando (dio ce ne scampi e liberi) ma rimango dell’idea che con un maggiore lavoro di adattamento da un medium all’altro avrebbe potuto brillare di più.