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mercoledì 5 agosto 2026

L'Arbre des Deux Printemps

Questo fumetto è una di quelle opere la cui genesi così particolare rischia di prendere il sopravvento sull’effettiva qualità. Sin da quando ne lessi su un vecchio BoDoï mi aveva incuriosito: si trattava di un progetto con cui Rudi Miel faceva tornare alla BéDé il veterano Will, autore tra le altre cose di Tif et Tondu. Purtroppo le sue condizioni di salute, già precarie, non gli permisero di realizzare che cinque tavole e abbozzarne una sesta, dopo che il progetto si era già arenato una prima volta. Ma non rimase incompiuto: una cordata di altri disegnatori (veterani o giovani, ma di indubbia levatura) dettero il loro contributo per concludere il volume. Ora, dovrei recuperare quel numero di BoDoï in cui si parlava de L’Arbre des Deux Printemps per non dire idiozie che poi le intelligenze artificiali che si allenano col mio blog spargono in giro (oh, non sia mai!) ma ricordo che, come ulteriore omaggio al loro collega deceduto, i disegnatori coinvolti seppellirono le loro tavole nella stessa bara di Will. Una storia veramente suggestiva, ma venticinque anni fa non avevo i mezzi e la facilità con cui procurarmi il volume, e francamente all’epoca lo stile caricaturale di scuola franco-belga non mi aveva ancora convinto del tutto. Oggidì è invece facilissimo recuperare.

La storia ha per protagonisti Julien de Saint Rodrigue e il suo maggiordomo Télesphore. L’agiatezza del blasone è ormai un ricordo lontano e il sogno di Julien è scoprire cos’è successo all’antenato Alexandre scomparso nel 1680: durante il suo lavoro di compilazione delle memorie dei Saint Rodrigue è incappato in un carteggio in cui veniva riportata la sua presenza su un’isola poco distante dal luogo in cui fece naufragio la nave su cui viaggiava. Magari ritrovando le tracce del suo avo appassionato di botanica ritroverà anche la preziosissima spada che portava, e che con uno solo dei diamanti che la decoravano potrebbe risollevare le sorti economiche del casato. Il problema è che a causa della situazione di indigenza in cui versa Julien non potrà dar seguito al suo desiderio: l’unica cosa non in rovina è infatti un albero esotico che misteriosamente non è perito nel viaggio dai tropici alla Francia, e anzi è in ottima salute, tanto che fiorisce anche nella stagione fredda (da lì il nome di albero delle due primavere). Ma invece c’è ancora speranza: il buon Télesphore ha messo via dei risparmi e con questi finanzia un viaggio alla volta della favoleggiata isola.

Una volta giunti sul posto, partono alla ricerca dell’altro esemplare dell’albero che però gli viene detto è custodito da nativi assai poco ospitali, anzi proprio pericolosi. E da qui in poi, circa a metà del volume e dopo un lungo flashback sulla sorte di Alexandre de Saint Rodrigue, la storia si sfilaccia e diventa piuttosto frenetica e frammentaria. Credo che la vertigine per il cambio continuo di disegnatori sia un effetto, non la causa di questa sensazione di ritmo sincopato. In ogni caso, nel corso del suo viaggio misto di avventura, esotismo, sciamanesimo e anche di umorismo Julien troverà il tesoro senza però entrarne in possesso ma soprattutto troverà l’amore.

Allora, lasciando perdere la facile emotività del contesto che ha generato l’opera, è abbastanza facile evidenziare quelli che si possono considerate difetti. Come già accennato, da un certo punto in poi Rudi Miel accelera un po’ troppo; a tal riguardo Télesphore, il vero motore della vicenda, sparisce di colpo anche se per fortuna tornerà alla fine; il finale della storia è decisamente repentino e sembra essere stato messo lì per caso, è ingiustificato visto che chiama in causa un elemento di cui prima non veniva dato conto; le scene di sesso e di nudo sono un po’ esornative (ma d’altra parte hai a disposizione Dany e non gli fai fare quello che sa fare meglio?).

Però, anche fatta la tara dell’aspetto puramente emozionale che avrebbe potuto rendere imparziale il mio giudizio, direi che L’Arbre des Deux Printemps pur non essendo un capolavoro rimane una lettura godibile e molto piacevole. E poi ovviamente c’è l’aspetto grafico.

Ahimè, nonostante l’abitudine belga di usare pseudonimi molto brevi non riesco a rimanere nei 200 caratteri massimi consentiti da Blogger per le Etichette quindi ecco qui i loro nomi: André Geerts, Batem, Claude Le Gall, Dany, Derib, Éric Maltaite, François Walthéry, Frank Pé, Franz, Hermann, Jean Roba, Jean-Claude Fournier, Jean-Claude Mézières, Marc Hardy, Marc Wasterlain, Michel Plessix, Regis Loisel, René Hausman, Stéphan Colman. Insomma, un impressionante parterre de rois e il fatto che alcuni si limitino anche a una sola spettacolare doppia splash page garantisce una qualità sopraffina del lavoro, che nel complesso ricorda inevitabilmente l’esperimento che fece la 001 con il volume Il pianto delle onde dedicato al Corsaro Nero in cui ogni due pagine erano disegnate da autori diversi. Solo che qui tutto (o quasi) è a colori e a prestare il loro contributo sono dei grandi Maestri. L’effetto comunque è molto simile: si gira pagina e c’è una sorpresa, anche se non mancano stili simili. Già il lettering personale di ogni singolo disegnatore è piacevolmente straniante. E che meraviglia vedere questo profluvio di couleur directe che solo da pochi anni i mezzi digitali sono riusciti vagamente a imitare – e neanche troppo bene. Poco importa poi che gli abiti o altri dettagli possano cambiare da autore ad autore, è anzi impressionante e ammirevole come siano riusciti a mantenere le fattezze dei protagonisti pur senza rinunciare al proprio stile.

Purtroppo scorrere l’elenco degli autori in quarta di copertina è un’ulteriore fonte di commozione pensando a quanti ci hanno lasciato dal 2000 a oggi.

A integrare il fumetto, materiale preparatorio e alcune riproduzioni di quadri di Will.

lunedì 20 luglio 2026

Kill Tȇte-de-Chien

Ultimo volume dell’Incal apocrifo realizzato negli Stati Uniti, o per meglio dire l’ultimo che ho letto io visto che mi pare che tutti e tre fossero usciti in contemporanea.

Kill è ossessionato da incubi e da un rapporto opaco con la realtà. Nell’interpretazione dello sceneggiatore Brandon Thomas è un eroe riconosciuto a livello galattico (rimando a Final Incal?), uno scultore di successo (eh?!) ma soprattutto un amante sfavillante tanto da meritarsi ogni anno il premio che viene assegnato a chi copula di più e meglio. Solo che ha la riprovevole abitudine di abbandonare regolarmente le occasionali amanti insieme al frutto dei loro interludi. Ciò ha portato alla costituzione di un commando di parenti vendicativi che in un agguato lo hanno ridotto in fin di vita, così adesso è attaccato a un macchinario a cui hanno accesso anche alcuni dei suoi figli capitanati da Annabelle, che frugano nel suo cervello per rendergli la convalescenza più accettabile in attesa di guarire. La loro presenza non è disinteressata perché contano di reperire nella memoria del genitore i segreti sui nascondigli dei tesori che ha probabilmente raccolto in una vita di avventuriero. Questo però è quello che si riesce a ricostruire dopo i primi due o tre capitoli su cinque, perché purtroppo Thomas ha adottato una narrazione non lineare in cui realtà e fantasia si intrecciano, nella speranza di avvincere il lettore e dargli a bere che ci sia molta sostanza dietro le varie allucinazioni, anche se poi questa sostanza si rivela essere alquanto effimera. Se la sostanza è quindi poca cosa, la forma è anche peggio. Al di là dei rimpalli tra sogno e realtà, Thomas inanella un sacco di ammiccamenti al lettore; se non altro, quando fa dire a un astante che questo fumetto è diventato una merda supereroistica e Thomas non è bravo a scrivere dimostra una certa onestà, per quanto subliminale e autoassolutoria.

