Visualizzazione post con etichetta Dario Guzzon. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dario Guzzon. Mostra tutti i post

giovedì 27 luglio 2017

Collana Reprint n. 173 - Kinowa 2: Il Rito di Sangue

Si conclude la prima serie originale di Kinowa e, fatta salva la distanza di quasi settant’anni che la separa da noi, è stata una lettura piacevole – anche se assolutamente non così violenta o iconoclasta come i commenti di alcuni storici del fumetto avrebbero fatto intendere.
La cosa che ho apprezzato di più è la coerenza della trama e lo stretto collegamento tra i singoli episodi, a costituire veramente un’unica vicenda e non una semplice serie a continuazione.
Si vede che Lavezzolo aveva un’idea (forse non particolareggiata, ma c’era) di come gestire un canovaccio prestabilito, con un inizio e una fine precisi, pur inserendo qualche nuovo elemento che giustificasse i titoli ad effetto dei singoli episodi. E comunque anche questi nuovi elementi introdotti nel corso della vicenda non sono estemporanei ma vanno a incidere sulla trama anche a lungo termine: il personaggio di Long Rifle è gestito in maniera splendida.
Al di là di questo, Kinowa ha un ritmo serrato e coinvolgente e, pur pagando pegno alle convenzioni del genere western con l’inevitabile strascico di assurdità o banalità, inanella delle buone trovate, soprattutto verso la fine.
La prosa di Lavezzolo è sempre libresca, con perle lessicali come le «acque cadenti» di una cascata, la «canea» degli Indiani lanciati all’inseguimento o il cielo «procelloso». Curiosamente, questa ricercatezza fa a pugni con degli errori veramente elementari di Italiano (uno su tutti: le virgole tra soggetto e verbo).
I disegni si mantengono di buona fattura, ottima se ci soffermiamo sui particolari naturalistici degli sfondi, ma mi è sorto il dubbio che questa edizione sia frutto di qualche rimontaggio visto che (ad esempio) in una vignetta il marchio EsseGesse sembra continuare oltre i bordi della vignetta e a voler trovare altri interventi redazionali come pecette et similia se ne trovano facilmente.
In ogni caso, 6 euro scarsi sono senz’altro ben spesi per questa edizione integrale della prima serie di Kinowa, che può vantare anche le belle copertine di Benevento. Di certo il lavoro di Lavezzolo e della EsseGesse merita di essere celebrato nella Storia del fumetto per l’originalità di base e la sua qualità intrinseca, e non per le derive violente attribuitegli da alcuni testi (ma nemmeno per l’accenno di revisionismo citato nell’introduzione del numero 2, che io francamente non ho minimamente riscontrato).

