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giovedì 23 marzo 2023

Le 7 Vite dello Sparviero Terzo Ciclo 2 - ...che mondo è mai questo?

Nonostante gli otto di anni di distanza dalla loro realizzazione questo secondo episodio del Terzo Ciclo è in continuità col precedente, ma è abbastanza leggibile a sé. Lo spunto di partenza è lo stesso, ovvero Ariane de Troïl vuole ritrovare uno dei suoi figli, stavolta quello che ha avuto da re Luigi XIII, cioè Jean-Baptiste Poquelin cioè Molière cioè Le Fou du Roi. Ma il tono e l’ambientazione cambiano un po’, perché Patrick Cothias ha deciso di intrecciare le vicende di fantasia dei suoi personaggi con eventi storici ben precisi e dettagliati. Cosa che ha sempre fatto, ma che qui ho notato con maggiore evidenza.

Ariane è ancora il bersaglio del visconte di Roquefeuille e, volente o nolente, è diventata una pedina di “Monsieur” Gastone d’Orleans, fratello del Re. Ciò la porta a raggiungere Luigi XIII nel campo di battaglia a Narbona dove il sovrano sta mettendo in atto i suoi propositi (riassunti nell’incipit) di estendere il potere della Francia ai Pirenei e oltre. Nel frattempo Bello cerca di carpire informazioni al cardinale Richelieu e al suo fido Mazarino mentre Gabriel de Troïl cercherà di intercedere nientemeno che con la vecchia regina in esilio a Colonia. E così apprenderanno (o saranno burattini) di un complotto teso a screditare Richelieu che dal canto suo ne ordisce altri per riguadagnare il favore della Corona. Materiale che per un lettore francese è probabilmente pane quotidiano avendolo studiato a scuola, ma di cui confesso che io non ho colto tutte le sfumature.

Il nocciolo della questione comunque è un equivoco sull’identità del figlio di Ariane, un classico esempio di “suspense” contrapposta a “sorpresa” per come le intendeva Hitchcock: il fruitore di un’opera possiede delle informazioni maggiori rispetto a quelle che hanno i personaggi e la tensione è data dall’attesa del momento in cui la rivelazione coinvolgerà anche i protagonisti. Solo che questa rivelazione qui non avviene, sostituita da un drammatico climax che rimette in gioco tutto. In compenso vengono rievocate le sequenze che (immagino) sono alla base dello scambio di persona, e che come al solito sono perfettamente comprensibili ma rimandano a chissà quale altro volume di chissà quale altra serie… Ovviamente qui l’aggancio è principalmente con Le Fou du Roi, però credo che tutto il discorso sui bambini scambiati nella culla (di cui non ho memoria) rimandi invece a La Masque de Fer. Scartabellando nella mia collezione di volumi originali ho invece visto che un altro evento a cui si fa ossessivamente riferimento in questo episodio è narrato nel nono capitolo di Masquerouge. Un “dettaglio” che risale a oltre vent’anni fa. Ma non mancano nemmeno rimandi a Plume aux Vents e (credo) a Coeur Brûlé.

…che mondo è mai questo? è un bel volume che tiene avvinto il lettore preparando il campo per quella rivelazione finale che poi non ci sarà. Al suo posto, dopo tanto ciarlare (a proposito: Bello fa un figurone come sempre), un finale mozzafiato affidato praticamente solo ai disegni: un esempio meraviglioso dell’arte e dell’abilità di Juillard, che mi ha fatto ricordare le sequenze migliori delle Sette Vite. Ma una volta eliminata la falsa pista dal quadro generale, Ariane dovrà andare alla ricerca del suo vero figlio nei prossimi volumi.