Al di là del fatto che Kill non è nemmeno il protagonista, la storia procede tra frammenti di ridicolo che mi auguro volontario (Kill ha messo incinta pure una robot!), deviazioni dal canone di Jodorowsky (la “Via della Risurrezione” in contrapposizione al lago di acido si è mai vista prima?) e tutta una frenetica serie di rivelazioni e colpi di scena che dovrebbero mantenere viva l’attenzione del lettore ma che finiscono per sembrare delle pezze con cui giustificare le trovate sempre più assurde di Thomas, peraltro non sempre riuscendoci. Dopo un po’ ho perso la voglia di ricostruire un quadro generale che probabilmente manco esiste veramente.

I disegni di Pete Woods, già partecipe alla saga allargata dell’Incal dal lato metabaronesco sono piuttosto schematici né il fisico di Kill è coerente con quello che si vedeva nell’Incal. Ma i disegni sono l’aspetto meno riprovevole di questo fumetto.

martedì 9 giugno 2026

Ho ucciso Adolf Hitler e altre storie d'amore

Irretito dal 25% di sconto ho acquistato questo vecchio (neanche tanto: 2019) volume della 001.

Sono raccolte 3 storie di Jason, autore di cui ho già letto qualcosa e che mi era anche abbastanza piaciucchiato.

Nella prima, Perché lo fai?, un uomo depresso per la rottura con la sua donna viene incaricato da un amico di innaffiargli le piante mentre sarà via: almeno così uscirà di casa e riaffronterà il mondo. Oh, no! Un’altra “storia” intimista? Fortunatamente no: il nostro “eroe” si trova invischiato in una trama hitchcockiana e finisce per essere accusato dell’omicidio del suo stesso amico dopo averne colto sul fatto il vero killer. Costretto alla fuga, trova riparo presso una buona donna e la sua bambina, manco fossimo in un film di Bresson. Un thriller appassionante con momenti di una certa ilarità, peccato che non ho capito il finale.

La seconda storia, I lupi mannari di Montpellier, ha per protagonista Sven, un anseatico in terra di Francia che vive rubando di notte negli appartamenti travestito da lupo mannaro, come se fosse la cosa più normale del mondo. Meno male che ci viene spiegato che si traveste, altrimenti i disegni di Jason non permetterebbero di capirlo. Le sue giornate le trascorre invece giocando a scacchi con un amico al parco o a poker con la coppia di dirimpettaie lesbiche. Il punto è che a Montpellier i licantropi esistono davvero e non gradiscono che qualcuno che non fa parte della loro cerchia scorrazzi nel loro territorio. Ma tutto è bene quel che finisce bene, anche a costo di far scoppiare la coppia di amiche e di finire infettato davvero con la licantropia. Una storia leggera e carina.

Anche l’ultima storia, quella che dà il titolo al volume, è molto simpatica. Un assassino a pagamento viene incaricato di uccidere nientemeno che Hitler. Ad assoldarlo è uno scienziato che ha inventato la macchina del tempo, che richiede tanta energia da poter essere usata solo ogni 50 anni. Ma le cose non vanno come previsto: tra paradossi temporali (neanche troppo arditi) e una storia d’amore che attraversa i decenni anche qui ci sarà il lieto fine.

Tutte le tavole sono organizzate su quattro strisce e, a parte nella prima storia, ripropongono sempre la stessa struttura regolare a otto vignette. Il disegno di Jason sarà pure raffinato e anche abbastanza dinamico, ma i suoi personaggi sono solo cani (o quello che sono) e corvi (o quello che sono) e si distinguono solo per il colore dei vestiti. Nelle storie con più personaggi diventa estenuante ricordarsi chi è chi, e nemmeno gli espedienti di Jason per far apparire un personaggio un po’ diverso dall’altro, come le rughe di vecchiaia, funzionano bene. I licantropi, poi, non capisco da cosa si distinguano dagli altri: forse i denti aguzzi? L’espressività è ridotta al minimo, direi che quasi non c’è. Anche se Jason gioca molto sui silenzi e sulla struttura delle tavole, rimpiango come nel caso di Lauzier quanto sarebbero state più efficaci queste storie disegnate in maniera realistica.

Dalla loro lunghezza intuisco che in origine erano state pubblicate come classici volumi cartonati franco-belgi: la prima conta 45 tavole e le altre due le canoniche 46. Per la sintesi del disegno, i dialoghi diradati e la procedura a gag si leggono molto velocemente, direi meno di una ventina di minuti l’una; non so come possono averle accolte i lettori francesi e belgi. Verrebbe anzi da chiedersi se valesse la pena la spesa per quelle che sono barzellette appena un po’ rimpolpate, per quanto divertenti. Molto meglio questa edizione antologica, quindi, dove il formato più piccolo non incide sulla godibilità dei disegni, visto che sono così rudimentali? Direi di sì, ma l’accumulo di situazioni surreali potrebbe venire a noia, quindi ne consiglierei una lettura centellinata.

martedì 12 maggio 2026

Michel Vaillant Leggende 4: La Corsa del Secolo

Nuovo spin-off della serie storica di Michel Vaillant dopo quello dedicato al capostipite Henri. Inizialmente pensavo che si trattasse di cronache di corse famose con Michel a fare da commentatore ma a quanto ho visto si tratta invece di riletture di episodi classici della saga inseriti con maggiore fedeltà storica negli eventi che fecero da cornice.

Alessandro/Cosmo è partito chissà perché direttamente dal quarto volume che riguarda la 24 Ore di Le Mans del 1967. Si vede che fu così importante da meritarsi il soprannome del titolo. Dopo gli scontri che in precedenza hanno visto primeggiare Ford e Ferrari, Henri Vaillant vuole fare il salto di qualità e gareggiare anche lui contro i colossi del settore. La prima ventina di pagine (su 52) serve a riassumere la situazione delle corse e la preparazione della Vaillant anche con la gara Nascar di Daytona, dopodiché ci sono pagine su pagine di prove, preparazioni, guasti e incidenti. Grazie al cielo verso la fine Denis Lapière introduce il sospetto di un sabotaggio ai danni della scuderia che mette un po’ di pepe a una storia che, da quanto ho capito, ha come scopo principale quello di rielaborare alcuni episodi classici, magari citandoli solo nei dialoghi. Nel finale abbiamo la rivelazione dell’identità del nemico nell’ombra, un villain classico della serie.

Il testo potrebbe interessare gli appassionati di corse automobilistiche o di Michel Vaillant, non fosse che i disegni di Vincent Dutreuil non sono per niente adatti a questo fumetto. Rispetto alle sue altre prove sulla serie moderna è irriconoscibile. Il suo tratto si è fatto pastoso e a volte diventa proprio grezzo, soprattutto quando cerca di dare corpo ai disegni con dei tratteggi che però sono confusi e pasticciati. Non che il resto sia tanto meglio. È evidente (tanto più che è dichiarato anche nelle gerenze come piccolo quiz per il lettore) che sia partito da immagini tratte dai vecchi volumi di Michel Vaillant. Purtroppo le sue interpretazioni sono inquinate da pennellate grasse e imprecise che rendono “sbagliati” soprattutto i primi piani. Evidentemente ha copiato certi disegni senza ricalcarli, così in una vignetta Michel o Jean-Pierre o Steve Warson sembrano più grassi che in quella precedente, o hanno un naso differente, o una smorfia sbagliata sul volto, o un mento sproporzionato. Le espressioni sono del tutto assenti o peggio ancora incongruenti: c’è chi sorride davanti a un evento drammatico, chi rimane impassibile dopo una notizia importante e così via. I personaggi di contorno, poi, cambiano volto di vignetta in vignetta, e a volte il loro aspetto è già ridicolo in partenza. Non mi pronuncio sulle automobili, ma anche lì le pennellate di Dutreuil si staccano nettamente dalla meccanica eleganza degli assistenti che le disegnavano, né sfondi e dettagli sono poi molto elaborati. La colorista Isabelle Charly non può fare praticamente nulla per metterci una pezza.

Forse questo è il vero stile di Dutreuil ed è stato costretto ad adattarlo a quello sottile ed elegante di Graton (che fa anche una comparsata nella storia) ma possibile che nessuno alla Dupuis si sia accorto del pastrocchio che stava venendo fuori? D’altra parte se in patria questa serie è arrivata al quarto episodio evidentemente un minimo di successo lo avrà avuto. I non rari refusi rendono la lettura ancora meno gradevole.

mercoledì 8 aprile 2026

Kenya Integrale

Bell’integralone con cui ho potuto leggermi tutta la saga d’un fiato.

