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sabato 25 luglio 2026

All-Star Superman

Anni fa ne avevo trovato i numeri 6 e 7 originali a prezzi stracciati in una fumetteria, e da quella lettura parziale avevo intuito che questa maxiserie fosse bella impegnativa con tanto di viaggi nel tempo, personaggi che ritornano, un fitto ordito di Superman alternativi e quindi insomma una trama molto, molto complessa. Adesso che l’ho letta tutta mi rendo conto che non era affatto così.

La saga comincia ex abrupto con Superman che interviene per salvare una spedizione scientifica sul sole (Dottor Quintum, chi era costui?). Riceve così una radiazione eccessiva di raggi solari che lo rendono ancora più potente ma al contempo lo condannano a morte non potendo gestire a lungo tutto quel surplus di energia. Si tratta di una macchinazione di Lex Luthor, a sua volta prossimo a essere giustiziato.

Da lì in poi All-Star Superman è una cavalcata tra gli elementi distintivi del personaggio, non risparmiandosi (anzi, abbondano) quelli più ridicoli che immagino tratti dai frivoli e fanciulleschi anni ’50 e ’60: quindi accanto ai Kent, alla Zona Negativa e alla Città in Bottiglia sfilano Lois Lane coi superpoteri per un giorno, un’invasione di uomini-dinosauro dal centro della Terra, versioni pittoresche di Superman tra cui il Sansone biblico, una contro-Terra cubica, un computer-sole vivente…

Non manca qualche collegamento tra i singoli episodi (il settimo e l’ottavo sono proprio un’unica storia) ma la complessa stratificazione che immaginavo, e che lasciavano intendere tutti i dettagli sparsi qua e là, non c’è affatto. E d’altra parte con un’attesa di anche sei mesi (!) tra un capitolo e l’altro il lettore non poteva certo ricordarsi di eventi o personaggi che poi avrebbero assunto un significato più avanti. C’è solo un blandissimo riferimento alle dodici fatiche che Superman dovrebbe portare a compimento prima di morire, ma tendono comunque a rimanere sullo sfondo. Il finale credo sia lasciato alla libera interpretazione del lettore, in ogni caso non ho avvertito l’urgenza di ragionarci troppo sopra.

Per quel che riguarda i disegni, più passano gli anni e meno mi capacito di come ci fu un tempo in cui alla gente (un po’ anche a me, ammetto) piacevano le caricature sproporzionate di Frank Quitely, qui peraltro avaro di sfondi se non in rari casi selezionati. E non è che gli inchiostri digitali e i colori di Jamie Grant aiutino molto, anzi.

Non mi pare proprio il lavoro migliore di Morrison, per quanto vi affiori la vena giocosa e sopra le righe con cui tratta i supereroi a differenza di altri colleghi che si prendono troppo sul serio. Ma il Jimmy Olsen modaiolo/queer e la nipotina emo di Lex Luthor poteva risparmiarceli. Sempre che non siano le ennesime citazioni da vecchie storie di Superman che non conosco, ovviamente.

venerdì 15 dicembre 2023

The Ambassadors 1

Dopo alcuni tentativi andati storti e tanta propaganda, gli Stati Uniti hanno perso la corsa al supereroe. A vincerla è la Corea del Sud: Choon-He si è creata un corpo sintetico potentissimo per vendicarsi dell’ex-marito Jin-Sung che l’ha denunciata e fatta finire in prigione a causa della visione differente che avevano dei superpoteri: lui voleva venderli al miglior offerente, lei in una conferenza mondiale dichiara che li darà ai rappresentanti più degni e altruisti del proprio Stato d’appartenenza. Basta mandare la propria nomination e se si è ritenuti meritevoli si entra in questo team di pronto intervento e si viene forniti di un bracciale che permette di connettersi al database dei superpoteri per sceglierne un massimo di tre per volta.

Gli Ambassadors si occupano di problemi di poco conto come di calamità naturali, ma alla fine dovranno vedersela anche con l’elite di spietati miliardari capitanati da Jin-Sung, che a loro volta hanno i superpoteri. Occasionalmente fa capolino una figura misteriosa che giustifica almeno un po’ il prologo eccessivamente lungo e sarà fondamentale nel massacro finale con cui (sempre di supereroi si tratta) si conclude il volume. Piccola nota di merito per Millar: il traditore tra le file dei “buoni” è una figura insospettabile ma molto logica.

