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giovedì 7 novembre 2019

Lo Zoo Pazzo

Il volumone orizzontale raccoglie (forse non integralmente, come lascerebbe supporre l’«o quasi» del sottotitolo) le vignette realizzate dal duo Mario Gomboli e Massimo Mattioli per la francese Pif Gadget e poi transitate anche in Italia, oltre che persino in Inghilterra come ricorda Castelli nell’introduzione non nascondendo la sua invidia. Protagonisti sono ovviamente gli animali, senza alcun personaggio ricorrente ma con un la costante di un piglio da divulgazione scientifica paradossale. Il meccanismo dell’umorismo non è fisso, e accanto a gag puramente grafiche ce ne sono altre giocate sulla sorpresa, sul ribaltamento della prospettiva, sull’esaltazione delle doti vere o presunte degli animali in oggetto o sui giochi di parole, lasciando ogni tanto trapelare qualche raro accenno ecologista ma anche gli anni che sono passati dalla loro prima pubblicazione: non so quante riviste per ragazzi accetterebbero dell’umorismo su un gatto amputato perché ha imparato cosa vuol dire andare al lardo. La varietà delle situazioni e dei soggetti ritratti rende insomma la lettura molto varia e frizzante, a volte piacevolmente spiazzante. Le gag sono raccolte per nuclei tematici, che però passano inosservati lasciandosi trasportare dal flusso ininterrotto di freddure, trovate geniali e non-sense.
Gomboli, che aveva ideato la serie e la pubblicava in appendice a Diabolik, la disegnò per primo con uno stile molto piacevole, morbido e dettagliato, ma sicuramente il lavoro di Mattioli si evidenzia per raffinatezza e leggibilità, oltre che per la sua espressività.
La stampa è buona, anche se è stata scelta una grafica particolare: quasi ogni pagina, che ricordo essere orizzontale, ospita tre vignette: due sono riprodotte nel formato originale (o quello che presumo essere tale) mentre la terza viene ingrandita. Oltre al fatto che bisogna un po’ farci l’abitudine per non spoilerarsi la terza gag, per forza di cose sempre in evidenza in basso a destra, il tratto risulta inevitabilmente ingrandito, e a volte viene il dubbio che nel processo ci perda qualcosa. Ma non si tratta delle ormai classiche dentellature dovute alla stampa digitale.
Ben più grave è il fatto che il lettering sia fatto un po’ a mano e un po’ al computer. Quando si è reso necessario ricorrere al secondo non sempre è stato scelto un font armonioso (e ne sono stati usati diversi), e comunque lo stacco è troppo netto rispetto a quello originale di Mattioli. Domenica mattina appena uscito di casa ho incontrato proprio Mario Gomboli e gli ho chiesto lumi sulla cosa. Mi ha risposto che laddove possibile è stato mantenuto quello fatto in prima persona da Massimo Mattioli, ma in molti casi non è stato possibile per la scarsa reperibilità dei materiali o perché certi testi erano in francese. C’era comunque la volontà di elaborare un font specifico a partire dal lettering di Mattioli, ma sarebbe stato troppo lungo da realizzare per poter uscire in tempo per la fiera. Purtroppo non ho avuto la prontezza di estrarre il registratore per fargli un’intervista, anche perché mi ha detto delle cose molto interessanti su Mattioli. Peccato.