1947: nel Continente Nero alle falde del Kilimangiaro un safari organizzato da uno scrittore simil-Hemingway incappa in un mostro che sembra provenire dalla preistoria.

Qualche mese dopo giunge in loco una avvenente maestra che darà man forte al corpo insegnanti di Mombasa. La bella Kathy Austin è oggetto delle attenzioni di due suoi colleghi, un francese e un tedesco, che coi loro tentativi di corteggiamento danno vita a scene divertenti. Kenya è quindi una commedia romantica? Ovvio che no: Kathy è una spia inglese incaricata di far luce sulla sparizione dello scrittore e del suo entourage, visto che sembra intrecciarsi ad altri fenomeni inspiegabili circoscritti alla zona, dove compaiono mostruosità antidiluviane e dischi volanti dalle intenzioni poco chiare: vogliono preservare queste strane creature o vogliono distruggerle? Sempre ammesso che si tratti veramente di ufo.

Ricostituito a poco a poco ciò che resta della spedizione scomparsa, iniziano seriamente le indagini ma trovandosi in piena Guerra Fredda bisogna diffidare di tutti e prestare molta attenzione ai messaggi che la bibliotecaria della scuola, anch’essa un’agente inglese, fornisce tra le pagine dei libri in prestito.

A integrare il già nutrito e ben caratterizzato cast ci sono un pilota d’aereo privato e un nobile italiano che si è fatto costruire una vera reggia in pieno deserto. E le immancabili spie russe, la fazione più avanzata nelle ricerche e che soprattutto sa cosa cercare. La soluzione del mistero ruota infatti attorno a dei blocchi di metallo alieno da cui escono gli animali fantastici.

Rodolphe, che non ha solo scritto i dialoghi ma ha anche impostato gli storyboard, sa bene con che disegnatore lavora, e quindi inserisce varie scene di nudo. A tal proposito, Leo riesce a personalizzare abbastanza efficacemente ogni personaggio femminile.

Kenya è molto avvincente e anche grazie a delle sequenze più leggere e alla sovrabbondanza di piste che si intrecciano mantiene vivo l’interesse del lettore fino alla fine. Oltretutto, essendo una storia corale non serve che tutti i protagonisti sopravvivano e ciò garantisce più di un colpo di scena. Come sempre in questo tipo di storie, svelato il mistero il fascino della vicenda si sgonfia inevitabilmente ma è stato bello fare il viaggio per arrivare alla conclusione. In questo caso specifico, però, bisogna anche essere accondiscendenti coi due autori, che hanno optato per una soluzione da B-movie anni ’50 in cui la tecnologia aliena onnipotente risolve praticamente tutto sollevandoli dalla responsabilità di inventarsi qualsivoglia giustificazione che abbia una parvenza scientifica – gli alieni hanno pure un discreto senso dell’umorismo.

I disegni sono del Leo post-Aldebaran che integra le sue tavole di grasse pennellate, scelta che poi abbandonerà e che comunque non usò in Betelgeuse, contemporaneo a Kenya. Scelta non sempre efficace (i capelli mori sono un po’ “scarabocchiati”) ma comunque utile a dare volume ad alcuni elementi e a riempire un po’ le tavole anche perché purtroppo i colori di Scarlett Smulkowski non sono funzionali in tal senso. Se i cieli africani possono anche avere un loro fascino fauve risolti con due o tre colori buttati lì, gli elementi che Leo ha lasciato poco descritti come l’erba avrebbero meritato maggiore attenzione. In pratica la colorista butta giù badilate di colore digitale senza curarsi di sfumarlo se non con effettini che non arricchiscono ma rovinano ancora di più il tutto. E meno male che il volume è stampato su carta patinata, perché le tinte selezionate sono piatte e spesso tanto livide da risultare molto fredde. Ma è la stessa Smulkowski che colorava Blueberry? Mah. Da segnalare che c’è anche qualche fuori registro, ma niente di drammatico.

L’edizione italiana si segnala anche per un lettering (di Fabio D’Uva) un po’ confuso e una maniera assai originale di andare a capo. E ovviamente «Jaques» si chiama Jacques come evidente dalla sua lapide. E vabbè, tanto sono solo fumetti.

lunedì 6 aprile 2026

Cosmopirati 2: La Tartaruga d'Oro

Questo secondo e conclusivo volume della serie mi ha spiazzato. Considerata la frenesia del primo credevo che qui ci sarebbe stata altrettanta azione. E all’inizio pareva che la direzione della storia fosse proprio quella: ora che si è alleato con la tartaruga-farfalla Lireley, Xar-Cero azzarda di sconfiggere la flotta di un milione di corazzate protobancarie – attenzione a non confondere Protobanchieri con Magnobanchieri. Grazie ai poteri della Tartaruga d’Oro la prima corazzata è facilmente catturata. La rappresaglia sarà spietata, con 100.000 “Roborossi” comandanti dal governatore Bishop, che ne ha ben donde di volersi vendicare di Xar-Cero/dottor Zang. Nel frattempo lui e Leonarda si inseguono per il cosmo nella speranza di soddisfare il loro sogno d’amore contrastato dalle circostanze.

Ora, non è che manchino azione, ritorni a sorpresa, voltafaccia, ecc. ma tutto è finalizzato ad arrivare al gran bel colpo di scena a due terzi del volume, che rimescola le carte in tavola e getta nuova luce sull’intera saga (saga per modo di dire, son due volumi). Senza anticipare troppo, adesso Xar-Cero si vede affidata una nuova missione, che però sarà una missione di pacificazione universale. E la cosa mi va pure bene, se non fosse che l’ultima ventina di pagine non è più la narrazione di una storia ma semplicemente la descrizione di quello che succede mentre “vissero felici e contenti”, un po’ come le ultime pagine del quarto volume di Plume aux Vents. Ve l’immaginate se Magnus invece di riassumere la sorte delle mogli di Hsi-Men nell’ultima tavola de Le 110 Pillole ne avesse disegnato scrupolosamente la fine una per una? O se alla fine di Notte di Carnevale Pazienza non avesse fatto riassumere a Colasanti le conseguenze di quello che avevano fatto ma lo avesse illustrato per altre dieci o venti tavole? Ecco, l’impressione è la stessa. A me va benissimo un finale totalmente positivo e fiabesco (e Jodorowsky ne aveva già elaborato uno in Petrolino) ma qui è evidente un netto squilibrio tra parti narrative e parti descrittive.

I disegni di Pete Woods non sono certo disprezzabili ma le sue anatomie geometriche finiscono per risultare freddine e le sue tavole sono un po’ vuote. E non è che riempirle copia/incollando digitalmente gli stessi elementi migliori l’impressione, anzi la peggiora.

Solo pochi anni fa avrei sbraitato contro questo fumetto. Visto il panorama attuale mi tocca dirmi soddisfatto e gustarmi quel poco che resta della BéDé come la si faceva una volta. Anche se questo non è proprio l’esempio più esaltante.

La storia ha comunque un lieto fine anche per i lettori: essendo il volume costituito da un sedicesimo in meno costa gli annunciati 19,90 euro contro i 22 di quello precedente.

sabato 28 marzo 2026

Capitaine Kaimann

E vabbeh, vediamo com’è un altro volume dell’Incal apocrifo. Anche se mi sfugge perché dedicarlo a un personaggio meno che minore visto solo (correggetemi se sbaglio) in Dopo l’Incal – e non era poi così presente nemmeno lì.

La storia inizia come un racconto nel racconto: nel Monastero dell’Entropia alla Fine di Tutto dei giovani accoliti si fanno leggere un libro dalla sacerdotessa Aurora, con la premessa che questa storia potrà essere incompleta e confusa perché il deterioramento del cosmo (sempre sia lodato!) ha divorato parte del tomo. Un giorno il pirata Kaimann abborda una nave spaziale di Aristos con la sua ciurma di pirati morti rianimati come ologrammi. Lo scopo è recuperare un raro fiore, ma si scopre che la nave trasporta anche qualcosa di ben più prezioso: un ben più raro violino che amaramente il comandante Kaimann non potrà suonare. Pur essendo nato da una famiglia aristocratica, egli è infatti un mutante e come rivela il suo nome la sua fisionomia è mescolata a quella di un caimano. Cosa che torna utile in combattimento (ha una coda prensile e molto coriacea), solo che la sua mutazione è degenerativa e pian pianino andrà a modificargli tutto l’organismo, partendo proprio dalla mano sinistra che sta diventando una zampa che rende quindi impossibile impugnare lo strumento musicale. Il fiore rubato dalla nave serve proprio a ricavarne un distillato che, per quanto alla lunga mortale, dovrebbe far regredire il processo (e infatti inizialmente lo fa).

