Con Sugar Skull termina la desolata, disturbante, melanconica trilogia
iniziata cinque anni or sono con X’ed out.
Cinque anni per noi italiani, ché la Rizzoli Lizard dopo aver pubblicato L’Alveare quasi in tempo reale ha
aspettato due anni per fare uscire Sugar
Skull.
Al netto dello splendido reparto
grafico (Burns ci sa fare anche coi colori, per quanto digitali), sembra che
l’autore si sia impegnato a inanellare tutti quelli che per me in un fumetto
sono difetti. Anche se tutti i nodi vengono al pettine, persino quelli di cui
mi ero scordato, Sugar Skull non è
praticamente per nulla narrativo ma esclusivamente descrittivo. Il ritmo della
narrazione si sfalda e si accartoccia senza alcun motivo apparente. Le visioni
metaforiche, per quanto giustificate, sono preponderanti e compiaciute.
L’intento manifesto è quello di costruire un’atmosfera particolare più che una
trama articolata. Forse c’era anche la voglia di épater la bourgeoisie con certi elementi. La storia, in ultima analisi, è banale. Eppure…
Eppure Sugar Skull non sarà il fumetto migliore che ho letto in questi
ultimi anni ma sicuramente quello che mi ha coinvolto e catturato di più. In
queste pagine il lettore si prende un calcio nello stomaco dopo l’altro. E gli
argomenti che tratta, eccezion fatta per le «stronzate da liceo artistico», mi
sono pure estranei, per fortuna.
È ovviamente gratificante
arrivare al bandolo della matassa e capire qual è il rapporto tra Doug e
Johnny, e quali sono gli eventi che li hanno portati dove sono adesso, ma la
vera forza di Sugar Skull è l’ansia
con cui il lettore affonda sempre di più nella vita del protagonista e di chi
gli sta attorno, l’orrore gigantesco di una esistenza minuscola, il terrore di
leggere nei dialoghi le meschinità in cui tutto sommato molti possono
riconoscersi.
Sicuramente Burns è riuscito a
ottenere questi risultati anche grazie alla perfetta scansione delle vignette, dalle
dimensioni calcolate al millimetro ed efficacemente alternate con vignette
scure o monocrome – ma forse sto solo cercando di razionalizzare qualcosa che difficilmente
può esserlo.
Sulla trama meglio non dire
nulla: gli indizi che Burns aveva seminato in precedenza si sono concretizzati
nella maniera più logica. Bello comunque il colpo di scena (per me, almeno, lo
è stato) sull’identità del “teschio di zucchero”, che mi fa pensare che in
fondo la Rizzoli Lizard ha fatto bene a non tradurre il titolo vista la mole di
significati che può assumere.
Si fa presto a dire che è più
difficile scrivere una storia breve con un’idea originale (vedi, sempre di
Burns, il delizioso El-Borbah) piuttosto
che stiracchiare il proprio disagio per pagine e pagine, eppure Sugar Skull ha toccato le corde giuste
per candidarsi a essere ricordato tra il meglio del fumetto degli ultimi anni,
e sicuramente ha saputo costruire un immaginario che rimarrà a lungo impresso
nella memoria del lettore.
Adesso mi è venuta voglia di rileggermi
tutta la saga dall’inizio, e mi sa che mi rileggerò pure The Black Hole.