Nonostante l’episodio duri le canoniche 46 tavole ci sono come nel volume precedente delle pagine in più, stavolta riempite con gli splendidi schizzi di Juillard. Il disegnatore parrebbe aver abbandonato la saga che sarà continuata da un altro disegnatore (che “simpatica” la dedica di Cothias al suo vecchio sodale nello scorso volume…). Più che la qualità della parte grafica temo per la ripresa di un’idea balzana dello sceneggiatore che sarebbe stata la pietra dello scandalo tra lui e Juillard. Vedremo.

martedì 21 marzo 2023

Le 7 Vite dello Sparviero Terzo Ciclo 1: Quindici anni dopo

Ho approfittato del disguido che mi ha impedito di leggere subito questo volume per ripassare il quarto di Plume aux Vents e l’ho trovato pessimo come ricordavo, con una sceneggiatura squilibrata e varie sequenze bizzarre se non proprio ridicole. Dopo la lettura di Les Eaux de Mortelune mi approccio alle storie di Cothias con ancor più circospezione: sarà anche stavolta tutto fumo e niente arrosto? Farà di nuovo le sue battutine sceme? Perpetuerà le sue trame all’infinito senza mai arrivare a una conclusione?

Pur allertato da questi pensieri l’impatto iniziale di Quindici anni dopo non è stato molto promettente, coi suoi duelli accompagnati dalle perle di saggezza di Bello, nativo irochese, che sciorinava la sua cultura sulla giurisprudenza e la politica della Francia del XVII secolo. Ma per fortuna la trama si è incanalata sin da subito in una direzione netta e precisa e lo stile di scrittura si è fatto più solido. Tanto che a posteriori le uscite di Bello mi sono sembrate quello che dovevano essere, cioè divertenti.

Quindi anni dopo non è solo un omaggio/storpiatura a Dumas (di cui compariranno alcuni moschettieri, come già successo in passato) ma è anche il nocciolo della vicenda, che ruota attorno alla ricerca di Ariane della figlia Ninon fortunatamente sopravvissuta appunto quindici anni prima, all’inizio di Plume aux Vents. Insieme a Bello e al fido Germain la protagonista indaga sul destino della bambina mentre il visconte di Roquefeuille, protetto da Gastone d’Orleans fratello del re, le mette i bastoni fra le ruote. Nel frattempo Gabriel de Troïl rinuncia al suo proposito di seppellirsi nella cripta di famiglia spinto da Leonardo Lingua-Agile e dalle esigenze del copione, riunendosi così alla compagnia. Non mancherà un momentaneo lieto fine, anche se ad attendere Ariane saranno nuove violenze.

La vicenda è appassionante e documentatissima, con personaggi realmente esistiti che recitano insieme ai nostri beniamini di fantasia. Assolutamente apprezzabile è poi il fatto che si tratta di uno one-shot (averlo saputo prima mi sarei letto direttamente il secondo senza aspettare questo). Purtroppo, però, Quindici anni dopo paga lo scotto di essere parte di un disegno più grande. Molto, molto più grande. Magari il lettore occasionale non se ne sarà avveduto, così come la lettura de Il Giullare del Re poteva passare all’epoca per autotrofa su Skorpio, ma il volume è zeppo di rimandi agli altri spin-off delle Sette Vite, ovviamente Ninon Sècrete in testa. Saperlo mi ha fatto un brutto effetto, come se al disegno generale mi mancasse qualche tassello, il che è esattamente la verità. Dirò di più: il fatto che Ninon venga mostrata sempre di spalle tranne che nella penultima pagina mi ha dato l’impressione che questa scelta fosse un’autocensura preventiva degli autori, essendo la sua serie © Glènat mentre da Plume aux Vents in poi Ariane e soci si sono accasati presso Dargaud. Ovviamente non può essere così, essendo Ninon de Lenclos un personaggio storico su cui (credo) nessuno possa mettere un trademark, però non è stata una bella sensazione. Un po’ come leggere Betelgeuse di Leo senza aver prima letto Aldebaran: certo, la storia si capisce, ma (dannazione!) si intuisce anche che c’è qualcosa di pregresso senza cui certe sfumature e certi passaggi potrebbero non essere stati colti completamente… Con in aggiunta l’amara consapevolezza che in Italia probabilmente non vedremo mai Ninon Sècrete, per quanto mi pare sia una delle serie migliori nate a seguito delle Sette Vite.