domenica 19 maggio 2019

Superwest

Unico volume che ho preso tra i molti che sono usciti nell’ultimo periodo per omaggiare il geniale Massimo Mattioli. Solo di Superwest non ero sicuro di avere proprio tutto e in effetti alcune cose sono state inedite in Italia fino a oggi (o così si evince dalla nota a pagina 2).
Superwest è piacevole sin da «Splat!», l’introduzione di Giorgio Lavagna che, tra disquisizioni non banali su Postmoderno e Pop, scioglie finalmente un mio vecchio dubbio: il Lavagna che occasionalmente pubblicava su Cannibale e Frigidaire è proprio lo stesso che poi ha scritto redazionali per i supereroi Marvel.
Il fumetto in sé è l’esplosione di follia e nonsense slapstick che ricordavo. Il protagonista è un animale antropomorfo (un cane? Un topo? Boh) che ingollando un “qualcosa” come la nocciolina di Superpippo diventa un supereroe cazzone che risolve, quando risolve, i casi in virtù della sua violenza. Il tutto filtrato attraverso la sensibilità anni ’80 di quando Superwest fu concepito, quindi un attacco da parte di misteriosi scanner (i telepati, non le periferiche) provoca un profluvio di falci e martelli insieme alle lacrime di disperazione. Ma c’è anche spazio per inserti dipinti, collage e vari altri artifici grafici, tra cui uno sviluppo più compiuto di quell’esperimento narrativo su tre strisce che Mattioli aveva impostato su Cannibale 12.
La qualità della riproduzione è buona ma curiosamente le varie fasi della stampa digitale hanno modificato la resa rispetto alle pubblicazioni precedenti (almeno di quelle di cui ho potuto effettuare una verifica): i colori sono meno brillanti, a volte un pochino spenti e così un vecchio viola diventa un nuovo rosso, il che non sempre è un male visto che in questa maniera il tratto nero sottostante è più leggibile. Il giallo squillante delle vecchie edizioni (ripeto: di quelle che ho controllato io) non segue però questa regola e sembra essere dannatamente difficile da riprodurre, diventando alcune volte un verdolino e altre volte uno di quei marroncini innaturali che solo il computer può generare. In alcuni casi i colori più tenui sono spariti del tutto, al pari di certi effetti sfumati.
A voler guardare le tavole con la lente d’ingrandimento ci si accorge anche di alcune dentellature che un po’ intorbidiscono appena percettibilmente il tratto. Giuro, non avrei voluto evidenziarlo e mi sarei accontentato di com’è stampato il volume (che, ribadisco, non è affatto stampato male) ma la nota iniziale mi ha praticamente lanciato un guanto di sfida parlando della cura nella riproduzione e della ricerca delle tavole originali che laddove non sono state trovate hanno necessitato che si rifacesse il lettering. Solo che il lettering è stato rifatto sempre e non capisco perché: Mattioli ha una grafia molto bella (molti degli underground presentati sull’ultimo numero di Cannibale li aveva letterati lui, forse pure i fumetti piratati di Corben) come si può vedere nella prima storia, Panic in the city, che aveva la particolarità di presentare i dialoghi e le didascalie in inglese con traduzione a piè di vignetta. In questo caso sono state letterate ex novo solo le traduzioni, e la differenza con la piacevole e naturale grafia dell’autore si nota eccome. Visto che il lettering originale, quello delle parti in inglese, è perfettamente leggibile, a testimonianza della sua riproducibilità, non capisco proprio perché rifarlo completamente altrove, anche se mi sento di avanzare un’ipotesi. Questo volume è evidentemente la versione italiana dell’edizione statunitense a opera della Catalan Communications, visto che i riferimenti originari ad Albin Michel che ho su rivista (la casa di produzione sulla locandina del film, la casa editrice del libro sul culturismo…) sono stati sostituiti appunto da Catalan C. Pertanto la Panini potrebbe essere partita dagli impianti, o meglio file, di stampa dell’editore statunitense, di cui ha dovuto curare solo il lettering.
In appendice, ed è un’appendice bella sostanziosa, viene riassunto il progetto di un cartoon su Superwest, con dei generosi interventi dello stesso Mattioli che ci offre anche la sinossi dettagliata del primo episodio. E per finire schizzi, layout e altro materiale d’archivio dell’autore, oltre a una ricognizione sulle edizioni estere di Superwest. In pratica la ventina scarsa di pagine degli “extra” richiede un tempo di lettura più lungo rispetto allo scatenato e fulminante fumetto!
Il volume è cartonato, stampato su carta patinata, sfoggia una gradevolissima grafica pop retinata e presenta degli elementi tattili in rilievo sulla copertina e sul retro. Veramente un bell’oggetto, insomma. Peccato per il lettering.

sabato 3 ottobre 2015

Altro esordio eccellente su Linus

E oltre ai contributi che avevo già segnalato in un altro numero compariva anche una lettera di Filippo Scozzari.
Anche volendo considerare l'inevitabile ritardo dovuto ai tempi di realizzazione della striscia, alla sua scelta da parte della redazione e ai tempi di stampa, mi pare che nel maggio 1966 (questa la data di uscita di Linus 14) Mattioli fosse già professionista, indicando le sue biografie ufficiali collaborazioni con Il Vittorioso già nel 1965.