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giovedì 9 maggio 2024

Gli Albi della Cosmo 107 - I Grandi Maestri 85: Il Procuratore

Stati Uniti, 1901: James Jennings è il procuratore del titolo e come tale deve notificare un’eredità al pugile Henry King e scortarlo a New York dove finalizzeranno le operazioni burocratiche. Ad accompagnarli, il manager intrallazzone e un pugile di colore. Prima sosta dell’itinerario: Bradford, cittadina in fermento per la campagna elettorale del giudice Duel. Qui Jennings preleverebbe un cospicuo anticipo per le spese del viaggio ma la banca locale viene rapinata e così per recuperare i suoi soldi si trova invischiato in una guerra tra vaqueros con banditi e apaches di mezzo. Al gruppetto dei protagonisti si è frattanto aggiunto anche un giornalista locale. Giunti infine nella corrotta New York, King e il suo manager cadranno nelle grinfie dei malfattori che ruotano attorno Wall Street e il Procuratore dovrà nuovamente intervenire per aiutarli, lasciando intravedere elementi del suo passato e forse creando agganci per future avventure.

Sin dall’inizio sfilano tutti gli stereotipi del genere western: le risse, i duelli, il “Doc”, i politicanti, i mandriani, gli indiani, i rivoluzionari (veri o presunti), gli agguati, i pistoleros, gli sceriffi, i saloon… Quello che caratterizza Il Procuratore è un certo realismo storico, che però forse è comune ad altri western moderni (oltre ai menu locali apprendiamo che 20 dollari erano una piccola fortuna a inizio secolo), e soprattutto un forte umorismo che si manifesta anche con frequenti calembour e citazioni di classici del genere e non; a volte si sorride con piacere, altre ci si chiede perché spezzare il ritmo della narrazione con scenette o commenti estemporanei.

Pedro Mauro disegna con uno stile ruspante e schematico che non si perde in fronzoli ma accumula segni e pennellate per dar corpo a personaggi e ambienti.

La serie si compone finora dei tre episodi da 60 pagine l’uno qui raccolti. Si lascia leggere ma non riserva sorprese. In appendice, oltre alle biografie dei due autori, alcuni studi preliminari.