Ah, anche qui ci sono accenni al fatto che i protagonisti sembrano non invecchiare, mais glissons.

A differenza dei volumi editi dalla Lizard ho notato un lessico che fa il verso all’argot francese dell’epoca, forse sin dall’origine è sempre stato così e solo oggi si è optato per una traduzione più fedele.

Ma chi se ne frega dei testi, alla fine. I disegni e i colori di André Juillard sono semplicemente stupendi, una vera gioia per gli occhi. L’esperienza su Blake & Mortimer si manifesta con una maniera più sintetica di disegnare i nasi dei personaggi in secondo piano, nulla che tolga alcunché al valore delle sue vignette. Che a volte addirittura commuovono per la scrupolosissima fedeltà alla documentazione storica e per la pazienza con cui ha dipinto i fiocchi di neve.

Caso praticamente unico a quel che ne so (non ne ricordo altri nella saga delle Sette Vite, ma d’altronde non ho che una parte delle decine di volumi che costituiscono l’epopea), Quindici anni dopo non dura le canoniche 46 tavole ma 52.

E adesso sotto col secondo volume!

venerdì 18 febbraio 2022

Les Eaux de Mortelune volumi 6-10

Come si poteva riprendere la serie dopo il finale disperato e nichilista dell’ultimo volume? Cothias ce la fa senza imbrogliare poi troppo.

Mille anni dopo gli eventi della prima pentalogia una nave spaziale è in rotta verso Plutone e il suo equipaggio viene catturato dal sogno latente di Nicolas che gli è sopravvissuto, e che ha fatto rinascere tutti gli altri personaggi della saga, compreso il Duca Malik che è riuscito a ottenere un’autonomia propria al di là del sogno e quindi (fuso con l’intelligenza artificiale dell’astronave) torna a sfidare Jèrôme, Violhaine e gli altri personaggi redivivi a cui si aggiunge la ciurma della nave spaziale. In sostanza è il soggetto del terzo episodio di Druuna.

Tra gli umani della navetta ci sono anche una bestiolina aliena chiama Puce che immagino essere un omaggio a Zig et Puce, fumetto storico francese. Di sicuro un omaggio alla BéDé lo è Alfred, il pinguino/robot di bordo che si chiama come il personaggio che è stato trasfigurato nel premio che danno ad Angoulême.

Un mondo onirico, dicevo: Cothias modifica la caratterizzazione di alcuni protagonisti (gli stronzi non sono più così stronzi), mutila i suoi personaggi e poi li rigenera, li ammazza e poi li fa tornare in scena. Tanto è tutto un sogno. Almeno con questa scusa Pancrasse può avere il moncherino su una mano o sull’altra senza dover sottostare a nessuna logica. Alfred, però, passa alternativamente da quattro a cinque dita per “mano”, e lui dovrebbe essere un personaggio “reale”, per quanto ci si possa chiedere se un robot riesca effettivamente a sognare.

La vicenda è un tale coacervo di false partenze e riposizionamenti che anche stavolta Cothias tira fuori dal cilindro una cosa mai citata prima pur di far procedere la storia da qualche parte: a metà del ciclo, nell’ottavo volume, salta fuori che Paule (una delle astronaute) è incinta di una creatura aliena. Ma nell’episodio successivo la cosa si sviluppa in maniera differente e Les Eaux de Mortelune diventa il Bilbolbul di Mussino, coi personaggi che rendono concrete le loro frasi idiomatiche. Il tutto mentre l’umorismo greve di Cothias si fa sempre più greve. Mio dio…

La saga si conclude come il disastro ferroviario che annunciava di essere, con citazioni ingombranti fuori luogo (da Lovecraft a Proust) e tentativi velleitari dello sceneggiatore di attirare l’attenzione del lettore alzando sempre di più la posta, col risultato di dare l’impressione di non sapere in che direzione andare, cosa probabilmente vera, finendo nella psicanalisi spicciola che porta a un bel resettone di tutta la saga… cosa che sarebbe pure stata interessante se condotta con maggior criterio e le idee chiare sin dall’inizio.