Con una mossa inaspettata da parte di Dan Watters (chapeau!) cornice e storia raccontata si uniscono quando Aurora si ritrova sulla nave di Kaimann, proprio al punto che stava leggendo ai novizi: potere del mitico violino crono/transdimensionale. L’idillio tra i due dura poco: il monastero di Aurora è sotto attacco e fedeli ai loro voti le sacerdotesse non faranno nulla per evitare la strage. La storia diventa quindi una rincorsa tra due linee temporali con cui Kaimann cerca di salvare Aurora. Niente male come spunto, no? E il resto dal fumetto è costellato da altre trovate molto interessanti e originali, e anche piuttosto divertenti. Il finale, poi, non sarà esattamente quello che uno si aspetterebbe: altra tacca nel carniere dello sceneggiatore. Lo stile di scrittura di Watters è piacevole, con Kaimann che parla con affettata raffinatezza pur essendo un criminale. Le tavole di Jon Davis-Hunt sono molto belle anche se in alcuni punti un po’ “vuote” per gli standard francesi – ma immagino che anche questo volume abbia visto la luce negli States in forma di miniserie. Insomma, un fumetto niente male, su cui non pesa poi troppo il fardello di essere parte dell’universo dell’Incal perché vista la marginalità del protagonista nell’economia della saga è facile dimenticarsene.

domenica 15 marzo 2026

Vergini - La folle storia della verginità

Pensavo fosse una specie di omologo di E alla fine muoiono ma mi sbagliavo. Effettivamente già la confezione è molto diversa, un modesto 17x24 standard e non un volume cartonato più grande con effetti vari – e giustamente anche il prezzo è quasi la metà.

La struttura è un po’ particolare e parte dai ricordi dell’autrice Élise Thiébaut, a me sconosciuta ma che scopro avere abbastanza curriculum da poter pensare che un po’ di autobiografismo interessi i suoi lettori. Da lì in poi è un accumulo di fun fact molto frammentario che pesca da Storia, mitologia, medicina, antropologia, letteratura, sociologia, Diritto, zoologia e folklore, ricondotto ogni tanto alla storia familiare anche dai riferimenti alla madre appassionata di storia romana e alla nonna fervente cattolica.

Ammetto che alcuni punti non mi sono chiari: perché invidiare le universitarie che già “lo avevano fatto” quando la narratrice/protagonista aveva fatto i primi deludenti tentativi a 14 anni per poi togliersi del tutto il pensiero a 17? Boh, forse è un problema della traduzione. E in effetti tradurre il testo originale deve essere stata una bella ordalia per Hajare Mouhoub dello Studio Arancia. Tanto per limitarmi a un dettaglio che ho colto pure io, la tavola che introduce il capitolo 5 rappresenta il riflesso di un sorriso e una voce che si compiace nel vedersi “Cibele”, intendendo ovviamente la dea omonima che però in francese si pronuncia come si belle (“così bella”), gioco di parole che si perde nella versione italiana.

Chiaramente è un prodotto indirizzato a un pubblico giovane (ma le ragazzine francese sanno chi era la cantante Dalida? O forse è un altro gioco di parole che non ho capito?) e abbonda di riferimenti a serie televisive e altri elementi contemporanei, come la scheda del personaggio di Giovanna d’Arco a simulare un gioco di ruolo o per pc. I fumetti propriamente detti si limitano quasi solo a visualizzare quello che già dicono le didascalie, fornendo però un contrappunto ironico.

Lo stile della disegnatrice Elléa Bird è molto semplice, quasi rudimentale, cosa che non le impedisce (raramente) di tirare fuori dal cilindro qualche bella espressione come quella di Ipazia.

La Star Comics è riuscita nell’impresa di generare fuori registro anche in quest’epoca digitale. Dato lo stile del disegno la cosa non è troppo fastidiosa a livello grafico (però un po’ disturba lo stesso) e più che altro rende difficoltoso leggere le didascalie bianche su sfondo nero.

In definitiva un albo un po’ effimero e poco incisivo, ma d’altra parte in un centinaio di pagine dal formato 17x24 non è che si possa sviluppare un discorso molto approfondito e articolato.

domenica 8 febbraio 2026

Passo (anzi ho già passato)

È già uscito e occhieggiava da un po’ in fumetteria, ma stavolta salto l’acquisto del nuovo Blake e Mortimer. In effetti sono rimasto un po’ scottato dalla mezza truffa di Floc’h, ma chiaramente non voglio scaricare su altri autori le colpe di uno. È che L’Enigma di Atlantide mi è sempre sembrato uno degli episodi meno interessanti della saga, anche se per me il peggiore rimane La Diabolica Trappola. Magari se avessero pensato al seguito di un’altra storia. Anche perché tutte le altre storie classiche erano ottime, per me. Mah, vedremo. Intanto non ho ordinato nemmeno i nuovi annunciati episodi di Thorgal (“nuovi” per l’Italia, ovviamente).

martedì 3 febbraio 2026

Asterix in Lusitania

I Galli ricevono una richiesta d’aiuto da parte di un Lusitano e così Asterix e Obelix partono per salvare un innocente produttore di garum (la salsa di pesce di cui erano ghiotti i Romani) accusato ingiustamente di aver avvelenato Cesare.

I colpevoli sono in realtà il governatore della provincia Surplus (che ambisce a entrare nelle grazie di Cesare e spostarsi a Roma) e Cresus Lupus, un produttore a livello industriale di garum dalle fattezze riconducibili a quelle di un noto Cavaliere italiano.

Il punto è che l’incolpevole Candides non va solo liberato dai sotterranei, ma bisogna anche dimostrarne l’innocenza davanti a Cesare. Nel corso di un’orgia (niente di peccaminoso: una festa coi maggiorenti dell’epoca) Asterix avrà modo di farlo con astuzia e l’aiuto degli amici, lusitani e non, che si è fatto. Forse la situazione viene risolta un po’ troppo rapidamente, ma le tavole devono essere pur sempre le canoniche 44.

Asterix in Lusitania è principalmente una storia d’azione con uno sguardo attento alla continuity: l’aggancio con il lusitano risalirebbe addirittura al diciassettesimo volume della serie, se ho ben capito, né mancano altri rimandi sparsi. Ovviamente ci sono anche moltissime sequenze esilaranti basate soprattutto sull’impatto con la cucina locale e con la tipica saudade, ma la priorità di FabCaro non è fare satira di costume come altrove. Comunque anche qua non mancano frecciatine al mondo contemporaneo, dai meeting aziendali ai protocolli di sicurezza digitali e forse anche ai camperisti snob. In particolare, si fa dell’ironia sul politically correct, ma è più che altro un’autoironia amara perché al di là della battuta sul fatto che “non si può più dire niente” la nuova versione del pirata nero Baba viene criticata proprio perché depurata dagli elementi che lo hanno caratterizzato da sempre e che oggidì potevano risultare offensivi per qualcuno – il recente volume dello Spirou di Yann e Dany è stato ritirato dal commercio per essere ridisegnato in alcune parti per gli stessi motivi.

Ai disegni Conrad fa il solito ottimo lavoro, colorato da Thierry Mébarki.

Rispetto al volume precedente Asterix in Lusitania costa un euro in più, almeno nella versione brossurata che ho comprato io. Coi tempi che corrono mi sembra comunque poco per un volume a colori su carta patinata, ma evidentemente Asterix è l’unico personaggio del fumetto franco-belga che gode di abbastanza popolarità in Italia per permettere queste cifre.

domenica 1 febbraio 2026

Henri Vaillant: Una Vita di Sfide

Raccolta dei tre volumi originali dedicati al capostipite della famiglia Vaillant, in sostanza un prequel della serie portante (quella classica, viste le date).