giovedì 29 giugno 2017

Collana Reprint n. 172 - Kinowa 1: Il Segno del Serpente

La meritoria opera di recupero dei classici italiani ad opera delle Edizioni If si è arricchita di un nuovo titolo: quel Kinowa di cui l’enciclopedia La Grande Avventura dei Fumetti della DeAgostini magnificava l’originalità e la violenza in anticipo sui tempi, suscitando la mia curiosità.
A differenza di altri prodotti dell’epoca, il protagonista Sam Boyle non è un ragazzino ma un uomo maturo e apparentemente ben poco eroico: è stato scalpato e si profonde in risatine che lette oggi lo fanno sembrare un pazzo o un pervertito (chissà che emozioni voleva evocare originariamente lo sceneggiatore Andrea Lavezzolo/A. Lawson con quella sequela di «Ih! Ih! Ih!»). A seguito dell’assassinio della moglie e del figlioletto perpetrato da perfidi indiani, Boyle diventa uno spietato cacciatore di indiani, a sua volta collezionista compulsivo di scalpi. Sullo sfondo di questa trama di partenza si staglia la figura di Kinowa, un temuto sterminatore di indiani che sia i bianchi che i pellirosse ritengono una creatura fantastica.
La storia è però più complessa, e il figlio di Boyle non è morto durante l’eccidio iniziale ma è stato accolto da un capo indiano nonostante le titubanze di un altro, e si è fatto uomo in seno alla sua nuova tribù col nome di Penna Rossa, e come tale arriva quasi a far scoppiare una nuova guerra indiana.
Ricordata come una serie molto cruda, in realtà Kinowa ha ben poco di drammatico e proprio nulla di splatter, non solo per gli standard attuali. Gli scotennamenti e le morti violente vengono evocati dai testi e le inquadrature si concentrano sapientemente sulle gambe delle vittime o approfittano di elementi in primo piano per coprire i dettagli.
Più che altro, Kinowa è una rilettura western del romanzo d’appendice, in cui parenti lontani e divisi portano avanti un balletto di inconsapevole avvicinamento fintantoché l’interesse del pubblico non scema. Una cosa che ho apprezzato molto della serie è che il titolare compare solo in una manciata di occasioni, è più che altro una presenza incombente (e nemmeno poi tanto), e i veri protagonisti sono altri. Insieme alla tensione verso la scoperta della sua vera identità, questo particolare dà la piacevole sensazione che ci fosse una progettualità ben precisa a monte e non solo l’accumulo di situazioni diverse per mandare avanti la collana – e in effetti nei nove albetti originali qui raccolti c’è una continuity abbastanza serrata.
Dopo anni di revisionismo, ho apprezzato anche l’interpretazione che viene data degli indiani, che qui in teoria sarebbero ancora i “cattivi”, ma che in realtà vengono rappresentati come fieri guerrieri che devono peraltro dedicarsi a equilibrismi politici per mettere d’accordo le varie tribù.
La parte in basso a sinistra è rifatta?
Anche se Lavezzolo cerca di mantenere il segreto (o finge di farlo) per tutto questo primo albo, è chiaro che Kinowa altri non è che lo stesso Sam Boyle, se non altro perché lascia come simbolo delle sue uccisioni il monogramma “S”, che gli indiani interpretano come un serpente stilizzato. E siccome nella storia non ci sono altri personaggi il cui nome cominci con quella lettera, anche agli sprovveduti ragazzini degli anni ’50 sarà parso evidente chi si celava sotto la sua maschera. Maschera che viene comunemente raffigurata di colore verde, nonostante i testi ricordino in più di un’occasione che è bianca.
Lavezzolo scrive in maniera forbita e, cosa comunque comune ai fumetti di quell’epoca, dedica molto spazio alle descrizioni di quello che succede, per quanto i disegni siano già sufficienti a capire le situazioni. In particolare, ho notato certi afflati di lirismo che letti oggi danno uno strano retrogusto tra il surreale e il marinettiano: a pagina 17 un indiano segnala la posizione muovendo le braccia come se fosse un semaforo (ma che razza di semafori avevano negli anni ’50?) mentre a pagina 22 leggiamo del «fremito retrospettivo» di un cavallo che salta un burrone.
La scelta dei nomi non è molto azzeccata e oggi suona francamente ridicola: Wild City (chi diavolo vorrebbe vivere in un posto che si chiama “Città Selvaggia”?), Fort Caution (“Forte Cautela”!) e il cavallo di Boyle si chiama Bingo, come la tombola americana…
Anche se ero portato a credere che refusi ed errori vari fossero tipici della nostra era contemporanea, più automatizzata e facilona, ne ho riscontrati anche qui, così come ne ho trovati in altri fumetti della stessa epoca o anche precedenti. In particolare, ho notato che imperversa un viziaccio (vero e proprio errore da matita rossa) che io ritenevo essere tipico di questa epoca: la virgola tra soggetto e verbo. Gli educatori avevano ragione a dire che i fumetti traviavano la gioventù, altroché.
I disegni dello studio EsseGesse, pienamente calati nella ruspante temperie dell’epoca, sono decisamente validi: pur con alcune comprensibili semplificazioni anatomiche dovute agli stretti tempi di consegna, si segnalano soprattutto per la cura e la ricchezza degli sfondi e dei dettagli (come ad esempio gli abiti). Evidentemente si trattava di una prima elaborazione dello stile del trio, prima di privilegiare il dinamismo che ho riscontrato nel successivo Il Grande Blek.
La qualità di stampa a volte tende a impastare i tratteggi, e i neri non sono sempre compatti, ma nel complesso la resa è più che dignitosa. E comunque il costo è molto conveniente: solo 2,90 euro.
Non mi sarebbe dispiaciuto leggere qualche nota sulla serie e la sua produzione, ma in seconda di copertina Gianni Bono si limita a pubblicizzare le Edizioni If e la Guida al Fumetto Italiano. In terza di copertina vengono comunque riprodotte le copertine dei nove fascicoli raccolti in questo primo numero, con l’indicazione della data d’uscita. La copertina è affidata a Michele Benevento: da quello che ho potuto vedere quelle originali erano molto suggestive e ben colorate, ma non possono certo reggere il confronto con la perizia tecnica di un disegnatore contemporaneo.