I disegni di Adamov si sono purtroppo fatti più semplici. È ancora uno spettacolo e a tratti la sua sintesi mi ha ricordato Juillard, ma certi virtuosismi si sono persi, nonostante la storia permettesse di sbizzarrirsi in architetture e panorami alieni. Oltretutto non si colora nemmeno più da solo, ma quel compito è demandato a J. J. Chagnaud. E il lettering fatto col computer a volte è tremendo.

In definitiva questo secondo ciclo è veramente caotico e strutturato male, ma se neanche il primo brillava per coerenza stavolta sembra quasi realizzato controvoglia. D’altra parte se ne può godere lo stesso abbandonandosi alla follia di Cothias (il primo a non prendersi sul serio) tanto più che stavolta i molteplici buchi nella sceneggiatura sono quasi giustificati. Ma forse lo dico solo per non rimpiangere il tempo perso a leggere questo guazzabuglio. Non saprei dire se è veramente tanto peggiore rispetto al primo. Si tratta di due bruttezze diverse e difficilmente paragonabili.

sabato 15 gennaio 2022

Les Eaux de Mortelune volumi 1-5

Finalmente mi sono letto questa celebre saga di Cothias e Adamov. Cioè, già ne avevo letto qualche spezzone su Circus, ma figurarsi cosa ne avevo capito per quelle poche tavole che pubblicavano per volta, oltretutto con buchi consistenti tra una puntata e l’altra e numeri precedenti recuperati successivamente.

L’ambientazione è una Terra post-apocalittica come la si poteva immaginare in una colorata Francia anni ’80. Come in molte opere di fantascienza (il genere che invecchia peggio) la tecnologia e la scienza fungono in sostanza da sostituti della magia, con cui si possono creare senza difficoltà cloni e ibridi. Gli abitanti della città di Mortelune, che poi si scoprirà essere Parigi, vivono costantemente in deficit di cibo e soprattutto di acqua, sparita dopo il disastro se non sotto forma di pioggia acida che brucia tutto ciò che è organico. Ma peggio di loro stanno i Pallidi che vivono fuori dalle mura cittadine («Blêmes» vuol dire “Pallidi” in francese, giusto?), regrediti a uno stadio poco più che bestiale. Non manca però una casta ristrettissima di privilegiati che può permettersi più acqua e i vizi di un’aristocrazia decadente.

Il primo protagonista di cui facciamo la conoscenza è Pancrasse, uno degli ultimi macellai di Parigi che per arrotondare e invogliare la clientela fa prostituire la figlia quindicenne Violhaine, sovente con rappresentanti del clero. Pancrasse ha un altro figlio, Nicolas, sordomuto e un po’ tocco. Il cast dei personaggi contempla poi il Principe Jèrôme di Mortelune e il suo servitore nano Goliath (anche loro introdotti all’inizio della saga), il Duca Malik che vorrebbe rubare al Principe il segreto della sua eterna giovinezza e poi il saggio Barnabé e una neonata con la coda da topo che dopo aver rischiato di finire macellata da Pancrasse viene adottata da Violhaine. Su tutti vigila un profeta bizzarro che la mattina sveglia Mortelune cantando come un gallo, e che annuncia una nuova epoca all’orizzonte.

Il Principe Jèrôme (ultracentenario ma col corpo di un ventenne) è colui che presiede alla depurazione e alla distribuzione dell’acqua potabile alla popolazione di Mortelune, ma per far funzionare i macchinari che gli permettono di farlo ha bisogno del gasolio di cui è invece il Duca Malik ad avere il monopolio, che a sua volta necessita ovviamente di acqua, portando a uno stallo in cui nessuno dei due parenti serpenti osa attaccare l’altro.