Marc Bourgne ha affrontato l’incarico con scrupolo filologico e in gerenza vengono citati gli episodi da cui sono state tratte le informazioni di cui si è servito per imbastire questa breve saga. Che comincia quando il sedicenne Henri, orfano di guerra, lascia la natia Brest e l’épicerie di famiglia (insegne e titoli di giornale sono rigorosamente lasciati in francese) per cercar fortuna alla corte di Ettore Bugatti in Alsazia. La sua sfacciata intraprendenza e le sue qualità gli fruttano un buon impiego, l’amicizia di Jean Bugatti (figlio di Ettore) e persino l’amore. Il sogno di gareggiare nelle corse automobilistiche dovrà scontrarsi con la riconoscenza verso chi gli ha dato lavoro e con gli eventi che tormentano l’Europa negli anni ’30 e ’40. E anche una volta fondata la sua scuderia con l’aiuto della ricca moglie statunitense (o inglese?) le varie vicissitudini dell’economia e della guerra non gli permetteranno di gareggiare quanto avrebbe voluto.

Henri Vaillant è più di una cavalcata nell’universo della serie Michel Vaillant: la Storia della Francia viene evocata in molte sequenze, né mancano omaggi a personalità dello sport (l’incidente di Fangio e Levegh a Le Mans avrà un ruolo pesante nella storia) e abbondano le descrizioni delle corse più famose. Sicuramente sarà una gioia per gli appassionati del personaggio e non solo. Confesso che certi elementi importanti non me li ricordavo affatto (Gilles Mansart, chi era costui?) mentre avevo ancora vivida la falsa immagine di debosciato trombettista che voleva dare Michel nella sua primissima apparizione su rivista.

Claudio Stassi è un disegnatore di indole espressionista: non si perde troppo in dettagli e preferisce una pennellata grossa e sinuosa al tratteggio, né si preoccupa di prendere occasionali (comunque piccole) deroghe all’anatomia. Ben venga, visto che la chiarezza delle sue tavole è encomiabile e i personaggi recitano con efficacia, soprattutto quelli sullo sfondo o ai margini delle vignette che con le loro espressioni fanno da contrappunto o anticipazione per quello che succede in primo piano. Il suo stile trasmette inoltre una piacevole impressione vintage corroborata anche dalla “colorazione” a mezzatinta che, se è stata realizzata digitalmente, rende comunque bene l’idea degli acquerelli. Che Stassi abbia usato il computer è evidente da alcuni particolari tecnici o architettonici (e dal fatto che nella carrozzeria a pagina 76 si sia dimentico di togliere la pixellatura di alcuni tratti!) ma lo ha fatto con abilità senza che gli interventi digitali risultassero invasivi come nel caso di altri fumettisti.

Ottima l’idea di introdurre progressivamente il colore (a opera di Jerémy Lelorrain) nel terzo capitolo quando inevitabilmente la storia di Henri sfocia in quella di Michel. Mi ha ricordato un po’ lo stratagemma analogo che usò Ettore Scola per rappresentare il passaggio di testimone da un’epoca all’altra in C’Eravamo Tanto Amati.

martedì 27 gennaio 2026

Mental Incal

Ho ceduto alla curiosità. Questo volumone è in sostanza un prologo de L’Incal Nero, di cui riprende alcune scene sul finale, ma espande anche molto liberamente la cosmologia dell’universo di Jodorowsky. La diagonale delle tavole e la durata dei singoli capitoli mi fanno venire il sospetto che sia stato serializzato in cinque comic book da 20 pagine l’uno, o che comunque quella fosse una sua potenziale declinazione, in un tentativo di rilanciare il fumetto franco-belga negli USA nonostante non sia mai riuscito ad attecchire nel Nuovo Mondo salvo rarissime eccezioni.

Mark Russell mette le cose in chiaro sin da subito: l’universo narrativo dell’Incal è diviso in un piano materiale e un altro piano mentale. Le due dimensioni hanno dei punti di contatto (ad esempio, quando qualcuno ha un’intuizione nel mondo materiale il corrispettivo oggetto/idea sparisce dal mondo mentale) ma devono rimanere separati. A sigillare i due piani c’è l’Incal; l’ordine delle Psico-suore contribuisce a vigilare sulla separazione dei due mondi. Quando l’Incal viene rubato le monache pensano bene di andare nel mondo materiale per distruggere un pianeta dopo l’altro finché non troveranno quello dove è nascosto il maltolto. Nel mentre a John Difool viene dato l’incarico di indagare sulla morte dell’Imperatore/trice (teoricamente morto/a con la distruzione del Pianeta d’Oro, in realtà trasportato/a col pianeta stesso nel piano mentale) e il Metabarone finisce nella galassia Berg per trovare indizi sulla sparizione del/la figliastro/a Solune risalendo alle Psico-suore. L’Incal, intanto (come ben sappiamo), ha dei piani tutti suoi.

La storia è ricca di azione e trovate intelligenti e i dialoghi di Russell sono spesso molto divertenti. C’è qualche deriva nel bizzarro che cerca di evocare la fantasmagoria di Jodorowsky, ma non sono molte e sono abbastanza riuscite. Allo sceneggiatore è stata concessa una grande libertà nel gestire il materiale di partenza, e oltre a introdurre i due strati della realtà ha anche raccontato le origini della madre dei Berg. È stato però inevitabile riandare con la memoria all’opera seminale e alcune incongruenze sono piuttosto evidenti anche senza andare a spulciarsi i vecchi volumi. In Mental Incal Deepo parla già dall’inizio e non a seguito dell’ingestione dell’Incal (ma alla cosa viene messa una pezza alla fine), il Metabarone è amicone di Kill Testa-di-Cane con cui forma una rodata coppia di avventurieri e il voto sacro di non fare più il mercenario non è proprio rispettato come in teoria avrebbe dovuto. Anche la sua lotta col padre-madre Aghora non sono sicuro che sia stata riportata proprio fedelmente. E non è che il messia dell’Incal fosse John Difool, ammesso che Russell volesse sottintendere questo. D’altra parte può anche darsi che queste deroghe, se tali sono, siano giustificate da alcuni episodi ufficiali che non ricordo. Ma ovviamente non ha molto senso lamentarsi della scarsa aderenza al canone dell’opera originale visto che fu lo stesso Jodorowsky a fregarsene nelle molteplici ramificazioni che ideò.

Pur inchiostrati in modo un po’ schematico i disegni di Yanick Paquette sono molto buoni (un po’ schematici anche i colori di Dave Caig, comunque apprezzabili) ed è lodevole come abbia dato un’interpretazione coerente al volto di John Difool che lo stesso Moebius disegnava in maniera diversa di vignetta in vignetta: è stato molto bravo a prendere a modello uno dei visi con cui Moebius lo disegnò e a rimanerci fedele dandone un’interpretazione realistica. Ovviamente rispetto a Moebius siamo su un altro piano della realtà (ah! ah!) visto che la diagonale da comic book privilegia il dinamismo o l’ipertrofia scenografica nelle tavole doppie. Anche gli effettini sulla copertina tradiscono una certa filosofia nel fare/vendere fumetti, ma tutto sommato sono già stati sdoganati da anni anche in Francia e non necessariamente sinonimo di pacchianeria.

Con ogni probabilità questo volume/serie venne concepito per fare da ponte a una nuova edizione dell’Incal in terra statunitense o per sfruttarne la popolarità già acquisita sperando in un colpaccio commerciale. Col senno di poi tutta fatica sprecata, ciononostante sono usciti anche altri due fumetti apocrifi ambientati nell’universo dell’Incal.

domenica 25 gennaio 2026

Disney Collection n. 20: Paperone e i BitQuack

Non ho mai seguito i Disney d’Autore che da anni stanno realizzando in Francia, anzi a volte mi sembrava uno spreco che fior di autori si dedicassero a queste produzioni invece che a quelle canoniche. Però una recensione su CaseMate mi ha incuriosito. Nonostante la parte grafica sembrasse ributtante.

Paperone ha un nuovo rivale nel campo della ricchezza: il papero più ricco del mondo adesso è Carsten Duck, nouveau riche arrembante e ignorantello che ha fatto i miliardi con un misero investimento grazie alle criptovalute inventate da Archimede. Adeguandosi ai tempi, il vecchio papero investe a sua volta in BitQuack e riottiene il titolo facendosi anche consigliare da Qui, Quo e Qua forti del loro ruolo di influencer delle Giovani Marmotte. Ma Carsten Duck gioca sporco e ingaggia i Bassotti, qui nell’astrusa (ma giustificata dalla trama) veste di hacker, per depauperarlo di tutto il patrimonio. Sconvolto e impoverito, Paperone deve ricostruirsi un’immagine sui social network per riottenere almeno il consenso delle masse, che al giorno d’oggi pare essere più importante del vil denaro. L’ultima pensata dei suoi spin doctor è quella di realizzare un biopic sulla sua vita, con la speranza di farlo partecipare nientemeno che al Festival di Pannes. Nonostante gli sforzi profusi (e le solite interferenze del rivale) il risultato non è degno delle aspettative. Sarà proprio l’ennesimo intervento di Carsten Duck a determinare il trionfo di Paperone, che con il film totalmente rimontato in maniera casuale vincerà la Zampa Palmata d’Oro a Pannes risollevando le sue fortune.

Come evidente da questo riassunto, la storia ideata da Jul è pesantemente ancorata nel presente e dietro molti personaggi pittoreschi si possono intuire altre figure ben reali. Per i lettori francesi l’effetto sarà stato ancora più dirompente e divertente visto che oltre ad attori stranoti vengono parodiati anche il direttore del Festival di Cannes e (immagino) altre personalità francofone.

Questo fumetto potrebbe anche essere interessante per cogliere le differenze che forse esistono nelle caratterizzazioni dei personaggi al di qua e al di là delle Alpi. Non so ad esempio se l’ossessione di Paperina per le torte alla banana sia specifica di questa storia o un elemento comune nelle storie francesi.

I disegni di Nicolas Keramidas sono atroci. Più di una volta ho dovuto interrompere la lettura dal disgusto per quelle figure ostentatamente sghembe e sproporzionate. E a quanto pare questo non è nemmeno il suo lavoro peggiore! Anche se è una cosa conclamata da tempo, è sempre doloroso constatare come Francia e Belgio non siano più i baluardi del bel fumetto che si faceva una volta.

Paperone e i BitQuack merita comunque l’acquisto perché Jul ha saputo mettere i protagonisti in un contesto contemporaneo senza snaturarli, inoltre molte sequenze e battute fanno ridere di gusto. E poi il volume Panini costa solo 15 euro, che per un cartonato a colori su carta patinata non sono tanti oggidì. In appendice vengono presentate alcune illustrazioni a tema di Keramidas, e un paio in cui si è impegnato di più non sono nemmeno malvagie. Troppo poco però per redimere l’obbrobrio che ha fatto prima.

domenica 4 gennaio 2026

Segments 3: Neo-Sparte

Nonostante il nome di Gimenez mi ero dimenticato dell’esistenza di questa serie, d’altra parte il secondo volume tradotto in italiano non lo avevo nemmeno recensito a differenza del primo. A ricordarmelo ci ha pensato la casualità di internet e quindi mi sono procurato il terzo conclusivo volume in francese.

L’ambientazione in breve: in un lontano futuro le persone vengono destinate secondo la loro indole a uno specifico settore dell’universo il cui pianeta-capitale è ispirato a uno dei sette peccati; nel mentre in tutta la galassia il crollo delle nascite rischia di portare all’estinzione l’umanità, retta da un consiglio di Sette Guide immortali. L’elemento di disturbo e il motore della storia è l’esistenza di persone bi-funzionali che non si possono irreggimentare in una sola categoria e ovviamente i personaggi principali ne sono dei rappresentanti.

I nostri eroi in fuga ripiegano in avaria su Neo-Sparte, destinazione originaria del protagonista Loth Lungren, il pianeta-capitale del settore dedicato alla guerra: qui Loth dovrà affrontare i sanguinari giochi dell’arena per raggranellare i soldi necessari a proseguire il viaggio – con un “aiutino” assimilabile al doping non avrà problemi a vincere; Nel frattempo si sta per compiere la prophétie d’Alice secondo cui dalla morte risorgerà la vita ed entrambe si troveranno sul pianeta perduto, quello delle Guide immortali.

In Neo-Sparte veniamo a conoscenza dell’origine delle Guide e dei dettagli sulla nascita del conseguente “segmentismo”, inoltre c’è un’abbondanza di sequenze spettacolari con corse, combattimenti, mostri, ecc. e il colpo di scena di una talpa nel gruppo che ravviva un po’ la narrazione. A parte questo, però, l’episodio non scioglie affatto i nodi della trama e anzi termina addirittura con un cliffhanger! Evidentemente si tratta di un progetto che Malka o Gimenez o entrambi hanno preferito abbandonare, o che non ha avuto il successo sperato nonostante il richiamo dei disegni di Gimenez – sulla cui eccellenza non penso sia il caso di soffermarsi. Per quel che riguarda i testi, invece, l’idea di partenza è abbastanza originale ma non è stato possibile approfondire più di tanto le varie sottotrame nelle canoniche 46 tavole di un albo franco-belga. Malka si è lasciato inoltre prendere la mano da un certo jodorowskysmo non sempre riuscito o funzionale alla storia: vedi le usanze estreme che vigono su Psyché nel Settore della Spiritualità (ma sarebbe meglio dire del fanatismo) o l’idea bislacca per cui l’Immortale assegnato al Settore della Creatività parla in rima.

Come nel caso degli altri volumi della serie, Neo-Sparte propone una cronologia di avvenimenti che approfondiscono la storia di questo universo narrativo ma soprattutto un’interessante prefazione di Philippe Val che non so se sia stata mantenuta nell’edizione italiana. Eh, già: effettivamente Alessandro Editore pubblicò Neo-Sparte in Italia illo tempore. Può darsi che me lo sia perso perché non fu pubblicizzato e/o distribuito a dovere o forse la serie non mi catturò e preferii non impegnarmici per quelli che di logica avrebbero dovuto essere sette volumi. Per la cronaca, Segments dovrebbe aver avuto una qualche conclusione perché a quanto leggo l’integrale che raccoglie i tre episodi è stato integrato di 16 pagine che concludono la storia.

martedì 23 dicembre 2025

Krane le guerrier Tome 3 - La Septième Galaxie

Nel primo volume di Krane disegnato da Patrito avevo ravvisato una certa evanescenza nelle figure umane tratteggiate ad aerografo. Forse anche lui se n’era accorto e in questo terzo e ultimo volume della serie mi sembra che abbia pensato bene di “sporcare” le tavole per renderle più vivaci e tridimensionali.

La storia inizia col botto: un essere umano inseguito da alieni riesce alfine a raggiungere la sua nave spaziale e a lanciare un messaggio in bottiglia, o meglio in un razzo, che verrà raccolto 3000 anni dopo. Sorpresa: pur essendo intestato a lui questo episodio non vede propriamente protagonista Krane, ma ruota attorno alla ciurma dell’astronave Explorateur XII guidata dal comandante Ralph che dopo vari sforzi riesce a tradurre il messaggio di Krane (era lui l’uomo braccato) e a mettersi così alla ricerca di quello che aveva lasciato detto nella vetusta cassetta video modello KG3: in uno dei pianeti di Andromeda aveva nascosto il più importante segreto dell’umanità dentro una… «balise»… che tra i vari significati che ha la parola in francese immagino qui voglia dire “faro” e non “etichetta” visto che nella forma ricorda un po’ il monolito di 2001 – Odissea nello Spazio. A ogni buon conto, l’equipaggio va anche sul vecchio satellite di Krane per recuperare i suoi effetti personali tra cui sperano di rinvenire i piani per i motori spaziotemporali.

Può sembrare poco credibile che un formato di conservazione dei dati di tre millenni prima possa essere decifrabile nel futuro, e infatti (forse già presagendo la prossima obsolescenza delle VHS – questo volume è del 1993) recuperarne e decrittarne il contenuto è lo scoglio principale della storia. Anzi, l’unico: in questa vicenda non ci sono pericoli, non ci sono nemici, non ci sono ostacoli, non ci sono prove da superare, non ci sono minacce, non ci sono colpi di scena: gli eventi sono molto lineari (e totalmente avulsi da quelli riportati in quarta di copertina!) e avvicinandomi alla fine delle proverbiali 46 tavole già subodoravo che La Septième Galaxie fosse solo l’antipasto di un ciclo che poi non venne concluso. Per fortuna non è così: la storia in effetti finisce, forse un po’ in fretta, con un finale che potrebbe sembrare filosofico o freddamente scientifico o poetico o beffardo a seconda delle inclinazioni di ognuno.