domenica 27 maggio 2018

Cani Sciolti: Sessantotto

Anni fa Sergio Rossi (mi pare fosse lui) aveva rilevato su Fumo di China come la collana Un Uomo Un’Avventura fosse un esperimento non del tutto riuscito, perché accanto a opere che necessitavano del grande formato e della confezione lussuosa ne venivano proposte altre realizzate secondo i consueti canoni produttivi della Cepim, che mal figuravano tra i lavori di Pratt, Battaglia, Toppi, Crepax, Micheluzzi e compagnia, risultando in definitiva un qualsiasi fumetto popolare ingrandito.
Quando ho ordinato Sessantotto mi aspettavo un po’ questo aspetto blowuppato sulla falsariga de L’Uomo del Texas, ma non pensavo che sarebbe stato così marcato, tanto più che la serie dovrebbe uscire con il nuovo formato bonelliano più grande – e un po’ lo si nota nella diagonale delle tavole, che sono leggermente più strette e alte.
Come dice il titolo, la storia prende le mosse dalle occupazioni studentesche a Milano nel fatidico 1968. Il primo episodio qui raccolto è prettamente introduttivo e presenta i sei protagonisti. Nel secondo c’è un salto in avanti di 20 anni esatti e ci troviamo in quella che è diventata la Milano da bere, in cui un fotografo ha allestito una mostra che contempla anche la foto scattata ai sei alla fine del precedente capitolo, con l’intenzione di trovare le tracce degli allora ragazzi per scoprire cosa fanno adesso. Titolo della foto e anche dell’episodio è appunto Dove siete?. In questo secondo capitolo si riallacciano alcuni fili col passato, viene mostrato o intravisto il destino dei sei e si seduce il lettore invogliandolo a scoprire cosa sia successo nei vent’anni trascorsi, alludendo all’adesione alla lotta armata di almeno uno dei “Cani Sciolti”. La narrazione apparentemente gira a vuoto, con lunghe parti puramente descrittive, lunghi dialoghi che al momento non sembrano essere indispensabili nell’economia della storia e qualche accenno di crisi esistenziale degli ormai quarantenni (pura fantascienza per un quarantenne precario del 2018). Eppure il fumetto è incredibilmente avvincente.
Lo stile di Manfredi è scorrevole e gradevolissimo, il ritmo sincopato dovuto ai flashback è incalzante e l’utilizzo di aneddoti di prima mano (impressione confermata nell’intervista in appendice) rende Cani Sciolti estremamente realistico. I dialoghi sono tra i più veri che abbia mai letto in un fumetto Bonelli, per quanto a Lina scappi un «Santa polenta» alla fine, e la cura per i dettagli è evidente ed encomiabile: di Auschwitz, ad esempio, viene citata la versione dell’Equipe 84, sicuramente più conosciuta all’epoca rispetto a quella di Guccini. Ma il fascino del fumetto non si esaurisce qui. Accanto alla scrupolosa ricostruzione della temperie di un’epoca (anzi, di due, e gli anni ’80 secondo me sono evocati addirittura con maggiore efficacia) Manfredi non risparmia qualche accenno sarcastico al fatto che il ’68 potrebbe anche essere stato per alcuni un paravento dietro cui azzardare gli approcci sessuali che il clima del momento consentiva. Non solo: c’è anche qualche considerazione a latere, assai meno sarcastica, sulla possibilità dell’adesione alla rivoluzione della borghesia, qui rappresentata anche dalla rampolla di un dirigente di Mediobanca – ma tra i “proletari” Turi è figlio di un vigile urbano, la mamma di Pablo ha un ristorante e i genitori di Lina hanno una pasticceria: un proletariato ben poco proletario, insomma. Veramente ficcante, poi, la considerazione sull’utilizzo che la società dei consumi ha fatto di quegli stessi slogan che erano nati per contestarla.
Come testi siamo quindi di fronte a un ottimo lavoro, dal soggetto molto originale (credo sia l’unico fumetto italiano non satirico sul ’68), scritto in maniera coinvolgente e realistica da uno dei testimoni oculari del movimento, senza mai cedere ad alcuna mitizzazione. E al lettore resta senz’altro la curiosità di vedere come si riempiranno i vent’anni tra una linea temporale e l’altra. Ai disegni, però, abbiamo Luca Casalanguida.
L’effetto blow up di cui ho detto sopra sarà anche colpa dello sceneggiatore, che in alcuni casi arriva a tre misere vignette per tavola e comunque non supera mai le sei, ma il sintetico disegnatore ci mette molto di suo. Casalanguida è uno di quei disegnatori che vengono alternativamente definiti “impressionisti” o “espressionisti”, quelli che risolvono con una pennellata bella grassa i contorni di una figura e che non stanno lì a perdere tempo a ricercare l’anatomia giusta o a perdersi in tratteggi, preferendo concentrarsi sull’espressività dei personaggi e sull’atmosfera che cercano di rendere, spesso in barba a una raffigurazione realistica dei soggetti. Quasi sempre i controtelai delle porte, i montanti delle finestre, le cerniere dei libri e l’aggetto delle mensole non vengono nemmeno disegnati: tanto il lettore sa che esistono comunque. Parecchi universi di distanza da Gaudenzi, Alligo, Angelici e Masciangelo, insomma, ma per alcuni tipi di storie questo stile può andare benissimo. Cani Sciolti non mi pare proprio una di queste.
Casalanguida rende in maniera magistrale il silenzioso fastidio di Milo contrapposto alla soddisfazione di Turi nell’ultima vignetta di pagina 21, e non manca qualche altro bell’exploit dello stesso tipo, ma gli sfondi, gli interni e le scene di massa sono desolatamente piatti e poveri. Laddove un qualsiasi fumettista franco-belga alle prime armi avrebbe riempito i muri e i cartelli branditi dagli studenti di scritte dettagliate, Casalanguida si limita spesso a mettere due ghirigori in croce e, santo cielo, non finge nemmeno di disegnare mattoni o increspature sui muri (tanto per rimanere all’abc) che anche se superflui sarebbero comunque serviti a vivacizzare un po’ le tavole. Le architetture trovano il loro punto più basso a pagina 24, con tanto di torre storta nell’ultima vignetta. Ok: è vero che le tavole sono pensate per un formato più piccolo, così come i disegni devono essere fisiologicamente “vuoti” per permettere ai coloristi di fare il loro lavoro (o almeno spero, alcuni commenti di Manfredi riportati in appendice farebbero temere che tutta la serie sarà in bianco e nero, spero di no perché altrimenti la povertà di certe vignette sarebbe veramente ingiustificabile) ma secondo me un altro disegnatore più dettagliato e volenteroso avrebbe fatto comunque una buona figura anche se ingrandito. Il ricorso al copia/incolla permesso dai mezzi informatici non aiuta a scrollare di dosso da Casalanguida la sua glaciale e austera frugalità, anzi la sottolinea ancora di più. Oltretutto, ogni tanto la qualità di stampa zoppica e i suoi tratti risultano un pochino pixellati, ma forse la colpa è anche del programma che ha usato per disegnare visto che i casi più macroscopici si verificano nelle “pennellate” più corpose e compatte. Inoltre, tutto il lavoro di documentazione fatto per ricostruire le due epoche anche tramite le architetture e i vestiti non ce lo vedo proprio, se non forse nel secondo episodio. Lo stile di Casalanguida avrà sicuramente i suoi pregi, ma è del tutto inadatto per Cani Sciolti.
A integrare questo volume cartonato e inutilmente grande (22,5x30: più dell’Integrale di Blacksad, dannazione) ci sono la presentazione dell’opera a cura di Manfredi, le schede dei personaggi e un’intervista allo stesso Manfredi, tutte cose che bastano a non farmi rimpiangere l’acquisto. Certo, ci sarebbe pure qualche schizzo di Casalanguida, ma è praticamente indistinguibile dal risultato finale vista la sua avarizia grafica. A proposito dell’acquisto, la Bonelli si trova anche in questo caso (come ormai da anni) a subentrare alle altre case editrici che in precedenza raccoglievano i suoi fumetti in formato da libreria, occupando la fascia alta del mercato. Il prezzo di vendita è 19 euro, forse qualcosina di meno si sarebbe potuto fare considerando che si tratta quasi di materiale promozionale propedeutico alla “vera” serie che uscirà tra qualche mese, e che il volume non è nemmeno stampato su carta patinata.
Questo primo assaggio di Cani Sciolti nel complesso mi è piaciuto, ma credo che aspetterò la serie da edicola per seguirlo nella sua dimensione corretta. Anche perché, se tanto mi dà tanto, Casalanguida potrebbe benissimo essere capace di buttare giù 60 tavole al mese ed essere quindi l’unico disegnatore della serie, assolutamente controproducente da “valorizzare” con altri volumi di queste dimensioni, che comunque non sono nemmeno sicuro che la Bonelli continuerà a pubblicare ancora dopo questo.