Come spesso avviene nei fumetti di Millar, più che una storia di supereroi è una satira. E come altrettanto spesso avviene, l’umorismo nerissimo di Millar sfiora il grossolano e sfocia nello splatter  senza che ce ne sia alcun motivo, solo per il gusto di épater la bourgeoisie abituata ai più blandi fumetti DC e Marvel.

Purtroppo la carrellata di disegnatori diversi è straniante. Dopo Frank Quitely c’è l’eccessivamente schematico Karl Kerschl (i colori di Michele Assarasakorn assecondano il suo rachitismo), poi il freddo e dettagliatissimo realismo di Travis Charest, un efficace Olivier Coipel sospeso tra espressività e naturalismo, il più canonico ma anch’egli espressivo Matteo Buffagni e per finire lo stilizzato ma elegante Matteo Scalera.

Ognuno è quantomeno passabile in sé, con molte punte di eccellenza, ma vedere tutti questi stili diversi in un’unica soluzione è stordente, né c’è stata una supervisione attenta a mantenere la coerenza grafica dei protagonisti: al di là di Scalera che non si è ricordato del piercing al naso dell’Ambassador brasiliana, soprattutto Jin-Sung è butterato, grasso e occhialuto o qualsiasi combinazione di queste caratteristiche a seconda dell’estro del singolo disegnatore.

Completano il novero dei coloristi Dave Stewart, Giovanna Niro e Lee Loughridge (e poi ci sarebbe Vincent MG Deighan che ha aiutato Quitely).

A differenza di altre raccolte in volume di fumetti più o meno seriali, questo primo volume ha il pregio di essere perfettamente concluso – e si chiude con una bella battuta urticante.

mercoledì 22 aprile 2020

Jupiter's Circle

Mah, alla fine è meglio lo spin off della serie-madre, almeno della sua seconda (forse conclusiva) parte. Secondo uno schema già visto e stravisto negli ultimi anni, Jupiter’s Circle si concentra sulla Golden Age di questo universo supereroistico, sugli anni in cui sono avvenute alcune cose eventualmente solo accennate nella serie portante. Mark Millar ha diviso gli archi narrativi della prima miniserie in tre blocchi da due e si è concentrato su argomenti scomodi come l’omosessualità e l’adulterio per mettere alla berlina il mondo bigotto dell’America anni ’50.
Il gioco funziona bene, perché Millar tesse delle belle trame in cui la risoluzione dei rovelli in cui si trovano coinvolti i protagonisti sono importanti tanto e più degli argomenti “sensibili”. I personaggi sono molto ben caratterizzati e le battute piacevolmente pungenti senza scadere nella facile provocazione caratteristica dello sceneggiatore scozzese («Lo sanno tutti che Liberace è un dongiovanni!»).
I disegni sono lontani dallo standard di Quitely, più stilisticamente che a livello qualitativo: laddove Quitely è modernissimo, Wilfredo Torres disegna con quello stile tipico di Darwyn Cooke e degli altri disegnatori che si rifanno ai comic book anni ’50 e ’60 (ma veramente i fumetti si disegnavano così in quegli anni?). Non lo conosco e non so se sia il suo stile abituale, sicuramente è stata una scelta redazionale per catturare l’atmosfera desiderata, insomma viste certe forzature anatomiche penso che sia stato costretto a farlo. Così come il suo sostituto (ma quasi titolare: su sei numeri ne ha disegnati due e mezzo!) Davide Gianfelice, che ha prodotto delle tavole molto scarne e abbozzate dopo aver fatto un figurone sul numero 3, dove i suoi inserti si staccavano nettamente per qualità dalle parti di Torres. Ma è probabile che ci siano state di mezzo delle scadenze impellenti e quindi la necessità di consegnare le tavole (impossibilitato Torres a farlo) nel minor tempo possibile.
Il secondo arco di storie di Jupiter’s Circle è un po’ più canonico, incentrato maggiormente sui protagonisti di questo affresco supereroistico che non sulla società che li circonda (ma comunque ci sono molteplici riferimenti alla seconda metà degli anni ’60, con svariate comparsate di persone realmente esistite, tra cui un Rockfeller che vorrebbe Utopian come padre surrogato). La scrittura è densa e coinvolgente, i personaggi molto approfonditi e alcuni elementi della trama di Jupiter’s Legacy[link] abbondantemente sviscerati in modo da far capire che tout se tient. Tutto sommato una buona prova da parte di Millar, per quanto navighi (ottimamente) su acque già battute e non scriva nulla di rivoluzionario: ma va benissimo così, e magari tutti i suoi fumetti fossero come questo.
I disegni rimangono il punto debole di Jupiter’s Legacy anche nel volume 2 (uscito due mesi dopo il primo: che senso ha avuto distinguere due “stagioni”?): non che siano “brutti”, ma mi pare che i vari disegnatori siano stati costretti ad adottare forzatamente quello stile vintage, e soprattutto anche stavolta c’è stato un avvicendamento frenetico nel comparto grafico che lascia intendere una scarsa avvedutezza produttiva, o forse poca serietà da parte dei disegnatori titolari che hanno abbandonato il progetto per lidi più remunerativi o hanno demandato la realizzazione finale ai loro collaboratori. Wilfredo Torres riesce a disegnare da solo tutto il primo numero ma ecco che già dal secondo gli tocca farsi aiutare dal “solito” Gianfelice e da Rick Burchett; l’arrivo dell’elegante Chris Sprouse alle matite con numero 3 lascerebbe sperare in una certa stabilità (oltre che nel prestigio del suo nome) ma non è affatto così: oltre tre quarti dell’albo sono solo abbozzati da lui e rifiniti da Walden Wong che fraintende le sue matite e sottolinea esageratamente il mento di tutti i personaggi! Questo andazzo si protrae per qualche numero e il 5 deve finirlo Ty Templeton, a conti fatti il disegnatore che mi è piaciuto di più, mentre il figliol prodigo Wilfredo Torres torna per il finale! Un discreto casino che fa pensare a una certa improvvisazione da parte della Image Comics (o di chi per essa) e di cui forse i disegnatori non hanno responsabilità.
Anche le copertine di Bill Sienkewicz (nel primo arco di sei erano di Quitely) mi sono sembrate a volte un po’ generiche e poco rappresentative dei contenuti, per quanto belle.