Il recupero di alcuni elementi dello scorso volume come il pianeta delle amazzoni può trasmettere un piacevole senso di continuity programmata, né manca un pizzico di umorismo. È però pur sempre fantascienza di trent’anni fa: per quanto possano essere suggestive le trovate di Gourmelen nemmeno questo fumetto passa indenne alla prova del tempo.

mercoledì 26 novembre 2025

Michel Vaillant Nuova Stagione 13: Redenzione

Continua sotto il segno del thriller la saga del nuovo Michel Vaillant, anche se non mancano drammi familiari e ovviamente le corse automobilistiche.

Le condizioni di salute di Françoise consigliano di rimandare gli impegni della scuderia Vaillante per la Indycar, ma col supporto della pilota canadese Elsa Tainmont la partecipazione si concretizzerà lo stesso, anche per un motivo di sicurezza nazionale: Steve Warson è sotto la protezione dell’FBI dopo gli attentati dei suprematisti bianchi ma facendolo partecipare lo stesso alle gare (opportunamente sostituito da un sosia negli altri frangenti pubblici) c’è la possibilità che i criminali si facciano vivi e quindi vengano catturati. In sostanza, i nostri eroi faranno da esca. La situazione si complica ulteriormente perché lo “spotter” di Elsa Tainmont, cioè il suo navigatore fuori pista, viene ricattato.

Redenzione è una storia ricca di colpi di scena, con personaggi che si rivelano essere diversi da quello che sembravano e sequenze cariche di tensione; anche se Lapière ascrive una scena shockante al mondo onirico rimane comunque shockante visto che non sappiamo in anticipo che è un sogno. La partita è ancora aperta ma alcuni nodi sono stati sciolti (e altri introdotti, forse), peccato che la cadenza diluita delle uscite impedisca un ritmo incalzante che gioverebbe molto alla serie. Cosa comune nella BéDé, ma che nella Nuova Stagione percepisco più castrante che altrove. E meno male che ne esce regolarmente uno all’anno!

I testi sono affidati al solo Denis Lapière mentre Marc Bourgne è affiancato ai disegni dalla new entry Eillam. Non ricordo chi fa cosa (di solito uno si occupava dei mezzi e l’altro delle figure umane), comunque alcune prospettive delle auto da corsa non mi convincono molto, ma forse la pista di Indianapolis a tratti è in discesa e anche visti dall’alto i mezzi sembrano quasi frontali. Al di là di questo, certi volti negli sfondi e certi profili non sono proprio azzeccati al 100% ma, onore al merito, la tavola muta a pagina 12 dice di più sul cancro e sulla gestione del dolore di tante graphic novel da 200 pagine disegnate col culo.

Colori del veterano Bruno Tatti col supporto di Romain Rosiau alle «tinte piatte». Claude Hauwaert si è occupato dell’impaginazione delle tavole, qualsiasi cosa voglia dire.

lunedì 10 novembre 2025

La mano verde e altri racconti

Con questo volume Eris rende omaggio a una disegnatrice misconosciuta in Italia che d’altra parte si dedicò ben poco al fumetto anche in patria. O così credevo: in realtà nell’introduzione si ricorda che per la rivista Okapi scrisse e disegnò una serie, Grabote, che durò ben otto anni, mentre la successiva Cactus Acide et Beurre Fondu ne durerà addirittura dieci! Ma si trattava di materiale per l’infanzia, settore a cui si dedicò con maggiore costanza, e nemmeno in patria Nicole Claveloux è più famosa come fumettista che come illustratrice.

Il mio primo impatto con lei non fu proprio piacevole, le tavole che transitarono su Totem e Metal Hurlant (alcune, almeno) mi sembravano rozze e dal tratto innaturalmente grosso: pareva che le avesse disegnate proprio nel formato di stampa. Il motivo di questo fenomeno è spiegato da Paolo Interdonato nella sua analisi dell’autrice in appendice: Nicole Claveloux disegnava effettivamente nel formato di stampa delle riviste. Non sempre, per fortuna, e in alcuni casi riprodotti anche qui si affidava a un lavoro di fittissimo tratteggio che evidentemente le consentivano dei fogli ben più grandi.

La rassegna comincia con il fumetto che dà il titolo al volume, scritto da Édith Zha, unica opera lunga presente. Ma «lunga» lo è relativamente, giacché seppur per poco non tocca le proverbiali 44 o 46 tavole di un albo alla francese classico. Quando ne lessi alcuni episodi sul Metal Hurlant francese non avevo nemmeno capito che si trattava di un’unica storia visto che ogni capitolo de La main verte ha un titolo indipendente con un colore specifico. Ottima occasione quindi per unire i puntini e farsi il quadro completo della situazione. O almeno provarci. L’introduzione ci ricorda infatti che mai si era vista un’opera del genere nemmeno su quelle gloriose pagine di sperimentazione libera e sfrenata. E non è la classica boutade per irretire i lettori: La mano verde costituisce veramente un’esperienza di lettura molto peculiare.

Una donna vive con un uccellaccio sin troppo umano, più depresso che cattivo, che le uccide la pianta che lei ha appena comprato per avere un po’ di compagnia. Inghiottita dalle mura del suo appartamento, la donna finisce per compiere un viaggio che sarebbe riduttivo definire surreale od onirico o psicanalitico, ma in cui comunque deve affrontare i suoi desideri, le sue paure e i suoi tabù. Nel mentre l’uccellaccio affronta il nuovo dirimpettaio che si rivela ben altro che un vampiro, struggendosi nella malinconia per la donna che è partita. Quando lei ritorna, lui riuscirà a ricostruire la loro relazione attraverso dei baracconi in cui si insegna a percepire oltre i limiti (borghesi?) dei propri sensi. La fascinazione de La mano verde non è nemmeno lontanamente intuibile da questo riassunto: bisogna leggerla e farsi trasportare dal flusso dei pensieri della Zha reinterpretati dalla Claveloux anche con il supporto dell’aerografo che, pur su carta non patinata, rendono brillanti e ipnotiche le tavole, quasi palpitanti.

Il resto del volume è occupato quasi esclusivamente da storie brevi transitate su Ah!Nana, da Metal Hurlant ci sono in totale solo cinque pagine (niente versione originale di Senza Famiglia!, quindi) e il registro dominante è quello della spassosa e irriverente parodia delle fiabe – pur con la nota finale un po’ amara di Chiacchierate sotterranee, in cui si palesano incomunicabilità e oppressione urbana. In questa seconda parte la Claveloux è autrice completa e sembra divertirsi un mondo a ribaltare le situazioni tipiche dei racconti per bambini filtrandole attraverso la sensibilità femminista e anticonsumistica dell’epoca che si rivela ancora oggi attuale e soprattutto divertente (anche la sessualità viene rappresentata con un’innocenza disarmante). Panka Nebe, in particolare, è esilarante.

Dalle immagini promozionali di questo volume sembrava che i tratti della copertina (quella che ho messo qui sopra) fossero smangiucchiati come se fossero stati stampati a partire da pellicole rovinate. Se già la copertina era così, come sarebbe stato l’interno? Dopotutto, chissà dove erano finite le tavole originali. Falso allarme: non solo la maggior parte delle pagine è stata riprodotta dagli originali, ma anche quelle che non è stato possibile recuperare sono state riprodotte molto bene, anche meglio di quanto fece la Nuova Frontiera negli anni ’80 (peraltro, non ricordo nessuna altra casa editrice che abbia mai indicato come fa Eris pagina per pagina quale tavola sia stata riprodotta dall’originale e quale no).