domenica 25 settembre 2016

Tex: Sfida nel Montana

Un giovane Tex risponde alla richiesta d’aiuto del suo amico di lunga data Birdy, pavido e un po’ paraculo: andrà nel suo trading post nell’inospitale e gelido Montana per togliergli le castagne dal fuoco e liberarlo dalla minaccia di Tirrell che gli ha rovinato il commercio delle pelli sterminando già che c’era anche alcuni indiani.
La storia di Manfredi non è poi così scontata e mette in scena un comprimario tutt’altro che banale, un elemento storico e narrativo (il commercio delle pelli) ben sviscerato senza diventare pedante, qualche blando colpo di scena, una figura femminile accattivante (che comunque non emerge più del dovuto) e alcuni flashback. Per il resto trattandosi di un western devono per forza esserci i soliti luoghi comuni, e forse alla fine la storia si conclude con eccessiva rapidità senza il pathos che mi sarei aspettato. Ma chi se ne frega, Sfida nel Montana l’ho preso per i disegni – e ho fatto bene.
Giulio De Vita ha fatto un ottimo lavoro, il suo Tex ventenne mi è sembrato molto azzeccato e tutti i personaggi sono resi con grande cura ed espressività, amalgamando con naturalezza figure realistiche ad altre più caricaturali. Ma il meglio di sé De Vita lo dà negli sfondi e nei panorami mozzafiato, forse motivo per cui la storia non ha una grande densità di scrittura: piuttosto che fargli disegnare degli interni e dei primi piani coi personaggi che parlano alla Bonelli avranno giustamente pensato di dargli ampio spazio per rappresentare le foreste innevate, i fiumi ghiacciati e gli altri scorci paesaggistici. Apprezzo molto di più questo De Vita “sporco” ed espressivo piuttosto che quello di alcuni anni fa ancora legato a stilemi supereroistici, ed evidentemente per Tex non ha dovuto subire le pressioni dovute alle scadenze che ho ravvisato negli ultimi volumi del suo ciclo di Kriss di Valnor.
I colori di Matteo Vattani non mi sono però sembrati all’altezza dell’arte di De Vita: fatti col computer (con conseguente impatto sulla qualità di stampa), secondo me sono troppo coprenti e qualche sfumature in più soprattutto nei vestiti e nei volti avrebbe reso più piacevole l’insieme.
Un volume consigliato (come se servisse il mio beneplacito per vendere Tex!) visto anche il prezzo di soli 8,90 euro.