lunedì 23 marzo 2020

Jupiter's Legacy Volume 2

Ecco, io gli avevo dato fiducia e Mark Millar mi ripaga così. Il seguito di Jupiter’s Legacy è solo un lunghissimo scontro tra supereroi. Millar si perde in battutine cool, o che tali vorrebbero essere, ma soprattutto ricicla il suo repertorio (la realtà illusoria già vista in Authority e nei suoi Fantastici Quattro, il personaggio miniaturizzato che salva la situazione come in Ultimates, i cattivi che diventano buoni come in Supercrooks…), butta i personaggi sulla scena senza logica a seconda della necessità e contravviene alle regole che lui stesso ha stabilito: nel primo arco narrativo Hutch attiva chiaramente la sua torcia (o quello che è) del teletrasporto anche se in quel momento ce l’ha un altro personaggio, e poi pure a distanza, quindi avrebbe potuto usarla anche qui quando gli viene sottratta per un momento. E francamente il suo funzionamento è assurdo anche per un fumetto di supereroi… solo un McGuffin per risolvere situazioni altrimenti troppo complesse da sciogliere in maniera ragionevole o per offrire il destro alle ennesime battutine sceme. Millar ha pure sbagliato l’attacco della storia, che in precedenza ripartiva dal 2022 mentre qui è ambientata nel 2020! Che cagata.
Uno pensa che almeno a livello grafico il fumetto sia dignitoso, e in effetti Frank Quitely si mantiene sullo standard del volume precedente con le stesse piccole criticità dovute alla scelta di non inchiostrarsi: solo che stavolta è colorato da Sunny Gho che copre i suoi disegni con effettini adatti per le bozze di un progetto di urbanistica e non per un fumetto.
Pare che questa minchiata (in cui i supereroi vengono solo fintamente criticati per confermarne invece il fascino infantile) dovrebbe avere un seguito. Ma ci vorrà ben più di un Coronavirus per farmelo leggere.

domenica 15 marzo 2020

Jupiter's Legacy

Ho aspettato un bel po’ prima di leggere questo fumetto, essendo scritto da un Mark Millar che all’epoca dell’uscita aveva già rivelato il suo vero volto, quello della ripetitività e del facile shock value a coprire una pochezza di contenuti che probabilmente ne caratterizza la produzione sin dagli esordi. Ma invece Jupiter’s Legacy non è affatto male.
L’ambientazione è quella canonica dei supereroi, appena appena mescolata con un po’ di fantascienza e un vago retrogusto da romanzetto pulp anni ’30. I supereroi sono il frutto di un incontro con della tecnologia aliena che a ridosso della Grande Depressione contattò delle menti elette (tecnicamente una sola, che però formò un gruppo di altri soggetti meritevoli) per fornire loro dei superpoteri con cui salvarono l’America e divennero degli esempi per la gente comune, degli ideali a cui tendere. Non credo di essermi immaginato il feroce sarcasmo sottinteso a questo spunto di partenza e ai dialoghi del primo episodio.
Arrivati ai giorni nostri (ovvero al 2013) le alte aspirazioni che mossero il nucleo centrale del primo supergruppo sono un po’ appannate, se non proprio disilluse: la progenie dei primi supereroi è una masnada di debosciati dediti ai party, alle droghe e alla vacuità da celebrità (concetto già talmente sviscerato da risultare banale) mentre quanti ancora combattono contro minacce superumane sono prossimi a uno scisma: i metodi di Utopian sono ormai considerati desueti e inefficaci dal suo intelligentissimo fratello, che vorrebbe incidere molto di più sulla società americana con metodi concreti, mettendo in atto un suo elaborato piano economico. Proprio quando sta per avvenire la “deposizione” di Utopian per mano di suo figlio, il supercriminale Hutch fugge con l’altra sua figlia Chloe, una buddista vegetariana che non disdegna le droghe (è appena finita in overdose) e che aspetta un figlio da lui.
Dopo un salto temporale tra il terzo e il quarto capitolo arriviamo nel 2022 che all’epoca doveva sembrare ancora così lontano, e vediamo la realizzazione della società ideale immaginata dal fratello di Utopian: la terra è una dittatura in cui delle corazzate volanti pattugliano i cieli alla ricerca dei superumani rimasti e non ancora piegati alla nuova “utopia”. Chloe e Hutch vivono in Australia e il loro figlio Jason ha già sviluppato poteri che probabilmente sono superiori ai loro (Hutch non ne ha ma usa una bacchetta per teletrasportarsi, quelli di Chloe e degli altri sono volutamente lasciati nel vago per permetter loro di fare quello che serve nelle singole scene senza che i neuroni di Millar si affatichino troppo) e deve nascondersi fingendo di essere un ragazzino normale, anzi piuttosto mediocre. In realtà, all’oscuro degli stessi genitori, ha un suo piano. Ma la loro copertura non può durare in eterno, se non altro per ragioni narrative, e nel quinto e ultimo episodio avviene il redde rationem.
Pur lavorando con materiale di partenza trito e ritrito Mark Millar è riuscito a renderlo piacevolmente suggestivo con quel sottotesto sarcastico che ricordavo sopra; inoltre molte sequenze sono veramente ben scritte e in più di un’occasione ha saputo creare la giusta tensione nel lettore con lunghi dialoghi molto ben “recitati” che fanno da contraltare alle sue tipiche scene di violenza esagerata (qui virate anche sullo splatter).
Pur non amando Frank Quitely, non posso certo esimermi dal rilevare l’ottimo lavoro che ha svolto: è molto dinamico ed espressivo e non si tira certo indietro quando deve disegnare delle tavole affollate di persone o dei panorami dettagliati. Purtroppo non si è inchiostrato le matite ma evidentemente è andato in stampa direttamente con quelle, opportunamente “inchiostrate” digitalmente: questa scelta rende un po’ imprecisi o solo abbozzati certi particolari, ma tutto sommato è adatta per assecondare il tono parodistico di Jupiter’s Legacy.
Certo: trattandosi di Millar ci si aspetta la fregatura, che anche stavolta puntualmente arriva. La prima miniserie di cinque episodi è appunto solo la prima parte di una storia più ampia che dovrebbe concludersi con un altro volume (e vedo che Millar ne ha anche tratto degli spin off). Poco male: leggerò pure quella, visto che non devo andare da nessuna parte…