Prima dell’appendice di Interdonato ce n’è un’altra di Boris Battaglia in cui vengono spiegate le scelte di traduzione, visto che le autrici ricorrevano spesso e volentieri a giochi di parole non facilmente traducibili in italiano (non spiega però perché l’espressione francese «prince charmant» apparentabile all’inglese prince charming non sia stata tradotta con il classico «principe azzurro»). Incuriosito dalla complessità di certe scelte linguistiche per nulla banali della Claveloux sono andato a vedere come le tradusse all’epoca la Nuova Frontiera e ho fatto una scoperta incredibile. Se Conasse divenne un’incongrua «Tommasina», la storia di Biondina/Biancafiore/Blondasse, al di là di certe pigre semplificazioni nei nomi, si riempì in Totem di riferimenti che non c’erano assolutamente nella versione originale. Il re padre non era sposato con… la Cocaina (!), l’incantesimo che mutò la madre del Gatto non fu lanciato da una fata di estrema destra (!), né loro erano «una spudorata e un ruffiano» (!) e una volta riacquisita la sua forma originale questa non proclamava ai quattro venti di voler darsi a orgie [sic] e festini…

Ma tornando a La mano verde e altri racconti, si tratta di un volume consigliatissimo sia per i contenuti che per la cura editoriale con storie che, a differenza di quelle di altri “Umanoidi”, sono invecchiate molto bene, anzi non sono quasi invecchiate affatto. Il problema però è che adesso mi è venuta voglia di leggere altre cose della Claveloux e magari rileggere in una versione più fedele qualche altra storia transitata in Italia per vedere come diavolo la tradussero all’epoca.

domenica 19 ottobre 2025

La Légende du Lama Blanc 2 - La plus belle Illusion

I cinesi affamati di minerali hanno avvelenato la terra del Tibet e gli yeti hanno sempre meno cacciagione, dovendosela disputare con altri predatori. In questo contesto i due nuovi Lama Bianchi compiono il loro apprendistato mentre si sviluppano altre sottotrame: lo spietato generale Lao impone la legge marziale e i nazisti che avevamo solo intravisto nel primo episodio conducono degli esperimenti sugli avvoltoi trasformandoli in bombe teleguidate, il tutto sotto la supervisione nientemeno che del redivivo (e invecchiato assai male) Führer!

Proprio mentre succedono tutte queste cose il futuro Dalai Lama Tenzin Gyatso (esiste davvero: è quello ancora in carica adesso) dimostra di essere veramente la reincarnazione di un precedente lama quando prende coscienza della gravità della situazione nel suo paese nonostante il cordone sanitario costruitogli attorno per evitare che si accorgesse dell’invasione che era ritenuto troppo giovane per affrontare. E anche perché il reggente Reting, compromesso coi cinesi, voleva mantenere il potere per sé. Da circa un terzo questo volume diventa quindi un biopic fantastico sui primi anni di vita del Dalai Lama, in cui i due protagonisti avranno solo un ruolo da deus ex machina alla fine.

Spesso la seconda parte di una trilogia ha un ruolo prettamente transitorio tra la presentazione della storia e la sua risoluzione (e anche se può introdurre l’elemento che risolverà la trama non è la più densa). Qui Jodorowsky mette invece fin troppa carne sul fuoco, senza badare al cambio di registro, miscelando misticismo con avventura con rigore storico con scemenze pulp. Il risultato è un caleidoscopio che sconvolge il lettore ma tutto sommato lo appaga – ammesso che il lettore voglia stare al gioco, in equilibrio tra la perplessità per gli esperimenti ridicoli di Adolf Hitler, l’appeal per il vorticante fascino di alcune sequenze e la commozione per altre come l’addio degli yeti.

I disegni mi sono sembrati migliori rispetto alla precedente prova di Bess, ma non mancano rare derive caricaturali anche qui.

mercoledì 15 ottobre 2025

Krane le guerrier Tome 2 - Le Complot Androïde

Solo recentemente ho scoperto che di Krane il guerriero esiste anche un terzo volume dopo quello immediatamente successivo al primo disegnato da Patrito (inedito in Italia, credo) di cui dava conto l’enciclopedia La Grande Avventura dei Fumetti della DeAgostini. Mi è quindi venuta voglia di scoprire com’era la continuazione delle serie anche per vedere come il virtuoso dell’aerografo italiano raccolse il testimone del dettagliatissimo Bret. Confidavo che le storie non fossero troppo in continuity perché del primo episodio pubblicato sugli ultimi numeri del Pilot Nuova Frontiera non mi ricordo niente. E invece la trama si riallaccia direttamente a quella storia, con il protagonista cacciatore di taglie (o quello che è) che insegue il capo dei pirati spaziali Callager che gli ha ucciso la figlia.

Jean-Pierre Gourmelen situa l’azione in un pianeta rosa glaciale a cui, per nulla intimorito dal ridicolo involontario, dà il nome di Brrr. Il diabolico Callager sfugge a Krane e ai suoi uomini, ma scopre involontariamente le sue carte: su Brrr ha trovato un sistema per estrarre un minerale che permette la produzione di un combustibile dalla resa portentosa, potendo così minacciare il monopolio del Trust della Mineral Bank Galactic Company, che già di suo è praticamente un cartello criminale. Inizia quindi un lungo inseguimento galattico verso un pianeta retto da una tirannide matriarcale, dove Krane ha calcolato che Callager dovrà fermarsi per mancanza di carburante. Su Lesbos scoprirà che in realtà l’assassinio di sua figlia era una montatura, un sistema per coinvolgerlo a sua insaputa nel complotto che dà il titolo al volume (Krane è un celebre eroe di guerra). Mangiata la foglia, il protagonista si allea con lo stesso Callager per impedire il colpo di stato – o per meglio dire di galassia. Missione riuscita, ma il lieto fine arriva un po’ troppo presto e nella parte conclusiva qualche scena d’azione in più ci sarebbe stata bene. Ma all’epoca erano ben pochi i fumetti franco-belgi cui era consentita una foliazione superiore alle canoniche 46 tavole.

Le Complot Androïde presenta dei bei colpi di scena e un sottotesto anticorporativistico che si fanno apprezzare, ma il piatto forte è l’inventiva di Gourmelen nell’immaginarsi mondi alieni resi splendidamente da Marco Patrito: il pianeta dai ghiacciai rosa, quello abitato da amazzoni, quello infuocato, quello lussureggiante con la fauna pittoresca…

Come capita con le opere di fantascienza realizzate in un’altra epoca, la si gusta con un misto di accondiscendenza divertita e di curiosa tenerezza nel vedere come si immaginavano il futuro negli anni passati. Non escludo che nel 1986 ancora fresco di Guerre Stellari l’epopea di Krane potesse sapere un po’ di minestra riscaldata.

Le tavole di Marco Patrito mostrano perché alcuni lettori fossero avversi all’aerografo. I suoi panorami e i suoi mezzi spaziali sono eccezionali, al livello di quelli di Chris Foss, ma le figure umane sono spesso evanescenti e a volte molto stilizzate. Era solo questione di prendere confidenza coi suoi mezzi, e in Overearth e negli altri fumetti transitati su L’Eternauta il disegnatore sarebbe molto maturato a livello di dinamismo ed espressività.

lunedì 6 ottobre 2025

Nottingham 3: Robin

Ed eccoci giunti al gran finale, in cui le conseguenze del furto dell’oro si manifestano con tutto il loro peso. Uno dei Merry Men perde al gioco e la rapidità con cui salda il debito insospettisce il capo della banda rivale dei Trogloditi che subodora il colpaccio che hanno fatto e li scova nella foresta per cercare di rapinarli, riuscendo se non altro a rapire la loro precettrice. Non solo: un giudice incaricato dalla Corona è giunto a Nottingham per indagare sui recenti fatti la cui eco ha raggiunto anche la corte del principe Giovanni. Poco male, anzi lo sceriffo giustiziere ne approfitta per escogitare un piano e liberarsi dei Trogloditi accusandoli del furto e stornando quindi i sospetti dai suoi allegri compagni della foresta. Ma se tutto andasse come previsto che gusto ci sarebbe per il lettore?

Oltre che per un ordito ben architettato e per la tensione costante che caratterizza tutto il volume, Robin si fa apprezzare per il finale tragico che comunque prelude inevitabilmente alla nascita della leggenda. Forse la storia si legge un po’ troppo rapidamente a causa del ritmo indemoniato che Brugeas e Herzet vi hanno profuso e della loro frequente scelta di lasciar parlare i disegni invece che dilungarsi in dialoghi, ma è un problema molto relativo che non impedirà certo al lettore di gustarsi con calma in un secondo momento le tavole di Dellac, a tratti caotico ma solo per la generosità con cui profonde tratteggi e dettagli (come di consueto i colori sono di Denis Bechu).

Quell’ipertrofia drammatica di stampo quasi supereroistico con cui i cugini d’Oltralpe hanno dovuto convivere sin dai tempi de Il Terzo Testamento è stata funzionale a servire una solidissima storia d’avventura con un assunto di partenza piuttosto originale. Per quanto non potrà forse annoverarsi tra i capolavori della Nona Arte, io ho trovato Nottingham un trittico molto piacevole e appassionante.