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giovedì 11 febbraio 2016

Dylan Dog Color Fest 16: Tre Passi nel Delirio

Coerentemente col titolo felliniano (ché tanto gli altri due registi non se li ricorda mai nessuno) il sedicesimo Dylan Dog Color Fest presenta materiale dalla forte impronta autoriale. Dalle quattro storie per numero si è scesi a tre, forse per coerenza col titolo o forse perché nel panorama italiano attuale è difficile trovare altri fumettisti che soddisfino i requisiti di questo Color Fest, anche se più probabilmente la foliazione ridotta è stata adottata per ritoccare al ribasso il prezzo della testata e renderla più appetibile ai potenziali acquirenti che adesso ne troveranno un numero in uscita ogni tre mesi. Dai 5,50 euro si è passati a 4,50€: alla fin fine non è questo grande risparmio. E sicuramente al contenimento del prezzo ha contribuito la scelta di adottare una carta nettamente più povera rispetto alla patinata lucida usata in precedenza (da quel che mi ricordo io). Quella della carta è comunque l’unica nota negativa in un volume che ho trovato abbondantemente soddisfacente.

In Sir Bone – Abiti su misura Ausonia racconta i retroscena della creazione della “divisa” di Dylan Dog, sempre uguale negli anni (anche se ricordavo che in alcune copertine la camicia era bianca). Ovviamente ignoro se Ausonia abbia elaborato il soggetto in autonomia oppure se sia nato a livello redazionale, ma è quasi miracoloso come si sia riusciti a trovare un argomento nuovo e originale per una serie che ha decine di migliaia di tavole alle spalle – poi magari lo stesso argomento è stato oggetto di decine di altre storie che io non conosco non seguendo Dylan Dog ma il soggetto così come è stato concepito e sviluppato mi è sembrato geniale.
Oltre che la citazione forse casuale di Robert Gligorov in apertura, di questa storia ho apprezzato molto la struttura che farebbe pensare a un what if e invece non lo è (questo sì che è un colpo di scena!), l’atmosfera malinconica ma non inquietante che mi ha ricordato ABC dello stesso autore e la libertà che è stata concessa ad Ausonia, tanto che si vedono addirittura i genitali di un uomo, o quello che è, fatto a pezzi. Certo, data la qualità della carta diciamo che più che altro si intravede, e forse la uso mano a bassa grammatura è stata scelta anche per rendere meno evidenti questi dettagli “sensibili” (ma almeno, avendo le tavole di Ausonia una cornice nera, non si vede la tavola stampata dall’altro lato come succede nelle altre due storie).
Mi è sembrato inoltre che Ausonia sia riuscito a inquadrare molto bene il protagonista, sottolineandone il pietismo/buonismo (quando nei dialoghi la signorina Claretta ricorda come ogni volta Dylan Dog sia dispiaciuto per le “capre”) e giustificando anche la sua raffigurazione ipertricotica non strettamente canonica: prima di incontrare la cliente di turno Dylan andrà a tagliarsi i capelli, come se ciò a cui abbiamo assistito fosse un dietro le quinte di quello che succede prima delle avventure ufficiali del protagonista. Un tocco di metafumetto delicato e molto piacevole.
Sui disegni non mi soffermo: sono semplicemente ottimi. E poco importa se l’effetto anticato è stato ottenuto con l’uso del computer.
Mi sa tanto che se faranno una versione in un formato più grande e su carta dignitosa di Sir Bone la prenderò.

Grick grick è a un livello grafico molto più basso rispetto a quello di Ausonia, anche se va riconosciuto a Marco Galli (mai coperto) che il suo buon uso degli acquerelli nobilita molto il suo tratto stilizzato in cui Dylan Dog è difficilmente riconoscibile come tale. Anche se non tocca le vette di Sir Bone, anche questa storia è una lettura piacevole, suggestiva e originale.
Dylan e la sua nuova fiamma Genny si trovano in casa un demone obeso apparentemente innocuo che però, essendo costantemente affamato, digrigna i denti producendo lo snervante rumore di cui al titolo, che pervade quasi costantemente le vignette. Il buon samaritano Dylan Dog è impietosito dalla povera creatura e spende una fortuna per nutrirlo mentre Genny ne è talmente infastidita da arrivare all’esaurimento nervoso. Vietato dire di più, ma come avranno immaginato i lettori più arguti non era di cibo materiale che aveva veramente fame il demone.
Anche se occasionalmente scompagina le vignette quasi a manifestare una volontà iconoclasta Galli è in realtà molto bravo a gestire il ritmo della gabbia bonelliana e persino a usare l’alternanza delle tavole pari e dispari a vantaggio del suo storytelling. Come ho detto in apertura, il suo lavoro sui colori è molto buono e a testimonianza della tecnica usata si vedono addirittura le piccole imperfezioni e la brunitura della carta per acquerello che ha utilizzato. Ah, no, quella è la carta usata per questo Color Fest. Scherzi a parte (e comunque dato per certo che Galli ha usato la carta per artisti mista a lana) è un vero peccato che queste tavole non siano state riprodotte su carta patinata, o perlomeno più pesante, perché le parti lasciate bianche dei disegni rivelano quello che c’è nell’altra facciata anche senza metterle controluce. E intravedere le vignette dell’altro lato della pagina sul volto di Dylan Dog o sul pancione del demone va decisamente a scapito dell’atmosfera.

Claustrophia di Aka B (anche lui visto qui per la prima volta) è un lungo ed estenuante monologo di Dylan Dog finito in un pozzo e in lotta contro la montante disperazione. Aka B ci tiene a mostrare quanto conosce la materia e inanella riferimenti su riferimenti alla continuity della serie. Il risultato è alquanto sterile e in definitiva non si può nemmeno definire una storia vera e propria visto che non c’è una trama che sviluppa la situazione di partenza. È un esercizio di stile come se ne sono visti tanti altri, oltretutto con un tipo di disegno lontano dai canoni della serie e anche abbastanza bruttarello, anche se con la scusa della presunta artisticità Aka B può sollevarsi dall’incombenza di disegnare Dylan Dog con lo stesso viso di vignetta in vignetta. Non continuo a infierire perché l’alto livello del resto di questo Color Fest non viene certo inficiato da questo scivolone finale. Così come glisso sul copertinista tardo-mignoliano Arturo Lauria presentato con toni entusiastici ma che, almeno da questa prova, mi sembra poco originale e ancor meno incisivo.

PS: in questo albo ho trovato forse l’unico refuso di tutta la storia della Bonelli, nel colofon il titolo Grick Grick è stato trascritto Gick Grick.