Nei primi volumi la storia è Patrick Cothias all’ennesima potenza: personaggi sopra le righe, situazioni estreme per épater la bourgeoisie, scene epiche e spettacolari, alto e basso che si incontrano, cinismo stemperato da un po’ di umorismo, una trama che si intuisce ben architettata ma che stenta a decollare. Come nei primi volumi delle Sette Vite dello Sparviero, i personaggi sembrano infatti girare un po’ a vuoto: ci si chiede come andrà a finire il gioco che Violhaine conduce col Principe da lei sedotto, che ruolo avrà la bambina-ratto e come si svilupperà la tematica del rinnovamento del mondo. E magari i vaghi riferimenti ai poteri di Nicolas troveranno una spiegazione. Ma dal quarto episodio, Les Yeux de Nicolas, Cothias manda tutto a monte ammazzando un bel po’ di personaggi (anche quelli che pensavo avrebbero avuto un ruolo di rilievo) e si concentra sulla caccia del Duca Malik, che dispone di una fortezza mobile, al Principe Jèrôme. Da qui in poi più che Cothias ogni tanto sembra di leggere Jodorowsky, con un incremento delle crudezze a cui si abbandonano i personaggi (cannibalismo, che già era presente, e alla fine anche incesto) e con una vena ecologista che giustifica l’introduzione di enormi insetti parlanti. Ma per un lettore francese immagino che sia stato divertentissimo vedere le varie città francesi in versione post-atomica sul tragitto che dovrebbe portare verso l’ultimo mare dei deliri di Nicolas. Il finale amarissimo è apprezzabile, anche se ho stentato ad appassionarmi alle vicende di personaggi che sono, chi più chi meno, tutti dei pezzi di merda o degli stupidi.

I disegni di Adamov sono spettacolari, veramente molto belli. È una sorta di Moebius/Giraud più squadrato. Gli sfondi e i panorami sono particolarmente curati, così come i mezzi di locomozione di questo mondo apocalittico. Particolarmente riusciti gli scorci della Parigi post-atomica e delle altre città, con i monumenti ridotti a rovine. Immagino però che a suo tempo i pinailleurs della rivista BoDoï si siano scatenati con lui: Pancrasse è monco e ha sostituito una mano con una lama-spuntone, che però passa dalla mano destra alla sinistra di vignetta in vignetta, anche nella stessa pagina! E a volte ha ancora tutte e due le mani. Sarà una protesi mobile che si sposta da una vignetta all’altra? Forse, però in altre pagine ci sono ferite che passano da una gamba all’altra, rovine che non proiettano le ombre corrette, pantaloni che cambiano forma di vignetta in vignetta…

Più ancora che nell’altra opera di Cothias-Adamov, Il Vento degli Dei, qui ci sono un sacco di bambini e bambine nudi spesso coinvolti in scene di sesso, soprattutto nei primi episodi, per cui è improbabile che vedremo mai la saga in Italia.

Da quanto ho letto su internet, il secondo ciclo di 5 episodi di Les Eaux de Mortelune è unanimamente considerato peggiore del primo, ma ormai che ci ho messo le mani sopra dovrò pur leggerlo…

lunedì 5 maggio 2014

Historica 19 - Ambulanza 13


Se ho ben interpretato l’introduzione (ahimè, spoileroseretta) Ambulanza 13 è la versione a fumetti di un’opera letteraria di Patrick Cothias, che quindi avrebbe lasciato le incombenze della sceneggiatura al solo Patrice Ordas. Se così fosse, sarebbe probabilmente questa la causa di dialoghi più asciutti e meno tracotanti delsolito e dell’assenza di “scene madri” in favore di una patemizzazione più discreta.
L’ambulanza del titolo e il relativo personale militare sono quelli che si trova a guidare il medico novellino Louis Bouteloup, scaraventato nell’inferno della guerra delle trincee dalla fine del 1915 a metà 1917. Un racconto bellico, quindi, su cui non c’è poi molto da dire visto che rientra in pieno negli stereotipi del genere e non offre particolari spunti di originalità con situazioni che non si siano già viste o lette in altri film, romanzi o fumetti. A fare la differenza in positivo, almeno per me, è stata invece la rigorosa documentazione profusa nella ricostruzione degli eventi, della società e delle condizioni sanitarie dell’epoca.
Ambulanza 13 ha faticato a carburare. A causa della sua origine letteraria viene fatto un uso massiccio di didascalie (il che aumenta il tempo di lettura, cosa che è un bene ma che è anche alla base della scarsa tempestività di questa recensione), molte situazioni sono frammentarie e per far stare tutto nella canoniche 46 pagine di un albo francese si è evidentemente tagliato qualcosa: addirittura non vengono fatte le presentazioni di tutti i membri della squadra, e considerato che alcuni si chiamano con nomi comuni come “Kosher” ed “Elemento” certi dialoghi risultano inizialmente poco chiari. Il fatto che la compagnia dell’Ambulanza 13 sia soprannominata Asso di Picche, sottolineato nell’introduzione, non viene poi minimamente considerato nel fumetto, come se questi volumi fossero indirizzati a un pubblico che ha già letto il romanzo e ha già abbondante familiarità con l’ambientazione e i protagonisti.
Sembra che di carne al fuoco ne sia stata messa troppa per poterla gestire in maniera compiuta e soddisfacente, ma invece alla fine tutte le varie sottotrame che nei primi tre volumi sembravano perdersi sullo sfondo (la situazione politica di papà Bouteloup, le vicende spionistiche o presunte tali di suor Isabelle, la storia della ritrattista Emilie, il destino del capitano Seagull, la “vendetta” di Favre e la sua relazione con la sorella di Louis, ecc.) troveranno i bandoli delle rispettive matasse con grande appagamento del lettore.
Alain Mounier ai disegni compie il suo consueto lavoro più che dignitoso. Avendo come preciso riferimento Jean Giraud ha saputo sviluppare un suo stile personale e riconoscibile, e nonostante le occasionali flessioni mi sembra che siano più frequenti i picchi.
In questo numero di Historica ho ravvisato una cura editoriale un pelino meno accorta del solito. Assolutamente nulla di grave, in ogni caso: cito come curiosità “un” trapezista morto a pagina 28 che ha tutta l’aria (e le tette) di essere una donna. Diciamo che più che altro il lettering scelto non è dei migliori (al di là dello stile, punti esclamativi e punti di domanda si confondono), ma procedendo con la lettura ci si fa presto l’abitudine. Mentre invece è più difficile abituarsi ai tratti tremolanti ed evanescenti dovuti ai moderni mezzi di stampa.
Se Ambulanza 13 è riuscito ad appassionare un profano come me (anche se solo una volta letto nella sua interezza), immagino che entusiasmerà gli appassionati del genere.

giovedì 29 agosto 2013

Historica 10 - Gengis Khan



Il decimo numero di Historica non si è presentato per me sotto i migliori auspici. Il venditore di fumo Cothias e l’infaticabile (anche 3 volumi all’anno!) e per questo inevitabilmente rozzo e approssimativo Griffo non sono tra i miei autori preferiti. Ma ho dovuto ricredermi, almeno parzialmente.
Cothias sembra aver scritto questa saga sotto bromuro e ha piacevolmente lasciato da parte i suoi dialoghi pomposi, le sue sequenze esagerate, le boutade poco credibili e le sue provocazioni (ma la sessualità infantile, addirittura neonatale, non manca) e ha anzi adottato uno stile quasi desueto, in cui la fanno da padrone delle didascalie assai lunghe e articolate. Non manca però un suo tratto distintivo: il sarcastico disincanto con cui tratteggia alcuni rappresentanti del clero, qui peraltro perfettamente integrato nel tessuto della storia che si basa su complesse strategie politiche, in cui anche il parere di sciamani corrotti ha un peso.
Nonostante la scelta di affidare molta della narrazione al testo scritto, la lettura non è affatto pesante ma al contrario è molto coinvolgente. E tutte le informazioni che vengono date al lettore in merito agli usi delle popolazioni mongole, alle loro tradizioni e alla complessità della loro struttura etnografica hanno un ottimo corollario nei disegni di Griffo, documentatissimi e molto “puliti” e leggibili. È pur vero che al buon Griffo non riusciva[1] di disegnare una testa di tre quarti che non fosse deforme (sembrano sempre schiacciate a destra e con l’occhio sinistro di almeno un paio di centimetri sopra quello destro, quasi a compensare), e spesso le mani dei suoi personaggi vengono disegnate così come viene, ma tutto sommato in questo contesto sono poca cosa in confronto agli abiti e alle tende (e mi limito a questi soli due esempi) splendidamente ricostruiti. Per non parlare degli animali, soggetti che Griffo eccelle nel ritrarre.
La storia di Gengis Khan è, come facilmente intuibile, la biografia del condottiero mongolo Temüjin che grazie alla sua determinazione, alla sua perspicacia e a un po’ di fortuna riuscì a riunire le bellicose tribù nomadi della Mongolia, formando un impero che arrivava dalla Turchia alla Cina, come sottolineato dall’introduzione (sempre un pochino spoilerosa) di Giuseppe Pollicelli. È un’opera un tantinello agiografica, com’è legittimo che sia, ma alcune imprese quasi sovrumane del giovane Temüjin vengono comunque contestualizzate da Cothias che riporta addirittura laddove necessario le sue fonti e lascia al lettore la libertà di interpretare ciò che ha letto. E comunque al di là della personalità e delle gesta del protagonista quello che mi ha affascinato sono le dinamiche politiche splendidamente descritte e, ancora una volta, l’attenzione documentaria che riesce veramente a ricostruire l’atmosfera di un ambiente antropologico e geografico.

La serie si conclude in tre volumi con un Temüjin trentenne non ancora Gengis Khan, contraddicendo titolo. Non ci vuole molto per capire che questi episodi erano solo l’antipasto di una saga che avrebbe dovuto essere molto più lunga: non vorrei ricordare male ma credo che in un’intervista a Bodöi Cothias citasse Cinjis Qan (questo il titolo originale della serie) come una delle sue «séries maudites» che aveva difficoltà a continuare. Pur se la mancata conclusione di una saga, fosse anche solo nei limiti autoimposti, è un altro dei marchi di fabbrica di Cothias, si resta comunque perplessi a leggere la parola «fine» sotto una vignetta che in origine aveva la funzione di anticipare cose a venire.
Nel complesso, letto come una ricognizione sulle esperienze giovanili di Gengis Khan e dimenticandosi che è incompiuto, il fumetto è veramente godibilissimo e anche se non vedremo mai la fine di Temüjin secondo Cothias&Griffo (ma se uno è curioso ci sono altre versioni a fumetti, vedi quella di Toppi) resta una lettura irrinunciabile per gli appasionati di Storia e di avventura, o anche solo per godersi i bei panorami di Griffo.
Due appunti: 1) nel terzo episodio il personaggio di Jamuka viene riproposto inizialmente con un look diverso da quello con cui lo avevamo lasciato qualche pagina prima: errore di Griffo o del traduttore che lo ha scambiato per un altro personaggio?
2) questo volume, e qui non è sicuramente colpa di Griffo, presenta la stampa peggiore tra tutti gli Historica, anche se quelle fottute immagini tremolanti e dentellate ci vengono risparmiate almeno nel terzo episodio.


[1] “riusciva” perchè mi pare che da qualche anno a questa parte abbia trovato uno stile molto più equilibrato ed elegante, merito forse della collaborazione con altri disegnatori.

mercoledì 24 aprile 2013

Potevo esimermi?



Certo che l’assenza del colore si fa sentire molto… oltretutto Masquerouge era uno dei fumetti colorati meglio per l’epoca. L’edizione Cosmo contiene comunque un ghiotto bonus: