L’antefatto non è poi così inconsueto:
il collo della spedizione in cui c’era roba per me si è perso o è in ritardo e
quindi dovrei uscire dalla fumetteria a bocca asciutta. Non mi rassegno a
questa eventualità tanto più che la copertina livida di Paperi occhieggia in maniera invitante. A sfogliarlo in velocità
sembra interessante, mi sembra di tornare indietro ai tempi di Schizzo Presenta e il prezzo è basso (3
euro), così mi porto a casa quella che sembra una originale parodia Disney. Ma
non lo è per nulla, una parodia Disney. Se lo avessi maneggiato con maggiore
attenzione avrei visto che in quarta di copertina campeggia il monito «adatto a
un pubblico maturo». Giustificatissimo.
Paperi racconta le tribolazioni esistenziali di PaperUgo, ricalcato sulle fattezze
opportunamente deformate e corrotte di Paperoga. In questo universo narrativo i
paperi sono una moltitudine che sottostà al dominio dei ratti, per cui recitano
dei copioni fatti di una positività e di una melensaggine che sono del tutto
assenti nella loro “vera” vita. Tanto per mettere in chiaro le cose, sulla
porta del camerino di PaperUgo campeggia una stella di David.
Il protagonista è affetto da una
grave depressione. Mangia a stento, coglie nei gesti più casuali degli altri
delle dichiarazioni di odio nei suoi confronti, reagisce in maniera esagerata a
situazioni a malapena imbarazzanti e in definitiva non possiede alcuna
autostima e vorrebbe solo sparire ma rendendosi conto della propria apatia si
disprezza ancora di più.
La scrittura di Marco Rincione è
efficace e coinvolgente nel rappresentare questa discesa (o meglio stagnazione)
negli inferi, ed è difficile rimanere indifferenti alla scena del supermercato
in cui un ratto prepotente acquista per cena un cucciolo d’anatra sotto gli
occhi di PaperUgo e del cassiere, anch’egli un’anatra. Ai disegni Giulio
Rincione riesce a usare con molta più creatività di altri autori gli strumenti
che il computer gli offre, e oltre ai vari virtuosismi ho apprezzato l’utilizzo
di fotografie bene amalgamate col resto sempre nella lunga sequenza del
supermercato.
Operazioni come questa, però, mi
lasciano perplesso. Come diceva Carlos Trillo è più facile scrivere L’Anno scorso a Marienbad piuttosto che
un film “normale” (non ricordo quale usasse come termine di paragone). Se i Rincione
colpiscono efficacemente lo stomaco del lettore, il suo cervello non ne viene
minimamente toccato. Al di là dell’ambientazione originale c’è poco su cui
concentrarsi a livello intellettivo: Paperi
è un esercizio descrittivo ma non narrativo e una trama vera e propria non
c’è, solo l’accumulo di scene che narrativamente non portano da nessuna parte.
Ed è molto più facile ripetere “quanto sto male” che impostare una situazione
di partenza, uno sviluppo e una risoluzione.
Nel fascicolo non sono presenti redazionali
e quindi non mi è chiaro se PaperUgo
sia una storia autoconclusiva oppure il primo capitolo di una serie. Se fosse
vera la prima ipotesi mi sembrerebbe piuttosto sprecato il lavoro fatto, che si
esaurirebbe in sé senza preludere a una storia vera e propria. Il fatto che ci
siano sia un titolo, Paperi, che un
sottotitolo, PaperUgo, lascia sperare
che l’esperimento non rimarrà isolato. Ma, appunto, è solo una speranza: dalle
gerenze risulta che questa uscita fa parte della collana Fumetti Crudi e non vengono citati i dati in merito a una eventuale
iscrizione al Registro dei Giornali e dei Periodici, quindi chissà.
NOTA CONCLUSIVA DA
VECCHIO ROMPICOGLIONI
Il fumetto inizia con una tavola
illustrata da Prenzy che mostra la storia di finzione interpretata da PaperUgo.
Nello scrivere «fantastici» si è andati a capo dividendo fantas-tici. Sì, sì,
ormai solo un maniaco si perde in questi dettagli e bisogna giudicare il
contenuto dell’opera e bla bla bla. Ma per me è sempre desolante vedere un
errore del genere, non perché stia a indicare che Marco Rincione sia un
analfabeta (anzi, nel resto del fumetto ha dimostrato tutto il contrario) ma
perché un segnale della scarsa cura di un prodotto crea un certo distacco dal
prodotto stesso e finisce per dare l’impressione che nemmeno il suo autore ci
tenga poi molto a quello che ha creato. E mi fa tornare in mente gli anni in
cui cose del genere non succedevano così di frequente. A proposito di motivi
per deprimersi.