giovedì 20 novembre 2014

Adam Wild 1: Gli Schiavi di Zanzibar



Si avvia alla conclusione la ricognizione del bottino di Lucca 2014. È un po’ ridicolo parlare con tanto ritardo di un fumetto uscito ormai da un bel po’, che già recensioni più puntuali e approfondite ha avuto; quindi manco lo faccio, tanto tutti ormai sapranno di cosa parla e quali riscontri abbia avuto Adam Wild.
Solo due appunti. Il primo: visto che c’ero ho preso una copia con la variant cover anche per me oltre a quelle da regalare in giro, cosa che mi ha permesso di scambiare due parole con Enrique Breccia che si è ricordato (il simpaticone) dell’intervista che gli avevo mandato un paio di anni fa e mi ha promesso di rispondermi il prima possibile. Attendo fiducioso.

Secondo appunto: alla fine questo Adam Wild non mi è sembrato affatto male. L’insistito e ostentato ritorno a un’avventura di stampo classico non ha significato il ricorso a scenari banali e a situazioni già viste. Come da migliore tradizione manfrediana l’ambientazione è documentatissima, inoltre (forse proprio grazie alla documentazione che ha portato alla scoperta di situazioni strane ma reali) c’è stato un ampio margine di originalità, se non altro per la strana “base” che ha il protagonista ovvero l’emporio su uno scoglio raggiungibile in barca. Molto simpatica la scena in cui Adam e Makibu se la ridono all’osservazione di Narciso Molfetta che la polizia (corrotta, ma Narciso non lo sa) deve essere informata del traffico di schiavi.
Anche Nespolino, per me una vera rivelazione su Volto Nascosto, non mi ha deluso nonostante le anticipazioni del suo Adam Wild viste in rete fossero assai più scarne e semplificate dei precedenti lavori. Dei tratteggi e dei dettagli curatissimi restano poche tracce (questo processo di semplificazione era già in corso da Shanghai Devil, comunque) ma i suoi disegni sono efficaci in ogni caso. Nettamente meno belli ma sempre validi.
Anche se non ho ancora preso il secondo numero non escludo una prossima frequentazione con Adam Wild.

venerdì 14 febbraio 2014

Lo Speciale Lettori allegato a Gordon Link 6



Gordon Link era una divertente serie bonellide della Dardo, ideata e scritta niente meno che da Gianfranco Manfredi quando non era ancora l’autore acclamato che è oggi. Mi pare che all’epoca avesse già pubblicato dei racconti su Corto Maltese (illustrati da Crepax, Toppi, ecc.), ma in un Osservatorio sul Fumetto Popolare di Comic Art l’arrivo di Marcello Toninelli come sceneggiatore di Gordon Link venne salutato con entusiasmo, quasi con sollievo, a testimonianza di quanto Manfredi (già attivo nella letteratura, nel cinema e nella televisione) non avesse ancora alcun nome nel fumetto.
Ai disegni c’era principalmente uno studio diretto da Raffaele Della Monica, e a causa del tracollo della casa editrice Gordon Link chiuse i battenti dopo 22 uscite. Questo almeno è quello che scrive Salvatore, a me pare fossero di più.
Nell’Osservatorio sul Fumetto Popolare del numero 89 di Comic Art Francesco Manetti segnalava la tracotanza della Dardo, che a pochi mesi dall’uscita del suo bonellide gli aveva addirittura dedicato uno Speciale Lettori per approfondire i temi e i personaggi della serie. Ricordo che a suo tempo qualcuno si chiese anche «Quanti speciali dovrebbe allora dedicare ai suoi personaggi la Bonelli?», ma non sono riuscito a risalire alla fonte.
Io di Gordon Link non possiedo più nessun numero, ne avevo acquistato una decina tra i primi ma poi devo averli venduti. Lo Speciale Lettori allegato al numero 6 invece ce l’ho ancora (insieme al referendum che compilai ma non spedii), nell’attesa che un giorno, ne sono sicuro, valga miliardi. Eccolo: